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Full text of "Giornale Arcadico di Scienze / Lettere ed Arti"

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GIORNALE 



DI SCIENZE LETTERE ED ARTI 

TOMO XLVI. 

APRILE, MAGGIO, E GIUGNO 

1850 




ROMA 

NELLA. STAMPERIA DEL GIORNALE 

PRESSO ANTONIO BOULZALER 

1830 



3 

SIGNORI COLLABORATORI 

DEL GIORNALE ARCADICO 



A 



iRENTi monsig. Giuseppe , da' predicatori , vesco- 
vo di Savona. 
Amati Basilio , a Savignano. 
De Angelis ab. Luigi , professore e bibliotecario , a 

Siena. 
Antaldi marchese Antaldo , a Pesaro. 

Antinori marchese Giuseppe , professore , a Perugia. 

Armargli conte Leopoldo , giureconsulto., a Macerata. 

AsQuiNi conte Girolamo , a Udine. 

Balbo conte Prospero , pr e siderite della /?. Accade- 
mia delle scienze a T'orino. 

Barlocci Saverio professore , segretario del consiglio 
amministrativo degli acquedotti , membro del col- 
legio filosofico , in Roma. 

Bellengiii monsig. don Albertino , camaldolese , ar- 
civescovo di Nicosia , a Forlì. 

Betti avv. Teofilo , governatore , a Palestrina. 

Brighenti Maurizio , ingegnere , a Rimino. 

Brignoli di Brunoff Giovanni , professore , a Modena. 

Camilli Stefano , a Viterbo. 

Campanari Vincenzo , in Roma. 

Canali Luigi , professore e bibliotecario , a Perugia. 

Canonici Faciiini marchesa Ginevra , a Ferrara. 

Cappello dott. Agostino , medico in Roma. 

Cardinali cav. Luigi , in Roma. 

Cassi conte Francesco , cancelliere dell'accademia , a 
Pesaro. 



4. 

Cecilia Gìo. Francesco , tenente-colonnello , in Roma. 

CiAwpi cav. Sebastiano , a Firenze. 

Conti ab. Andrea , professore , presidente del colle- 
gio filosofico , in Roma. 
Corderò di s. Quintino cav. Giulio , conser\>atore del 
museo egiziano , membro della R. accademia 
delle scienze , a Torino. 

Costa Paolo , professore , a Bologna. 

Dionigi Orfei Enrichetta , in Roma. 

DuMoucHEi. padre Stefano , della compagnia di Ge- 
sù , astronomo del collegio romano , in Roma. 

Ferrucci avv. Luigi Crisostomo , professore , a Pesaro. 

Ferrucci Michele , professore , membro dei collegio 
filologico , a Bologna. 

Fiorini Mazzoliti Elisabetta , a Terracinn. 

Franceschi F'errucci Caterina , a Bologna. 

Guadagni aw. Francesco , membro del collegio filo- 
logico , in Roma. 

Labus dottor Gim>anni , a Milano. 

Lampredi ab. Urbano , a Napoli. 

Mai monsig. Angelo , prefetto della biblioteca vati-^ 
cana , e degli studi di Propaganda Fide , se- 
gretario della sacra congregazione sopra la cor- 
rezione de' libri della chiesa orientale , proto- 
notario apostolico , consultore deW indice , mem^ 
oro del collegio filologico , in Roma. 

Mamiani della Ros'ere conte Giuseppe , a Pesaro. 

Marcotulli dottor Luigi , a Sezze. 

Martucci Onorato , in Roma. 

Montanari Giuseppe Ignazio , professore , a Savi- 
. guano. 

Moricmini a^. Carlo Luigi., in Roma. 

MoRicHiNi cav. Domenico , professore , membro del 
collegio- medico , in Roma. 

Mustoxidi cav. Andrea., in Grecia, 



5 

MuzzARELLi mons/g. Cario Emmaìiuete , uditore del- 
la sacra ronuaia rota , in Roma. 

Nardi ab. Luigi , bibliotecario , a Rimino>. 

Paoli conte Domenico , a Pesaro. 

Peretti Pietro , professore , in Roma. 

Peruzzi ab. Agostino , a Ferrara. 

PiANCiANi padre Gio. Battista , della compagnia di 
Gesù , professore , membro del collegio filosofi-* 
co , in Roma., 

PucciNOTTi dott. Francesco professore , a Macerata^ 

PuNGiLEONi padre maestro Luigi , minor conventua^ 
le , consultore della S> C. de'' riti , iti Roma. 

Del rosso cav. Giuseppe , professore , a Firenze» 

Riccardi dott. Gregorio , medico , in Roma. 

Roverella conte Gio. Antonio , a Cesena. 

Santucci ab. Loreto , custode generale emerito di Ar- 
cadia , membro del collegio filologico , in Roma. 

Sclopis di Salerano conte Federico , membro della R. 
accademia delle scienze , a Torino. 

Staccoli dott, Leopoldo , a Urbino. 

Tuiersch Federico , consigliere , professore , presi-* 
dente della regia università , a Monaco. 

Vaccolini Domenico , professore a Bagnacavallo. 

Valdrigiii conte Mario , a Modena. 

Venturoli Giacomo , professore , presidente del con-' 
siglio d'arte pe' lavori idraulici., membro del col- 
legio filosofico , in Roma. 

Vermiglioli Giambatista , professore , direttore del 
museo d'antichità , a Perugia. 

Vescovali Luigi , in Roma. 
Viola Sante , a Tivoli. 



SCIENZE 



Nota comunicata da tino de più benemeriti 
collaboratori del nostro Giornale. 



K 



egli Annali delle scienze d^ osservazione , pub- 
blicati a Parigi da'signori Saigey e Raspail , il pri- 
mo di questi fisici ha inserito ( lanuier 1829 p. 27. 
Fevrier p. 161) due ingegnose Memorie sulla esistenza 
d'una materia repulsiva sparsa in tutto V universo. 
L'ipotesi fondamentale è questa : esiste in tutto Vuni" 
verso una materia , i cui atomi fra loro perfetta- 
mente simili sono estesi e impenetrabili , e si re- 
spingono mutuamente in ragione inversa del qua- 
drato della distanza . Sviluppa egli questa teori- 
ca in modo puramente analitico , senza nulla toglie- 
re in prestito dalla esperienza. Cosi stabilisce una 
serie di proposizioni ; senza ricercare se i risulta- 
ti , cui perviene , potranno applicarsi a' fenomeni : 
tna arrivata a certo punto l'esposizione della sua teo- 
rica , esamina se dessa può applicarsi ad una clas- 
se di fenomeni naturali. La prima di queste appli- 
cazioni si trova nel volumetto di giugno (p. 370), 
ove facilmente applica i suoi principi! ai fenomeni 
della elettricità nel suo stato d' equilibrio . È da 
sperare che questo metodo e queste indagini condu- 



8 Scienze 

cano ad utili ed importanti risultati . Intanto que- 
sta prima applicazione non poco favorisce il siste- 
ma di una sola materia elettrica , ora in eccesso , 
ora in difetto, distruggendo due pregiudizi , che non 
poca forza potevano fare all' intelletto di molti. Il 
primo era il vedere tutti i fisici Francesi aver da 
qualche tempo abbandonato quel sistema , ed aderi- 
re unanimi , con più o meno di confidenza , alla 
ipotesi de' due fluidi elettrici . Veramente il sig. I. 
M. H. Bigeon era tornato all'altro sistema, e il suo 
breve scritto era stato inserito negli Annali di chi- 
mica e fìsica de'sigg. Gay - Lussac ed Arago ( luin 
1828 p. 150. ) : ma non sembra che avesse fatto 
grande impressione fra i suoi nazionali. Almeno il 
sig. Saigey , nella ultima delle citate memorie , ha 
lasciato scritto ciò che qui mi giova recare , co- 
mechè le prime parole sentano un poco lo stile ci- 
nese , sembrando voler ristringere nella Francia il 
mondo istruito. ,, Anche oggidì la teorica de' due 
,, fluidi , che ottiene V assenso di tutto il mondo 
,, dotto , non ispiega altro che la forma degli stra- 
,, ti elettrici e le loro attrazioni e repulsioni : tut- 
,, ti gli altri fenomeni , ne' quali la materia elettri- 
,, ca è il principale agente e apparentemente anche 
,, r unico , sono al tutto estranei a questa teorica, 
,, che non abbraccia però che la minima parte dei 
,, fatti , che dovrebbe spiegare. ,, Il secondo e più 
grave ' pregiudizio , che vien distrutto dalle faticlie 
del sig. Saigey , si appoggiava ai laboriosi calcoli 
del celebre Poisson , sulla distribuzione dell' una o 
dell' altra elettricità nella superfìcie de' corpi. 

Più cose si erano fatte opportunamente osservare a 
questo proposito. Opportunissime non pcilanlo ci si 
prcsentajio le- ricerche del sig. Saigey , le quali di- 
mostrano , nella supposizione di una sola materia elei- 



Fluido elettrico 9 

trìca » gli stessi teoremi , che altri avea dimostrato 
nella i])otesi de' due fluidi vitreo e resinoso. 

Osserveremo qui che 1' ingegnoso sistema pro- 
posto dal sig. Saigey è in fondo lo stesso di quello 
che parecchi anni sono fu esposto in Italia dal ca- 
valier Nobili. 

Il medesimo sig. Saigey ne' citati volumetti di 
Gennajo e FebLi'ajo de' mentovati Annali ha pub- 
blicato due importanti articoli sulle leggi de feno- 
meni attribuiti al magnetismo in moto , ossia sulla 
azione , che delle lastre metalliche esercitano sull'a- 
go calamitato , azione scoperta dal sig. Arago , e 
confermata ed esaminata in Italia dai fisici Nobili e 
Baccelli, e da altri in varie parti d'Europa. 



Lettera di Pietro Pereiti^ professore di farmacia ^ 
aie eecmo sig. Dottore Morichini , professore di 
chimica nelV archiginnasio Romano. 

CHIARISSIMO ED ECCMO SIG. DOTTORE. 



uando Ella mi parlò di una tintura di lattuga 
proveniente da Londra, erami già stato commesso da 
altra parte il lattugario ; e sebbene non avessi in- 
pronto sifìatta preparazione, aveva nondimeno rimem- 
branza di aver letto in qualche giornale esservi il 
modo onde ottenere la medesima : infatti facendone 
ricerca nel giornale di Farmacia di Parigi del me- 
se di agosto 1826 , vi era descritto un metodo per 
avere il cosi detto lattugario. Nel leggere però qua- 
si' articolo , m' avvidi che il lattugario non poteva 



^W) S e I E ^^ z s 

essere che un composto di molti principii, ciò die 
verificai quando V ebbi preparato . La stagione in 
che per la prima volta preparai il lattugario non 
era propizia a dare la lactuca saliva prossima al 
suo fiore ; perciò con animo di far un esame più 
esatto , ed anche perchè nelle lezioni obbligate del- 
la mia scuola eravi quella del lattugario e suo sci- 
roppo , attesi il prossimo maggio , tempo nel qua- 
le quest'erba abbonda in quello stato , che alle mie 
sperienze meglio si confaceva . Avrei dovuto prima 
consultare la farmacopea di Edimburgo, per conosce- 
re il metodo con il quale il sig. dottor Duncan il 
giovane aveva preparato questa sostanza ; ma non 
avendo questa a mia disposizione, mi contentai di ri- 
petere la foimola descritta nel sopra nominato gior- 
nale di farmacia , che consisteva nel far svaporare 
il sugo della lattuga sino alla consistenza di un den- 
so estratto. Di questo estratto poi ne ho fatto chi- 
mico esame , e lo ritrovai composto di gomma , di 
molta parte colorante gialla , tanto falsa , che fis- 
sa, di zucchero in abbondante quantità , di una gom- 
ma resina nella quale risiede la parte amara , di ni- 
trato di potassa in copia , dei sali a base d'ammo- 
niaca , come nitrato ed idroclorato , di nitrato , ed 
idroclorato di calce , ed idroclorato di potassa. Os- 
servando inoltre che il sugo condensalo privato del- 
la gommoresina non aveva più sapore amaro , cre- 
detti a proposito di fare sperimentare isolatamente 
questa sostanza da un accreditato medico , onde as- 
sicurarmi se la virtù narcotica esisteva nella gom- 
mo - resina ; ed infatti dalla relazione che n' ebbi 
dal medesimo , m' assicurai che la parte attiva del- 
la lattuga era questo principio. Intanto essendo co- 
sa difficilissima ' 1' ottenere questa sostanza isolata , 
cominciai a trattare il sugo condensato di lattuga 



Acido nuovo Ai 

coir alcool , ed ottenni un estratto scevro di molta 
gomma , il quale contenendo minor quantità di prin- 
cipii inerti , ed essendo il principio attivo più con- 
centrato, mi sembrava ciie maggiore azione dovesse 
avere sulF economia animale . Ella si compiacque 
sperimentare questo rimedio : e con piacere intesi 
che ne aveva ottenuti dei buoni efletti sopra varii 
malati, e lo stesso mi fu ripetuto da molti altri me- 
dici che r hanno voluto ancora mettere in uso. Die-» 
tro questi felici successi pensai di preparare ancora 
uno sciroppo con lo stesso estratto alcoolico di lat- 
tuga , e feci sì , che ogni oncia del medesimo ne 
racchiudesse sei grani. Questo sciroppo amministra- 
to a varii individui ha avuto il medesimo successo , 
ed è stato particolarmente utile nella tosse supersti- 
te alla rosalia. Sara per me cosa gratissima se El- 
la , ed altri medici si compiaceranno di fare con 
questa preparazione ulteriori esperimenti , e partico- 
larmente se vorranno fare uso della gommo - resina 
di lattuga, nella quale suppongo esistere la virtù nar- 
cotica di questa pianta. Se i risultamenti di queste 
sperienze saranno secondo i miei desiderj , sarò ben 
pago di aver procurato alla medicina Romana una 
sostanza capace di fare quei beni che suole procurare 
r oppio , senza quegl' inconvenienti che talvolta pro- 
duce questo medicamento , ed una sostanza che si 
trae da una pianta facile a vegetare nel nostro suo- 
lo , e che trovasi abbondante in Roma. 

Voglio sperare che non le sarà disaggradevale 
se profittando di questa circostanza , un'altra impor- 
tante cosa io le annunzii , cioè V aver ritrovato 
nell'olio essenziale di lauro regio, oltre l'acido idro- 
cianico già conosciuto, un altro acido cristallizzato , 
i di cui caratteri sembra che non abbiano alcun 
rapporto con quegli acidi sino ad ora rinvenuti nei 
vegetali. 



•12 Sciènze 

Il sig. Vincenzo Latini giovane farmacista hii-*» 
nistro (Iella mia farmacia sulla piazza di s. Andrea 
della Valle mi fece rimarcare , che nella fiala ove ^i 
conservava 1' olio di lauro ceraso , eranvi dei pic- 
coli cristalli al fondo della medesima. Subito mi sfi 
presentò alla mente che quei cristalli fossero prò-* 
Labilmente della camfora , poiché questa sostanza si 
depone talvolta dagli olj essenziali. Consigliai per- 
ciò discioglierli nell' alcool , e quindi di versarne la 
soluzione nell' acqua per vedere se questo fluido fa- 
ceva separare la camfora. In tale circostanza si era 
distillata una quantità di foglie di lauro ceraso per 
ottener l'acqua e Folio essenziale : nel versar qucst' 
ultima dalla bottiglia osservai che al fondo della me" 
desima vi erano molti cristalli lucidi in forma di pri- 
smi le di cui estremità erano a guisa di lancia. Cercai 
di separarli dall' olio del quale erano imbrattati, met- 
tendoli sopra carta sugante t ne disciolsi anch' io una 
parte nell' alcool , ne versai la soluzione nell' acqua, e 
tosto vidi separarsi una quantità di fiocchi bianchi , co- 
me appunto appariscono quando in questo liquido si 
versa una soluzione alcoolica di camfora ; ma ben pre- 
sto riconobbi che questi cristalli non erano camfora ^ 
allora che introdussi nel liquido una carta tinta di tor- 
nasole , e che vidi che questa si fece rossa , e che ver-' 
sandovi dell' ammoniaca li fiocchi si discioglievano , e 
neutralizzavano l'alcali. Questi cristalli avevano un sa- 
pore fresco acidato ed un odore di amandorla amara , 
imbrattati di olio essenziale del lauro stesso. Una por- 
zione di essi posta in un piccolo tubo al calor di una 
lampada a spirito si fusero , quindi si risolvettero in 
vapori bianchi , li quali condensati presentarono dei 
prismi bianchi attaccati nella parte superiore del tu- 
bo, lasciando però un residuo carbonioso. Li cristalli 
subiiiuaU non avevano più odore di mandorla amara, 



Acido nuovo 13 

sono solubilissimi iiell' alcool , poco solubili nell'ac- 
qua. Richiamando ad esame li caratteri di quegli aci- 
di rinvenuti nei vegetali , o prodotti per mezzo dei 
medesimi , non ritrovai clie l'acido camforico che pre- 
sentasse il. carattere di fondersi ad una temperatura po- 
co elevata , e che si sublimasse in parte lasciando im 
residuo carbonioso per la decomposizione di una por- 
zione di esso. Volli verificare perciò se l'acido ritro- 
vato appartenesse all' acido camforico ; conoscendo che 
li camforati di potassa e di soda sottoposti all' azio- 
ne del fuoco si decompongono lasciando sviluppare 
l'acido nello stalo suo naturale , sottomisi all' azione 
del calore in un tubo di vetro il saie prodotto dalF 
acido ritrovato nell' olio di lauro ceraso combinato col- 
la potassa ( il di cui aspetto era quello di ■ pipcole 
lamine di una lucentezza di madreperla ) ; ho introdotto 
all' estremità aperta del tubo due pezzi di carta , uno 
tinto col tornasole, l'altro colla curcuma, ambidue ba- 
gnati colFacqua stillata. Il sale cominciò a crepitare , 
s'annerì , e lasciò sviluppare dei vapori li quali ben-^ 
tosto fecero cambiare in rosso la carta tinta di curr^ 
cuma , quali vapori avevano un odore empireumatico, 
e lasciarono condensate alcune gocce d'olio che .pre- 
sentava il medesimo odore. Giudicai perciò 'cher l'adi** 
do rilrovato non poteva appartenere al camforico* r.. t 
Quest' acido in combinazione coli' ammoniaca lia 
formato un sale di cristallizzazione irregolare ; scìoIt 
to questo nell' acqua stillata , e versata la soluzione 
sopra li, seguenti sali metallici, ha dato col solfato di 
ferro un precipitato bianco , che al contatto dell' aria 
passò in giallo ? coi nitrato d'argento un precipita- 
to egualmente bianco che passò in violaceo a con-- 
tatto della luce ; col solfato di rame , coU' acetato di 
piombo altri precipitati j)ianchi ; col solfato di icincQ 
Yerun precipitato. 



14 Scienze 

Lo «lesso acido poi si è disciolto nelF acido sol- 
forico, e nitrico a freddo senza mostrare di decomporsi. 

Non avendo piìi a mia disposizione altre quan- 
tità di quest' acido , pensai che l'avrei potuto rinve- 
nire sia neir acqua stillala di lauro ceraso , sia nell' 
olio della stessa pianta. 

Presi perciò ad esaminare l'acqua coobata. Essa 
eambia in rosso la carta tinta di tornasole : ver- 
sando nella medesima del persolfato di ferro in so- 
luzione non si produce verun precipitato. Se però si 
satura l'acido colla potassa, e quindi vi si versi sopra 
del solfato di ferro in soluzione , s'avrà immantinen- 
te un cambiamento del liquido in blu chiaro, che 
al contatto dell' aria passa in blu cupo. Lasciato det- 
to liquido alcuni giorni in riposo, ha separato al fon- 
do del vaso un precipitato di vero bliì di prussia. 

Il liquido non pertanto cambiò di colore ; ho 
versato sopra un poco di potassa , esso dopo breve 
tempo divenne giallo , e si precipitò del perossido 
di ferro ; ho filtrato il liquido, e l'ho fatto svapora- 
re, ed ottenni dei cristalli d'idroferrocianato di potassa. 

Ora noi sappiamo che l'acido idroferrocianico e 
quello che produce il blu di prussia versato nelle 
soluzioni saline di perossido di ferro , e non l'acido 
idrocianico ; ma ncll' acqua di lauro ceraso esistendo- 
vi quest' ultimo e non il primo ; come esso si sarà 
formato nell' acqua coobata ? La prego di darmi su 
di ciò il di lei savio parere. Che se avessi da ma- 
nifestare il mio giudizio, opinerei che non essendosi 
prodotto del blu di prussia nel primo caso quando 
Fiacqua coobata era acida, ciò ha dipeso che l'acido 
libero esistente nell'acqua ha impedito la decomposi- 
zione del persolfato di ferro ; nia trovandosi nel se- 
condo caso combinato colla potassa , l'acido solforico 
del persolfato ha lasciata una porzione del perossido 



Acido nuovo 15 

di ferro per combinarsi colla potassa ; il peros- 
sido di ferro trovandosi a contatto di un' acido di 
minor grado di saturazione , si è diviso in due parti , 
l'una si è combinata col nuovo acido , l'altra coli' 
acido idiocianico esistente nell' acqua di lauro cera- 
so , e forse chimicamente combinato coli' olio essen- 
ziale di questa pianta , ed ha formato cosi l'acido 
idroferro cianico , il (juale poi ha decomposto li altri 
due gali a base di ferro , formando cosi l'idroferro- 
cianato di perossido di ferro. L'acqua coobata di lau- 
ro ceraso bollita sopra del perossido di ferro , pro- 
duce all' istante il blu di prussia versata in una so- 
luzione di persolfato di ferro. 

Saturando l'acqua di laui'o ceraso colla potassa, 
e distillando la medesima in una «torta pei due ter- 
zi , il residuo rimasto nella storta non ha più odore 
di amandorla amara , quella passata in distillazione 
è odorosissmia , la prima non somministra precipitato 
col solfato di ferro , la seconda ne da uno abbondante 
di un color giallo verde , ma che disseccato mostra di 
esser verde cupo , essa non cambia più in rosso la 
carta tinta di tornasole , e questo fenomeno mi con- 
ferma neir opinione , che l'acido idrocianico esiste nell' 
acqua di lauro ceraso combinato coli' olio , formando 
un corpo neutro , e come salino. 

L'acqua satma di potassa rimasta nella storta fu 
versata in un vaso d'argento , e fatta svaporare si- 
no a rimanere pochissimo liquido , il quale raf- 
freddato lasciò separare un sale cristallizzato irre- 
golarmente , che aveva un sapore alcalino accompa- 
gnato da astringente metallico. Una porzione del me- 
desimo fu posta ad esame chimico , e fu ritrovato con- 
tenere del rame , e dell' argento. Sembra che l'acido 
libero contenuto nell' acqua di lauro ceraso abbia at- 
taccalo il rame dei vasi distillatorj , che sebbene sta»- 



16 Scienze 

gnati , ma per il continuo uso clie si fa dei mede- 
simi forse è accaduto che in qualche parte trovan- 
dosi il rame allo scoperto è stato attaccato dall' acido. 
L'argento poi può essere provenuto dall' aver fatto bol- 
lire il liquido dentro vasi di questo metallo. 

Una porzione d'acqua distillata fatta svaporare nei 
vasi di vetro , e trattato il liquido concentrato coli* 
idroferro cianato di potassa ha dato un precipitato rosso 
di color di vino. Porzione del sale ottenuto di sapor 
alcalino ed astringente metallico fu posta in una pic- 
cola storta tuhulata , vi fu versato sopra un poco 
d'acido solforico , e posta all' azione del fuoco ha 
somministrato dei vapori bianchi che si sono conden- 
sati al collo della storta in piccoli prismi di sapore 
acido , senza odore di mandorla amara. Altra por- 
zione del medesimo sale fu disciolta nell' acqua di- 
stillata , e sopra la soluzione si è versato dell' acido 
solforico ; il quale ha prodotto un abbondante preci- 
pitato bianco : questo precipitato lavato , e disseccato 
fu posto parimenti in una storta coli' acido solforico, e 
parimenti ha prodotto dei vapori bianchi acidi che si 
sono condensati in piccoli cristalli come in avanti , 
ciò che fa conoscere che il precipitato in quistione 
altro non è che una combinazione dell' acido nuovo del 
lauro ceraso cogli ossidi di rame, e d'argento , li qua- 
li ossidi di rame e d'argento uniti alla potassa , e l'a- 
cido formano un sale solubile , ma tolta la potassa per 
mezzo dell' acido solforico , la combinazione dell' aci- 
do cogli ossidi per essere insolubile si precipita dal 
liquido. 

L'olio di lauro ceraso messo con del perossido di 
mercurio in una storta , e riscaldala la medesima al 
calore prossimo all' ebullizione dell' acqua bollente ^ 
ha lasciato svolgere una quantità considerevole di va- 
pori bianchi che sono passati nel recipiente annesso , 



Acido nuovo f7 

che raffreddati hanno somministrato una quantità di cri- 
stalli bianchi lucenti , questi si sono disciolti nelF al- 
cool. La soluzione posta in una tazza di cristallo a 
spontaneamente svaporare, ha dato una cristallizzazione 
dentrilica regolare che affettava la forma di un ben 
lavorato merletto. 

Questi cristalli acidi sono della medesima natura 
di quelli lasciati spontaneamente depositare dall' olio 
di lauro ceraso. Questo mezzo sarà proprio per ot- 
tenere quantità considerevoli di quest'acido , senza pun- 
to alterare la natura dell'olio essenziale del lauro regio; 
giacche senza l'addizione del perossido di mercurio si 
può ottenere egualmente l'acido con solo riscaldare 
1' olio essenziale. Avendo fatto uso del perossido di 
mercurio , mediante aver lavato l'olio ed il residuo con 
acqua distillata , coli' evaporazione della medesima si 
è ottenuto un sale cristallizzato composto dall' acido 
nuovo e dall' ossido di mercurio. 

Mettendo dell'olio stesso in un vaso di fondo pia- 
no al contatto dell'aria, l'olio si evaporizza, e l'a- 
cido rimane al fondo del vaso cristallizzato. 

Io sottopongo tutto questo al di lei savio discerni- 
mento , pregandola a darmi su ciò il suo parere , e 
sono 

Di V. S. Illma ed Eccma 

Devmo Unio servitore 
Pietro Perettk 



C.A.T.XLVX 



18 

NOTA 

Gli annunzii contenuti in questa lettera , e spe- 
cialmente quello di un acido cristallizabile rinvenuto 
nell'olio essenziale di lauro-ceraso , mi sembrano delia 
più grande importanza. Solamente è desiderabile che 
il prof. Peretti possa ottenerne in maggior quantità , 
onde poter determinare con un maggior numero di 
combinazioni le sue proprietà chimiche , e le sue dif- 
ferenze dagli altri acidi del regno organico. Sara poi 
compiuto questo lavoro, (juando sarà conosciuta la sua 
forza di saturazione , e le proporzioni de' suoi ele- 
menti. Frattanto si può assicurare che ha la più gran- 
de analogia con T acido cianico , seppure non è af- 
fatto identico. 

MORICUINI. 



liicerche fisico-chinilclie sul lago Sabatino , sulle 
sorgenti di acque minerali die scaturiscono nei 
suoi contorni , e principalmente sulle acque ter- 
mali di Vicarello , memoria di Saverio Barloc- 
ci , professore di fisica sperimentale nclT archi- 
ginnasio della Sapienza , e membro dèi Colle- 
gio Filosofico. Seconda edizione con illustrazioni 
ed aggiunte. 

F . 

JL/Ssendoci stata comunicata dal sig. professore Sa- 
verio Barlocci la presente memoria, gi'a da esso pub- 
blicata fin dal 181G. , ed in oggi assai ricercata ; 
abbiam creduto far cosa grata agli amatori della sci- 
enza , inserendone in questo Giornale la ristampa , 
colle illustrazioni ed aggiunte di cui fu arricchita 
dallo stesso autore. 

I Compilatori • 



Ricerche fisico-chimiche 19 

MEMORIA 

Fra tutt' i laghi vulcanici , da' quali è in gran 
parte ricoperto il suolo Romano , il Sabatino vol- 
garmente detto di Anguillara , e di Bracciano , è uno 
dei più vasti, e dei più interessanti a conoscersi dal 
Fisico naturalista. Questo lago situato al Nord Ovest di 
Roma alla distanza rettilinea di 15. miglia nella Pro- 
vincia detta del Patrimonio , in quel tratto di pae- 
se spettante una volta all' antica Etruria ; si esten- 
de in oggi in uno spazio , il cui perimetro è di 
circa venti miglia. I paesi di Bracciano , di An- 
guillara , e Trevignano , e varj altri piccoli villag- 
gi gli fan corona all' intorno ; e si ritorce lungo 
il suo giro in variati seni , clie costeggiati da uber- 
tose valli e da ridenti colline , ne rendono pitto- 
resco r aspetto , e dilettevole il soggiorno. Cele- 
bre nei fasti dell'antichità per la citta Sabazia (ì), 

(i) Sotion: presso Cliwerio ; Ital. anliq. Tom. i. pcig. Sil^. 
„ hi Italia lacus est nomine Sabatus , ciijus aqua quoties pel- 
,, lucida sit j conspiciuntur in imo fiaido aedijiciorum multa. 
,, fundamcnta , statuarumque numerus : Incolac ajunt oppidum 
,, heic quondam fiùsse , quod postea absorptum est. „ Prosiegue 
Chwerio „. At oppidum hoc Hetruriae , post quam vel terrae- 
viotu, vel nova quadam lacus immdatione absorptum est , ipsii 
lacus ej US nomine posteriori saeculo nuncupari cocpit. Qua par- 
te adpositum ei fueril oppidum ilice rluia est, quando illa etiani 
Sotioni memorata monumenta jam inlerierunt. In tabula autetn 
Itineraria , quia vocabula Sabate non adposita est vox lacus 
fimbigi potest , lacum , an ipsa antiqui oppidi intellexerit ve- 
stigia auctor tabulae. Oppidum si intcllexit , in septemtrionali 
lacus parte id silum fiat ; quo iter erat a Roma Bleram versus 
et Tus'caniam; quo in tradii dvdie cotispicilur oppidum vu/ga- 
ri vocabulo Trivignano , sivc Trivigllano, 



'20 Scienze 

che al riferire degli Storici restò sommersa dalle sue 
acque , e da cui trasse il nome di Sabatino ofiìe 
tuttora nei suoi contorni gli avanzi di antiche stra- 
de Consolari , di acquidotti , e di altri ruderi di an- 
tichi monumenti , che invitano gli Archeologi ad 
interessanti ricerche ; come altresì le diverse sorgen- 
ti di acque minerali , e potabili , ed i prodotti del 
regno fossile, e vegetabile, richiamano l'attenzione de- 
gli amatori delle scienze naturali. 

Occupandomi principalmente di questo secondo og- 
getto, io mi propongo di esporre in questa memoria al- 
cune mie osservazioni, e chimiche analisi istituite sopra 
due sorgenti di acque minerali situate presso le sponde 
di detto lago, oggetti di cui non e a mia notizia, che 
siasi finora occupato verun' altro Fisico. 

Le ■ colline, ed i monti che circondano questo la- 
go , sorgono dal lato settentrionale , ed occidentale 
a notabile altezza , e nella loro formazione presenta- 
to cliiaramente al Geologo gli avanzi del fuoco , e 
della fusione vulcanica. Il più elevato fra i detti monti 
è quello denominato di Roccaroraana , che sovrasta 
alla Rocca di Trevignano piccolo paese posto sulla 
Sponda settentrionale , di cui nel maggio scorso ne 
misurai l'altezza col Barometro , e dopo le dovute 
osservazioni , e correzioni di temperatura , la fissai a 
tese 221. sul livello delle acque del lago, che sor- 
gono nelle loro maggiori piene all' altezza di 160. 
tese sul livello del mare. 

Le roccie , che costituiscono i suddetti monti e 
colline , derivano da correnti diverse di lave Ijasalli- 
ne , che han fluito in varie epoche , più o meno spar- 
se nel loro interno di anfìgenj , e pirosenj. Queste 
correnti principalmente si scorgono nella Rocca di 
Trevignano formate da una lava litoide compatta di 
color tnrcliino tendente al bruno, contenente dei cris- 



Ricerche fisico-chjmiche 2i 

tallì 'di pirosenj , e di leuciti. Nelle conenti clic cir- 
condano la parte superiore della Roccia , e che si es- 
tendono verso l'Ovest , oltre le suddette sostanze , si 
scorgono ancora dei piccoli cristalli bianchi di Pseu- 
do-nefelina. Queste gran correnti di lava s'inoltrano 
principalmente da Treviguano verso la Tenuta di Pol- 
lina , formando il dorso de' monti conosciuti in og- 
gi sotto la denominazione di Coste de S. Bernardino , 
fino al promontorio di Montecchio. Ed è principal- 
mente in questo luogo, ove possono riconoscersi gli 
avanzi , e la forma di un' antico Cratere Vulcanico , 
o almeno di una delle principali bocche del gran vul- 
cano Sabatino , e determinarsene ancor la grandezza 
dai resti , che tuttora sussistono. In fatti il lago Sa- 
batino internandosi fra Treviguano , ed il promonto- 
rio di Montecchio , vi forma come un piccolo seno , 
cinto dal lato settentrionale dai detti monti di S. Ber- 
nardino. Sembra dunque, che il labbro meridionale di 
questo cratere sia crollato , che il colle di Montec- 
chio sporgente nel Lago , dovesse anticamente con- 
giungersi colla Rocca di Treviguano, costituendo un 
cratere , il cui interno perimetro era di quattro mi- 
glia in circa. In questa ipotesi la grande estensione 
che occupano in oggi le acque di questo lago , de- 
vesi piuttosto attribuire ai successivi avvallamenti del 
piano , ed all' affluenza delle copiose sorgenti di ac- 
que nei medesimi raccoUc (1). 



(i) Queste mie osservazioni sono conformi alle idee su quest' 
oggetto già comunicatemi dal dotto naturalista Geologo Sig. 
G. B. Brocchi , di eli: meni: che dopo essersi reso benemerito del'- 
la scienza con varie opere interessanti di Mineralogia , si occupò 
con zelo istancabile ad illustrare la Geologia di queste nostre 
contrade. 



22 Scienze 

Le lave , che ricoprono gli altri contorni di que- 
sto lago sono in uno stato di quasi-perfetta decomposi- 
zione , come quelle , sulle quali è fabbricata la citta 
di Bracciano dalla parte occidentale , e il paese di 
Angiiillara dal lato orientale. 

Due altri piccoli laghi s'incontrano quasi al con- 
tatto del Sabatino, alla distanza di un miglio in cir- 
ca dalle sponde settentrionali del medesimo. Uno è 
quello denominato in oggi di Martignano , conosciuto 
dagli antichi Romani sotto il nome di Alseatino, d'onde 
Ottaviano Augusto derivò le acque in Roma per mez- 
zo di sotterranei condotti , per la famosa sua Nau- 
machia (1); e l'altro a questo adjacente è quello det- 
to di Stracciacappe , a' quali può anche aggiungersi 
il Lagoscello prosciugato dall' eccma Casa Grillo 
Mondragone , che possiede una parte dei contorni di 
questo Lago. Ofììono tutti questi piccoli laghi i ca- 
ratteri , e la forma di altri bacini vulcanici , e so- 
no probabilmente anch' essi delle altre fauci d' onde 
sortirono ad epoche lontanissime , ed inassegnabili , i 



(i) Famiano Nardini; presso Grevio Tom. ^. pag. i^^i, 
Alsietina aqua Illa fidt , qiiae ab Augusto in Urbem deducta , 
Augusta dieta est : Frontino ,, Concipilur ex lacu Aìsietino , via 
„ Claudia milliario XIP". diverticnlo dextrorsus pas- VI. mil- 
,, liuin D. Ductus ejus efficit longiludinem passuwn XII. millium 
,, CLXII. ,, Prosiegue il Nardini : Hinc certo constai e lacu cut 
Martignano noinen ad dextram uiae Claudiae petitam, ut recte 
Cluverius docuit atque inde cuniculis subterraneis per i>iam Cas- 
siam , iabernam Insulanam transiisse: Caeterum non admodum 
salubris ea fuit , Quindi Frontino „ Quae ratio mouerit Augu- 
stum providentissimum Principem producendi Alsietinam aquam 
3, quae vocatur Augusta non satis perspicio nullius gratiae, int- 
„ ma panini salubrem , et nusquam in usus popoli Jluentem , ni- 
„ si forte cum opus Naumachiae aggrederetur. 



Ricerche Fisico-cniiwicHE 23 

grandi ammassi di lave , e di sostanze v ulcanizzale , 
dalle quali vicn ricoperto quel suolo. 

La profondità delle acque del Lago Sabatino va- 
ria nei diversi tratti della sua estensione ; e niaggio- 
re si trova nelle falde dei monti i più elevati , e 
nei luoghi principalmente , dove pili ripide , ed inac- 
cessibili sono le sue sponde. La massima profondita 
che risulta dai scandaglj finora fatti può fissarsi a 940, 
piedi in circa. Di ciò me ne accertai nello speri- 
mentare la temperatura delle acque di questo Lago 
a diverse profondita nelle varie stagioni dell' anno. Per 
adempire a quest' oggetto , istituii diverse sperienze 
in varj tempi a diverse altezze , fornito di un'istro- 
mento consimile a quello ideato da Micheli du Crest, 
che servì alF illustre de Saussure per conoscere le tem- 
perature del lago di Ginevra a diverse profondità ; 
consistente in un Termometjo di Reaumur rincliiuso 
in una custodia di legno di noce a forma di bot- 
tiglia , avente nel fondo uno strato pesante di piom- 
bo per immergerlo. Avendo esplorato con questo ter- 
mometro la temperatura delle acque a diverse pro- 
fondità , paragonata colla temperatura delle stesse ac- 
rpie alla superfìcie, generalmente risulla da varie mie 
osservazioni , che questa va quasi progressivamente ab- 
bassandosi fino ad un certo limite , aumentandosi le 
profondità. Che nei mesi caldi di estate si scorge la 
massima differenza nelle dette temperature ; e che que- 
sta è ordinariamente piccolissima , e quasi insensibile 
nei mesi freddi nel verno. Cosi dalle ultime osservazioni 
praticate nel decorso mese di luglio apparisce , che 
abbassato il detto termometro per mezzo di una lun- 
ga fune alla profondità di 128. piedi alla distanza 
di circa un miglio dalla Terra di Anguillara , e ritira- 
tolo dopo averlo lasciato soggiornare per qualche tem- 
po a questa profondità, marcò la temperatura di 10°, 7, 



24 Scienze 

luentre die la temperatura delle acque alla superfìcie 

ora di 16°. di Rcaumur. 

Similmente calato il detto termometro alla pro- 
fondita di piedi 431 dirimpetto al Casale di Pollina 
alla distanza di circa un miglio dalla sponda , ac- 
quistò a questa profondita la teraperalura di gradi 9, 7., 
mentre la temperatura delle acque alla superficie era 
di 16. gradi. 

Ma la permanenza di poche ore del termometro 
suddetto a queste profondita , non poteva esser suffi- 
ciente a fargli prendere esattamente la temperatura 
dell' acqua ambiente ; al qual' effetto mi determinai a 
lasciarlo soggiornare per lo spazio di molte ore a di- 
verse profondita. Perciò nel dì sei essendomi disco- 
stato dal lido dirimpetto la spiaggia dell' arena cir- 
ca un miglio , abbassai il termometro alla profon- 
dita di 144. piedi, ed avendolo lasciato ivi per lo 
spazio di IT. ore , ritirandolo osservai , che aveva 
acquistato la temperatura di 7°, 5., mentre il termo- 
metro immerso alla superficie segnava 16°, 3. 

Parimente nel giorno T. dello scorso luglio , ca- 
lato lo stesso termometro ad una maggiore profon- 
dita , cioè di piedi 493, , dirimpetto al Casale di 
Pollina alla distanza di due miglia in circa dall' An- 
guillara, e trattenutovi per lo spazio di dodici ore , 
indicò la temperatura di 5°, 5. , mentre la tempera- 
tura delle acque alla superficie era di 16". 

Di queste differenze di temperatura , non è dif- 
ficile , col soccorso delle moderne teorie , assegnare 
una plausibile e soddisfacente ragione. Infatti nella esta- 
te innalzandosi la temperatura dell' aria , le acque al- 
la superficie si riscaldano in preferenza dei strati di 
acqua che occupano il fondo , e diminuita la loro 
specifica gravita , si mantengono al loro posto gal- 
leggianti sulli strati più freddi , p.resciudendo da quel- 



Ricerche fisico-chimiche 25 

le cause eventuali , che possono talora tuiLare il lo- 
ro equilibrio idrostatico : intanto le masse di acqua 
più fredde , e più pesanti , restano stazionarie nel 
fondo. Neil' inverno una causa totalmente opposta , 
qual' è il condensamento delle acque alla superficie 
per un' abbassamento di temperatura dell' aria atmo- 
sferica , influisce nel distribuire per tutt' i strati a 
diverse altezze un' eguale temperatura. Perciò i stra- 
ti di acqua alla superficie divenuti più densi , ten- 
dono allora ad abbassarsi , e succedono al loro po- 
sto le masse più leggere del fondo , finche rista- 
bilito non venga un' equilibrio di temperatura nella 
massa totale delle acque. Si deduce inoltre da que- 
sti principi , che il limite della più bassa tempe- 
ratura , ehe possa rinvenirsi alle maggiori profondi- 
ta delle acque, dovrà essere ai 3°. ^/s del Termome- 
tro di Reaumur , poiché a questa temperatura acqui- 
sta l'acqua il maximum di sua _ densità , e sotto que- 
sto lim^ite torna nuovamente ad espandersi (1). Per- 
ciò se le acque del fondo si troveranno in questo gra- 
do di temperatura , rimarranno ivi fisse , e staziona- 
rie , ancorché la temperarura delle acque alla su- 
perficie gli sia inferiore , e si mantenga fra i 3°. */j 
ed il O*'. della congelazione , ciò che durante il ver- 
no spesse volte accade di sperimentare. 



(i) Ciò è analogo alle interessanti sperienze fatte dai Sig. 
de Saussure , e Pictet nei laghi di Ginevra , Neuchutel , e Bien- 
ne, i quali mai non rinvennero nel fondo di essi laghi tempera- 
tura inferiore ai suddetti 3" ^/s di Reaumur, e combina anche in 
parte con quanto l'illustre Estensore del Giornale della Biblio- 
teca Britannica asserisce su questo Oggetto al N. 44o- ^*'^g- '■'7^ 
di detto Giornale , riportando l'estratto dell' opera del chiaris- 
simo Sig. Lesile professore di Edimburgo. 



2G r Scienze 

Le sponde di questo lago sonò in gran parte ri- 
coperte da una arena sottile ivi spinta , ed ammas- 
sata dalle fluttuazioni delle acque , che lia tutti gli ap- 
parenti caratteri di una menakanite granulare , o di 
un' arena ferruginosa titanifera. I rivoli , ed i tor- 
renti , clic dai monti adiacenti si scaricano nel lago 
uè sono ricoperti nel loro alveo , ed ivi si scorge 
più grossolana , e meno assottigliata che sulle spon- 
de. Sembra dunque potersi da questa osservazione de- 
durre , che queste arene staccate dalle acque dal dor- 
so dei monti circostanti , e trascinate nel lago , ven- 
gan quivi assottigliate , e divise in minutissima sab- 
bia dal moto ondulatorio delle acque , da cui sono 
poi sospinte nei luoghi ove la spiaggia più sottile fore- 
sta un libero giuoco al flusso , e riflusso delle stesse 
acque. Perciò i luoghi dove abbonda quest' arena , so- 
no le spiagge dette di Vigna di valle interposta fra 
Bracciano , e FAnguillara , e quelle , che dalle fal- 
de della montagna di Pollina si estendono presso il 
promontorio di Montecchio. 

Queste arene sono di un color negro e rilucen- 
te , mescolate con piccoli frammenti bianchi grigia- 
stri , ed altri di un color verde olivino. Per cono- 
scerne i j)rincipj componenti , da un' oncia di dette 
arene per mezzo di una sbarra magnetica , ne fu se- 
paralo il ferro titanifero , e la porzione attirata dal- 
la calamita, fu trovata del peso di grani 410. Sgom- 
brato così tutto il ferro titanifero dalle parti sab- 
biose e terrose, 100. grani di esso dopo di essere sta- 
ti sottilmente triturati , e polverizzati furon trattati coli' 
acido muriatico concentrato , ed esposti per qualche 
ora ad un calore di ebollizione , finche si ottenne la 
totale soluzione del ferro. Questa soluzione , che pre- 
sentava un color giallo carico tendente al bruno , fu 
posta quindi ad evaporare in vaso di porcellana , non 



Ricerche fisico-chimiche 2T 

lino al totale disseccamento , ma fino al puuf o clie raf- 
freddandosi sì rappigliasse a guisa di polla. In que- 
sto stalo fu disciolta in acqua stillata , che separò 
una polvere bianca , che rimaneva sospesa nel liqui- 
do. Versata detta soluzione sul filtro passò limpida 
d'un color giallo rossastro , e lasciò aderente sul fil- 
tro stesso la polvere biancastra , che asciugata , e 
lavata pesò grani 7., riconosciuta per ossido di ti- 
tano dai suoi caratteri. Quest' ossido infatti di co- 
lor grigio di cenere si sciolse nell' acido nitrico : 
Nella soluzione infuso del prussiato di potassa , si 
formò un precipitato di color verde bruno : Col- 
la tintura di galla si cangiò in color rosso bru- 
no : ed in color rosso cremisi colla soluzione di 
stagno. Cimentato alla Lampada col Borace si con- 
vertì in un vetro di color verde giallastro. Ora i gra- 
ni 93. a compimento dei 100, , non erano che dell 
ossido di ferro nero attirabile dalla Calamita. 

Riguardo alla parte terrosa di dette sabbie non 
attirata dalla calamita, del pesò di grani 166., si ri- 
conobbe esser composta di piccoli frantumi di cri- 
stalli di color nero , e verde oliva , che sembrano es- 
ser avanzi di pirosenj , tantopiù , che alcuni piccoli 
cristalli intatti presentano la forma unibinaria di que- 
sta sostanza , che fu da qualche mineralogo erronea- 
mente confusa col Peridot : altri piccoli frantumi di 
feldspat , di quarzo di color grigiastro , e bianco gial- 
lastro , sono confusi con questa sabbia. 

Un' oncia dunque di queste arene è composta di 
grani 166. di parti pulverulenti e terrose , di grani 381, 
30. di ossido di ferro nero , e di grani 28 , TO. di ossi- 
do di titano. 

Queste arene cosi ricche di ferro , che ora ad 
altro non servono , che a prosciugare l'inchiostro , 
potrebbero certamente destinarsi ad un' uso migliore , 



28 Scienze 

ed infìriitamente più utile di questo , adoperandosi nel- 
le Ferriere di Bracciano, poste sulle sponde dello stesso 
lago, per ricavarne il ferro; imitando in ciò il costu- 
me e la pratica di altri paesi , e specialmente di Na- 
poli , ove il ferro in parte si ricava dalle arene ferru- 
ginose delle spiaggie d'Ischia. 

Due sorgenti di acque minerali scaturiscono presso 
le sponde di questo Lago. Una e l'acqua termale cogni- 
tissima di Vicarello , e l'altra è l'acqua acidula di 
Anguillara presso il fiumicello Arrone adjacente alla 
Mola. Interessava di conoscere la natura di queste ac- 
que , e specialmente della prima cos\ celebrata a' dì 
nostri per le sue medicinali virtù. A tal' effetto io ne 
intrapresi l'analisi, coadjuvato dell'opera del mio ami- 
co e Collega Sig. Alessandro Conti: ed eccone in suc- 
cinto il risultato. 

ACQUE TERMALI DI VICARELLO. 

La fonte di Vicarello scaturisce poco lungi da 
Trevignano presso il Casale dello stesso nome , dalle 
fenditure di una lava basaltiiia leucitica , che costi- 
tuisce il fondo di una piccola valle chiusa dalla par- 
te del Nord dai monti, e cinta dai Loschi. I PP. della 
Compagnia di Gesù, ai quali appartiene l'amministrazione 
di detto luogo, vi costruirono anticamente un piccolo edi- 
ficio, che tuttora sussiste per meschino ricovero dei Lal- 
neanti, consistente in un recinto di muro con aLilazione 
composta di poche camere. Le acque si raccolgono in 
una vasca quadrata , ove per mezzo di gradini di mu- 
ro si discende , e da questa possono trasferirsi in altra 
vasca adjacente per averle men calde. 

Queste acque termali celebrate ancora negli anti-- 
chi tempi , furon sempre classificate fra le acque fer- 
ruginose e sulfuree , e per tali vcnivan riputale anche 



Ricerche fisico-chimiche 29 

in oggi. L'accreditato Andrea Bacci nella sua Opera 
de Thcrmis (Lib. 4. Pag. 243. anno 1571.) , così le 
descrive. " Non procul autem a Stygianis Balnca Sa- 
,, batina , quae hodie sub praeclara Ursinorum ditione 
,, sunt juxta lacum Sabatis etc. .... in pago Vica- 
„ relli , qui olim Vicus Aurelius ab Aurelia via di- 

„ cebatur etc Sunt autcm qualitate , non adeo 

iì acri neque calida ut Stygiana, prò admixtione cum 
„ sulphure minerae alicujus tcmperatae , ac maxime 
,, ferri. Quae res ex operationibus piane apparet , mo- 
,, dice enim adslringunt , luxata firraant , rupta ossa 
,, instaurant , fluores cohibent. Ad contractiones igitur 
,, nervorum etiam ex vulnere , et collisa ob quamque 
,, causam membra utiliter adliibentur .... Tempcra- 
,, tis temporibus eligitur. ,, 

Peraltro dall'analisi ora istituitane , ci si mostra- 
no d'indole , e di natura del tutto diversa da quella 
indicata dal citato autore , il quale però scrisse , e 
ne pronunzio il suo giudizio in tempi , in cui era ap- 
pena nascente la Chimica , ne conoscevasi ancora l'ar- 
te di ben'analizzare le acque. Pur nondimeno sulla sua 
autorità per tali si reputavano fino al giorno d'oggi. 

Sono queste acrpie mediocremente limpide , e sen- 
za alcun'odore : il loro sapore è leggermente acido : 
la loro temperatura varie volte osservata nei decorsi 
mesi di maggio , e luglio , si mantenne costantemente 
fra 38°., e 39°. del Termometro di Reaumur. Il ter- 
mometro situato nella stanza del bagno quando la va- 
sca non era ripiena, segnava 20°., e 15°. all'aria li- 
bera. La loro gravita specifica determinata alla tem- 
peratura di 18°, fu trovala eguale a 1, 0045. 

Dai saggi fatti alla fonte coi reagenti chimici , si 
ottennero i seguenti risultati. La tintura di laccamufìTa 
infusa nelle acque si tinse in losso. I prussiati alca- 
lini di calce , e di potassa , e la tintura di galla , nuu 



30 Scienze 

vi produssero alcuna alterazione. 11 muriato di Barite 
vi cagionò intorbidamento notabile : col nitrato di ar- 
gento , coir ossalato di ammoniaca , colf ammoniaca 
caustica , e coU'acqua di calce , si ebbe lo stesso efl'etto. 

Queste sperienze indicano in queste acque la pre- 
senza degli acidi carbonico , solforico , e muriatico , 
e che oltre la calce vi esistono ancora altre basi ter- 
rose , cioè , o la magnesia , o ralluraina , o ambedue 
unitamente. Il non aver poi i prussiati alcalini , e la 
tintura di galla conumicato a queste acque colore di 
sorte alcuna , esclude affatto dalle medesime l'esisten- 
za del ferro. 

Per determinare le proporzioni dei fluidi elastici 
in queste acque , in un volume di esse del peso di 
once 15. , alla fonte stessa, si mescolò in vaso chiu- 
so , e pieno il doppio di acqua di calce , e se ne otten- 
ne un sedimento , che asciugato pesò grani 22. Cosi si 
ebbe con tal sedimento tutta la somma di acido car- 
bonico si libero , che combinato. Per conoscer quin- 
di , e precisare la quantità di gas acido carbonico li- 
bero , come altresì degli altri gas ivi esistenti , furon 
poste a bollire altre once 15. della stessa acqua , ne 
furon raccolti tutt'i fluidi elastici sviluppati ; e du- 
rante l'ebollizione precipitandosi tutto il carbonato cal- 
careo tenuto in soluzione da un'eecesso di acido car- 
bonico , si ebbe un sedimento bianco , che iiltrato , ed 
asciugato pesò grani 3 , 50. Separato il detto sedimen- 
to per mezzo del filtro , nell'acqua raccolta fu me- 
scolato il doppio di acqua di calce , e se ne ottenne 
altro sedimento , che asciugato pesò grani 2 , 50. , 
il qual' era formato di solfato di calce dovuto ad una 
porzione di acido solforico sottratto al solfato di ma- 
gnesia , e più di carbonato di calce, e magnesia pura. 

Detratti dunque dai 22. grani del primo sedimen- 
to , grani 6. degli altri due , si lianno grani 16. di' 



Ricerche Fisico-niniicnK 31 

carbonato calcareo. Se dunque secondo Gioannetti 32. 
parti di carbonato calcareo danno 13. di acido, 17. 
di base , e 2. di acqua , l'acido carbonico libero con- 
tenuto nelle 15. oncie di acqua di Vicarello , corri- 
sponde in peso a grani 6 , 50. , eguale in volume a 
pollici cubici 8 , GG. , ragguagliando secondo Thomp- 
son il peso di un pollice cubico di gas acido car- 
bonico , a , 75. di grano ; d'onde si deduce , che 
queste acque contengono , 40. in circa del loro 
volume di gas acido carbonico. 

Essendosi quindi raccolta tutta l'aria atmosferica 
sviluppata nella ebollizione , e liberata dal gas acido 
carbonico per mezzo dell'acqua di calce , l'aria resi- 
dua rappresentò un volume equivalente a pollici cu- 
bici , 55 , in cui determinate le proporzioni dell'os- 
sigeno per mezzo dell'Eudiometro a fosforo di Ber- 
thoUct , dopo le dovute sottrazioni , e riduzioni , si 
trovò quest'aria più ossigenata dell'aria respirabile , 
esistendovi l'ossigeno nella proporzione di 26. a Ih. 
Tutte le descritte sperienze sulla determinazione dei 
fluidi elastici sono state fatte alla temperatura costan- 
te di 12°. di Reaumur. 

Per conoscere poi , e valutare i principi fissi con- 
tenuti in (picste acque , si ricorse alla lenta evapora- 
zione, e da once 60. della stessa acqua si ottenne un 
sedimento di grani 51. di un color bianco tendente al 
grigio , di un sapore leggermente salso , ed un poco 
amaro. 

Questo sedimento si versò nell' alcool rettificato, 
e do])o varie ore passato per filtro , e disseecato , 
pesò grani 46. i 

Il detto residuo rimasto insolu])iìe trattato coU'ac- 
qua fredda stillata , filtrato , ed asciugato , lasciò un 
sedimento del peso di grani 24. 

Li detti grani 2'j.. insolubili nell'acqua stillata ffcd- 



32 Scienze 

da , sono stati infusi nell'acqua stillata bollente a più 
riprese , e filtrata la soluzione , se ne ottenne un re- 
siduo di grani 23 , 50. 

Il residuo insolubile nell'acqua bollente si sciolse 
con effervecenza nell'acido acetico , e lasciò un sedi- 
mento del peso di grano 1 , 50, , il quale trattato 
coU'acido muriatico a caldo , se ne ottenne un resi- 
duo di grano 1 , circa , la cui insolubilità negli aci- 
di lo caratterizzò per pm-a silice. 

La soluzione alcoolica fu posta ad evaporare a 
siccità , ed infusovi dell'acido solforico , sviluppò un 
vapore di acido muriatico , e niente di acido nitri- 
co. Sciolta quindi in acqua stillata , lasciò un residuo 
insolubile di solfato di calce ; e la detta soluzione di 
nuovo filtrata , infusovi del carbonato di potassa , det- 
te mediante l'ebollizione un sedimento parimente in- 
solubile. Questa soluzione dunque conteneva sciolti dei 
muriati di calce , e di magnesia nella proporzione 
di 4. ad 1 . 

La soluzione in acqua fredda , in cui potevano 
esistere i muriati , e carbonati di soda , ed i varj sol- 
fati di soda di magnesia, e di allumina , fu divisa in 
due parti eguali. In una si versò del nitrato di ar- 
gento , che all'istante formò un sedimento a foggia di 
coagulo di color bianco, che in breve passò al grigio, 
ed indi al bruno , del peso di grani 1 , 50. , che rad- 
doppiato forma grani 3. ; e nell'altra meta infuso l'a- 
cetato di Barite , se n' ebbe un sedimento bianco di 
grani 8, 90., che raddoppiato equivale a grani IT, 80. 
Essendosi dunque ottenuti nel primo saggio grani 3. di 
muriate di argento , che in 1 00. parti ne contiene 25, 
d'acido , fatta la dovuta proporzione , avremo , 75. 
di acido , che tiaspoitato in muriato di soda risultan- 
te da 33. parti di acido , e 61. di base , ed acqua , 
da grani 2, 27. di muriato di soda contenuto in delta 



lllCERCHE FISICO-CHIiMICHE 33 

soluzione. Riguardo poi all'altra meta corrispondente 
a grani 1 7 , 80. , che fu trattata coU'acetato di ba- 
rite , risultando il solfato di barite da 34. di acido , 
e 66. di base , si hanno grani 6 , 05. di acido solfo- 
rico. Si cercò di determinare la base , a cui era uni- 
to quest'acido , e perciò dopo essersi da detta solu- 
zione acquosa separato il solfato di barite , vi s'infuse 
del carbonato di potassa , e si ebbe mediante l'ebol- 
lizione un deposito di carbonato di magnesia , che fu 
valutato per grani 10. Liberata questa quantità dall'a- 
cido , ne risultano grani 2 , 50. di magnesia pura , 
la quale ridotta a solfato , si hanno grani 13 , 15. di 
solfato di magnesia. 

Ora essendosi disciolti nell'acqua fredda grani 22. 
di sali , sottratti da questi i grani 2, 27. di muriato 
di soda, ed i grani 13, 15. di solfato di magnesia, 
il resto ascendente a grani G , 58. , sarà dovuto al 
solfato di soda ; giacche i reagenti chimici esclusero 
da questa soluzione l'esistenza degli altri sali , cioè del 
carbonato di soda, e del solfato di allumina. 

La soluzione in acqua bollente per mezzo dell' 
infusione dell'ossalato di ammoniaca, e delle soluzio- 
ni baritiche , dette dei deboli indizj di solfato di cal- 
ce in essa disciolta. 

La soluzione in acido acetico coll'ossalato di am- 
moniaca formò un'abbondante sedimento bianco inso- 
lubile , che asciugalo pesò grani 20 , 50. Ora insul- 
tando l'ossalato di calce da 46. parti di calce , 48, 
di acido , e 6. di acqua , si avranno grani 9 , 43. 
di calce , che convertita in carbonaio calcareo , com- 
posto, come si disse di sopra, di 13. di acido, 17. di 
base , e 2. di acqua, se ne otterranno grani 17, 75., 
di calce carbonata. Separato il sedimento di ossalato 
di calce , ed infusa in detta soluzione acetica della 
G.A.T.XLVL 3 



34 Scienze 

potassa carbonata , dette un sedimento che dissecca- 
to pesò grani 4, 25. 

Finalmente la soluzione in acido muriatico , trat- 
tata prima coll'ammoniaca caustica , e quindi con l'os- 
salato di ammoniaca , rimase limpida , ma con i prus- 
siati alcalini prese mia leggerissima tinta turchina. 

Da questi saggi dunque risulta (1) , che i grani 
51. di sedimento ottenuti dalle once 60 di acqua di 
Vicarello , contenevano le suddette sostanze. 

Muriato di Soda .... Grani 2 , 27 

di Calce 4 , 

di Magnesia 1 , — 

Solfato di Magnesia 13, 15 

di Soda : . 6 , 58 

di Calce -^ — , 50 

Carbonato di Calce IT , 75 

di Magnesia 4 , 25 

Ossido di Ferro — , 50 

. Silice i , — 

Totale Grani . 51 , 00 

Ora la piccolissima quantità di ferro , clic si è 
rinvenuta fra i principj fissi di quest'acqua , e che non 
venne indicala dai saggi fatti alla fonte , può essere 



(\) La presente analisi fu alV epoca della prima edizione de- 
dotta dai rapporti di Bergman , Klaproth , Kirvan , Bouillon la 
Grange , Fourcroy etc. , i quali , benché in qualche parte per- 
J'eUamente non combinino cogli ultimi saggi di Berzelius , Gay- 
' Lussac , e Dai>y ; non sono però tali le differenze da indurre er- 
rore sensibile nei risultati delle mie sperieiizt; , per cui non ho 
credulo esigere nuova correzione. 



Ricerche fisico-chimiche 35 

probabilmente derivata dalle spatole di ferro adope- 
rate nello staccare il sedimento dai vasi evaporatorj , 
o da qualche grano di questo metalllo tenuto sempli- 
cemente in sospensione in dette acque per le cause 
che in appresso addurremo ; ed inoltre giova anche il 
riflettere , che l'esilissima sua quantità , che può sfug - 
gire ai più delicati reagenti chimici , non potrebbe 
certamente influire sulle virtù medicinali di queste 
acque. 

Le vasche dei Bagni ove quesLc acque si raccol- 
gono sono ricoperte nel fondo , e leggermente incro- 
state nei lati da un sedimento terroso di un colore gial- 
lo rossastro , che ha tutte le apparenze , ed i caratteri 
di una terra ocracea : Ed è perciò , che queste acque 
sono state fin* ora riputate per ferruginose da tutti 
quei , che giudicando semplicemente da una tale ap- 
parenza , non han curato di analizzarle. Ma questo se- 
dimento rossigno non proviene certamente dalle so- 
stanze che le acque tenevano chimicamente discioltc , 
ma dai detriti soltanto , e dagli avanzi delle lave de- 
composte , per cui le dette acque si filtrano , i quali 
trasportati , e sospesi nelle acque stesse , sono poi de- 
positati nelle vasche di questi Bagni. Che ciò sia , 
venne avvalorato dalle osservazioni istituite sulle la- 
ve leucitiche , eh' esistono in detto luogo , le quali 
essendo state da me percorse , ne osservai i diversi 
stati , e le diverse loro degradazioni , dalla massima 
compattezza basaltina , fino al totale loro disfacimen- 
to , in cui si olirono sotto forma pulverulcata di colore 
rossigno , come sono appunto nel fondo della valle , 
dove scaturisce la fonte. 

Questo sedimento fu sottoposto all'analisi chimica 
cogli stessi reagenti , e quasi collo stesso metodo ado- 
perato nelle acque , che si omette per brevità ; ed ia 
100. grani di esso si tro\aroi)o i seguenti principj. 

3^ 



36 Scienze 

Carbonato di Calce .... Grani 33 

Ossido ili ferro 18 

Allumina 15 

Silice 12 

Acqua 22 

Totale Grani . 100 

Relativamente alle virtù medicinali di queste ac- 
que, benché non se ne possa accuratamente compilare 
la storia , per non essersi sempre da' medici desti- 
nati ad assistere a questi Bagni , tenuto esatto conto 
delle diverse guarigioni operate dalle medesime ; pur 
nondimeno potranno in parte a ciò supplire le osser- 
vazioni che io devo alla bontà ed amicizia del sig. 
dottore Luigi Gatti, e che ho creduto opportuno qui ap- 
presso inserire nella ristampa di questa mia memoria. 

Quel che però generalmente risulta dai casi pratici 
circa l'efficacia di queste acque , si è , che adoperate 
per l'uso interno eccittano delle leggere evacuazioni 
per i sali purgativi che contengono disciolti , e che 
applicate all'uso esterno, producono dei salutari, e pro- 
digiosi effetti nei reumatismi cronici , sciatiche etc. 
ed altre consimili morbose affezioni derivanti da in- 
gorgamento , e da ristagno di umori , virtù che par- 
mi debba principalmente attribuirsi al loro alto , e 
costante grado di temperatura , marcato , come si è 
detto dai 38. in 39. gradi del termometro di Reaumur. 
I medici di quei contorni, come anche molti altri insi- 
gni professori di Roma ., iie fanno ampia testimonian- 
za , avendola in questi casi sperimentata efficacissima 
a tutti gl'infermi inviati a questi bagni ; ed infine mol- 
ti individui a me cogniti debbono a queste acque il 
loro perfetto ristabilimento in salute. 



Ricerche risico-cnniicnE 37 

f^oto del signor Dottore Luigi Gatti , sulle vir- 
tù medicinali delle Acque di falcar elio. 

SIG. PROFESSORE GENTILISSIMO 



Le qualità medicinali delle acque minerali de'ba- 
gni di Vicarello , di cui favorì Ella non ha guari ad- 
dimandarmi contezza per mezzo di suo pregiatissimo 
foglio , troppo estesa digressione esigerebero , se le 
guaiigioni tutte , ottenute mercè il loro benefico , e 
salutare influsso , qui riportar volessi ; ma inerendo al- 
lo scopo dell'onorevole inchiesta , e ai limiti di una 
lettera responsiva , ne stringo questo qualunque mio 
medico voto a quanto mi ha fatto conoscere la pro- 
pria esperienza di circa diecisette anni a questa par- 
te, da che ebbi il piacere di conoscere da vicino la 
sorgente di dette acque non solo , ma di farvi ezian- 
dio delle particolari osservazioni , a benefizio dell'egra 
Umanità. 

Esercitando dette acque la loro azione principal- 
mente iu virtù della loro oltremodo elevata tempera- 
tura , adoperate a modo di bagno, o di doccia; non 
meno che in forza de' principi chimici, ch'Ella ha 
saputo sì bene far conoscere con dotta ed accurata 
analisi , di già resa di pubblico dritto , usate interna- 
mente ; è facile il dedurre essere queste acque dotate 
di non poche particolari prerogative : non intendendo 
altrimenti con ciò d'inalzarle a panacea universale. 

Ed in vero : adoperate per uso interno hanno la 
virtù diuretica , e purgativa ; deostruiscono gl'infarci- 
menti de visceri addominali ; aprono la strada a delle 
congestioni mucose , e arenose ; e rendono l'equilibrio 
perduto all'apparato riproduttore , col distruggere .se- 
gnatamente le inveterate leucorree , e riordinare le al- 
terate ricorrenze mestruali. 



3S Scienze 

'Adoperale per bagno nel proprio sialo naturale 
agiscono dapprima su tutte le aflezioni cutanee, e par- 
ticolarmente sopra l'erpete , comunicandone la forza 
anche ne' visceri interni. Curano miraLiimente la scia- 
tica, la paraplegia , la paralisi, e l'emiplegia ; in mo- 
do sorprendente poi il reumatismo cronico , purché 
per altro questi non sia prodotto da germe sifilitico , 
giusta il detto , che la lue non soffre terme. 

Usate in fine per doccia , i suoi effetti discuzienti 
e tonici ravvivano il tuono , e risvegliano l'energia al- 
le parti perdute ; come altresì ripristinano la forza 
assorbente del sistema linfatico , in caso di locali con- 
gestioni inveterate. 

Le suddescritte medicinali proprietà genuinamen- 
te , e senza esagerazione di sorta riportate , acciò sia- 
no maggiormente convalidate da pruove di fatto , ho 
creduto conveniente inserirle qui alcune osservazioni 
più rimarchevoli , trascritte fedelmente , e a seconda 
del riportato intento. 

La conveniente applicazione poi di dette acque ne' 
varj casi , onde corrisponder possa con maggior sicu- 
rezza al bramato fine , fa d'uopo sia diretta da un pe- 
rito dell'Arte , al quale solo possano esser note le tm- 
bate leggi dell'animale economia. 

Ecco , Sig. Professore , quanto ho creduto neces- 
sario esporle relativamente alle richieste medicinali pro- 
prietà delle acque minerali de' bagni di Vicarello. Mi 
renderei colpevole di non piccola omissione, se ncll'at- 
tual circostanza non soes[iun2essi , che se la felicità 

OD O ' 

dell'uomo è il vero oggetto della sollecitudine di chi 
lo governa , v'è luogo a concepire ben fondata spe- 
ranza , che il nostro Sommo Pontefice Pio VIIL che 
Iddio sempre feliciti , e prosperi , al quale in esten- 
sion del termine è a cuore il bene de' suoi amatissi- 
mi sudditi , avvertito appena di sì bel tesoro , che 



Ricerche fisico-chimiche 39 

somministrano all' egra umanità le acque minerali de* 
bagni di Vicarello , nella Provincia del Patrimonio , 
distante circa 15. miglia in linea retta da Roma, non 
tarderà punto colle sue provide paterne , e veramente 
lìlantropiclie cure , ordinare la costruzione di un con- 
veniente fin qui desiderato edifizio adatto al pubblico 
vantaggio. Possa un tanto sospirato bene realizzarsi a 
seconda de comuni fervidi voti ! 

Mi auguro in fine altra avventurosa occasione per 
darle nuovo attestato di quanto debbo , e quanto vuo- 
le da me la stima infinita colla quale passo a rasse- 
gnarmi 

Di Lei Sig. Profess. Gentiliss. 

Roma 30 Giugno 1830 

Umo Devmo Obblnio Serv. 

LUIGI GATTI 

OSSERVAZIONE I. 

Il Sig. N. N. Viaggiatore di Anni 57. di tempe- 
ramanto linfatico , d'abito di corpo carnoso , e flo- 
scio , dopo di aver contratto , dietro alcune cause oc- 
casionali pregresse un forte reumatismo universale, che 
non solo non gli permetteva di poter stare in piedi , 
ma confinato in letto per lo spazio di circa quattro 
anni , non gli era stato più concesso di passare ne 
anche una sola notte tranquilla per gli acerbissimi do- 
lori , che risentiva , specialmente negli arti superiori, 
ed inferiori , de'quali le articolazioni erano ollremodo 
ingrossate. 

Dopo di aver tentato inutilmente tutte quelle ri- 
sorse suggerite dal sano criterio del curante , fu con- 
sigliato in ultimo di andare a Vicarello per passare 



UO Scienze 

le acque, piendere i bagni, e servirsi ancora della doc- 
cia. Tal consiglio venutogli dall'alto per usare Tespres- 
sione dell'infermo , ebbe il piìi felice risultato : verso 
la meta adunque del mese di giugno dell'anno 1813 
vi fu portato in sedia , non potendo altrimenti ; ese- 
gui tutto , e dopo di aver preso 26. bagni , pratica- 
ta la doccia , e fatto grande uso interno di dette ac- 
que , incominciò non solo ad ergcsi in piedi , ma a 
camminare eziandio senza il soccorso del bastone, po- 
tendo nell'istesso tempo dormire tranquillamente , cioc- 
che non gli era stato prima permesso. Malgrado la 
quasi totale guarigione , volle tornare tuttavia a far 
l'istesso nell'anno susseguente , per viemmaggiormente 
assicurarsi dei sorprendenti , e permanenti effetti di 
dette non abbastanza encomiate acque di Vicarello. 

OSSERVAZIONE IL 

Il Sig. N. N. di temperamento sanguigno, di abi- 
to di corpo carnoso , e di sana costituzione dopo di 
aver messo in opera all' indarno i soccorsi tutti dell' 
arte per liberarsi da gravosi dolori nefritici , che so- 
vente lo molestavano a segno di non poter esser più 
padrone di se stesso nelF esercizio delle proprie at- 
tribuzioni giornaliere di calzolaro , a cui attendeva , 
fu consigliato nel mese di giugno dell'anno 1814 di 
passare le acque , e prendere i bagni di Vicarello. 
Ubbidì di fatti al savio suggerimento , e dopo la de- 
cima immersione rese una vistosa quantità di calcoli 
renali , che lo liberarono in parte dai continui tor- 
jnenti : continuò a bere di dette acque , e dopo di 
aver presi 22 bagni , si trovò del tutto libero del suo 
malore , e con un conveniente regime profilattico, non 
solo non ha risentito ulteriormente gli stessi incomo- 
di ; ma ben anche gode al presente del più florido , 
e vegeto stato di salute. 



lilCSRCIH', FISIGU-CIII.MICIIE 41 

OSSERVAZIONE III. 

Un signore eli età piuttosto matura, di ottimo tem- 
peramento, di corpo carnuto, e robusto e solito sem- 
pre a godere di ottima salute , fin dai primi anni di 
sua adolescenza incominciò a soffrire qualche salsedi- 
ne cutanea , che lasciata in Lalia degenerò in erpete 
depascente. Abusando troppo del dono di natura , a 
cui era debitore, disprezzò, i salutari avvertimenti di 
chi lo aveva consigliato a rimediare a tale molesta 
infermità ; ma il suo incomodo progredendo sempre 
da male in peggio , si vide astretto alla fine a cam- 
biar regime. L'erpete si era impadronita di quasi tut- 
to l'ambito del corpo , tranne il viso , che anch' esso 
veniva minacciato : si risolse dunque di appigliarsi al 
partito di chi gli aveva indicato il bagno e l'uso in- 
terno delle acque minerali di Vicarello , e portatovisi 
nel mese di giugno dell'anno 1815, dopo la vente- 
sima immersione era di già. divenuto affatto libero di 
tale affezione. In seguito con un certo metodo pro- 
filattico , e coir osservanza esatta delle sei cose non 
naturali non ha mai più sofferto incomodo di tale fatta. 

OSSERVAZIONE IV. 

Il Sig. N. N. di anni 50 , di temperamento co- 
lerico bilioso , di abito di corpo adusto , e di fibra 
gracile , dopo di aver sofferto una continua gastrica ner- 
vosa , dalla quale appena rimasto superstite divenne 
privo allatto , e di senso , e di forze negli arti inferio- 
ri ; messo infruttuosamente in opera tutto ciò che poteva 
convenirgli per liberarsi da questa sua infelice po- 
sizione , gli fu suggerito in ultimo il bagno , e la doc- 
cia , non che l'uso interno delle acque minerali di Vi- 



4-2 Scienze 

carello. Vi fu portato di fatti nel miglior modo pos- 
sibile sul principio del mese di giugno dell' anno 1817, 
e dopo di essersi bagnato per la vigesiraa quarta vol- 
ta , praticata la doccia , e usate internamente le det- 
te acque, incominciò a risentire gradatamente sì l'uso, 
che le forze nelle parti inferiori già perdute. Un tal 
sospirato vantaggio , progredendo sempre di meglio 
in meglio , potb alla fine camminare senza ajuto del 
bastone , e godere del perfetto equilibrio delle altre 
in prima tuibate funzioni. 

OSSERVAZIONE V 

La Sig. N. N. di anni 34 di temperamento san- 
guigno bilioso , d'abito di corpo ben nutrito , e d'in- 
dole vivacissima , avendo sulnto delle vistose perdite 
di sangue specialmente ne' diversi parti laboriosi, aju- 
tati perlopplù dalla mano dell' Ostetricante , dopo di 
aver perduto l'ordine delle sue periodiche hmari ri- 
correnze, restò soggetta ad una fiera , ed incorreggi- 
bile leucorrea. 

Malgrado i più validi consueti rimedj adoperati, 
lo spurgo ciononostante progrediva da male in peggio , 
SI nella quantità, che nella qualità. Il di lei volto in 
prima colorito , si vide commutato in pallido , ed un 
dolore ottuso nella regione lombare , riunito ad una 
debolezza negli arti inferiori , non solo le impediva il 
libero camminare , ma obbligavala eziandio a mena- 
re una vita sedentaria. 

In tale stato di cose , avendo inteso da una sua 
confidente far elogio delle acque minerali di Vica- 
rello , che in un caso consimille usate per bagno , ed 
internamente produssero eficlti sorprendenti , dopo di 
aver esitato qualche tempo , s'indusse alla fine ad ob- 
bedire , e culfapprovazione del proprio medico vi si 



PiICERCHE FISICO-CHIMICHE 43 

portò verso la meta di giugno del 1817. Bevclte di 
quelle acque fino a tre libre la mattina, e dopo il vi- 
gesimo bagno , restò libera affatto da quel ribelle 
scolo leucorroico. Dileguati in seguito gli altri inco- 
modi fatti conseguenza della malattia , e rimessasi in 
perfetto equilibrio fuor di ogni sua aspettativa di- 
venne incinta dopo sei anni dall' ultimo parto. 

ACQUE ACIDULE DI ANGUILLARA. 

L'altra fonte scaturisce poco lungi dall' Anguil- 
lara presso il fiumicello Arrone, in un piccolo prato 
adjacente alla mola. Queste acque , che pur si filtra- 
no per le fenditure di una lava basaltina , si raccol- 
gono in un piccolo bacino scavato naturalmente in 
detta lava dalle acque stesse. Sono sommamente lim- 
pide : hanno un sapore decisamente acido : la loro 
temperatura nel luglio scorso fu trovata di 16", 5. 
del termometro di Rcaumur , mentre il termometro 
all' ombra , marcava 1 8''. La loro gravita specifica 
presa alla temperatura stessa di 18°, fu trovata egua- 
le ad 1 , 0026. 

Furon trattate collo stesso metodo dianzi espo- 
sto , di cui perciò se ne omette il dettaglio. 

Da quindici once di queste acque si ottennero 
pollici cubici 10, 28. di gas acido carbonico libe- 
ro, e , 50. in circa di pollice cubico di aria at- 
mosferica. Dal che , secondo il metodo esposto si de- 
duce , che contenevano disciolti , 50. in circa del 
loro volume di questo gas. Deve però riflettersi ch'es- 
sendo state tali esperienze istituite alla fonte il di 3. 
luglio ad un' ora avanti il mezzogiorno , l'aumento di 
temperatura deve avere influito nello spogliare queste 
acque di una porzione di gas acido carbonico libe- 
ro ; giacche più acido si sperimenta il loro sapore 



-^4 , S e i £ K Z E 

nelle ore più fresche, del giorno. Rapporto all'aria at- 
mosferica raccolta nella quantità di 0, 50. di pollice 
cuIjìco , sperimentata nell'Eudiometro a fosforo , l'os- 
sigeno vi fu trovato nel rapporto di 24: T6. 

Le sostanze saline disciolte in queste acque si de- 
dussero dalla evaporazione di once 54. di acqua che 
dettero 24. grani di sedimento , nei quali , do])o i so- 
liti saggi , ed avendo tenuto esatto conto dei piccoli 
residui , che inevitabilmente rimangono aderenti ai fil- 
tri , come si fece in tutte le precedenti analisi ; si rin- 
vennero i seguenti principj. 

Muriato di soda . . . Grani 04, — 

di Calce 2, 50 

di magnesia 50 

Solfato di Soda 3, — 

di Magnesia 2, 

Carbonato di Calce 7, 50 

di Magnesia 3, 50 

Silice 1, 



Totale Giani . 24, — 

Fra le acque potabili che scaturiscono presso le 
Sponde di questo lago , meritano particolar menzione 
le sorgenti dell'acqua Trajana , che prese questa de- 
nominazione dall'Imperatore Trajano , il quale nell'an- 
no 112. dell'Era Volgare le raccolse dai Territorj del- 
la Manziana , Bassano , e Vicarello , e restrinse in 
ampio rivo nel Castello , o Botte dirimpetto a Trevi- 
gnano , derivandole in Roma per mezzo del lungo , 
e sontuoso acquidotto , detto centenario al riferir di 
Anastagio , perchè composto di cento archi, ch'csten- 
dendonsi sotto i monti di Pollina, traversando il Pon- 
te della Trave , le Tenute dell'Olgiata , della Stor- 



Ricerche Ffsico-cirmicHS 45 

ta , e della Giustiniana , giungeva dopo il giro di 33: 
miglia sul Gianicolo. ' Questo antico Condotto fu re- 
staurato in varie epoche dai Pontefici Romani Simma- 
co , Onorio I. , Adriano I. , Leone III. , Gregorio 
IV. , e Nicolò I. , e nell' anno 1609. da Paolo V., 
che nuovamente raccolse le antiche acque Trajane , 
le cui sorgenti erano in gran parte smarrite , e qua- 
si interamente ricostruì sugli antichi avanzi del Traja- 
no queir acquidotto che in oggi ritiene la denomina- 
zione di Paolo dal benemerito suo restauratore. 

Finalmente sotto il Pontificato di Clemente X. 
nel 1675, per aumentare il volume dell' acqua Pao- 
la a vantaggio delle mole , ed opificj al Gianico- 
lo furono introdotte nel Condotto Paolo once 1100. 
delle acque del Lago ; al quale efìetto per dare a 
queste acque un giusto declivio , si rialzarono con 
argine di muro le imboccature del fiume Arrone , 
che serve di Emissario a questo Lago , il che pro- 
dusse notabile elevazione nelle acque del Lago stes- 
so , che si estesero sui terreni circostanti , come si 
scorge presentemente presso Trevignano , ed in altre 
parti , dove gli avanzi di antiche strade Consolari 
ed antichi ruderi rimangono ricoperti dalle acque (1). 
Ma questa introduzione benché utile da un lato alla 
attività degli opificj , fu d'altra parte di sommo di- 
scapito alla salubrità delle pure e limpide fonti del- 



(i) Così osservai fra Vicarello e Bassano , secondo le in- 
dicazioni datemi dal signor Don Paolo Bondì dimorante in Tre- 
vignano, molto versato nella parte antiquaria di quelle contra- 
de , e precisamente alle falde di un podere detto Vigna Gran- 
de, ove facilmenle si scorgono sott'acqua a varie distanze dal- 
la spiaggia le tracce di un' antica strada consolare , che sembra 
essere la Via Aurelia , ed altri avanzi di fabbriche antiche. 



/iG Scienze 

le acque Trajaiie che vennero a confondersi colle ac- 
que pesanti e salmastre del Sabatino (1). 

Dal fin qui detto può rilevarsi quanto interessante 
sia il Lago Sabatino tanto nella parte antiquaria, quanto 
nella fisica. Epjmre le poche osservazioni che ho io pre- 
sentate , non si restringono per cosi dire , che al sem- 
plice suo perimetro ; ma discostandosi poco lungi da 
esso nuovi oggetti importantissimi richiamano l'atten- 
zione del chimico. Le acque acidule ferruginose di Ca- 
pranica si efficaci nei loro effetti , quelle di Eassano e 
di Viterbo quasi della medesima indole ; le termali 
solfuree di Stigliano conosciute anticamente sotto la 
denominazione di Stjgianae , e Apollinares (2) , e 
tante altre non ancora analizzate , ed appena cognite , 
che scaturiscono in quei contorni , , esigerebbero delle 
accurate indagini per lo stabilimento di edificj opportu- 
ni air uso dei Bagni. Auguriamoci che le provvide 
cure del Governo si rivolgano ancora su questo ramo 
importantissimo di salute pubblica ; per non esser co- 
stretti nelle nostre infermità a mendicare dall' estero 
quei soccorsi , che ci ha pur largamente prodigato la 
natura , ma de' quali sembra però non essersi ancora 
appreso a profittare. 

(\) Il dotto Lancisi (Dissert. de nativis , atque adventitiis 
Romani coeli qualitatihus) riguarda l'acqua Paola , che si sca- 
rica nella gran Fontana sul Ginnicolo per la meno salubre di 
tutte le ncque potabili di Roma, quantunque la piìi leggera , 
decidendo coi mezzi che polca somministrare la chimica in quei 
tempi ,, Quamquam ob modicam sedimenti quantitatem, et ad- 
„ mixtitm suìphur lei'ior appareat , tamen propter idem impu- 
„ rum sulphur caeleris est insalubrior. „ Non è però così delle 
pure scaturigini delle acque Trajane, prima che si mescolino col- 
le acque del lago , le quali sono per gli abilanli di Trevignano 
elle ne hanno l'uso, spei^iulmenle neUa stagione estii'a , di un sa- 
lature ristoro. 

(■ij Chwerius , [tal. antiq. Tom. I. pag. \(J^. 



4/ 



Osservazioni di William Jddison sopra Virìf.uenza 
della radiazione terrestre nel cosiiinire i luo- 
ghi di mar aria ^ tradotte da Antonio Chinien- 
ti farmacista romano. (^) 



I 



medici hanno per lungo tempo formalo un soggetto 
importante di ricerche delle malattie cagionato dalle im- 
pregnazioni (1) atmosferiche, e generalmente è slato sup- 
posto che queste avessero oi'igine da qualche sottile vele- 
no esistente soltanto in alcuni luoghi e circoscritto in al- 



(*') Le idee dell' autore sulla origine della mal' aria si av- 
vicinano di molto a quelle del prof. Folcili, come il let- 
tore può assicurarsene consultando la memoria di questo pub- 
blicata nel quaderno di luglio 182S. Anche il sig. Addison ri- 
pete l'insalubrità di alcuni luoghi dal raffreddamento e adden- 
samento del vapore acquoso nei bassi strati dell' atm<)sfera in 
tempo di notte dopo il giorno caldissimo di estate. La sola 
differenza tra l'ipotesi dell' uuo e dell' altro sta in ciò, che il 
sig. Addison volendo che nell' aria de' luoghi malsani si trovi 
disciolto per mezzo del calorico il miasma , è di parere che 
precipitandosi questo insieme all' umidità notturna rechi prin- 
cipalmente danno alla salute dell' uomo. Sul qual proposito è 
invitato il lettore a riandare alla parte II della cit. memoria 
del prof Folcili onde convincersi che nell' agro romano non 
solo non è necessaria la supposizione di un miasma per ren- 
dere nigione delle intermittenti , ma élla è affatto priva di ogni 
fondamento. ( Il compii. ) 

(1) Parola tradotta letteralmente dall' inglese , e che si- 
gnifica sostanze straniere o insolito che imbrattano l'aria atmo- 
sferica. (Il traduttore.) 



4-8 Scienze 

cune determinate località. Considerando peraltro le va- 
rie circostanze, sotto l'influenza delle quali queste malat- 
tie si producono, e Timpossibilita di un veleno qualun- 
que emanato dalla terra e disperso nelF aria , il quale 
divenga parziale nelle sue operazioni, e sia sempre con- 
finato dentro cpialche particolare contrada (mentre ogni 
vento può trasportarlo lungi dalla sua sorgente), a meno 
che alcune circostanze accidentali non influiscano nel- 
le sue operazioni , mi sono indotto a non abbrac- 
ciare l'opinione di quelli , che credono tali malattie 
prodotte da esalazioni specifiche e particolari , le qua- 
li solo agiscano localmente. All' opposto io penso che 
ritroveremo il maggior numero delle ordinarie im- 
pregnazioni atmosferiche cagionare le malattie di mal' 
aria , quando sotto alcune circostanze particolari ven- 
gano sciolte dalle loro combinazioni , e non dubito 
che queste malattie siano più o meno violente , se- 
condo la qualità e la quantità delle materie svilup- 
pate. 

L'atmosfera , come ben si conosce , è da per 
tutto mescolata a proporzioni variabili di vapore ac- 
quoso , unito probaljilmente a varie esalazioni svilup- 
pate dall' azione del sole sopra diverse sostanze del- 
la superficie terrestre. Perciò durante un giorno se- 
reno l'aria esistente sopra quella parte di terra sog- 
getta alla sua influenza diviene satura di vapore ac- 
quoso , ed ogni abbassamento di temperatura pro- 
dotto dalla radiazione sarà sempre accompagnato da 
deposito di umidita (1), e dalla precipitazione di una 



(i) A facilitare l'intelligenza della presente memoria, cre- 
do utile di esporre qui brevemente la teorica della formazione 
della rugiada , quale in oggi si ritiene dai fisici. Questa me- 
teora pertanto, che prima degli esperimenti di WelU , senza 



Sulla mal' aria A9 

parte di quelle sostanze sottili sollevate dall' azione 
del calore. Ogni diminuzione di calorico sensibile pe- 
rò , che può derivare da una corrente di aria fred- 



conoscenza della vera cagione , si riteneva dipendere dal raf- 
freddamento atmosferico , dal dotto fisico inglese si mostrò es- 
sere conseguenza del raggiamento terrestre. Che se lutti i cor- 
pi , come si provò dal Prevost , raggian continuamente, e rice- 
von fra loro diverse quantità di calorico tendenti a stabilire 
l'equilibrio di temperatura, è chiaro che questi dovranno più 
o meno raffreddarsi , quando la quantità di calorico che rice- 
vono , sia minore di quella che perdono. Perciò nelle notti 
quiete e serene il calorico che raggiano i corpi posti so- 
pra la superficie della terra essendo maggiore di quello che 
ricevono, debbono necessariamente raffreddarsi insieme allo 
strato di aria che li circonda, e tanto più per quanto eglino 
sono addatti e raggiare calorico , e quindi meno disposti a ri- 
ceverne dall' Interno della terra , come sono per esempio la 
carta, la lana, la seta, il cotone , l'erba, e le sostanze orga- 
niche in generale. In questo caso che pure è frequente , il va- 
pore acquoso contenuto in quello strato di aria atmosferica , 
che ritrovasi a conlatto dei corpi raffreddati dal raggiamento 
del calorico , si condensa e si deposita su di essi sotto la for- 
ma di gocciolerò perchè l'acqua vale possentemente a raggia- 
re calorico, ne viene che le piante così inumidite aumentando 
di forza raggiante, si raffreddano maggiormente, e cos'i si au- 
menta la precipitazione del vapore acquoso , e per conseguen- 
za la quantità della rugiada. Nelle notti in cui l'aria atmosfe- 
rica non sia molto calda , il raggiamento del calorico può giun- 
gere a raffreddare tanto i corpi , che la rugiada depositata so- 
pra di essi si congeli in brina. Né questa è teorica traila in 
astratto dalla dottrina del raggiamento , poiché l'osservazione 
e l'esperienza furono le basi , dalle quali parli l'accuralissimo 
autore. Cosi nelle notti rugiadose avendo egh collocato alcuni 
termometri sopra la superficie del suolo , ed aUri uell' almo- 

G.A.T.LXVI. 4 



50 Scienze 

da , non può essere accompagnata dagli effetti me- 
desimi : poiché spesse volte avviene che tali corren- 
ti non siano s\ fredde da determinare la precipita- 
zione del vapore acquoso , e perciò in questo caso 
niuna di tali cose ha luogo ; che se le correnti sia- 
no tanto fredde da determinare la precipitazione del 



sfera all'altezza di 4 piedi , vide che i primi segnavano da 4 , 5 , 6 , 
ed 8 gradi meno degli altri. È poi d'altronde osservazione co- 
munissima quella del non cader rugiada nelle notti nuvole o 
ventose : la qual cosa nel primo caso dipende dal calorico rag- 
giato dalle nuvole , che compensa la perdita che fanno i cor- 
pi posti sopra la superficie della terra , e nel secondo caso dal 
risarcimento prodotto ne' corpi per il contatto loro successivo 
con strati di aria più caldi. Da questa osservazione appresero 
gli agricoltori a preservare spesse fiate dalla gelata i teneri ger- 
mogli delle viti , lasciando liberamente ondeggianti nell' aria i 
loro tralci , a fine d'impedire il loro troppo forte raffreddamen- 
to. Si osservò pure che la rugiada cade sopra i corpi in pro- 
porzione dei spazii liberi da quali circondansi, e ciò per es- 
sere in tal caso tanto più scarsi i compensi di raggiamento pro- 
dotti dai corpi circostanti. Così io grani di lana che mise Wells 
su dell'erba aumentarono di i5 grani, mentre di soli 2 grani 
crehber altri io grani di lana , che aveva messi in un tubo di 
terra aperto alle due estremità. Farò riQettere in ultimo per 
questa ragione esser maggiore il raffreddamento nelle campa- 
gne spaziose che in quelle coperte di alberi, e nelle città, do- 
rè la perdita del calorico prodotta dal raggiamento non ha luo- 
go che nei spazii liberi riguardanti il cielo; mentre nel primo 
caso gli alberi , nel secondo le mura producono non poco com- 
penso. Al minore alibassamento di temperatura atmosferica, che 
per tal cagione accade nelle città durante le notti di estate , 
può bene attribuirsi la lor^ maggiore salubrità in paragone 
delle campagne , sel)benc per altre cagioni dovreaber cssei-e 
più di quelle insalubri. (11 traduttorej. 



Sulla mal' aria 51 

vapore acquoso , allora questa si eflettua sotto la for- 
ma di pioggia , assai meno pregiudizievole di quel- 
le fredde ed umide nebbie prodotte dalla radiazione 
del calorico della superficie terrestre. 

Quando penso all'importante fenomeno della ra- 
diazione , i cui efletti hanno attirato l'attenzione dei 
filosofi , e particolarmente quelli connessi con gli a- 
vanzamenti dell'orti cultura, sembrami straordinario che 
abbiano essi del tutto trascurato di estendere le loro 
ricerche a questo importante soggetto, qualora si con- 
sideri rinteressantissima cognizione della saliilorita lo- 
cale. Poiché io appena dubito , che delle serie di esat- 
ti esperimenti istituiti per scoprire i fenomeni risul- 
tanti dalla radiazione del calorico dentro dell'atmo- 
sfera , eseguiti in varii luoghi e sopra diversi terre- 
ni nel medesimo tempo , ci aprirebbero un'importan- 
te campo di ricerche , e tanto più interessante , per- 
chè connesso con la salute del genere umano. 

Io mi sono di già sforzato ad attirare l'attenzio- 
ne di quelli , che posseggono opportunità di mezzi 
sopra questo interessante ramo di ricerche , poiché 
le loro fatiche possano similmente giovare alla me- 
dicina. Ho dimostrato che tutti quei luoghi , dove la 
radiazione del calorico si fa con rapidità , sono in al- 
cune stagioni dell'anno , se non sempre , estremamente 
insalubri ; mentre che altri luoghi , dove questo fe- 
nomeno è minore , sono meno pericolosi. Egualmente 
ho stabilito che le costituzioni deboli invariabilmente 
riacquistano il vigore della salute molto più perfet- 
tamente e con celerità , in quei luoghi poco soggetti 
all' influenza della sfera dei suoi efl'etti, di quello che 
in quelli esposti alle deposizioni , che questa deter- 
mina nell'aria. Inoltre mi sono sforzato di confermare 
tali osservazioni con lo stabilire , che nella radiazio- 
ne del calorico può ritrovarsi la causa dell'aHivila di 

4^ 



52 Scienze 

quelle esalazioni , di cui il sole satura l'aria nei climi 
meridionali (tropical) , ed in fine che in rjuesto im- 
portante fenomeno può ritrovarsi la causa principale 
della maFaria. 

Riporterò alcuni fatti per sostegno delle mie opi- 
nioni. E siccome molto ha cooperato a , confermarmi 
in esse la lettura dell'opera , che ha per titolo Dr. 
Macculocìì s Essaj on the Production and Propa- 
gation of Malaria , rifletteremo ora alcun poco sopra 
alcuni passi di questo interessante lavoro. 

" L'osservatore accurato spesso conoscerà ,, dice 
quest'Autore " che vi sono alcuni determinati luoghi 
senza acque stagnanti, dove le febbri regnano quasi in 
ogni anno; mentre che altri luoghi vicini a delle acque 
stagnanti , ne sono intieramente , o quasi intieramente 
privi. Una prova di ciò è il fatto , che alcune loca- 
lità sono cognite per la loro insalubrità paragonate con 
altri luoghi vicini. 

,, Cos'i è una volgare osservazione , che in al 
cune case o luoghi , una famiglia raramente ritrova- 
si senza qualche malato ; o per servirmi delle roz- 
ze ma esprimenti parole con le quali il volgo asse- 
risce un tal fatto , che il farmacista mai è fuori del- 
la casa . Ed è quasi egualmente comune che delle 
famiglie , le quali hanno goduto per lungo tempo 
buona salute , si ammalano nel cambiare casa o luo- 
go : al contrario ricuperano la salute con il cam- 
biare di domicilio. Ciascun' osservatore può raccoglie- 
re molti esempii di questi fatti. Inoltre se un ter- 
reno arenoso è salubre , lo e perchè il suo facile asciu- 
gamento previene la vegetazione di quelle piante , che 
costituiscono la causa della mal' aria : e se un ter- 
reno argilloso è insalubre , la causa di questa sua in- 
salubrità è l'acqua che ritiene alla sua supcMficJc , la 
quale genera , sebbene parzialmente , quelli stagni Q 



Sulla mal' arìa 53 

lagune , quelle palustji boscaglie o umide jivaterie , 
che sono le sorgenti di questo veleno , e per con- 
seifuenza delle varie malattie confuse sotto il termine 
vago d'insalubrità locale ,, . Essaj pp. 19 and 21. 

Ora sopra quest'ultimo passo rimai*chevò , che sici- 
come l'acqua è uno dei migliori raggiatori del calo- 
rico , così tutti i luoghi umidi , bassi , e paludosi si 
ritroveranno più soggetti all'azione della radiazione; da 
ciò ne siegue che ogni terreno , la cui meccanica strut- 
tura è tale da permettere l'infiltramento dell'acqua, e nel 
medesimo tempo delle altre circostanze si combinino ad 
■arrestare la dissipazione del calorico per mezzo della 
radiazione , quel terreno si troverà esser molto più sa- 
lubre , in paragone di un'altro capace di ritenere l'ac- 
qua , e ^particolarmente se la superficie di qucst\ilti- 
mo sia ricoperta di erbe da pascolo , che sono in se 
medesime eccellenti promotori della radiazione ter- 
restre. 

" Che i boschi , e le paludi ripiene di giunchi 
<liano origine nei paesi caldi ai miasmi di im pessi- 
mo gcneie, è ben cognito a tutti i medici, ma qual- 
che dubbio può aversi della loro hisalubrit'a in Eu- 
ropa. ,, Il Dr. Macculoch pensa , che vi siano forti 
ragioni per credere che densi ed umidi bosclii gene- 
rino la mal' aria in Inghilterra , come nei paesi più 
caldi di Europa. Alcuni luoghi selvosi in Siisscx ed 
in Kent producono le febbri intermittenti, almeno non 
vi e altra causa , da cui deb])a ciò ripetersi. La me- 
ilesima cosa può dirsi di alcune parti di Hampshire 
ed Esseoc , come p. e. nelle vicinanze della Foresta 
Epping. " Al contrario noi al)biamo testimonianze cer- 
te che delle terre , le quali ricoperte di alberi erano 
salnbii , sono divenute insalubri essendo tagliali gli al- 
beri , e messe a coltura. ,, 



5A Scienze 

L'abbondanza delle foglie degli alberi , come io 
ho altrove dimostrato , che formano le foreste dei cli- 
mi meridionali, ed anche alcune di quelle esistenti nel 
nostro paese , riparando i raggi del sole mantengono 
nelle loro vicinanze una maggior freschezza , ed una 
temperatura più bassa di quella , che ha l'atmosfera 
delle terre contigue. Quando l'aria calda incomincia 
a circolare lentamente fra i rami degli alberi di que- 
ste foreste si raffredda , ed i vapori che contiene si 
sviluppano , e questi sono la causa delle malattie ca- 
gionate dalla mal' aria. " Molta circospezione richie- 
desi ,, ripete il medesimo Autore " per determinare 
il modo di tagliare gli alberi di queste foreste , aven- 
do per oggetto di renderle più salubri. ,, E per- 
chè? La ragione si è , che gli alberi naturalmente ten- 
dono a diminuire la forza della radiazione , e se ri- 
trovansi piantati sopra una superfìcie molto raggiante , 
non così stretti da distruggere intieramente la benefica 
influenza del calore moderato dei raggi del Sole , e 
da impedire la libera circolazione dell'aria , manife- 
steranno una forte azione contraria al prodursi della 
mal'aria , impedendo quella ineguale distribuzione di 
temperatura , che a mio credere , ne sviluppa la sua 
esistenza. Perciò se questi alberi sono tagliati , e la 
terra rimanga scoperta , una superficie ben raggiante 
rimane esposta all'aria , e subito ne siegue la perdita 
del calorico accompagnata dai suoi efletti. " Una quan- 
tità di prato ,, dice Daniel (1) " ricoperto da un'al- 
bero o da uria siepe ritrovasi in una notte serena es- 
sere più caldo di otto o dieci gradi delle altre parti 
di prato circonvicine ma non ricoperte ; ed i giardi- 



(i) Meteorological Essay and observations. 



Sulla mal' aria 55 

tiìeri conoscono bene che molta minor quantità di ru- 
giada e di brina ritrov^asi in questi luoglii clie in quelli 
del tutto scoperti. ,, Il Dr. Macculoch parlando della 
salubrità comparativa di Roma antica con Boma mo- 
derna , crede cosa importante di riportare ciò che Teo- 
frasto ha rimarcato sopra la pianura del Lazio : questo 
autore dice che era ricoperta di lauri e di mirti di 
tal grandezza da essere buoni al costruir delle barche: 
riflessione che se la radiazione terrestre influisce in qual- 
che modo nello sviluppo della mal'aria , non è così 
immaginaria , come uno de' suoi critici il pensa. Inol- 
tre se la radiazione terrestre e la causa dell'influenza 
deleteria di quelle esalazioni esistenti nell'atmosfera , 
noi non saremo più sorpresi dal vedere , che nei terre- 
ni destinati alla coltura del riso , ì quali si manten- 
gono bagnati ed umidi durante la vegetazione di que- 
sta pianta , si trovino le malattie che sogliono pro- 
dursi dalla mal'aria. 

" Il Dr. Macculoch è convinto , che i piccoli 
stagni che ritrovansi comunemente nelle valli , o vi- 
cino ai boschi ne' margini delle strade , ed in altri in- 
numerevoli luoghi che sarebbe molto diffìcile di anno- 
verare, producono la maFaria ; sebbene la loro limi- 
tata estensione rende generalmente la loro forza in- 
sensibile , a meno che le abitazioni non sieno fabbrica- 
te nella loro vicinanza ,,. " Perchè estese praterie , 
che non possono dirsi paludose sono capaci di pro- 
durre la mal'aria , questa è una diffìcile ed intrigata 
questione. Nulladimeno sembra certo, che vi siano mol- 
te estese praterie o terreni di alluvione non paludosi , 
e spesso neppure attraversati da canali di acqua almeno 
in un modo considerevole , che sono le sorgenti di 
detta mal'aria in tutta F Europa „. Essay pag. 69. 
" Questo è il caso di tutto il terreno di alluvione che 
ritrovasi al principio ed al fine dei laghi di Switzer- 



5G Scienze 

land ed altrove , ed in altri molti luoghi dove pro- 
priamente non vi esistono paludi , uè terreno che si 
avvicini allo stato di quelle , dove appunto il mag- 
gior numero delle malattie dev'essere attribuito alla 
mal'aria ,,. 

" Volney nel suo viaggio in America ha posi- 
tivamente dichiarato , che ogni valle del paese che 
visitò , produceva le febl)ri dì mal'aria, contando fra 
le sorgenti di questo veleno non solo le paludi ed 
i Loschi , ma i fiumi , le acque inservienti ai muli- 
ni , ec. ,, " Le praterie vicine a Fontaiiieh eait , le 
quali propriamente ritrovansi nella riunione del lonne 
e della Senna , sono ben cognite per le febbri dette 
localmente fìèK>re chi pajs ; e tanto insaluliri sono que- 
ste praterie , che pochi individui sopra una grande 
•estensione di terreno sfuggono alle febbri intermitten- 
ti o remittenti. ,, Se molte praterie in Inghilterra , 
ottenute per mezzo dell'asciugamento dei terreni pa- 
ludosi , sono ora cosi secche come gli ordinarii ter- 
reni bassi dei piani , e delle valli , e se queste loca- 
lità producono ancora la mal'aria e le sue conseguen- 
ze , è questa un'altra prova evidente contro la salu- 
brità delle praterie' in generale. " E opinione comu- 
ne in Inghilterra , che non vi sia la mal'aria sopra 
le rive dell'acqua corrente , e per ciò che riguarda i 
torrenti delle montagne probabilmente è vero ; ma do- 
ve i fiumi vagano lentamente sopra terreni bassi , noi 
non possiamo prestare molta attenzione al solo moto 
. dell' acqua. Poiché sebbene alcuni generalmente così 
pensino dei fiumi del nostro paese , non v' è dubbio 
però , che alcuni fiumi come \Ouse , ed il Lee , ed 
altri che scorrono lentamente sopra dei fertili prati , 
e che hanno sponde piane ed erbose , producano la 
• mal' aria. ,, 

Per non tenere occupato il lettore più del tem- 
po necessario con il riportare dei passi dell'Opera del 



Sulla mal' aria 57 

Dr. Macculloch , osserverò solamente, che questo Au- 
tore ha ritrovato clic i piccoli fiumi con le sponde 
larghe ed erbose , le acque stagnanti e morte princi- 
palmente nei luoghi caldi ed i laghi ristretti produ- 
cono nebbie notturne , i cui risultati sono le febbri au- 
tunnali ed intermittenti. E non è la radiazione terre- 
stre del calorico , io qui domanderò , la causa di que- 
ste nebbie notturne , che favoriscono queste malattie? 
Per verità è rimarchevole che ogni località considerata 
dal nostro Autore , come capace di produrre la mal' 
aria s'incontra avere l'una o l'altra di quelle circostan- 
ze, che promovono la dissipazione del calore della ter- 
ra. Da molto tempo si conosce, che l'acqua ed una su- 
perfìcie erbosa sono eccellenti raggiatrici del calorico , 
e gii effetti di questa loro proprietà , la nebbia cioè , 
l'umidita e la ruggiada , erano slati osservati molto pri- 
ma che la loro causa fosse conosciuta. 

" Una valle , riporta Danieli (opera citata) è più 
soggetta agli effetti della radiazione , che la sommità 
ed i fianchi di una montagna ; ed è un fatto ben co- 
gnito che la ruggiada e la brina sono sempre più ab- 
bondanti nella prima situazione , che in quest'ultima. 
L'influenza di alte montagne è nulladimeno spesso pre- 
giudizievole alle valli , che ritrovansi ai loro piedi ; 
poiché l'aria densa ed umida corre giù dai loro fian- 
chi , e si ferma nel fondo della valle ; queste monta- 
gne perciò sono prolette dal freddo , mentre una dop- 
pia parte di umidita cade sopra quel terreno, che mol- 
ti sono inclinati a considerare come più riparato. È 
un'antichissima osservazione , che i cattivi effetti del 
freddo hanno luogo principalmente nei luoghi bassi , 
e che le gelate sono meno forti sopra i colli , che 
sopra i piani circonvicini : risulla dalle mie osserva- 
zioni , che i teneri germogli delle vili , gli alberi del- 
le noci , i succolenti cauli delle dalie , e delle pala- 



5S Scienze 

te sono spesso distrutti dal gelo in valli riparate, nel- 
le notti , in cui queste medesime piante nulla soffro- 
no neireminenze , circondanti tali valli. ,, La dimi- 
nuzione di temperatura che si produce sopra la su- 
perficie dei corpi raggianti durante la notte è comu- 
nicata lentamente alla circondante atmosfera , e se un 
tal fenomeno dura per qualche tempo , l'umidita e pro- 
Labilmente altre materie non solo sono depositate sopra 
di essi , ma si precipitano nell'aria medesima , ren- 
dendosi sensibili ad ognuno che ritrovasi sotto la loro 
influenza , ma particolarmente ai deboli ed ai malati. 
Uno dei primi argomenti in favore dell' importan- 
te influenza , che la radiazione terrestre esercita nel 
produrre quello stato dell'atmosfera favorevole alle feb- 
bri, cognito con il nome di maFaria, è desunto dal 
fatto, che in molti casi , e potrei dire in tutti, dove 
la violenza dei sintomi da esso prodotti ci permette 
di osservare le impressioni che cagiona , noi vediamo 
la sua influenza deleteria aver luogo nella notte , men- 
tre comparativamente nel giorno , se del tutto non esi- 
ste , almeno la si trova inerte. Farebbe qui di mestieri 
il riportare le numerose prove che sopra cpiesto argo- 
mento riti'ovansi negli scritti di molti accurati osserva- 
tori , i quali diligentemente descrissero le proprietà 
della mal'aria. Io mi contenterò di riportare solamente 
un'autorirk del Dr. Ferguson , il quale osserva nella 
sua Istoria del Veleno Paludoso (1), che " il calore 
rarefacente del sole dissipa i miasmi che generano le 
febbri e le malattie violenti , od e solamente durante 
la temperatura più fredda delle notti , che acquistano 
corpo , concentrazione e forza. ,, 



fij IJistory uf tlie 3Iurcsh Poison. 



Sulla. ma.ll' aria 5^ 

Ora sicuramente ogni miasma sviluppato da so-i 
stanze vegeto-animali , o da altre esposte all'azione 
del sole , deve ritrovarsi nell'atmosfera , se non in più 
quantità , almeno egualmente tanto nel giorno che nel- 
la notte ; poiché è probabilissimo che nulla sviluppisi 
dalla terra dopo la calata del Sole. Com'è dunque, pos- 
siamo noi domandare , che la mal* aria ha molta forza 
nella notte, e resta comparativamente senza alcun azio- 
ne nel giorno, come costantemente dalle nostre os- 
servazioni risulta? Non è forse perchè l'aria nel primo 
periodo è raffreddata dalla radiazione , e resa cosi in- 
capace di ritenere quelle materie , che l'aria più calda 
del giorno perfettamente discioglie? Untarla quieta con- 
tenente dei miasmi perciò diviene pericolosa alla sa- 
lute in proporzione che per un abbassamento graduato 
di temperatura, come quello derivato dalla radiazione, 
si avvicina al punto di abbandonare il vapore acquoso 
sotto la forma di rugiada. In tutto il tempo che la 
temperatura è elevata al di sopra di questo punto ; 
la sostanza che costituisce la mal' aria non ha alcu- 
na forza dannosa , o almeno è piccolissima ; mentre che 
4anto più si avvicina al punto , che l'umidita si se- 
para da essa , altrettanto quelle materie estranee che 
contiene si separano , come è pienamente dimostrato 
dalla maggior forza degli odori in questo tempo, di 
cui diversi esempii potrei qui riportare. Sara perciò 
sufficiente di richiamare alla memoria ciò che ognu- 
no può avere osservato ; nella stagione estiva dopo un 
giorno caldo , se l'aria nella notte rimane quieta, cioè 
in uno stato favorevole alla radiazione , è veramente 
sorprendente a qual lontananza si propaghino gli odo- 
ri , e quanto siano intensi. Poche ore dopo la calata 
del sole nelle serate favorevoli alle deposizione della 
rugiada molte esalazioni divengono sensibilissime , e 
^ono potenti e concentrate in proporzione della rugia- 



60 Scienze 

da. I v^enli sébbeiie spesso producano considerevoli ab- 
I)assamenti di temperatura non sono tanto dannosi , ne 
producono dei cattivi effetti sopra il corpo umano , 
come quegli abbassamenti di temperatura prodotti dal- 
la radiazione , e ciò per la ragione seguente. Nel pri- 
mo caso le particelle morbose sono in tal modo di- 
sperse e diluite dalle correnti aeree da divenire in- 
capaci di esercitare m\a qualunque influenza cattiva 
sopra del corpo umano , o solamente su quegli indi- 
vidui estremamente sensibili alle cause produttrici del- 
la malattia ; mentre che nell'altro casosi accumulano 
grandemente , ed in tal modo divengono cosi dannose 
■da far si die pochi individui si sottraggono dalla loro 
azione. 

Nel nostro paese e stata ben' osservata la na- 
tura perniciosa delle nebbie matutine e nottiu-ne che 
si formano nei terreni bassi , e ne' climi più caldi 
non mi abbisogna di dire che la loro influenza nel- 
dar' origine alle febbri è cosa si cognita , quanto lo 
sono altri fatti stabiliti sopra lo stesso soggetto. L'in- 
nalzamenlo del sole essendo un rimedio per le neb- 
bie mattutine , come il giorno per quelle della not- 
te , sembra questo fatto confermare l'opinione che 
un' atmosfera acquosa ed umida sia il conduttore at- 
tivo o il ^erbatojó della mal' aria , e che quando viene 
dissipata l'umidita dell' aria l'azione deleteria della 
mal' aria è arrestata. Quando l'umidita dell' aria è in- 
tieramente dispersa , l'altra può essere distrutta , co- 
si che la materia componente la mal' aria sembra es- 
sere determinata per ciò che riguarda il suo luogo 
e la sua estensione dal vapore e dalla nebbia. 

Le malattie cagionate dai miasmi dell' aria spes- 
.se volto cessano secondo una linea definita ed istan- 
tanea , ed anche terminano in alcune altezze partico- 
lari. Queste rimarchevoli circostaazc non possono spie- 



Sulla mal' aria 61 

garsi soddisfacentemente con alcun' ipotesi diversa da 
quella della radiazione del calorico. Onde spiegare la 
cessazione nel primo caso noi possiamo riflettere , che 
quello abbassamento di temperatura che avviene sopra 
un suolo ])uon raggiatore del calorico può essere suffi- 
ciente a rendere attivi i miasmi esistenti nell' aria ; 
mentre che sopra altri terreni meno forti nell' emettere 
il calorico, l'abbassamento di temperatura può non es- 
ser sufficiente. Ed è probabile che in molti casi una 
massa di aria resa dannosa da una superficie di un 
terreno , divenga nuovamente innocua con il passare 
sopra di un'altro. Per ciò che riguarda l'altezza dei 
luoghi , io ho di già dimostrato che situazioni alte 
proteggono frequentemente dai pesanti miasmi aerei , 
i quali discendono nei luoghi piìi bassi. 

Onde porre questo importante soggetto nella mag- 
gior luce possibile , mi sforzerò ( servendomi di uno dei 
fatti meglio cogniti della chimica ) di spiegare la natu- 
ra della connessione esistente fra il calorico libera 
e la materia componente la mal' aria. Supponiamo che 
il primo eserciti sopra l'altro un' influenza analoga 
a quella di un acido e di un' alcali ( neutralizzan- 
do le loro proprietà e distruggendo i loro effetti ) su- 
bito percepiremo che la sola presenza della ma- 
teria componente la mal' aria non è sufficiente a de- 
stare nel corpo umano uno stato di disordine e di 
malattia : portiamo più avanti il nostro ragionamen- 
to , ed allora pienamente intenderemo come la ra- 
diazione diviene malefica . Dai fatti , che l'osserva- 
zione e l'esperienza ci hanno manifestati , siamo au- 
torizzati a conchiudere , che molti fenomeni i quali 
ci si presentano nelle relazioni esistenti fra la ma- 
teria del calore e quella dell' esalazioni miasmatiche , 
sono simili a quelli che vediamo nelle varie combi- 
nazioni chiniiche del|e sostanze. Togliete uno degli 



62 Scienze 

elementi di un composto binario , l'altro subito di- 
verrà apparente , e si presenterà con tutte quelle for- 
ti proprietà , che erano state distrutte o neutralizza- 
te nel tempo della combinazione. In tal modo la ma- 
teria miasmatica è inerte , quando ritrovasi fissa so- 
pra la terra , dalla quale può sollevarsi unendosi al 
calorico , e per tutto il tempo ehe rimangono in- 
sieme non ne nascono effetti cattivi : diminuite pe- 
rò la temperatura , o in altri termini togliete il ca- 
lorico , ed i malefici effetti dei miasmi subito diver- 
ranno apparenti. Può a questo ragionamento obbiettar- 
si , che se la forza morbifica dell' aria risulta da una 
semplice sottrazione di calorico , nessun' abbassamen- 
to di temperatura dovrebbe esistere senza lo svilup- 
po della mal' aria . Ciò non è vero , poiché può giu- 
stamente supporsi che in molti casi non esista so- 
pra la terra tanta quantità di materia nociva da sa- 
turare ( se mi è permesso di servirmi di questa pa- 
rola) il calorico esistente nell'aria , e perciò in que- 
sti casi possono aver luogo degli abbassamenti di 
temperatura senza apparenza di mal' aria ; nel mo- 
do stesso ( sei'vendomi dell' analogia presa dalle com- 
binazioni chimiche ) possiamo togliere una porzione 
di acido da un sale soprassaturato , senza che si svi- 
luppino l'esistenza e le proprietà dell' alcali. Al con- 
trario la sorgente dei miasmi può alcune volte som- 
ministrare tanta materia da saturare l'aria molto cal- 
da , ed allora ogni perdita di calorico sarà accom- 
pagnata da una malefica precipitazione , e se conti- 
nui il processo del raffreddamento , ne risulterà una 
mal' aria nociva all' eccesso. 

Spesse volte è stato osservato , che le malattie 
cagionate dalla mal' aria dipendono dalla temperatu- 
ra di un luogo giunta ad un certo punto , che esse 
aumentano nel numero e nella violenza con l'aumen- 



Sulla mal' irla 63 

tare del calore , e diminuiscono quando sopraviene 
una media temperatura. Questi fatti non sono del tut- 
to irreconciliabili con i fenomeni della radiazione ; 
poiché in questi casi noi possiamo giustamente sup- 
porre , che nelle temperature più alte la mal' aria 
è sviluppata dal terreno , in proporzione dell' innal- 
zamento del termometro : mentre temperature piìi Las- 
se non sono sufficienti a sviluppare una quantità qualun- 
que di esalazioni nocive , e spanderle neli' aria. Nel 
primo caso la radiazione del calorico verrà seguita 
dalle malattie , e nell' altro caso non avrà questa no- 
cive conseguenze. 

Potrei qui riportare molti fatti tendenti a dimo- 
strare la connessione intima , che esiste fra il calorico 
e le esalazioni miasmatiche : credo però che ciò che 
e stato stabilito nel presente scritto sia sufficiente a 
provare questo punto , come anche il fatto che la mal' 
aria diviene nociva in proporzione della perdita del 
calorico prodotta dal fenomeno della radiazione. 

In ultimo dimostrerò brevemente l'importanza del- 
le precedenti osservazioni , qualora ritrov insi esatte , 
per giungere a quel desiderato scopo , la protezione 
cioè del 'genere umano dalle dannose impregnazioni 
delVaria. 

Onde prevenire l' innalzamento dei miasmi della 
terra , io temo che noi abbiamo troppo debole forza 
sopra la potente azione dei raggi solari per adottare 
un qualche provvedimento capace di produiTe questo 
risultato. L'influenza solare è troppo grande e troppo ge- 
nerale affinchè noi possiamo impedire l'emanazioni delle 
varie esalazioni della terra : nulladimeno molto può farsi 
togliendo dalla superficie di questa que' corpi , che 
probabilmente le producono. E siccome i nostri sfor- 
zi in questo ancora possono essere insufficienti , deb- 
bono essi con più successo e con più beneficio di- 



64 Scienze 

rigersi a togliere quelle condizioni , le quali come 
abbiamo veduto sono così energiche nel rendere atti- 
ve le proprietà nocive della mal' aria , cioè primie- 
ramente prevenendo la dissipazione del calorico in un* 
aria quieta , e secondariamente con il promovere quel- 
le correnti aeree , che tanto cooperano nel diluire e 
nel trasportar via una deposizione qualunque , che può 
derivare dal dissipamento del calorico. 

Onde giungere alla prima di queste due indi- 
cazioni possiamo usare ogni mezzo , che ritrovasi nel 
nostro potere per diminuire la radiazione del calore 
del sole , o allontanandoci per quanto è possibile dal 
cerchio della sua operazione con il trattenerci nella 
notte sopra qualche piccola eminenza , sparsa qua e 
Ta di alberi alti e di siepi collocate per riscaldare le 
superficie più celeremente raggianti , che possono ri- 
trovarsi nelle vicinanze. Poiché sebbene parliamo di 
un' atmosfera quieta e placida , come molto favore- 
vole allo sviluppo della mal' aria , deve però sem- 
pre sottintendersi che quasi in tutti i casi vi esisto- 
no leggere e forse impercettibili correnti pienamen- 
te sullicieuti a trasportare ad una grande distanza i 
miasmi liberi per la perdita del calorico. Ed ogni 
aumento di temperatura che tali correnti possono ac- 
quistare nel loro passaggio sopra corpi meno perfet- 
ti raggiatori, non sempre sarà bastevole a privarle del- 
la loro malefica influenza. Nelle situazioni perciò più 
particolari , dove noi dobbiamo probabilmente assog- 
gettarci ai prodotti miasmatici , e dove l'aria nella 
notte è generalmente quieta , o dove venti leggeri si 
ritrovano percorrere sopra terreni favorevoli alla ra- 
diazione , slamo costretti a promovcre delle correnti 
aeree artificiali , o ad innalzare la temperatura dell' 
aria e mantenerla in questo stato , tutte le volte che 
per alcune circostanze siamo costretti a rimancivi , 



Sulla mal' ap^ia 65 

e ciò per prevenire la deposizione e lo sviluppo del- 
la mal' ai'ia. Questa cosa può eflettuarsi con l'accen-r 
dere grandi fuochi per riscaldare il luogo del nostra 
soggiorno notturno. Questa idea non è nuova •• i fuo- 
chi sono stati già osservati essere utili nell' allonta- 
nare la forza nociva della mal' aria , sebbene il prin- 
cipio per il quale essi agivano non sia stato propria- 
mente conosciuto , e per conseguenza non sono stali 
mai adoperati nel miglior modo per ottenere questo 
risultato. Il Dottor Mccculoch riporta un' interessan- 
tissimo caso , in cui un soprintendente impiegato nel 
diriggere il taglio di un bosco nell' Affrica costruì 
trenta fornaci di terra sopra il pezzo di terreno nel 
quale i suoi uomini lavoravano , tenendoci il fuoco 
ogni giorno. Innanzi all' accensione di questi fuochi 
aveva sempre da quaranta a quarantotto operai ma- 
lati , mentre che in poco tempo si ridussero a do- 
dici , in appresso a quattro , ed in ultimo ad uno. 
Napoleone atloprò il medesimo espediente molto este- 
samente e con successo , quando le sue armate ri- 
trovavansi nelle peggiori contrade d'Italia. (1) Co- 
noscendo il modo della loro operazione , io raccoman- 
derò che questi fuochi incomincino alla calata del 
sole e durino fino al suo nascimento , e siano collo- 
cati nel modo determinato dalle precedenti osservazio- 
zioni. Quando un gran numero di uomini sono riuniti 
insieme , come nelle armate , negli accampamenti ec. , 
e dove la loro situazione nella notte è spesse volte de- 
terminata da circostanze diverse dalla salubrità , il 
pregio di queste osservazioni , con la conoscenza dei 
principii che possono dirigere la loro applicazione , 
sono soggetti importantissimi. 



(t) Macculloch's Essay , p. 286. 

G.A.T.LXVI. 



66 Scienze 

Facilmente può dedursi da tutto ciò che abbiam 
discorso , che i fuochi per essere difensori della mal' 
aria sono più necessarii durante la notte, che in ogni al- 
tra epoca ; ed anche che in quella stagione , nella 
quale il vento soffia con forza e la notte è oscura , 
essi non sono si necessarii , come quando l'aria è cal- 
ma e serena. Non è mio scopo di parlar qui di quel- 
le varie circostanze estranee , che rendono il corpo 
umano più sensibile all'iuflueuze malefiche nella not- 
te , di quello che nel giorno , come lo spossamento 
delle forze corporee e mentali , il sonno e la dimi- 
nuzione di temperatura ; nuUadimeno esse sono molto 
degne di serie riflessioni , siccome cooperatrici pò-, 
tenti coi miasmi nocivi nel produrre le malattie. 

William Addisoih- 

Malvern July 1. 1828 

Phiìosopliical Magazine nnd Annah 
October mid November 1828 



BT 



LETTERATURA 



Notizie sul ministero del Card. Bartolomeo Pacca 
Prosegretario di Stato della S. M. di Papa Pio 
VII, dalli 18 Giugno 1808 alli 6. Luglio 1809- 
8". Civitavecchia 1829 {un Voi. di pag. 203.) 

Relazione dei due viaggi fatti in Francia dal Card. 
Bartolomeo Pacca negli «/mH809 e 1813, e della 
sua prigionìa nel forte di S. Carlo in Fenestrelle 
dal dì 6. Agosto 1809 fino aldi 5. Febbrajo 1813 - 
8°. Civitavecchia 1829. {Due 'volumi: il primo di 
pag. 266, il secondo di pag. 326.) 

A u in uno degli ultimi mesi del passato anno , che 
il mio collega ed amico dolcissimo Salvatore Betti 
annunciando al Pubblico , in queste carte medesime , 
le due opere , qui sopra dette dell'Emo Principe il 
Card. Bartolomeo Pacca , sollenneraente promise in no- 
me mio a' graziosi leggitori di questo Giornale, che io 
di quelle avrei scritto in processo di tempo una ben 
ragionata e distesa nota , la quale e ricordasse le prin- 
cipali e le più notabili cose , che in esse opere si 
ammirano , e tutte le bellezze e tutti i pregi con li- 
bero e franco animo ne dimostrasse. Tale e tanta è la 
devozione che io nutro grandissima in verso la per- 
sona e le non comuni virtù di questo dotto ed in- 

5^ 



68 Letteratura 

dito Porporato , che io mi proponeva di fare di mio 
proprio intendimento quello che al presente a fare mi 
costringerebbe la data parola dell' amico mio. E a 
dir tutto , in leggendo io più e più volte quelle due 
opere , parte spinto dirò cos'i da una certa avidità di 
penetrare per entro alla segreta istoria di quei tem- 
pi : ahi quanto amari e dolorosi a ricordare ! e parte 
eziandio dolcemente allettato da quel facile ed inge- 
nuo narrare del Cardinale : ne andava di gi'a quk e 
Fa meco medesimo notando tutti que'brani che al mio 
corto vedere avrebbero meglio giovato, non solamente 
a presentare ai leggitori quasi in un contorno legger- 
mente segnato tutto l'insieme di quel grande disegno; 
ma questi avrebbero potuto altresì per quel mezzo 
medesimo farsi bene addentro in quelle vere rette e 
santissime ragioni le quali determinarono l'esimio Por- 
porato a fare di pubblico diritto opere, che, cangiati 
poscia i tempi in più lieta e ridente fortuna , pareva 
dovessero rimaner sepolte nel silenzio e nell'oblìo de' 
secoli. Ma non crarai io ancor messo ad ordinare e 
a distendere quel mio lavoro , che mi viddi venire 
alle mani una elegantissima Epistola della egregia sig. 
Enrichetta Dionigi Orfei indiritta alla marchesa Giro- 
lama Lepri Sampieri , Epistola in cui con facili versi 
si parla delle due opere del Cardinale. Lettasi con 
con quel piacere , col quale soglionsi da me leggere 
tutte quante le opere che escono dalla penna di que- 
sta Donna , onore del sesso gentile e di (picsta nostra 
Citta , in cui o niuna o pochissime per difetto di t(jr- 
ta educazione si consacrano agli ameni studj , viddi 
subito che assai più cara cosa avrei io fatta e al 
Porporato, ed a' benevoli lettori di questo Giornale, se 
al mio lavoro avessi posto innanzi la epistola della 
Orfei . Essendo che niente avrei potuto dire di più 
di quello die così felicemente si dice da questa si- 



Eminentissimo Pacca 69 

gnora, con sopra più eli e quel che per me sareLbesi 
scriUo in uno stile tutto umile e dimesso , come vuole 
la prosa , è in questo componimento rallegrato dalle 
grazie della poesia. Ed era a mio giudizio , dirò co- 
sì , quasi un debito che una donna italiana si facesse 
a scrivere intorno a queste opere, perchè eziandio 
quelle della nostra nazione non fossero in dimostrare 
una rispettosa osservanza verso quest'illustre Porporato, 
da meno di quelle Dame Francesi, le quali, come leg- 
gesi distesamente ne' volumi scritti dal Cardinale , sep- 
pero per tanti modi e generosi e cortesi temperare 
e di qualche vera gioja consolare il duro esiglio e la 
lunga peregrinazione di lui. Abbiasi adunque pur di 
buon grado la sig. Enrichctta Dionigi Orfci tutto l'o- 
nore di parlare di queste due opere del Cardinale Pacca; 
che io mi contenterò di aver soltanto con queste po- 
che parole dato una solenne dimostrazione e della sti- 
ma profondissima che io porto all'uno , e del gran con- 
to che io faccio del molto sapere dell'altra. 

Pietro Odescalchi. 



70 L E T T E R A 'I' U R A 

Alla marchesa Girolama Lepri Sampieri 
sotto il nome di Climene 

EPISTOLA 



DI ENRICHETTA DIONIGI ORFEl 



I 



tene affetti miei la dove i colti 
Felsinei campi in tortuosi giri 
Bagna l'italo Reno ; e chi mi vieta 
Spaziar vosco ? e si reclir sovente 
A Climene diletta , a lei che tanta 
Parte ha de l'alma nostra , e pur lontana 
Presente veggio , e nel mio cor favella ? 
O giorni avventurosi , o del ridente 
Autunno aura vital ! quanta il ciel diemmi 
Pura gioja fruir seco nel lieto 
Suo campestre ricetto , ove talvolta 
Al fumo ed al clamor de la citta de 
S'invola e asconde , e di tranquilla pace 
L'alma rinfranca , ed i pensier nutrica ! 
Seco i verdi recinti e la fronzuta 

Selvetta i' discorrea • dolce ascoltando 
Dei pennuti '1 garrir di ramo in ramo ; 
E vedea cento mansuete fere , 
Cui di rara beltk natura veste , 
Di lor donna al passar venirle a schiera 
Solazzevoli intorno , in lor favella 
Chieggendo il ciho , da sua man più caro. 
E a lei volgean dal chiuso alti belati 
Le merine agnellette , a intender use 
De le sue piante il crepitar leggero. 
Seco talor su verde seggio assisa , 
O sotto antro ospitai che da natura 
Parca scavato ed opra era de l'arte , 



Epistola, Ti 

Mi arreslava a miiar la sottoposta 
Citta , cura di Palla, i circostanti 
Fiondi poggi , e le propinque ville ; 
O spiando ne già , d'anglici tubi 
Avvalorato il guardo , i più lontani 
Euganei gioghi , e i campi ove dilaga 
In sua baldanza il gran padre Eridano ; 
Quindi le torri mutìnensi , speglio 
Del sole occidental , che mentre affretta 
Eto e Piròo del bel Tirreno a l'onda , 
Su vi passa co' raggi , e lor sorride. 
E te rividi , o d'eternai quiete 
Sacro albergo a gli estinti , ove si amaro, 
E SI tenero pianto un dì versai ! 
Bruna , sovrasta , discoscesa e nuda 
L'erta del monte , in mezzo cui torreggia 
Sempre di nebbie incoronato e denso 
A la Donna del cìel delubro antiquo , 
Che anticpia imago serba , a' dì remoti 
Da Luca santo effigiata e pinta ; 
Ove preci alternando ognor si adduce 
Divota schiera , pel sentier che in lungo 
Ordine d'archi le felsinee genti 
Tracciaro un tempo , e lor pietà conserva. 
Su l'agevol pendice si distende 
Il dilettoso poggio ; e chi ridire 
Può sue tante bellezze ? ì calli ombrosi , 
Gli aperti spazi , i taciti recessi , 
Ove di ninfa o satirello ascoso 
Vedi marmorea forma , o ti richiama 
Gli sguardi e '1 cor d'alcun famoso estinto 
L'urna muscosa : ivi nel mezzo un' aia 
Coronata di pampani e d'oliva , 
Sovra nitido sasso al caro nome 
De l'amistà s'innalza • e mostrar vuoiti 



72 Letteratura 

Com' essa quivi ha sua gioconda sede, 
E tutto di se stessa orna ed avviva. 
Or di sì amena chiostra il verno ingrato 
Ne portò la vaghezza , e l'alte nevi 
Han fatto mesto ed uniforme il loco. 
Cangia Climene albergo ; al Tehro , a Roma 
I passi affretta , e 'l nostro amor ti guidi. 
Vieni , che men su noi torvo imperversa 
Orion tempestoso , e più lucente 
Ne l'azzurro de l'etra il sol si gira, 
E s'anco i nembi e le incessanti piove 
Portin le acquose Plejadi , ne giovi 
Fra i lari nostri in bei ragionamenti 
Trarre gli opachi giorni , e far men pigra 
L'ibernai notte ; e Ila nobil suggetto 
De' pensier tuoi prestante opra novella , 
Opra che a tutte lingue , a tutti sguardi 
Meta addivenne, e da tal penna uscita, 
Cui la membranza d'amistade antica 
Non che '1 proprio valor cara a te renda. 
E per qual si ravvolga ognor diverso 
Alternar di vicende or triste or liete , 
Ascolta intanto , e in sen ne fa tesoro. 
Oh come è dolce in riparato lido 
Gli scampati perigli e le fatiche 
Narrar de l'onde algenti ! oh come il prode 
Guerrier cui di Bellona i feri ludi 
Travagliar, lunga età , se al patrio tetto 
Non sperato ritorna , infra' suoi cari 
Noverar gode i fortunosi eventi 
De le pugne , il sudor , la polve , il sangue 
Le dubbie imprese , e di vittoria il giorno I 
Cosi dappoi che in securtk di pace 
Tornar l'itale genti , e questo a Piero 
Sacrato seggio , e dileguossc il tristo 



Epistola 71 

Nembo che in tanto mar cacciò disperso 
Coi fianchi aperti e le squarciate vele 
Il navicel che non affonda mai : 
Quei che d'ostro ravvolto , e di tiara 
Distinto il crin , quel Pacca , onde rìsuona 
Tanta laude immortai , che in duro esi^Ho 
Segui '1 Settimo Pio , seco portando 
La soma de le cure e degli affanni ; 

I gravi casi onde cosi gran parte 

Ei medesmo già fu , qual per diletto , 
Sovra pagine eterne espor si piacque. 
S'apra l'aureo volume : ecco inondare 
Nemiche squadre in simulata pace 
Roma e sue terre ; ogni diritto e fede 
Sprezzando poscia , l'adriana mole 
Con molt' arme occupar ; di schiere ingombra 
E la quirina vetta, e '1 pastor santo 
Stretto quasi d'assedio è nel vetusto 
De' sommi Padri albergo , a cui rivolti / 
Stan minacciosi i bellici tormenti , 
Come d'ostil muraglia o di munite 
Castella e torri ad apprestar l'assalto. 
Per le romulee vie brulica e ferve 
Misto il popolo in quella , e i petti accende 
De la prisca possanza il non mai spento 
Rimembrar generoso ; e qual torrente 
Che l'argine abborrito urta consuma , 
E già irromper minaccia , a l'onte a Tarmi 
L'un l'altro incita , e l'importabil giogo 
Scuoter dal collo in suo disdegno ostenta. 
Ma l'audace desio rintuzza e preme 

II saggio regnator , lo cui volere 

E voler de' soggetti ; e quei cui nulla 
Tema rattien di peggior danni , il cenno 
De l'inerme sua destra infrena e calma. 



74 L E -T T E n A T U R A 

Più s'incalzati gli eventi ; i rei consigli 
De li avversi a stornar vana è costanza , 
Sopportar nuoce. Del domino antiquo 
Son le reclini tolte , e vie più sempre 
Quel superbo guerrier che il seggio avito 
Dei re Franchi occupò , chiede e minaccia. 
La folgore temprata in Vaticano 
Vibra allora il gran Pio , ne do' suoi mali 
Dolor lo strMige , ma si Tonta e '1 danno 
Del regno santo , e lacrimando indice 
L'alto anatèma cui risponde il ciclo. 
Oh quaote volte del tuo pianto aspersa 
Fia la storia dolente , o mia Climene , 
Pei sensi a l'alma ritornando vive 
L'aspre memorie dei passati ailanni ! 
L'ombre , gli agguati , il temerario assalto , 
Le violate .soglie , onde fuor tratto 
Di Piero il successor nel venerando 
Manto sacerdotal , de la sua Roma 
Lasciò le amate porte , avente al lato 
Sol un dei mille , ma talun che solo , 
Compagno invitto e consigli er fedele , 
Di mille in se tutte virtudi accoglie. 
Ecco in altrui balia da gente armata 
Circondati e ristretti ambo captivi 
Girne a gran corso al ciel notturno , e al raggio 
D'Erigoiie infocata , a degne prove 
Ambo parando il cor ; non oro e argento , 
Non agi han seco , e non dupplice veste 
.Che rinfranchi '1 sudor de l'arsa estate ; 
Ma l'occhio de l'Eterno unqua non stanco 
Veglia lor sopra , e de' suoi fidi oppressi 
Le coorti del ciel manda a difesa. 
E lor suscita intorno , ovunque il calle 
Di cittade in citta , di terra in terra 



E P I .^' T O L X 75 

L'agii cocchio trasvoli , affetti e voti 
Di popoli accorrenti , i freddi petti 
Rinfiammando a virtute ; e le pietose 
Donne e donzelle ai corridor veloci 

„ Fan di lacrime intoppo e di lamenti. 

D'Arno a le rive , o sommo duol ! , disgiunti 
GÌ' illustri peregrini , ad una meta 
Van per diverse vie ; fin che trascorsa 
Tutta l'itala terra e le sabaude 
Gelate altezze , de la franca Isera 
La sponda popolosa aniLo raccolga. 
Ne di voi tace la fedele istoria 
Di Senna inclite figlie , in cui fervea 
Tanta pietà che dai palagi uscite 
Vi miraron le vie , su l'orme accorse 
De Tesule pastor , versando a gara 
Lacrime e fiori , ad implorar clemente 
Quella man che a sua posta infra' mortali 
Le soglie dei celesti apre o rinserra. 
Ma in pochi dì con vie più acerba e lunga 
Division , dal provido ministro 
Separato il Signor , dolente ed egro 
Prende a mancina di Valenza il calle 
Ver le marine prode ; e quegli e tratto 
Fra le rupi de l'alpe , ove lo attende 
Nel suo profondo sen la maggior rocca. 
O fatai rocca , a miglior uopo eretta 
Dal saggio Mannello! ei te non fea 
Di tanta mole , di s\ eccelsa altezza , 
Perchè albergo di pena un d\ porgessi 
A l'italo valor; ma perchè duio 
Inciampo avesse in te di genti estraue 
L'infesta piena , ad inondar venuta 
Le pacifiche nostre alme contrade ! 

Dolce Cliracne , ancor non sai qual diro 



76 Letteratura 

Soggiorno di squallor sia la temuta 
Prigion da Finestrelle. Ivi sol una 
Di Ire parti del di mostrasi il sole , 
E di neLule avvolto e fosco sempre. 
Fi'a l'erme balze stupida natura 
Tace , o '1 mesto silenzio il fischio rompe 
Di astor' volanti sui petrosi nidi ; 
O fragor di tempesta , o la mina 
D'agglomerate nevi e d'erti massi 
Per li gioghi natii travolti in giù. 
Non ivi armento , ne pastor , ne greggia 
Passa , che d'erbe no , ma d'irte brume 
È quella terra misera coverta; 
Sol d'orme impressa di notturni lupi 
Che da fame cacciati alto ululando 
A le mura inaccesse errano intorno- 
Odi magion funesta , ove a la copia , 
A lo splendor de' proprj lari tolto , 
Vita acerba vivea quei che sul Tago 
E sul Reno dappria grande sostenne 
Le ragion de le chiavi , e in sen di Roma 
Poscia al fianco di Pio , mente e consiglio 
Fu de lo slato , e ne corresse il freno. 
Ma l'alma integra , e da l'ingombro scarca 
De le cure usitate , in la sua pace 
Seco stessa volgendo i dolci studj 
De l'elade fiorente , or di sofia 
Le arcane leggi , or de le sante Muse 
Le armoniche dolcezze entro '1 pensiero 
Richiamava sovente , e ne traea 
Inesausti conforti al vulgo ignoti. 
E la quando la notte a mezzo il cerchio 
Salita de le nere ali copria 
L'addormentato mondo , ci le scerete 
Carte vergava in che de' tempi diri 



Epistola 7T 

Gli eventi memorandi impressi or leggi. 
E cerio un Dio con invisibil mano 
Lo ascondeva dappoi fuor d'ogn'iuchiesta 
De' vigili custodi , e le serbava 
A di men foschi testimon del vero. 
Cosi tie volte del lungo anno il giro , 
E ancor meta di quello , a lui trascorse 
Dal suo prence lonlan ; che intanto al lido 
Pria di Sabazia , e poscia ai fonti addutto 
De la Marna boscosa, intense angosce 
Nel cor durava : e qual robusta nave 
Che daVenti battuta alza e dechina 
Quinci e quindi le antenne , e geme , e stride ; 
Tal ei palpita , ondeggia , in mezzo posto 
Fra l'ingiusto voler di lui che puote 
Pur ciò che vuole , e i sovrastanti mali 
Cui di Cristo la sposa è fatta segno , 
Se l'arbitro desio vano ritorni. 
Udrai false blandizie aspre parole , 
Or lusinghe or minacce a l'uopo usate , 
L'alma a vincer di Pio , che in dubbia lance 
Pende gran tempo , e non consente o niega: 
E come , ahi lasso , da ben cento assalti 
Conturbato lo spirto , egra la salma , 
Alfin piegasi e cede , e patti infesti 
Del sacro impèrio al reggimento antiquo 
Senza il voto del cor ferma ed accetta ; 
Piegasi il giusto ! sotto il pondo grave 
Di nostra umanitade ( eh chi non sente 
Mai di se stesso il peso , e fermo sempre 
Di mortai vita nel cammin si stette ? ) 
Piegasi , ma più saldo e glorioso 
Risorge poi , non men che ramo eletto 
Di palma che tant' alto a l'aura sorge, 
Quanto pria si allenò. Ve' da rallrui 



78 Lettera TTjRA 

Virlù come s'addoppia a sua smairita 
Virtù l'antica forza , or che i suoi fidi , 
Mentre al ciel piacque , per diverse Lande 
Da esiglio sciolti e prigionia sen riedono , 
E in un con elli il prigionier de l'alpe 
Sospirato a lui vola , e nel grand'uopo 
Col senno e l'opra al suo Signor soccorre. 
Ecco il gran Pio! lo riconosco al guardo 
Sincero e mansueto ; il lungo pianto 
Sul ciglio ei terge , alza la fronte , e muove 
Con man secura a l'universo in faccia 
Del pravo accordo a revocar la scritta. 
A che per nuova tema il volto imbianchi , 
Pietosa amica? e nuovi e più tremendi 
Perigli al pensicr fingi , e acerbo il fio 
Del grand'atto prevedi ? il cor rinfranca ; 
Brev'ora è data al divampante sdegno 
Del forte ; che già colmasi e trabocca 
La misura fatai ; già non pensato 
AUretta ordin d'eventi il braccio eterno 
Che dei regnanti anco le sorti aggira. 
Il turbo , le tempeste , i ghiacci , il vento 
Gli son ministri , e qual minuta arena 
Sgominate , sconvolte a lui d'iimanti 
Van le altere falangi , un di terrore 
Di popoli e citta , poscia d'inopia 
Vittime in suol gelato , infando pasto 
De le nordiche belve! e tal che in pugno 
Stringea pur or di cento Regni il freno , 
L'onda fremente chiuderà nel brieve 
Circo d'ignuda terra ! Omai per poco 
Vedrai novellamente irne disperso 
Il purpureo senato , e de la Chiesa 
I più cari sostegni , al sen divelti 
De l'amante pastor cui mena altrove 



E p I s T o I. A. 79 

Vana scaltrezza , a l'appressar del grido 
Vittorioso degli eroi che scendono 

I destini a librar sui regni gallici. 
AUin vedrai non più d'altrui mancipio , 

Ma reso a libertà del santo imperio 

II rettor sommo e i venerandi presuli , 
Le vie frequenti ricalcar d'Italia ; 
Grand'orme di trionfo e di letizia ^ 
D'ogni canto lasciando , e fra i romulidì 

Poi come sol quando il vapor dileguasi 
Di nuova luce in Vatican risplendcre. 
Qual dipiutor che in poca tela chiude 
Molto spazio di cielo e di campagne , 
I' m' attento cosi nel troppo angusto 
Confin de'carmi brevi anzi a'tuoi lumi 
Por la vasta opra che di nostra etade 
I gravi casi ad altra età conserva. 
Ma non è dato a troppo rozzo stilo 
Gli alti sensi ritrarne, il vivo lume 
Di sapienza , die diiluso e sparso 
Per entro quella , come spirto il frale 
L'informa e avviva , e il bel candor verace 
Che quasi raggio ripercosso in vetro , 
Del prestante scriltor reflessa rende 
•.La candid'alma e la virtù nativa. 
Scorri le dotte carte , e ne avrai quale 
S'addice a culto ingegno esca e diletto, 



É6 



Sui miracoli , che sono stati attribuiti a Papa Cle- 
mente II. , e suir importanza del documento che 
li narra. Memoria del canonico Giulio Manci- 
ni , letto neir accademia Ecclesiastica Tifernate. 



-^a Badia di s. Tommaso in Foglia , coli' esser l'og- 
getto delle belle , ed erudite memorie storiche del eli. 
sig. Annibale Olivieri , presentò a lui l'occasione di 
far lungo discorso di Papa Clemente IL, pubblican- 
do nuovi documenti , i quali decisivamente assicura- 
no , che questo Pontefice passò agli eterni riposi in 
quella Badia ; da dove poi venne trasportato il suo 
corpo in Bamberga , vescovato già da lui posseduto 
avanti d'essere promosso a capo universale della chie- 
sa , e che sebben Pontefice Massimo mai non dimi- 
se. Ai documenti aggiunse la notizia di certa tradi- 
zione , che tutt' ora , conservasi presso i popoli di 
que' contorni , d'esser cioè un Papa stato anticamen- 
te sepolto in detta Badia. Qui è dov' egli manifesta 
una sua opinione sulla causa , che concorse nei vec- 
chi tempi a fare che una tale tradizione si radicasse 
tanto in quei popoli , che si conservasse sino a noi 
così tardi nipoti ; ed asserisce , che quella fu l'esse- 
re stati operati molti e strepitosi miracoli al suo se- | 
polcro , prima che ne fosse estratto il suo corpo per 
ispedirlo a Bamberga ; il che reputa esser avvenu- 
to sotto il nono Leone. Confessa clic questa propo- i 
sizione era per riuscire a ciascuno del tutto nuova j 
novissima : con che mi sembra , eh' egli assicuri i suoi 
lettori , che tali prodigj da Clemente operati erario 



Clemente ii e iir 81 

affatto spariti dalla memoria dei detti popoli , uè ve 
n'era tradizione alcuna. Per verità preambolo di tal 
sorte mi dette subito un sentore , che il eli. signor 
Olivieri potesse aver preso un qualche abbaglio , non 
per la possibilità , ma per la realta del fatto. Poi- 
ché mi sembrò tosto , che quello che la nostra fan- 
tasia pili d'ogni altra cosa ferisce , e che però da 
motivo di tenerne più frequenti e lunghi discorsi con 
quei della veniente generazione , egli è certamente ciò , 
che più ancora tenace la memoria ritiene , e che per 
essa più lungamente ai posteri si tramanda. Era gran- 
de l'oggetto di un Papa defonto in quella Badia , e 
nella sua Chiesa sepolto ; ma era senza paragone co- 
sa più grande, che pe' meriti suoi ci avesse Dio ope- 
rate le meraviglie della sua onnipotenza con repli- 
cati prodigi i ^ quindi era più facile che l'oblivione 
si spandesse sul grado papale del defonto , di quel- 
lo che avesse distrutta la ricordanza di fatti stupendi 
e stiaordinarj , che con tanta avidità dai canuti avi 
ascoltano i curiosi nipoti , e che da quelli con pa- 
ri soddisfazione vengono a questi raccontati. Oh , co- 
me dunque non esister di essi prodigi tradizione al- 
cuna presso quei popoli , che pur ricordavano la mor- 
te ed il grado dell' illustre operatore di essi ? Mi 
risovvenni ancora della lettera scritta da s. Pier Da- 
miano a Clemente II. ( lib. 1 . Epist. 3. ) , che per 
altro oggetto non era molto eh' io avea letta ; nella 
quale per verità si mostra cosi poco soddisfatto del 
suo pastorale contegno tenuto con alcuni indegnissi- 
mi Vescovi , che conclude : cogitar in liictum spei 
nostrae gaudium commutavi. Nos autein sperahamus , 
guod esses rcdemptunis Isdrael. Con queste amarez- 
ze passai a vedere la dimostrazione dell' assunto pio- 
posto ; e dovetti conoscere, che tutta la macchina 
fattasi in capo dal detto autore , basava unicamente 
G.A.T.LXVI. 6 



82 Letteratura 

in una lai lettera scritta dal vescovo di Poitiers : 
Henrico glorioso Principi , per rendergli noto esse- 
re a lui pervenuta la relazione dei miracoli ope- 
rali da Papa Clemente nel suo sepolcro , eh' era sot- 
toscritta a Joanne Civitatis Castellanae Episcopo ; 
3 quindi gli fa un dettaglio di molti miracoli , che 
dovettero essere que' soli , che potean far più brec- 
cia; giacche chiude la sua narrativa con dire: multa 

sunt autein alia quae longwn est enarrare. 

Questa Lettera , diretta secondo il eh: sig. Olivieri ad 
Enrico Re di Francia , perchè lo scrivente Vescovo 
Francese usa la cerimonia di tributargli Fidelissimum 
servitium , ci venne conservata in un codice scritto 
il 1125. da Udalrico di Bambcrga ( cap. 173.), il 
qual codice intiero pubblicò l'Eccardo nel corpo d'I- 
storia del medio evo , ( Tomo IL ) , che a comodo 
dei lettori si da per appendice. Questo sarebbe cer- 
to un pregevole documento , dal quale si verrebbero 
a scoprire i miracoli di un santo prodigioso Pontefice; 
miracoli , di cui ne Leone Ostiense , ne Ermanno Con- 
tratto contemporanei , che scrissero le di lui gesta , 
fanno il più piccolo cenno ; sebben ricordino quelli 
operati da Leone IX, Vittore II, e Stefano IX, che 
a Clemente successero; e miracoli che veramente as- 
sicurerebbero la sua santità ; giacche il dono gratuito 
di poterli operare , come i teologi sanno , può ne' 
viventi anche peccatori ritrovarsi ; e s. Pier Damiano 
tra gli altri più esempj ne reca ( lib. Gratissimus , 
cap. 18); ma non ritiensi poi tal dono dalle cene- 
ri dei defonti di non eroica virtù , privilegio , che 
la divina provvidenza ha riserbato alle reliquie di 
quelli soltanto , di cui vuol' autenticare la santità. 
Pregevole documento sarebbe inoltre , perchè fareb- 
be conoscere un Vescovo che TUghelli non ripor- 
ta , ne sulla serie dei Vescovi di Civita Castella- 



Clemente ii e ih 83" 

na , nò suU' altra di quei di Città di Castello ; la 
qual Citta ugualmente che quella , sulle pergamene 
dei tre primi secoli dopo il mille , esistenti negli 
Arcliivj del Vescovato , della Cattedrale , e della Co- 
mune in più rogiti , - Civitas Castellana - s'appel- 
la. Ed è perciò che l'erudito sig. avvocato Giusep- 
pe Segapeli , che tanto lodevolmente s'aiFaticò a riu- 
nire quante memorie potè , per rettificare ed arric^ 
chire la serie de' nostri Vescovi Tifernati , non man- 
cò d'aggiunger questo Giovanni relatore dei miraco- 
di Clemente all' anno i049 ; intieramente afiidato all' 
autorità del eh : signor Olivieri , il quale nella sua 
' opinione che que' prodigi si operassero a S. Tom- 
maso in Foglia , stimò che quel Giovanni apparte- 
nesse a Cittk di Castello , come paese non molto di- 
stante da quella Badia , e più a portata per aver- 
ne le novelle. Fatto è per altro ( e sia detto con 
tutto il rispetto ) che , non so per qual' allucinamen- 
to , sLaglia di grosso l'autor Pesarese ; e la detta 
Lettera non riguarda punto il legittimo Pontefice Cle- 
mente II. ma senza duLbio l'Antipapa Clemente III., 
che dal 1080. al 1100. fu il pontefice degli Scis- 
matici , intruso dall' Imperatore Enrico 111. : e quei 
prodigj non sono che un' impostura. Di fatto scris- 
se Udalrico , nel titolo di detta lettera -De miracu- 
lis TVieherti Papa3 , qui et Clemens - Ora chi fe- 
ce mai sognare al eh. sig. Olivieri , che Wieherto , 
o GuiLerto fosse il nome del legittimo Papa Clemen- 
te II ? Ermanno Contratto racconta , che - Sitidge- 
rus hatione Saxo ApostoUcce Sedis Papa 151, ex 
more conaecraliis , et nomine auctus Clemens II. 
vocatus est. - Ecco dunque il suo nome , Suidgero. 
E se il sig. Olivieri avesse meglio osservato il Co- 
dice d' Udalrico , sarebbesi accorto bentosto del ma- 
iuscolo grancio , che prendca. Ivi alF articolo b7 , 

6^ 



8-4 Letteratura 

Uclalrico riporta im privilegio di Papa Clemente II., 
e vi pone sopra per titolo : - Privilcgium Clemen- 
tis PapcB , qui et Sviederus^ Secundi , Bambergen- 
sis Episcopi. - Anch' egli perciò contesta lo stes- 
so nome di Suidgero , quando parla di Clemente II. 
Quando parla dell' Antipapa Clemente III. , allora il 
chiama Guiberto ; e quindi nell' Articolo 167. pone 
il titolo : - De PFibeHo Papa qitem Rex Henri- 
constituit , expulso Hildehrando - , eh' era come 
ognuno sa Gregorio VII , il santo , cui Enrico em- 
piamente oppose Wiberto , o Guiberto Arcivescovo 
di Ravenna , facendolo consacrare da due Vescovi già 
da tre anni anatematizzati , cioè di Modena , e d'Arez- 
zo ; come lo stesso Udalrico ivi racconta. Ma quand' 
anche non avesse avuto comodo il nostro Autor Pe- 
sarese d'esaminare quel Codice , non vide egli nel- 
la filastrocca dei miracoli, quello fatto pe' Sacerdoti 
di Toscanella ? Da esso veniva bastantemente istrui- 
to , che Clemente III. Antipapa era il prodigioso De- 
fonlo. Ci si narra , che in Toscanella sedca un Ve- 
scovo consacrato - a Rheinero monaclio , quem Pa- 
scasium vocant - , il qual Vescovo interdicea l'eser- 
cizio del Sacerdozio ricevuto da' Vescovi della stes- 
sa confessione , di cui si manifestano il Vescovo au- 
tore della relazione , cioè di quella di Clemente. Ma 
due diverse confessioni , che si facesser guerra , eb- 
liero esistenza in tempo di Clemente Antipapa , e 
non già di Clemente II. , il di cui breve Pontifica- 
to non venne impugnato da nessuno dei tre depo- 
sti, Benedetto IX. , Gregorio VI. , e Silvestro III , che 
Io precedettero. Chiaro era dunque , che non si par- 
lava di Clemente II. Inoltre l'espressione del Mona- 
co Raniero e inapplicabile a quei tre soggetti ; poi- 
die Benedetto IX chiamossi Teofilatto , Gregorio VI 
Giovanni , ovver Graziano , e Silvestro III Giovan- 



Clemente n e ih 85 

ili , come si rileva da Ermanno Conlratlo , tla Otto- 
ne Frisingcnse , e da Leone Ostiense. Or dunque clii 
fu questo Monaco Raniero , che ordinato avea il vesco- 
vo di Toscanella ? Neppure tra gli Scismatici un sem- 
plice Monaco ardisce tali consacrazioni. Quel Mona- 
co dunque certamente aver dovette l'episcopal carat- 
tere. E quando è d'uopo di lui fare un vescovo , 
come mai il eh : Signor Olivieri non riconobbe in 
€SSo Pasquale II, il legittimo Papa, creato già nel 11 00? 
Di fatto il Cardinale del tilolo di S. Clemente , eli' 
eletto Papa nomossi Pasquale II , ebb' effettivamente il 
nome di Raniero , ed era stato monaco abbate del 
monastero de' SS. Lorenzo, e Stefano extra niuros (Ra- 
ion, ad Ann. 1101.) Il vederlo chiamato nella let- 
tera Pascasio non fa reale diversità da Pasquale , che 
sono due diverse inflessioni dello stesso nome radica- 
le , preso da Pascha , o Pasqua , come altri nomi si 
tolgono dai misteri di sagra festività. Ecco dunque che 
il sig. Olivieri in questo solo miracolo avea la chia- 
ra e sicura testimonianza , che tutti que' prodigj di 
detta lettera asserivansi operati , non già da Clemen- 
te II, nel suo deposito di S. Tommaso in Foglia , ma 
dall© scismatico Clemente III, nel suo di Ravenna ; 
dove le sue ceneri riposavano coperte di quella glo- 
ria , che ad esse procurava l'artifizio degli scismati- 
ci ; come le immagini degli Dei famose rendca la sa- 
cerdotale furberia presso de' gentili. Per verità Gugliel- 
mo bibliotecario, riportato all' anno 1105. dal Baronio, 
scrive solo, che gli scismatici spacciavano nel volgo , 
pianta, cui ogn' innesto s'appiglia, che vedeansi prodi- 
giose facelle risplendere avanti il suo deposito ; e 
non parla affatto d'altri miracoli : ma siccome da ciò 
Siam fatti certi , che i Guibertini non risparmiassero 
solenni bugie per autorizzar lo scisma co' falsi testi- 
monj di Santità ; cosi nasce legittima presunzione , che 



86 Letteratura. 

seminassero all'opportunità anche relazioni di sognati 
miracoli , almeno nei luoghi remoti ; delle quali po- 
tett'eìssere all'oscuro Guglielmo Bibliotecario, e non. 
ostante essere state veramente spacciate. La lettera , 
tli cui si parla , è senza dubbio una di quelle , che 
sembra aver avuto corso in Bamberga , e cosi da 
un Bambergese sia poi pervenuta sino a noi. Gran 
bisogno di vero ebbero i Guibertini nel 1 1 03 di dar 
corso in tale Gitta a questa falsa moneta ; ne certo 
epoca pili opportuna ci presenta la storia. In quest' 
anno di fatto il vacillante partito dello scismatico 
Imperatore Enrico III un colpo fatale ricevette col- 
la solenne abjura e successiva adesione a Pasquale II 
di Ottone , gran Cancelliere dell'Impero , e già dallo 
Sgraziato Principe intruso Vescovo per appunto nella 
sede di Bamberga. Se grande dovett' essere il dispetto 
degli scismatici per la rivolta di un tanto personag- 
gio , è l>en dà immaginarlo , veggendo quanto scretli*- 
to loro fosse per creare un cosi luminoso esempio. 
Bisognava dunque ad ogni costo intorbidare quest'ac- 
qua. Noi abbiam toccato con mano a' nostri infelici 
tempi , come una fazione , che sente vacillar la base 
che la sostiene , cerca di tenersi in pie , usando ne' 
pubblici fogli d'ogni grossolana impostura. Rimedio è 
vero palliativo del male, ma che pur garantito o dal 
prudente , o dal timoroso silenzio di chi sfugge il 
compromettersi, e molto più dalla facile credulità del 
volgo , somministra qualche risorsa , ed allontana al- 
cun poco la catastrofe , che minaccia. A prestar que- 
sto buon effetto dovette dagli scismatici farsi circolare 
in Bamberga questa Lettera ; perch'essa procurava ono- 
re ad Enrico Imperatore , cui debbesi creder diretta 
dal Vescovo francese ; giacche in quest'epoca era da 
molti anni mancato Enrico re di Francia ; e sta be- 
nissimo , che anche scrivendo all'Imperatore un Vesco- 



Clemente ir e ih 87 

vo francese, lui oHìa ftdelìssiimim sen'itiuin-^ quando per 
esempio reggiamo , che S. Pier Damiano benché sud- 
dito del Papa , tutta volta tributa nella direzione ad 
Enrico II Imperatore , debitae servitutis obseqiiiiim , 
e ad Agnese Imperatrice fideliiatis obseqiiium , ( lib. 
VII. Epist. 1. p. 1. et 4). In oltre la detta Lettera 
anche molto nuocea all'onore di Pascpiale II, mostran- 
do che il suo discredito erasi propagato da Toscanella 
sino nel Poitou. Finalmente era adatta a ciiumare la 
fantasia mobilissima del volgo , col racconto di tanti 
bei prodigi , i quali conciliavano venerazione al falso 
Papa loro , nel tempo che incuteano alto terrore nei 
miscredenti della sua Santità. Capperi ! , che si burla ? 
Bizzarramente prega un Sacerdote , come ivi si legge , 
che gli si storca la bocca , quand' ei sia veramente 
Santo i ed il prete ha subito la bocca storta ; quasiché 
il dubitarne solo fosse stato un peccato contro lo Spirito 
Santo , impugnando la verità conosciuta. Un altro pre- 
te, certamente non informato che questo stizzoso eroe 
celeste non si facea molto pregare per esaudire , s'in- 
contra sgraziatamente a far la stessa sciocca preghiera. 
Prontamente favorito : bocca storta anche a lui. Ve 
ne sono altri contro gl'incredidi della sua beata apo- 
teosi , oggetto principalmente caro alla scismatica ma- 
lizia ; ma è notabile , che di tutti questi il più insi- 
dioso , ed il più dettagliato è quello cosi detto , Giu- 
dizio di Dio a prova di fuoco , che astutamente si ri- 
leva essere stato tentato colla solcmiita d'un ordine de' 
magistrati di Toscanella avanti il sepolcro di Clemen- 
te. L'ombra di lui allora sdegnosa coi preti promossi 
dal Vescovo consagrato da Pasquale II , bruscamente 
permise , che questi al tocco fatale del rovente ferrò 
ritraesser le misere lor mani ben cotte ed arrostite ,_ a 
fronte dei preti suoi aderenti , che approvati dal tau- 
maturgo Antipapa trionfanti riportaronle a casa ille- 



ss Letteratura 

se. La narrativa del niiiac(>lo era con ciò compita ; 
ma non ostante colla stessa fina malizia ivi si pio- 
sieeue a rilevare , che l'eflbtto tli tal Giudizio favore- 
vole ai preti Gnibertini fu , che il popolo , convin- 
to della legillimilà di essi , proscrisse , e cacciò via 
dalla sua Sede il povero legittimo Vescovo Toscanel- 
lese. Qui doleva senza più , (pi doleva , come suol 
dirsi il dente ; e si tentò se con questa esemplare seno- 
letta fosse prosperamente avvenuto, che anche i Bam- 
Lergcsi avessero impedito ad Ottone loro Vescovo pro- 
veniente da Roma di rientrare nella diocesi ; o rien- 
trato , ne lo avessero discacciato collo stesso jireci- 
pitoso zelo di color da Toscanella. Perchè poi la 
medicina credito avesse per un discreto tempo , e, più 
attività per operare , vennero in questa lettera sup- 
positiziamente impegnati nomi rispettabili , cercando 
un vescovo al di la dei Piicnei , nel centro dell' 
Aquitania, e al di la dell'Alpi rispetto ad essi, nel 
punto nascosto dell' Umbria , in Citta di Castello , 
come mostrerò in appresso , paesi di gran distanza 
da Bamberga , e meno sospetti di Ravenna , luogo dei 
miracoli si , ma dove l'Imperatore Scismatico coman- 
dava le feste ; lo che potea diminuirne il credito pres- 
so i Cattolici , che trar si volevano nell' inganno. 
Di fatto è da tener per fermo , che in questa Let- 
tera ne il vescovo di Poitiers , ne il Castellano ve- 
scovo Giovanni avesser mai parte alcuna , e che al- 
la solenne impostura di que' prodigj s'aggiungesse an- 
che l'altra d'abusare del nome di tali autorevoli sog- 
getti. Certamente la Chiesa di Poitiers non era dal 
Guibertinismo infetta , ne Guibertino era il suo Pa^ 
store ; poiché la Francia era stata sempre unita ai 
legittimi Pontefici contro Enrico III , e contro l'An- 
tipapa. Quindi del 1094 , nel solenne nazional Con- 
cilio d'Autun , concordemente vennero anatematizzati 



> ^Clemente h e hi 81) 

e Guiberto , ed i suoi fautori ( Coli. Confc. T. 20a 
colon: 799. ) , Urbano II. nel 1095. tenne in Fran- 
cia (lue grandi Concilii di Clermont e di Lemovi- 
ci (Coli. Cono. Tom. 20. Col. 815. 920), ed or- 
ma non vi si conobbe di Scisma in favor dell' An- 
tipapa. Anzi è da notare , che al secondo interven- 
ne anche Pietro allora vescovo di Poitiers. Finalraen-, 
te Pasquale II. nel 1 1 00. spedisce Legati in Fran ■ 
eia per comporre le cose della Chiesa Gallicana , eh* 
era in dissensione collo scandaloso suo re; e per isce- 
glìere un luogo più libero a parlare pe' Vescovi fran- 
cesi , coir intesa del celebre Vescovo Ivone Carnu- 
tense , si convenne che il concilio si congregasse nella 
Chiesa di Poitiers. ( Baron. ad A. 11 00. ) Bella scel- 
ta in vero sarebbe stata questa , se ivi regnato aves- 
se il partito di Guiljerto ! Agli ostacoli comuni a 
tutte le Signorie della Francia , originati dalle con- 
trarie istigazioni del re , sarebbe con ciò stato aggiun- 
to il più grave , ed il più arduo a superarsi , quel- 
lo cioè del luogo dominato dagli scismatici. Coni' 
è naturale il Conte e signore del Poitoù sarebbe sta- 
to il primo a far testa contro i legati di Pasqua- 
le , e contro i vescovi di lui , perchè non seguisse 
ne' suoi stati quel sacro concilio. Ma il concilio vi 
fu tenuto , né vi si riconobbe alcun risultato , che 
a Guibertinismi avesse rapporto. Certamente dunque 
nel 1100. la Chiesa di Poitiers venerava il legitti- 
mo papa Pasquale II. E se sino a quest' anno non 
aveva Guiberto parteggiani nel Poitoù , cioè fmch' 
era stato vivo , e potente , dovca poi in quest' an- 
no medesimo , in cui egli venne a morte ( Pagi , Crit. 
in Baron. an. 1100), e quando gii il suo partito 
dava ogni giorno un rovinoso crollo , cominciare ad 
averci tanto credito , che tra due , o tre anni , s'aves- 
se da trovare e creder sedotto quel vescovo s\ iia- 



90 Letteratura 

scosto all' Italia , e concentrato nella Francia tutta 
Cattolica ? Chi vorrebbe poi esser persuaso , che il 
vescovo di i oitiers volesse mostrarsi così balordo da 
far' sentire ai suoi lettori con quanta leggerezza e 
temerità pronunziasse il giuramento , che a lui si met- 
te in bocca, per assicurare la verità di tutti i mi- 
j-acoti riferiti in quella relazione ? Egli chiaramen- 
te fa conoscere che altro argomento non avea , che 
l'averla veduta sottoscritta dal Castellano vescovo Gio- 
vanni. Come potea così franco giurare , che que- 
sti non fosse stato ingannato , osando d'asserire , che 
que' prodigi tutti eran veri com' era vero Iddio ? A 
me anzi sembra , che giurar si possa non avere il 
vescovo di Poitiers mai sognato di pronunziar qnbll' 
azzardato giuramento , ne d'aver ricevuta mai cotal 
vanissima' relazione , ne d'aver su di questa scritta 
quella lettera all' Imperatore. Ugualmente credo , che 
s'abbia da pensare del vescovo Castellano , asserto re- 
latore dei miracoli. Nella serie dei Vescovi di Civi- 
ta Castellana non si conosce circa questi tempi un 
Giovanni ( Ughelli , tomo I. ) , ma anzi si trova un 
ampio vuoto di prelati. Se ciò non ostante piacesse 
di sognare in quella serie l'esistenza di un Giovan- 
ni , certo sarebbe che a questo non potrebbe attri- 
buirsi quella relazióne , senza aggiunger altro sogno 
eh' egli cioè si trovasse in fuga dalla sua sede. Di 
fatto risappiamo dall' Anonimo contemporaneo Auto- 
re della vita di Pasquale II , eh' egli creato Ponte- 
fice neir agosto del 1 099 , cominciò la sua carriera 
con ritoglier dalle mani dei tiranni invasori alcuni 
luoghi importanti , tra i quali conta Civita Castel- 
lana. Ivi dunque dovea rimanere un Pastore della Con- 
fessione Pascasiana , e non già Clementina , che. per- 
desse tempo a scrivere le false glorie deli' Antipapa, 
per esserne premiato con un arresto da fai-gli far di- 



CLEMENTE II E IH 91 

vòrzio colla sua Chiesa. Nella serie de' vescovi di 
Citta di Castello si , che abbiamo un Giovanni del- 
la nostra famiglia Guelfucci , zio cugino d Guido Guel- 
fucci y il quale fu poi Celestino II ; come mostro nella 
vita di questo Pontefice Augusto nostro concittadino , 
che tutt' ora resta manoscritta. Sopravvivono ne' proto- 
colli pergameni di questa Cancelleria Vescovile^ ^^ 
neir Archivio Capitolare alcuni pochi atti di questo 
vescovo Giovanni ; il primo de' quali è del 1110. 
(Arch. Capit. Deca. I. perg. 3. ) , e l'ultimo spet- 
ta al marzo 1120, (Arch. vesc. prot. 2. cas. 156.), 
dove il più delle volte s'intitola - Joannes Castel- 
lanus Episcopus ; - anche quando la data dell' atto è 
- Actwn in Cwitate Tifernia - Stando perciò a quel 
che abbiamo di certo , senza lasciarci imporre dal sem- 
plice possibile , che milita per Civita Castellana , sarà 
miglior critica tenere, che per il vescovo castellano rela- 
tore de'rairacoli Clementini, siasi voluto indicare il Gio- 
vanni Tifcrnate. Non v'è però documento, che ci faccia 
conoscere da quanto tempo era già vescovo in detto an- 
no 1 1 1 ; e soltanto possiam dire , che avanti di lui 
si ha memoria di un vescovo Ridolfo , di cui a tem- 
po del nostro Lazzari , come attesta nella serie de've- 
scovi da lui pubblicata (pag. 43), esistea un documen- 
to nella pagina 70 del secondo protocollo pergamene 
di vescovado, ora mancata; al qual documento ap- 
poggiati sembra probabile , che il Lazzari , ed i no- 
stri scrittori a penna Cornacchini , Pazzi, e Certini, che 
il videro, riferissero concordemente al cader del 1100. 
la promozione di Piidolfo. Il nominato Lazzari , coli* 
indicata pag. 70 del protocollo , cita pur anche la 1 22; 
ma in essa per verità non parlasi affatto di Ridolfo, 
come s'avrebbe da credere , ma solo vi si legge l'ul- 
timo atto che conoscasi del suo predecessore Tebaldo. 
Non ostante però l'ignoranza in cui siamo dell' anno 



92 Letteratura 

della morte di Ridolfo , certa cosa è che questi la- 
sciò di vivere in un settembre nel ventottesimo giorno» 
come ne assicura il prezioso Necrologio pergamene della 
cattedrale , che fu in uso dal cadere dell' undecime 
secolo sino a circa la meta del decimo terzo. Es- 
sendo dunque ivi segnata la morte di Tebaldo suo an- 
tecessore sotto il quattro di novembre , chiaro è , che 
se questa data di morte spetta per il piiì presto al 11 00. 
l'altra anteriore dell' ottobre non può riferirsi a me- 
no , che al 1101. Ma che la data di morte di Te- 
baldo del quattro novembre spetti per lo meno ali 1 00. , 
non ammette dubbio; perchè egli nel febbrajo di que- 
sto stesso anno dette una enfiteusi di terre alla Pieve 
di Montone, ch'è quel tal ultimo suo atto che teste mo- 
tivai, e che trovasi registrato nel secondo protocollo per- 
gameno di Vescovado. Ciò vuol dire dunque , che Ridol- 
fo non lasciò vacante la sede prima dell' Ottobre 1101. , 
cioè circa un anno dopo la morte dell'Antipapa; quando 
la fazione Guibertina affatto screditata , malamente si 
reggea ristretta a qualche vescovo , e parte di clero 
d'antica data , incapace a dar vescovi nuovi. Discende 
di qua che Giovanni successor di Ridolfo , qualun- 
que sia il il vero anno della sua esaltazione , dovet- 
te come vescovo novello ricevere la sua consagrazio- 
ne ed istituzione, non dall' Antipapa , eh' era man- 
cato ai viventi , ma dal leggittimo pontefice Pasqua- 
le II ; né di fatto sulle nostre carte di quei tempi 
si riconosce il più piccolo indizio di Guibcrtinismo 
nella nostra Chiesa. Tutti tre questi prelati , Teobal- 
do , Ridolfo, e Giovanni, la di cui morte era stata 
segnata nel citato necrologio dei fedeli partecipanti 
delle Orazioni del Capitolo , non vennero tolti dai suc- 
cessori , ed anzi Ridolfo vi si legge colla particola- 
re espressione : - Oh Ut beakv inemorUe hìijus Ec- 
clesia' Episcopìis Rodiilfus - . Al contrario la rela- 



Clemente ii e nr 03 

zionc de' miracoli , attribuita al nostro Giovanni , il 
fa credere vescovo consagrato dall' Antipapa Clemente. 
E come no ? Nella relazione si befi'a Pasquale , e non 
si calcola più die per un semplice cocoUato Raniero; 
si espone che il cielo stesso con un prodigio avea di- 
chiarati esotici alla vera chiesa i preti ordinati dal ve- 
scovo di Toscanella , perchè consagrato da quel Ra- 
niero. E chi avrebbe osato menar trionfo con divota 
ipocrisia di questi ne' fasti di Pasquale , se non chi 
era stato unto da Guiberto .'' Una creatura di Pasqua- 
le, rifiutando il suo Papato, avrebbe riconosciuto nullo 
il proprio grado vescovile , e sarebbesi arrossito di fare 
il racconto del Vescovo di Toscanella, vedendo poter- 
glisi rimproverare , che mutato nomine de te fabula 
narratur ; poiché sarebbero stati ambedue nella stessa 
nassa. Essendo dunque certo che Giovanni fu insignito 
dell' episcopal carattere da Pasquale II, certo è anco- 
ra , che neppur egli ebbe parte alcuna in quella re- 
lazione. 

Convien dunque dedurre da ciò , che facendosi in 
quella relazione soscrivere Giovanni, ed appellare per 
vescovo , si volle far credere ai bambergesi , che Gio- 
vanni fosse creatura dell' Antipapa , da chi conosce- 
vane l'esistenza , per abusare del suo nome , ma poi 
la vera storia ignorava della sua promozione. Fu dun- 
que senza meno parteggianesco artifizio l'imbrattar quel- 
la lettera col nome di due soggetti luminosi della chie- 
sa, cioè dei vescovi Pittaviense e Tifernate, per traire 
neir agguato i bambergesi , colla lusinga di far la 
trista burla al ravveduto loro vescovo Ottone, sagri- 
ficandolo alla scismatica rabbia. Ma per riscuotere dal 
languore micidiale, che già andava serpendo tra i po- 
poli oltremodo stanchi di vedersi raggirali dagli scis- 
matici, ben altro senapismo ci voleva, che quella fila- 
strocca di falsi prodigi del morto Antipapa. Ottone 



94 Letteratura 

o non trovò , o seppe vincer tutti gli ostacoli per tor- 
nare nella sua sedia di Bamberga ; e quindi tutto il 
suo clero al Pontefice Romano si ricongiunse. E sic- 
come poi il proteggitore dello Scisma Enrico IH. 
dai principi dell'impero nel 1105. fu fatto scendere 
dal soglio, collocandovi il figlio Enrico IV; e questi re- 
ligiosamente al sacerdozio riconciliò l'impero, avven- 
ne elle Pasquale IL ritornato in facoltà di esercitare 
l'apostolico zelo nella cliiesa di Ravenna , si aflVettò 
ben tosto a toglier via l'oggetto di tanti scismatici 
artifizj, diretti a far credere un santo il loro defonto Pa- 
pa. Egli dunque per disinganno dei creduli , incorag- 
gimento dei pusilli , e scorno degli Scismatici, volle 
che tutto il mondo vedesse , che senza tema di far- 
, si storcere la bocca , intirizzire la mano , o perder 
la vista , fulmini , che secondo la relazione scagliava 
l'Antipapa dal suo sepolcro ; non solo negavasi fer- 
mamente la sua santità , ma di più turbavasi con op- 
probrio la pace delle sue ossa ; e a tal effetto or- 
dinò , che estratte queste dal suo deposito di Ravenna 
si gittassero e dispergessero giù per un fiume ; come 
venne puntualmente eseguito , secondo che l'Abbate 
Uspergense ne assicura. Cosi dunque nel 1105. ter- 
minò d'esistere il sepolcro ; e si compi la scena de' 
miracoli di questo santo falso falsissimo. La lette- 
ra dunque conservataci da Udalrico di Bamlìei- 
ga, lungi dal farci conoscere Clemente IL operatore 
di miracoli , e dall' additarci un Giovanni vescovo 
sconosciuto da aggiungersi circa il 1049 alla serie 
dei Tifernati Pastori , come sconsigliatamente scrisse 
il per altro chiarissimo ed eruditissimo sig. Olivieri , 
ella è senza dubbio tutta intiera un' impostura degli 
scismatici Guibertini , in tutto ciò che interessa la 
gloria di Clemente IH. Antipapa , e lo scredito di 
Pasquale II. Tutto al più può tenersi per ima anii- 



Clemente ii e hi 95 

ca cronaca , pev la quale veniamo a risapere , che 
Giovanni Giielfucci fu consagvato vescovo Ti Ternate 
avanti il 1105; quando cioè esistea il sepolcro dell' 
Antipapa probabilmente avanti il 1103. , e non già 
sul 1109. , come opinò l'eruditissimo sig. avvocato Se- 
gapeli nelle sue memorie, ne sul 7110. , come han- 
no rUghelli , il Lazzari , il Certini , ed il Pazzi nel- 
le rispettive loro serie de' vescovi Tifernati , senz' al- 
tro motivo , come sembra , che quello di lasciar go- 
dere del vescovato un tempo più discreto a Ridolfo 
suo antecessore , consagrato sulla fine del 1 1 00. co- 
me dissi in addietro. Anche si può rilevare da que- 
sta lettera , che nell' epoca in cui fu scritta , pro- 
babilmente del 1103. , il governo della citta retto era 
dai Conti ; giacche tra i miracoli leggesi quello , che 
si asseriva operato in persona della contessa di que-^ 
sta citta. Di fatto i consoli capi della Tifernate Re- 
pubblica nelle nostre pergamene compariscono molto 
più tardi. Questa è la sola reale importanza , che può 
darsi alla lettera del vescovo di Poitiers , che Udal- 
rico ci conservò soltanto come carta di curiosità , che 
in Bamberga avea goduto dei politici rapporti , in cau- 
sa di quel famoso scisma Guibertino. 

APPENDICE 

Ex cod. Udalrici Bambergensis anni 1125 cap. 1T3. 
apiul Eccard in Corp. Hist. Medii Aevi T. IL 

DE MIRACUHS WICBERTI PAPAE , QUI ET CLEMENS. 

Henrico glorioso Principi Pictavinus Episcopus 
fidclissimum servitium. Ea quac libenter vos credi- 
mus audirc , et plurimum etiara gaudere , quae et 
ubiquc sunt praedicanda , vobis miltimus , quac vide* 



9d Letteratura 

licet ex plurimis miraculis , quac divina clementia per 
merita felicis memoriae Domini Nostri Clomcntis Pa- 
pae , ad ejus sepulclirum est operata , a Joliaune Ca- 
stellanae Civitatis Episcopo transmissa , ad nos usque 
sunt periata. Quidam nomine Petrus ejusdem Episco- 
pi famulus , inductus tantum oculorum dolorem , ut 
penitus amitteret lumen , et per spatium trium heb- 
domadarum penitus caecus permansit. Qui ductus ad 
sepulchrum Domini Papae, se ibi in orationcm dcdit ; 
non post multo sanguis ab ejus oculis efiluxit , et ita 
lumen recepit. Quidam Diaconus nomine Crescentius 
lepra horribili toto corjDori perfusus , orans ad tumu- 
lum beati viri factus est sanus. Comitissa ipsius civi- 
tatis , et quidam puerulus ejusdem loci , quartanis fe- 
bribus per annovum duorum spatia vexati per merita 
Sancti Glementis Papae sunt liberati. Vir quidam no- 
mine Wido cum uxore sua perditis luminibus per me- 
rita sancti illuminantur. Quidam nomine Petrus per 
annos tres manuum et pedum officiis perditis , dela- 
tus ad sepulchrum Sancti , statim eflectus est sanus. 
Adolescens quidam fere per unius anni spatium 
tanto membrorum fucrat detentus languore , ut nec 
stare , nec sedere , nec ambulare , vel quocunque quie- 
scere valeret: venicns mater ad sepulchrum sancti, eum- 
que prò fìlio deprecata , et domum reversa , invenit 
filium sanum. ,, Sutor quidam vocabulo Paganus , 
,, pravorum verboium convitiis plenus , beati Papae 
,, Glementis horribilis maledicus, cum die quadam aleis 
,, luderet cum quodam milite Pontificis : modo , in- 
,, quit , laudamus, quo statim te vincam. Cui miles : si 
,, ver(!, inquit, Dominus noster Clemens est sanctus, ego 
,, te vincam. Et ille , si ipse est sanctus, et ludum et 
,, lumen protinus amittam ; et statim factus est cae- 
,, cus ,, . Vir sustinens per duos menscs intolorabi- 
lem oculorum dolorem , ductus tandem ad sepulchrum 



Clemènte ii e hi 07 

Sancii , ìlluminalus est. In anniversario ejns quidam 
per multos annos caccus aule sepulchruiii ejiis prosi ra- 
tus , in prima vigilia lumen acccpit. Quidam homo 
Ferro nomine , cum febre maxima tautam patiebatur 
inghiviem, quod nunquam poterai salurari ; quia omnia, 
quae edebat ab inferiori parte absque digestione emit- 
tebat , et per duos annos hac passione adeo est affli- 
ctus , quod ad extremum jam pervenerat vitae. Tan- 
dem ad tumulum sancii ductus , factus est slatini sa- 
nus. Cujusdam piscatoris uxor gravissima paralysi , adeo 
est per multuni tempus vexata , quod os ci rcloìhun 
crai usque ad aures , oculi tcrribilcs : ducla ad sanctum 
corpus , facla est sana. Quidam illuslris homo officio ma- 
nus amisso , orans ad sepulchrum iSancli , restitutus est 
sanila ti. Quidam Eremita magnae roligionis afilictionis 
causa circulum ferrcum nudo corpori circumposuoral. 
Qucm caro accrescens graviter affligcbat , et multis dolo- 
libus reple])at; foctorera etiam ferro non poterai. Qui licei 
adversariae parti penitus favcrel , dolore tamcn urgen- 
te ad Sancii sepulchrum pervenit , ubi fraclo circu- 
lo ab illa gravissima angustia liberalus est. Quidam alius 
caccatus cucurril ad Sanctum , et statim illuminatus 
est. Quidam prcsbyter per totum fere annum tanta in- 
fnmitate est detenlus , quod de lectulo suo non pote- 
rai se movere ; ductus ad sepulchrum , rcdditus est 
sanilati. Surdus ibi recepii audilum , et mulier per 
quatuor annos sanguiuis fluxu fatigala , ad sepulchrum 
apparente sibi lieato Clemente , cffecla est sana ; i])i- 
que mulier , adeo quidem curva , ut caput genibus jun- 
gerel , est erecta. Et quaedam puella ante et retro 
gibbosa , videnlibus cunctis qui adcrant , fractis gib- 
bis sana facla est. Alia quaedam ab insania liberala 
est. Alia cujus manus et brachinm amerai , sanilali 
est restitula. Quidam per novom annos mutus , lo([ue- 
lam recepii ibi. ,, In civilale Tuscana , quar est juxla 
G.A.T.XLVI. 7 



98 Letteratura 

,, Bitliinum , a Rheinliero mouaclio , quem Pascasiiim 
,, vocant , Episcopus consecratus , Presbyteris oidina- 
„ tis ab Episcopis Papae Clemeiitis officiuui interdi- 
„ xerat diviuura , dicens , illos presliyteros non esse. 
,, lUi contristati petierimt a majoribus fieri legem. Sta- 
,, tutum est itaque , ut tres presbyteri ex parte bea- 
,, ti Clementis , et tres ex adversa , ferrura ignitura 
,, deferrent. In nostris itaque nullo ignis signo pror- 
,, sus reperto , raanus adversariorum penitus combu- 
,, stae apparuerunt. Protinus Episcopns cum suis com- 
,, }1 cibus a cunctis clcricis et laicis ab eodem est Epi- 
,, scopata depulsus. Duo presbyteri rogaverunt Deum, 
„ ut si ipse esset sanctus , ora distorta liaberent ; quod 
„ ita factum est , et hoc tota provincia novit. Quidam 
,, laicus rogavit similiter, ut si ipse sanctus esset, ma- 
„ num aridam haberet , et statim arefacta est ,, . In 
line horum praedictus Gastellanensis Episcopus subseri- 
pserat. Multa sunt autem alia , Domini fratres , quae 
longuni est narrare. Et sicut certissime creditis , quod 
Deus veritas est , ita verissime credetis, quod haec ve- 
ra sunt omnia. 



Elogio deir abate Francesco jéntonio Monti Jlfon- 
sinate , letto nella chiesa parrocchiale di Alfon- 
sine , a dì 20. Luglio 1830 da Gianfrancesco Rain- 
belli Lughese. 

„ Homo bonus de bono thesauro cordis sui 
profert bona. ,, 

S. Luca VI. 45. 

xlssal lodevol sentenza si fu quella; die li buoni 
ed utili uomini , o non dovcano mai sulla terra ap- 



Elogio dell' ab. Monti 99 

parirc ; o non ac doveauo escile giammai. Che se po- 
niamo mente al comim volger delle cose troviamo la 
perdila de' malvagi farsi illacrimala , spesso desidera- 
ta ; laddove veggiam sostenersi a malincuore quella 
del veramente buono. E ciò incontra ])erchè e s\ ra- 
ro che quaggiù sia uomo che intenda a seguire i det- 
tami del vero e del giusto , che quegli che vi con- 
forma suo vivere , ottimo si reputa si magnifica di 
gloria immortale. E se perduto sififatt' uomo non fos- 
simo confortati da certa speme di rivederlo in un 
mondo migliore , fora dì vero nostro cordoglio estre- 
mo inconsolabile. E poiché è buono tesser serto di 
laudi a fruttuosa virtìi , oggi appunto che cade il 
dì settimo dacché perdemmo nel sacerdote Francesco 
Antonio Monti un vivo esemplare d'umile e cristiana 
pietà , di laboriosa ed ùtile vita , ne sia permesso scio- 
glier la voce fra il mesto canto de' salmi ; ed in 
brieve mostrando qual si fosse il viver suo destar ne* 
viventi fiamma di nobile emulazione , che meglio ac- 
cendesi per l'esempio efficace d'un solo ben vissuto , 
che per lo freddo insegnamento della voce di molti. 
Erancesco Antonio Monti adunque ebbe natale in 
questo araenissimo suolo a d'i IT. febbrajo 1758. dal 
chirurgo Giuseppe , e d'Antonia Ferri , grave e ono- 
rata famiglia ; ne sua instituzione venia negletta da' 
pii ed amorosi genitori ; che qui stesso ne fecero dot- 
trinare l'infanzia ne' primi graraaticali rudimenti ; e 
quindi al ginnasio lughese lo inviarono ; in casa e 
sotto la disciplina ponendolo di Jacopo Sangiorgi in 
fama allora di valente nelle umane lettere. Qui fu ove 
nel giovanetto fuggente gli ozii e gli errori della età. 
apparvero le prime scintille di quel foco poetico che 
l'animò cresciuto ; ed in lui nacque quell' amore a' 
buoni studj che lo accompagnò costante fino al se- 
polcro. 

7* 



100 Letteratura 

Fioriva a quc' cVi mia patria di elettissimi inge-, 
£»ni , della consneludine de' quali volentieri e con frut- 
to usava il giovane Francesco ; sebbene glielo vie- 
tasse severo il Sangiorgi che in quelli vedeva emuli 
gloriosi , critici acutissimi , che lui mal perdonavano 
gli errori della mancantegli filosofia e del pedantesco 
e sofistico ingegno. Questi valenti di che molto e giu- 
stamente onoravasi e s'onora la mia Lugo , e la cor- 
tese e letterata Romagna , erano il canonico poi car- 
dinale Francesco Bertazzoli uomo di moltissime e gra- 
vi lettere : Mariano Antonio Capra poeta di grande 
inspirazione ; ed il cav. Giuseppe Compagnoni lume 
vivente dell' italiche lettere ; dalla voce de' quali ul- 
timi specialmente venia egli introdotto nell' esercizio 
dello scrivere italicamente , esercizio contro cui le 
scuole di que' tempi bandian la croce ; quasiché tur- 
pe e vii cosa fosse comporre nel nazionale linguaggio. 
Ma già dal ginnasio lughese passava Francesco a 
Faenza a que' studj , che allor dicevansi filosofia e non 
eiaiio che strano labirinto di scolastiche forme , di 
termini oscurissimi , barbari , vuoti di significazione. E 
qui accostavasi a' precipui letterati , ed avido di buo- 
ne dottrine bevcale attentissimo da essi ; e vecchio ne 
narrava sempre quali fossero sue conferenze con quel 
vigoroso ingegno l'Ab. Contoli, co' due Calderoni; cogl' 
improvvisatori Natali , Tosetti , col Macabelli ; e con 
quanti in quella citta avean care le muse. Principa- 
lissimo poi ncir esser di lui tenero , ed ajutatore de' 
suoi studi si era il suo immortale cugino Vincenzo Mon- 
ti , da cui avea già appreso tutte bellezze del poe- 
tar latino, quando Vincenzo passava le vacanze in que- 
sta lor patria comune. Trascorsi lodevolmente i filo- 
sofici ; applicò l'animo a' severi studi della teologia 
e della morale ; ed ascritto all' ecclesiastica milizia , 
dopo pochi anni da bella fama precorso tornavusi in 



Elogio dell* ab. Monti 10 J 

seno eie' cari parenti. Fu allora che li suol concilla- 
«lini il sceglievano ad amniaestrar publioamenfe la gio- 
ventù : e voi , voi chiamo in testimonio , Alfonsina- 
fi , che taiìl' anni l'udiste schiuder le sante fonti del 
vero , e del Lello , se mai nel laboriosissimo eserci- 
zio ei venne meno a se stesso ed a sua fama ; e se 
anzi non si mostrò sempre grande ed ottimo forma- 
tore dell' animo e saper vostro. Gli ozii che lui ri- 
maneano da sue molte cure onestava tutti colla cul- 
tura della poetica facoltà, cui fortemente venia tratto 
dal focoso e sensibil suo temperamento. Amava egli nel 
poetare forza , magniloquenza , fantasia vivissima ; do- 
ti che non e facil cosa conseguire , senza cader nel 
concettoso , ed in una vana sonorità. Per codesto suo 
sentire prediliggeva la lettura della gigantesca e nu- 
hilosa grandezza de' poemi dell' Ossian , allor nova- 
mente tradotti da Melchior Cesarotti ; e quella delle 
melanconiche e tetre notti di Young , letture che il 
cantor di Basville lo assennava esser più presto no- 
cive al semplice e maschio italiano scrivere ; e con- 
fortavalo a non voler seguire tumida e faiitastica poe- 
sia a noi d'oltremare e d' oltremonte venuta da na- 
zioni che noi ne' nostr' avi avevam già soggiognfo , 
e di vera luce illuminate. Voleva Vincenzo che all' 
incontro ei fosse continuo nella lettura di Virgilio , 
Dante , Ariosto ; e che alle pure fonti del Tehio e 
dell' Arno attingesse le vere semplici e sole bellez- 
ze dell' italico poetare. 

Onoravasi fin d'allora Francesco dell' amicizia de' 
più chiari viventi ; e sappiamo aver esso comunica- 
to per lettera col co.- Savioli , coli' ab. Zacchiroli , 
col Parini , colla march. Romagnoli Sacrati ; e con 
altri minori ; })er tacere del dodo continuato carteg- 
gio col suo immortnl cugino Vincenzo. Quasi tutte 
collezioni poeticlie di quel tempo portano «piai sonct- 



i 02 Letteratura 

to , e qual canzone di esso , cui già di 26. anni 
nel 1784. davasi luogo nel Parnaso de' poeti viven- 
ti che uscia in Bologna per cura dell' avvocato Ri- 
stori ; e neir altro pur italiano Parnaso che Andrea 
RuLbi con tanto plauso in Vincgia raccolse. In essi 
il nome dell' Ab. Francesco Monti leggesi fra li più 
belli di che allora si pregiasse Ausonia , come Bet- 
tinelli , Savioli , Pignotti , Frugoni , Zacchiroli , Pin- 
demonte , e somiglianti. Ne qui par da tacersi , co- 
me quando col traduttor della Iliade leggevansi a 
vicenda lor componimenti , Vincenzo Monti uscì una 
fiata a sclamare : - Cugino voi as>ete estro pia feli- 
ce del mio. - 

E ci ricorda quanto godesse il buon vecchio in 
questi ultimi suoi anni rientrar narrando in que' tem- 
pi , tutti per lui di lode , di gloria. Ed ora fra mol- 
tissimi poetici componimenti sceglieva tuttodì , li scel- 
ti sottoponendo alla meditazione di più matura età , 
ed a paziente quotidiana lima. Rammentava con pia-^ 
cere tal volta d'essersi saggiato a porre in sonetti la 
favola di Psiche ; e le gravi terzine in cui cantava 
Giuditta, l'anacreontiche sulle quattro stagioni ; non 
che le savioliane la toletta , i nastri , le manteche , 
il guanto , il rimprovero , a capelli , le spille ec. e 
ne parlava sovente d'una imitazione del primo navi- 
gatore di Gessner ; non che d'alcune versioni dal gal- 
lico idioma tutte in isciolti operate. Fuor d'ogni cre- 
denza è il numero de' carmi ch'ei scrisse , e noi osiam 
dire non vi sia argomento di qualche celebrità nelle 
istorie sacra , romana , greca ; nella mitologia eh' ei 
non abbia posto in sonetti , come può chiarirsi da 
molti MSS. gelosamente custoditi dagli aflettuosissimi 
n epoti. 

E di già lungo corso d'anni avendo speso nella 
pubblica istruzione , richicde\a ed otteneva riposo. 



Elo&io dell' ab. Monti IO,*? 

Bella prova tle' frutti di molta utilità , e gloria da- 
ti alla patria si fu quella dell' unanime comunale 
Consiglio che statuiva al suo vecchio maestro pensio- 
ne annuale finche gli durasse la vita. Argomento del- 
la publica estimazione si fu anche , quando pochi an- 
ni appresso qui institnite più comunali scuole per prin- 
cipal cura dell' illustrissimo signor priore Giuseppe 
Gorelli che tanto sapientemente resse e regge questa 
sua terra natale , D. Francesco Monti fu scelto uno 
de' presidenti alla pubblica istruzione , carica che in 
lui fini colla vita. Dal che chiaro appare che l'uomo 
cui è sacro mio dire ammaestratore e letterato giovò 
ed onorò Alfonsine sifTattamcnte , che quindi appres- 
so , dopo quello di Vincenzo , il nome di Francesco 
Monti sarà il più illustre di che ora sia splendente que- 
sto amenissimo suolo. 

Pieno di estro caldissimo , amatore del grande 
e del sublime nella poesia cercò conseguirlo a tutt* 
uomo •• se noi raggiunse ognora non fu sempre sua 
colpa. I tempi ponevano sugli altari poetici Frugo- 
ni , Cesarotti , e pochi altri. Qual maraviglia s'ei se- 
guendo la corrente fu ed alquante fiate amator di pa- 
role , ed alquante altre tumido per esser grande ? 
Quand' ei formava suo poetico stile la felice rivolu- 
zione operata da quel sole della Basvilliana non era 
peranco destata , la tomba dell' Alighieri durava chiu- 
sa ; ne la pura italica favella beveasi a' casti incon- 
taminati fonti ; ma un torrente di voci straniere in- 
nondava la penisola ; quindi Francesco Monti da pri- 
ma non potè pe' non anco riordinati studii ; di poi 
sua grave età non permise lui sobbarcarsi all' im- 
mensa fatica di riapparare la lingua , scordar doven- 
do quanto avea fino allora appreso. 

Fin qui parlammo del letterato ; resta a dire del 
cittadino , del sacerdote. E di prima avendolo i pa- 



104 Letteratura 

lenti avviato fanciullo alla chiesa in tutto il viver suo ^ 
niostrauJo raiiiuio informalo a virtù, rappresentò compi- 
tamente un buon sacerdote. Qual fosse suo disinte- 
resse e staccaniciito da tutte mondane cose appaja da- 
quanto siam per dire. L'autor glorioso dell' Aristode- 
mo Vincenzo Monti ripetutamente dal Campidoglio e 
dalla Senna lo invitava a seguirlo , e porgendogli ca- 
re lusinghe , sia di gloria letteraria , sia di lumino- 
si e profìcui incarichi , strettamente a seco unirsi il 
confortava. Ma il buon sacerdote lasciando tante bel- 
le speranze si rimase in patria , per viversi agli ama- 
ti genitori , alla dolcissima sorella , a cari nipoti , 
pioponendo quel bene che sovra tutti è al vero sa- 
piente carissimo la quiete privata. Ne la patria fu 
sconoscente , che il volle lunghi anni al magistrato 
supremo, nel quale ei venne in voce d'onestissimo, e 
mostrò sua fede e probità grandi , incorrotte. Al sa- 
cro suo ministero non mancò giammai , e quantunque 
le dure vicissitudini de' tempi traessero piìi incauti u 
bere all' empio calice di Babilonia , pur religione in 
lui sempre splendette chiara purissima , e portando 
con virtìi il soavissimo giogo di Cristo , tennesi sal- 
do neir ufficio e nella fede al cospetto di Dio e de- 
gli uomini. S' io discorrer volessi divisamente tutti 
suoi pregi sarei infinito ; dirò soltanto che lo zelo e 
l'amor del prossimo in lui furon splendidi maraviglio- 
si. Chi di lui più assiduo al tribunale di penitenza ? 
Chi di lui in esso più discreto , più amoroso , piii 
fervente nel triplice gravoso incarico di giudice me- 
dico e padre ? Il dica per me la folta schiera de' pe- 
nitenti che il benedisser vivente , e a calde lacrime il 
piangono estinto. A suoi doveri ei non antipose unqua 
le private sue commoditk ; ma sempre ne fu esecutor 
scrupoloso. Il ratlenne forse mai lunghezza di viaggi , 
calor di stagione , rigidezza di verno , cura di sulu- 



Elogio dell* ab. Monti 103 

te , che non si recasse a visitar tutte sorta d'infermi, 
e a_j^orger loro di sante parole , o di larga limosi- 
na conforto ? Si ricusò egli mai a servigi di alcuno 
fosse il più vile ed abbietto , o piuttosto non fé ognor 
suo l'altrui volere , a tutti sommettendosi umileraen- 
te ? E noi vedevam noi settuagenario al tempio , ove 
le sei , e l'otto intiere ore sedeva uditore de monda- 
ni trascorsi , onde loro spiritual niedela apprestare ? 
Noi noi mirammo , ascoltatori cortesissimi , mai sde- 
gnato , mai invidioso , mai torbido , ma sempre por- 
gevasi placido , sincero , affabile ; e per cuor buono 
nulla a se stesso , tutto agli altri ; e colle labbra sem- 
pre composte al riso mostrava in volto la tranquilli- 
tà e la pace della buona compagnia che francheggia 
l'uomo 

„ Sotto r usbergo del sentirsi pura. 

Dell' altissima sua umiltà poi , e del benmeritare 
d'altrui è fortissimo argomento il non avere in tant' 
anni di vita contristato nessun cittadino , e morendo 
egli sentimmo sclamare universalmente che perdevan 
tutti il padre , il consolatore , l'amico. E il genera- 
le compianto , di che sonò tutta questa terra , non e 
la lode più bella dell' estinto ; giacche ricchezze e 
nome grande possono acquistarsi per violenza ed in- 
degni mezzi i il lutto il desiderio universale non è mai 
spremuto violentemente : è anzi pubblica testificazio- 
ne , è premio di vera conosciuta virtù .'* 

E la perdita di tal sacerdote , tanto più acer- 
bamente ne feriva il cuore , quanto era men d'aspet- 
tarsi , or che di mente valida pronta, di sana e robu- 
sta complessione parea proraetlernc qualunque lungbez' 
za qual ])er se desideravala Fiacco , 



JOG Letteratura 

■•>7 integra 

,, Cum mente , nec tiirpem senectam 
„ Degere , nec cithara carentem. 

giacche ancora davan suono le corde di sua lira , e 
due sonetti in morte di Vincenzo Monti mandava è 
appena l'anno alla nostra ferrarese Ariostea accade- 
mia ; ed alla festa delle nozze di questo elettissimo 
giovane Sebastiano Lanconelli ei pur plaudiva con car- 
me novello. Chi avrebbe temuto , uditori , che il no- 
stro D. Francesco , che alli 4. del corrente vedevamo 
vegeto , franco , fosse poi dieci di dopo spento , e ahi 
spento dopo crudele e violento malore che ha prova- 
ta la pazientissima sua anima con tanti martiri fra cui 
non ruppe mai in un gemito in un lamento. 

Ma già s'appressa l'ora fatale , il suono de' sacri 
bronzi lento e tetro percuote 1' orecchio , ahi ci si 
gela nelle vene il sangue ! cpiel suono indica che il 
buon sacerdote lotta nelle agonie di morte. Aime ! i 
bronzi ripeton quel suono : Francesco Antonio Mon- 
ti non è pii^i .... deh spargete fiori e lacrime sul- 
la tomba del benemerito vostro concittadino ; che a 
voi , Alfonsinati , lasciò dolce e santa ricordanza , la- 
sciò a carissimi nipoti domestico esempio d'ogni bel- 
la virtù , affinchè da quella incuorati tocchino quel 
glorioso porto di bella fama a che egli pervenne. 

E tu , anima benedetta del buon Francesco dall' 
alto di quella gloria celeste meritata da tue candide 
opre , deh volgi uno sguardo sul dolore indicibile 
della tua lacrimosissima inconsolabil famiglia , e mo- 
strale che se in terra perdette in te un padre , uno 
zio , un conforto , acquistò in cielo un valido prò- 
leggitore , un intercessore pietoso che la soccorrerà in 
tutte corporali, e spirituali bisogna. Accogli perfine bc- 



Elogio dell' ab. Monti 407 

nlgna quest' ultimo doloroso tributo che l'amiciria sa- 
cra alla tua memoria , che noi avremo sempre in 
lode , in benedizione. Diceva. 



S^BB 



Di 



Vite degli Illustri Romani. Cesena , 
pel Bisazia , 1830. 



i queste vite attribuite troppo correntemente ali* 
età di Aurelio Vittore , ne abbiamo tre versioni. La 
prima del sanese Gorione; la seconda del fiorentino del 
Rosso ; la terza del marchigiano Atanagi , o Conco- 
reggio ; tutte oggimai ugualmente dimentiche. Questa 
recente del chiarissimo romagnuolo Prof. G. I. Mon- 
tanari sorvivera certamente , essendo dettata in istile 
sobrio , e piano , che tanto è proprio dell' istoriche 
leggende. Altri pregi arroge , tra cui due appendicelle 
estratte dai codici , e da antichi epitaffi , cosicché il 
librettino conta 107. vite in tutto, col testo latino in 
fine di pag. 108. 

Se air editore non venne interamente fatto di pur- 
garlo da diversi guasti specialmente ne'cognomi, vaglia 
a non colparlo il mancare di codici , e di collazioni. 
Non pochi luoghi però con la scorta di altri Istorici , 
e con sottile intelligenza , sonosi dal medesimo emen- 
dati. Tra questi magistrale è l'aggiunta Caesaris al 
Num. 86. vita di Bruto, addittatagli dall'occhio linceo 
del sommo archeologo Sig. Cav. Borghesi : Quaestor 
Cesaris in Galliam proficisci noluit -. altrimenti il sus- 
seguente is se ne starebbe senza alcuna relazione , e 
ragione. 

Laonde ben dovrà l'Italia coronare di elìetto lo 
sforzo lutto corale dell' illustre Bagnacavallese , col 



108 Letteratura 

sostituire nelle scuole queste Icf^'gciide morigeralissiinc , 
native , ed eccellenti , a que'traviati latini , che si ri- 
sentono di gallica inutile prolissità , di voci disonan- 
ti , di snervate borre quando in prosa , quando poe- 
tiche , ora pettinate , e ora incultc. Quale vergogna 
per noi primogeniti del Lazio ricorrere ai Lliomond , ai 
Jovency , e simili cognomi arabici da spiritare i sor- 
di , non che rendere bar])ari chiunque soltanto li pro- 
ferisce ? 

Ne si difenda altro non meno madornale , più an- 
tico pregiudizio scolastico di disdire agli alunni il la- 
tino col volgarizzamento accanto : poiché ben conve- 
niamo coir egregio traduttore , che questo metodo e 
per riuscire proficuo , onde avviarli contemporaneamen- 
te nel vero valore , e corrispondenza tra il vivo , e il 
morto linguaggio. Se non fossero utili tali confronti 
nuli' uomo da se varrebbe ad apprendere lingue sen- 
za maestri ; della qual cosa veggiamo accadere il con- 
trario quotidianamente , essendo assai più coloro , che 
a forza di riscontrare soli soletti le imparano. Dovreb- 
bóno quindi li professori nelle scuole esigere più che 
nude traduzioni , la ragione delle medesime. 

Per assaggio del volgare trasccgliarao l'elogio num. 
104., perchè un tempo con titolo di Trofei Mariani a 
dispetto dell' infelicità de' tempi Sillani , e ad esempio 
di Roma; esposto in tutti li più cospicui municipii , 
come in Arezzo, Gori Inscriz., in Modona Giulio Ob- 
sequcnte , in Ravenna , Plutarco Vite , e in Rimini ; 
tanto fu spaventevole , e minacciosa all'universa Italia 
la scesa de' Teutoni , e Cimbri , sconfitti tra l'Adige , 
e il Po. 

,, C. Mario figliuolo di Caio resse sette consolati. 
Pretore , Tribuno della plebe , Questore , Augure , 
Tribuno militare. Essendo console gli fu senza trarlo 
a sorte affidata la guerra contro Giugurla re della Nu- 



Aurelio Vittore vite 109 

mlJla. Lo tè prigioniero, e trionfando nel secondo con- 
solato volle , che fusse condotto avanti il suo carro. 
Assente fu creato console per la terza volta. Nella rpiar- 
ta debellò l'esercito de' Teutoni ; nella quinta sconfisse 
i Cimbri; e di questi , e de' Teutoni trionfò di nuovo. 
Nel sesto consolato vendicò la repul)lica turbata da se- 
dizioni de' Tribuni della plebe , e de' Pretori , che ar- 
mati avevano occupato il Campidoglio. Dopo 1' anno 
settantesimo scacciato per le armi civili si rese coli' 
armi alla patria , e vi fu fatto console per la settima 
volta. Vincitore de' Cimbri , e de' Teutoni fé delle spo- 
glie loro un tempio all'Onore , e alla Virtù. In vesta 
trionfale , e con punici calzari. . . . ,, 

Essendo in fine smancati gli altri marmi , forse 
deve supplirsi - e qui scolpito da Melanzio - mentre 
da un mss. antico, dal Dempstero Ant. Rom., dai Cle- 
raentini , Garuffi , e quanti altri ci tramandarono il mo- 
numento riminese , si lesse con piiì magnifico epiteto , 
e fine calceis patriciis , Melantius me fecit , con allu- 
sione alla statua , che doveva esservi sopraposta , come 
Plutarco la vide in Ravenna , decorata del calzamen- 
to già de' Regoli Albani a colore rosso violaceo , detta 
puniceo , e non nero , come si legge nel Terrario , 
Costume Ant. t. 3. Questi calzari vennero pure detti 
lunati dalla forma del C. visibile numero latino , da 
Romolo concesso alli cento Senatori , di cui però non 
abbiamo esempio uq' monumenti. 

Basilio Amati. 



110 



De antiquitate et varia Capjcioi^m fortuna. 

lOSEPHVS . CAPYCIVS . LATRO 

SENIOR . TARENTINORVM . PONTIFEX 

HOC . OPVS . PVBLIGI . IVRIS . FECI 

ANNO . AETATIS . MEAE . LXXXVI 

REPARATAE . VERO . SALVTIS . MDGCGXXX 

Neapoli ; ex typogruphica et chartaria Fibreni off- 
cina ì 1830. 4. di pagine 72. 



JL/etterato e Mecenate insigne de' letterati monsignore 
rarcivescovo di Taranto ha voluto lasciarci un com- 
mentario degli uomini più illustri , che fiorirono nella 
nobilissima sua prosapia. Destinato avea dedicare questo 
lavoro air erudito cav. Munter vescovo di Selanda in 
Danimarca ; ma sendo questi passato al numero de' 
più , ora il dedica al nobile sig. marchese Gargallo , 
che fra' siciliani sostiene gli antichi onori de' Leonlitii. 
Spoglio monsignore della troppa credulità de' vecchj 
genealogisti , rigetta con isdegno le favole della di- 
scendenza di sua famiglia da Gapi il Trojano , can- 
tato da Virgilio. Toccando di Tito Livio sulle origini 
di Roma , potea tuttavia notare che quelle sono isto- 
ria , comprovata da mille monumenti e ragioni , rab- 
bellita però con favole di poetica immaginazione. 

Riconosce per antenato suo , di cui v'abbia certa 
memoria , Ginello Gapece console della magnifica cit 
ta di Napoli l'anno 1009. La notizia provenne da per- 
gamena , comunicata al Marchisio dal dottissimo nostro 



Capece Latro 1 1 1 

Pomponio Leto. Bella è la discussione, cori cUi entra 
monsignore a difendere l'autenticità di quella carta, con- 
tro il Capaccio ed il sig. De Meo (Annali critici diploma- 
tici , tomo VIL pag. 9. Napoli, 1802). Mostra bene, 
che reggono a martello tutte le note cronologiche di 
essa ; e specialmente il nome di Mondo vescovo IV. 
di Benevento , a cui è diretta la petizione di vittova- 
glie dal Capece e dagli altri consoli di Napoli , in 
quell'anno di estrema carestia. Ancorché poi avessevi 
allora un duca di Benevento , e tutto consentaneo alla 
sugge zione die professavano a Vescovi le cittk d'Italia , 
l'essere una tal domanda rivolta al vescovo , e non al 
duca, signore di armi, più che di altro. 

Fra i confutati da monsignore con sommo cri- 
terio , a proposito di questa carta , viene anche il 
Giannone , che nella sua Storia Civile di Napoli, li- 
bro Vili. cap. 1., avea scritto: „ La carta rapportata 
„ da Lelio Marchese fu grossamente supposta , perchè 
„ in quei tempi l'uso de' cognomi non erasi ripigliato. „ 
A meraviglia l'A. N. prova in que' tempi l'uso de' co- 
gnomi ; ed aggiunge. - Fu già da molti notato , che 
il Giannone si occupò nella sua Storia alla sola giu- 
risprudenza (di libera filosofia) della sua patria; e po- 
co conto fece de' veri fatti della storia medesima :. co- 
me saggiamente avvertirono gli ultimi scrittoi! della 
istoria italiana .- e fra gli altri l'erudito editore del Viag- 
gio del cavaliere inglese Enrico Swinburne nelle Due 
Sicilie, tomo II. pag. 139. Parigi, \ 68^. - Souvent il 
ne fait que transcrire des passo ges entiers dautres 
auteuì's ; et fante d'avoir consulte des renseignements 
authentiques , il decide sans foiidement. 

Rettamente sostiene l'A. N., che i diversi aggiun- 
ti , co'quali distinguonsi i varj rami de'Capece , nac- 
quero appunto a que'tempi , o dalle qualità corporali 
dcgl' individui , come «piclli di Minutolo , e Tomaccl- 



112 Letteratura 

lo , o da* luoghi e dalle signorie , come quelli di Zur- 
lo , e di Latro. Cita per questi , che sono la stirpe 
sua , detti anche Alatro ed Elatro , una carta dell' ar- 
chivio di Sessa o Suessa del 1240., ed un' altra dell' 
Archivio della Zecca in Napoli , del 1 292. sotto Car- 
lo IL Apparisce quindi , che i Capece Latro ebbero 
signoria , e trassero il secondo cognome da Alatri , 
citta nobilissima degli Ernici nostri. 

Merita particolare attenzione , alla pagina 32,, il 
discorso intorno un luogo del Pecorone di ser Giovan- 
ni Fiorentino , in cui si fa un messere Corrado Capec- 
cie de' discendenti dello imperadore Federico ; e que- 
sto discorso si determina alla pagina 43., con bellis- 
sima lettera del sig. marchese Gargallo a monsignore. 
Dimostra il sig. marchese , che il Pecorone e mal pla- 
giario di altii e di Giovanni Villani ; e che il testo 
di questo , oltre tante altre pecche , nel racconto di 
Carlo conte d'Angiò , è mutilato e guasto , nominan- 
do Currado Caputo d'Antiochia discendente dell' ira- 
perador Federico , e tralasciando Currado Capece , di 
cui sono tutte le imprese in Sicilia. 

E a dolersi , che monsignore , nella edizione di 
questo suo scritto , non abbia incontrato alcun uomo 
erudito , il quale ne togliesse varie mende di latinità , 
cosa di poca fatica , ed esattamente ne correggesse le 
stampe. In tal guisa il suo lavoro sarebbe comparso più 
grato agli occhi degl' intelligenti; ed egli sarebbesi mo- 
strato più simile a que' napolitani del secolo scorso , 
dottissimi e latinissimi , singolarmente a quelli del cle- 
ro , i quali egli dee aver conosciuto in sua giovinez- 
za. Con tutto ciò egli si raccomanda per grande in- 
gegno , per vivacità ed ampia erudizione , congiunta ad 
una solida critica , propria della vecchia scuola italia- 
na : ond' e che noi ci congratuliamo di cuore col bra- 
vo Nestore. 



, Capece Latro 113 

Assai più de' principi , e degli uomini d'arme 
della gran gente Capicia , che i'A. N. qui enumera ,. 
perteni^ono all'istituto nostro i valorosi nelle scienze e 
nelle lettere ; de' quali ricorderemo un Bruto Capece 
del secolo XI., un Enrico ed un Pietro Antonio Caj)e- 
ce , de' secoli XV. e XVI. (pag. 59.), un Capece La- 
tro , clic scrisse della citta e regno di Napoli , nel se- 
colo XVn. , e sopra tutti uno Scipione Capece , au- 
tore di noLil poema latino, nel XVL, vero sccol d'oro 
d'Italia. Intorno questo poema, recheremo qui due pi- 
si ole di due sommi nostri , le quali di più fanno men- 
zione di un terzo valentuomo , Bernardo Tasso , padre 
ed istitutore del gran Torquato. 

„ Petrus Bemhus Cardinalis Scipioni Capycio 
„ s. p. d. 

,, i'oema de Principiis rerum tuum heroicis car- 
„ minibus conscriptum , in duos divisum libros , Icgi 
,, sane libentissime : est enim ejusmodi , ut magnope- 
,, re cum Lucretii stilum et elegantiam , tum anti- 
,, quorum hominum aetatem illam cultam et perpoli- 
,, lara redoleat. Itaque et tibi gratias habco , qui me 
„ jucundissima tuorum librorum lectione oblectaveris ; 
„ et Tassum nostrum ea de re , plusculum etiara quam 
„ soleo , amo : solco autem et debeo certe plurimum , 
„ quod eum puto tibi auctorem fuisse , ut mihi illos 
„ mitteres ; ab ipso enim accepi. Quamobrem edas il- 
„ los censeo, sinasque per manus perque ora gentium 
„ pervagari : magna enim tua cum laude nomen ip- 
„ sum proferent, et aeternitati consecrabunt tuum. Re- 
,, liqua de Tasso , cum ad te redierit , intelliges. Vale. 
„ IV. nonas lulias , MDXLV. Romae. ,, 

ludicium Paull Manutii Aldi fili de hoc poe- 
maie Capjciano , ex illius epistola quadam ad dlii- 
strissimam Salernitani Principis conjiigeni Isabcllam 
f^illamar inani. 
\ G.A.T.XLVI. 8 



114 Letteratura 

„ Divinum Carmen est, multis luminibus ingenii, 
„ multa arte clistìnctum. Equicìcm nihil legi in hoc 
„ genere perfectius ; ut ne Lucretius quidem pluris 
„ apucl me sit : quo cum antea propter sermonis ele- 
„ gantiam delectarer , utererque multum , caepit mi- 
„ hi jam minus esse familiaris , posteaquara Capy- 
„ cium legi. Hoc opus , et quia scriptum est a tuo 
„ studiosissimo , et quia versiLus te dignis , id est lu- 
,, culentitsimis , non dubito quin a me missum avide 
,, accipias , sic inquam ut de isto me munere ames plu- 
„ rimum. Vale. Venetiis , MDXLVL „ 

Questo si è lo stile , questo il buon gusto , que- 
sta la cortesia letteraria , che coltivaron mai sempre 
i maggiori nostri : cose tutte che coltivò mai sempre 
con Si grande sua lode monsignore F arcivescovo di 
Taranto. A siffatti nobili esempj rivolger si dee la no- 
stra gioventù ; piuttosto che perdersi sotto le insegne 
di una scuola forastiera , che travia dal retto sentie- 
ro , che deprava in ugual modo le menti ed i cuori. 

Girolamo Amati. 



415 



ARTI 

BELLE-ARTI 



Erma del P. Daniello Bartoli , collocato nella Pro- 
tomott'ca del Campidoglio , scolpito da G. Barba 
jR 0/1 uà IO. 



aniello Bartoli gesuita finì di vivere l'anno 1 685 ; 
e da indi in poi desidera in vano T Italia uno Scrit- 
tore da comparargli. Fu il solo , dopo gli antichi , 
che dimostrasse di quanta forza , leggiadria , varietà 
sia capace la lingua italica ; il primo che la fornisse 
a dovizia di modi attici cos'i acconci al suo dosso che 
ti parrebbono nati con esso lei. Grazia di Dio , che 
questi ultimi ravvolgimenti del nostro idioma hanno ri- 
vocato da lunga dimenticanza e messe per mano a tutti 
le opere sue ; pochi anni indietro appena era chi co- 
noscesse un nome che si fa ora una istessa cosa con 
la eloquenza. Ne siam tenuti a quel Cesari , che di- 
resti meritamente il Varrone delle italiane lettere ; e a 
quello Scrittor bellissimo da Piacenza , in cui si rac- 
colgono ormai le migliori speranze della nazione. Essi 
i primi intonarono lode al Bartoli in questo secolo ; 
e il loro grido sarà seguito , speriamo , da non peg- 
giore posterità. Ma se fauno mostra di buon giudizio 
e son degni di lode coloro che ammirano e onorano 
Daniel Battoli , si dia lodo a monsignore Carlo Em- 



116 B E L L E - A n T I 

manuele Miizzarelli cittadino di lui , che ne ha posto 
uii erma nella Protomoteca del Campidoglio. E pos- 
siamo esser paghi anche dello scultore , a cui fu fida- 
ta l'opera; dico del sig. Giuseppe Barba romano, gio- 
vine da sperarne assaissimo. Nulla o poco di più si 
potrebhe desiderare in quest' erma , se lo troviamo ras- 
somigliante al ritratto che dicono il più verace nella 
biblioteca del Collegio romano. Inoltre è condotto di 
buono stile , ben atteggiato , carnoso : talché ci parve 
spediente di rammentarlo come lavoro non indegno 
delP. Bavtoli. 

Antonio Bianchini. 



in 



VARIETÀ^ 



A S. E. 
IL SIG D PIETRO DE PRINCIPI ODESCALCHI 

EccsUenza 

v^uesta lettera è apportatrice di lieta novella. Il cavalier Dio- 
nigi Strocchi , dal Perticar! chiamato a ragione profondissimo 
ed insigne maestro di greche , latine, italiche lettere , ha reca- 
to in versi italiani le Georgiche di Virgilio, ed è sul darle 
alle stampe. L' E. V. può ben di leggieri immaginare l'eleganza 
e la bontà di questo volgarizzamento, traendone argomento dal 
bellissimo degl' Inni di Callimaco, il quale ha levato tanto gri- 
do meritamente per tutta l'Italia : ma non per questo Ella ade- 
guerà il vero,, perchè a mio credere le geoi'giche avanzano 
d'assai gì' inni del greco poeta. Passando lO per Faenza nou ha gua- 
ri , e jccandomi a visitare quel grand' uomo , egli cortese com' è 
mi fece dono di leggermi alcuni brani della sua traduzione ; an- 
zi non di leggermi, ma di farmi legi^ere ; perchè io .stesso e coli' 
occhio e colla voce la lettura accompagnava. Leggemmo il princi- 
pio del primo libro , e la magnifica invocazione del poeta ad 
Augusto , e i portenti che dopo la morte di Cesare presagiro- 
no la guerra civile. E perchè io a questo poco non mi acque- 
tava , seguì a leggermi le lodi dell' Italia che sono nel secon- 
do libro , le quali più e più m'infiammarono di quella lettura. 
Ond' io sì lo pregai nou mi cessasse così presto tanto diletto, 
e seguisse a recitarmi alcun altro bel passo del terzo e del 
quarto libro. Egli allora si fece a dire la descriiione dell'Epi- 
zoozia , e la favola d'Arisleo , nei quali luoghi egli seppe tra- 
sportare tutta Iwuiuitt e rdejjauza di Virgilio. 



118 Varietà' 

Se io dirò che la dolcezza di que' versi mi aveva tolto a me 
stesso , e che ancora ripensandovi soavissima, la sento nell' ani- 
ma , non dirò clie il vero. Certo l'Italia anderà lietissima di 
questo bel lavoro , e la Romagna alzerà il capo trionfando e 
mostrando com' ella degnamente diede italica veste ai due più 
grandi poeti del mondo , all' Iliade d'Omero per le mani di 
Vincenzo Monti Fusignanese , alle Georgiche di Virgilio per 
quelle di Dionigi Strocchi Faentino. E come solo il primo ba- 
stò all' alta fantasia del Greco Poeta perchè dalla natura sor- 
ti forte immaginativa quant' altri mai, il secondo maestro e pa- 
dre delle più recondite eleganze , de' più dolci modi , delle più 
care armonie della divina Italica favella , potea solo bastare 
al più elegante , al più delicato de' poeti latini. 

Voglia l'È. V. rallegrare l'Italia di sì buona novella , e por- 
ne una memoria nel Giornale Arcadico che Ella con tanta sa- 
pienza dirigge. Io pregherei di più , se non sapessi che il 
pregare sarebbe offendere apertamente tanta cortesia e genti- 
lezza , quant' è nell' E. V. Potrà pure aggiungere se le piace 
che i versi Italiani e Latini dello Strocchi , i quali andavano 
sparsi in diverse edizioni , sono stati raccolti in due volumi e 
stampati in Faenza pei tipi Montanari e Marabini , e l'edizio- 
ne è riuscita assai nitida e corretta. 

Intanto fo fine coli' offrire all' E. V. tutta la mia servitù , e 
col supplicarla a tenermi nella sua graziosa protezione. Le ba- 
cio con riverenza le mani. 

Dell' E. V. 

Di Savignano il io Agosto iB3o. 

Umo e (tevmo servitore 
Gii'SEPi'E Ign.\zio Montanari. 



Varietà' 119 

Elogio di Onofrio Minzoni scritto da Tiberio Papotti Iinolese, 
Imola i83o. 

v^uesto elogio riuscirà carissimo e per la bontà del dettato , 
e per essere inlilolato al chiarissimo monsignor Carlo Emma- 
nuele Muzzarelli , bellissimo ornamento di Roma e della nostra 
Romagna. E però vogliamo congratularci col signor conte Pa- 
potti , perchè si affida a scorta tanto sicura , e pregarlo insie- 
me a confortare con simiglianti elogj la memoria di molti che 
giace , a cui la Romagna e l'Italia dovrebbero essere più pie 
e più grate. 

G. I. M0NTANA.B1. 



In morte di Antonia Peruzzi versi. - Ferrara i83o 

v^uesti versi sono veramente tult' oro. L'elegia consolatoria al 
Peruzzi che é del chiarissimo sig. professore Domenico Vac- 
coliui , è tutta affetto , gentilezza , ingenuità. I tre seguenti 
sonetti che sono del chiarissimo sig. canonico Agostino Peruz- 
zi spirano la più soave pietà. Finché la Romagna avrà simili 
scrittori , possiamo affidarci che la scuola boreale non infetterà 
le nostre belle contrade. 

G. I. Montanari. 



f^ersi per le nozze Versari e Manzoni. - Forlì dalla 
tipografia Casali i83o. 

t^ono in questo librettino alquante poesie di Poeti Greci, re- 
cate in versi italiani da' chiarissimi signori conte Giovanni An- 
tonio Roverella, e don Cesare Montalti. È soverchio il dire che 
sono degni di cedro , perchè ognun sa che questi due illustri 
Ccsenali sono e della patria , e della Romagna vivissimi lumi. 
Diremo sglo clic alla boulà delle puesic si ag;giunge la belles- 



120 V A R 1 E T a' 

a della stampa ; del che ne sin lode al signor Casali , clie ado- 
pera di guisa che l'arie tipografica debba pure anche presso noi 
aver grido ed onore. 

G. I. MoNTANABI. 



Dizionario enciclopedico delle scienze lettere ed arti , compilato 
per la prima volta da Antonio Bazzarini , f^ol. I. ( A-B ). 
Venezia coi tipi di Francesco Andreola , i85o. 

Xl primo esempio solenne di opera enciclopedica lo diede 
già al mondo letterario quel vasto ingegno di Tommaso Gar- 
zoni bagnacavallese , che nella sua Piazza universale abbrac- 
ciò tutto quanto lo scibile ; ma perchè un uomo solo non può 
descriver fondo a tutto Vuniverso sen/.a lasciare di molte lacu- 
ne , e perchè le scienze massime della fisica non erano già a 
quella perfezione , a cui sono salite ne' secoli a noi vicini ; 
non potè il Garzoni , che mancò ai vivi del iSSg , fare opera 
che fosse compiuta in ogni sua parte. Ciò non ostante egli diede 
un segnale di ciò che si doveva e poteva eseguire; onde come 
in un gran quadro bellamente rappresentare tutto quello , 
che nelle scienze nelle lettere e nelle arti gli uomini o videro 
o immaginarono. L'opera del Garzoni passò i monti ed i ma- 
ri : ed inglesi e francesi ebbero in qualche modo una Enci- 
clopedia. Noi stessi italiani mercè le cure dell' abate Alessan- 
dro Zorzi avemmo nel 1779 il Prodromo di una Enciclope- 
dia , a cui avrebbero dato mano il La-Grange , lo Spallanza- 
ni , il Riccati , il Fontana , e tanti altri del numero di que' dot- 
tissimi , pe' quali è in pregio la terra classica delle scienze e 
delle arti. Ma quando è mai che alle belle imprese fortuna in- 
giuriosa non contrasti? Nell'età di 3a anni , o poco meno, il 
Zorzi mancò: e comecché rimanessero gliajiitatori , l'opera non 
più guidata da un capo restò deserta : inoltre i tempi , che 
vennero dopo , non furono favorevoli. Per altro lo Stratico , 
il Baldasseroni , il Gagliardo , il Gallizioli ( per tacere di un 
più gran numero) ci diedero buoni Dizionarj di qualche scien- 



Varietà' 121 

Ta, o professione particolare : l'Alìierti ci diede il Dizionario 
universale, crilico-enciclopedioo della lingua: il Costa con altri 
dotti , a questi giorni , ne ha dato altresì un gran Dizionario , 
elle ha in parte adempiuto il desiderio della nazione. Con questi 
conforti e con altri di simil fatta pensò il Bazzariui in Venezia di 
darne l'Ortografia enciclopedica universale della lingua Italiana di- 
visa in due parti : la prima delle quali abbracciasse l'ortografia, 
della sola Lingua Italiana , la seconda contenesse l'ortografia en- 
ciclopedica delle scienze lettere ed arti. Cominciata del 1824 la 
prima parte , venne a compiersi non senza molte difficoltà; 
ma uè però senza lode dell' editore : ora abbiamo dinanzi 
alcuni quaderni della seconda parte , la quale con più sano con- 
siglio è intitolata Dizionario enciclopedico delle scienze lettera 
ed arti , e viene formandosi dallo spoglio dei Dizionarj tecni- 
ci , che vanno per le mani di tutti. Parlando di questa secon- 
da parte , il cui bisogno fu osservato eziandio da quell' acuto 
ingegno del Bartoli , diremo : che bello è il giovarsi pruden- 
temente delle fatiche di quanti ci precedettero ; ma nell' opera , 
di cui si tratta , il togliere di qua e di là affastellando ogni 
cosa ci pare , che sia tanto buono intendimento ; quanto sa- 
rebbe quello di un tale , che facendosi a spigolare anzi a mie- 
tere in mille campi diversi, ed ammassando in confuso tutto il 
raccolto ardisse poi ripromettersi di avere in fine una eletta 
di buon frumento. Anzi ci pare , che ancorché i Dizionarj par- 
ticolari , donde si viene componendo l'universale , non conte- 
nessero niente di loglio e fossero verso di sé tutti di una bon- 
tà : il diverso spirito di chi li formò induca necessariamente in 
tutto ciò che risguarda le teorie e le stesse definizioni tanta 
diversità , che mancar deve .senza meno nella massa cosi com- 
posta quella unità : la quale se innanzi ad ogni altra cosa fu 
raccomandala da Orazio negli stessi poemi , che hanno per fi- 
ne il dilettare ; quanto più dovrà ricercarsi nel gran quadro 
della scienza di una nazione , ehe ha per fine l'istruire ? A que- 
sto non sembra , che l'editore abbia pensato abbastanza : co 
me pure non ha posto mente ad una cosa , che nello stato 
presente delle cognizioni è fatta necessaria a volere che tor 
Mino a qualche utilità opere di questa stampa; e quella cosa 



i22 V A R I E T a' 

si è , che un Dizionario massime di scienze ed arti non de- 
ve passarsi senza notare singolarmente il nesso delle idee , di 
cui sono segni le parole : deve anzi tra i segni quanto più può 
conservare e mostrare l'ordine e la successione che è tra le 
idee : come queste sono collocate nella mente de' savj , cosi 
i vocaboli vorrebbono esser disposti nella tavola rappresenta- 
tiva del sapere della nazione : il che non potendosi in tutto , 
dovrebbesi almeno con qualche nota distinguer quelli , che si 
corrispondono , in modo di poterli al bisogno rammentare e tro- 
vare comodamente. Senza questo sussidio quel lucido ordi- 
ne , che Tuolsi porre nelle idee per fornire la mente di molte 
ed utili cognizioni , non si otterrebbe dai leggitori : i quali ge- 
neralmente confidandosi di potere imparare dai Dizionarj , non 
riescono in questo intanto , o vi riescono assai male : e quin- 
di avviene pur troppo che invece di aversi teste quadre ( co- 
me suol dirsi ) si promove nel popolo quella trista generazio- 
ne d'uomini , la quale per poco somiglia quella d'una volta , 
che fu cosi bene descritta dal savio liberto d'Augusto quando 
disse : ( Lib. II. fab. 5. ) 

,, Est ardelionum quaedam Romae natio 
Trepide concursans , occupata in otio , 
Gratis anhelans , multa agendo nihil a gens , 
Sibi molesta , et aliis odiosissima. ,, 

A togliere questo gravissimo inconveniente , che fassi tan- 
to più pernicioso quanto maggiori di numero e più scarsi in 
dottrina sono per avventura coloro che usano de' Dizionarj , 
sarebbe da escludersi da colai libri ( nel tutto , se non nelle 
parti ) l'ordine alfabetico delle parole ; disponendo invece que- 
ste ultime in quella forma , che in un gabinetto di Storia na- 
turale vediamo gli oggetti : che prima vengono distinti di luo- 
go secondo che le sostanze sono organiche od inorganiche : poi 
secondo che quelle prime sono animali o vegetabili : e cosi 
la gran moltitudine degli esseri fisici viene presentata divisa- 
mente in tre regni , ed ogni regno quasi in provincie , ed 
ogni provincia uell' ordine e nelle classi , che la scienza beu 



Varietà' 423 

giustamente dimanda. Se con questo avvedimento si fosse com- 
pilato il Dizionario enciclopedico , dì cui parliamo ; allora vi 
sarebbe stata le convenienza , anzi la stretta necessità , di cor- 
redarlo eziandio di un Indice o Repertorio delle nude voci in 
serie alfabetica , come ha divisato lo stesso editore : la qual 
cosa guardando al metodo ordinario da lui seguito, pare all' 
incontro se non inutile affatto , almeno superflua. Che con- 
chiuderemo da tutto ciò ? Aversi a biasimare e l'opera e chi la 
conduce ? Non già : benché ci paja , che si fosse potuto far 
meglio , non possiamo né vogliamo nicgare la lode debita a 
quanto si è fatto dall' editore : il quale se non altro merita 
commendazione perchè si è posto pel primo ad un lavoro , che 
fosse per la sua molta difficoltà o per altre cagioni non si 
era tentato da alcuno , né forse immaginato in tutta quanta la 
sua estensione. Del resto se anche il Sole ha le sue macchie, 
chi avendo fiore di senno sarà che pretenda , umana opera e 
di tal vastità essere senza difetti ? Per verità ben possiamo 
quaggiù appressare ; ma non toccare la perfezione : trista ; ma 
comune condiziope di nei mortali! 

Domenico Vaccohjji. 



// Visitatore del Povero , del barone Degerando prima 

traduzione italiana : . . Folumi II. in 8". Milano , ;>er 
Gaspare Truffi iS-jS , con ritratto dell' autore. 

Aja più parte de' libri si raccomanda a pochi individui dell' 
umana famiglia , che sono i dotti : questo che annunziamo si rac- 
comanda ad ogni persona , che vive su questa terra. L'Accademia 
di Lione propose un importante quesito : ,, indicare i mezzi di 
,, conoscere la vera indigenza , e di rendere l'elemosina utile a 
,, quelli che la fanno, come a quelli che la ricevono. ,, Avendo ri- 
sposto assai bene il barone Degerando col suo Visitatore del Po- 
pero, ebbe nel 1821 il premio da quell'Accademia: meritò an- 
cora , che l'Accademia di Francia gli assegnasse il premio istituito 
dal benemerito sig di Montyon per l'opera riconosciuta di mag- 



124 V A R I E T a' 

giore utilità ai costumi : e quello che è più ottenne l'appro- 
vazione di tutti i buoni , non solo in Francia ; ma fuori , do- 
vunque trovasi chi abbia senso d'umanità. Però ha fatto bene 
il conte Folchiuo Schizzi di dare all' Italia una traduzione 
dell'opera di Degerando , sopra la terza edizione francese già 
riveduta ed aumentata dal chiaro autore. Cosi potranno gu- 
starla eziandio coloro, ai quali per avventura la lingua fran- 
cese fosse straniera : tutti poi vedranno , né inutilmente , ag- 
giunto dal traduttore come in un quadro ciò che è bello a sa- 
persi della publica beneficenza del Regno Lombardo Veneto. 
Noi vorremmo , che per ogni provincia del bel paese (già ric- 
cb siccome di spiriti cortesi ; così di utili istituzioni) un sirail 
quadro ci fosse offerto: e non mancasse de' più minuti parti- 
colari , col doppio fine di propagare il più clie si possa tali 
iristiluzioni di carità (alcune delle quali mentre abbondano in 
certi luoghi , mancano pur troppo in altri) , e di far cono- 
scere il modo migliore di amministrare e dispensare i sussidj 
d'ogni maniera a sollievo dell' indigenza. I ricchi , i quali se- 
condo il voto della natura hanno veramente la tutela dei po- 
veri, imparerebbero in quanto al dare i sussidj: i poveri im- 
parerebbero , che vuoisi onestamente cercarli in sé stessi eoa 
ogni ragione d'industria prima di chiederne agli altri. E vera- 
mente l'uomo : è fatto per V uomo : né solo per dare , né 
solo per ricevere ; ma per dare e ricevere a vicenda se- 
condo le proprie forze. La natura è madre comune di tut- 
ti , non matrigna ad alcuno : e ciascuno degli uomini co- 
me individuo di una grande famiglia non solo ha diritto di 
essere giovato dagli altri j ma obbligo di giovare. Guai a co- 
lui che pensa solamente a sé stesso ! Dobbiamo amarci a vi- 
cenda , amarci sempre , amarci di vero amore : e quando mos- 
si da carità cerchiamo provedere per noi e per gli altri ai bi- 
sogni delia vita , non dobbiamo starci contenti a togliere o sce- 
mare i mali del corpo ; ma studiarci di sollevare quelli anco- 
ra dell' animo , che più ne affliggono in questo quasi ,, teatro 
„ di preparazione e di prova per un mondo migliore. ,, Ed av- 
verrà , che i più dolci conj'orti ci porga la Religione , i mi- 
pistil della quale huuuo già taula parte uuUe opere di (itiiUà. 



Varietà' 125 

,, Due belli e santi ministeri (dice a proposito II Degerando) 
,, appartengon loro ; quello di eccitare e dì mantenere ne' 
,, cuori , in nome della Religione , di cui sono essi gli orga- 
,, ni , il fuoco celeste della Carità , e quello di portare ali uom 
,, che soffre , all'uomo abbandonato i sollievi più grandi e 
,, più veri , cioè la consolazione del Vangelo ed i più utili 
,, soccorsi , vogliam dire saggi cousigli ed esempii per la ri- 
,, forma de' costumi. Sotto questo doppio rapporto l'interveni- 
,, nimento de'mlnistri degli altari occupa dunque il posto nelle 
,, istituzioni stabilite per raddolcire e sollevare i mali che af- 
,, fliggono l'umanità. Quando essi tratteranno la causa degl' 
,, infelici , quale eloquenza non presteranno alle loro parole 
,, le inspirazioni di quella Religione augujt;i , sublime , che ha 
,, posto il culto noli' amore , che ha identificato l'amor di Dio 
,, e l'amor degli uomini , che ha tenuto conto dell' assistenza 
,, accordata a' nostri fratelli come di un' offerta accettata dallo 
,, stesso Iddio! Quando noi li veggiamo porre il piede sotto 
,, l'umile tetto abitato dalla sventura , quale non veggiam pure 
,, spuntarvi auroia di una dolce speranza, e diffondervi allo 
,, iatorno i consolanti suoi raggi ! Oh come il povero da es- 
,, si istruito della dignità di sua condizione e della sorte , 
,, che l'attende per sempre , solleva 1 abbattuta sua fronte e 
,, si consola! Chi meglio d'essi saprebbe asciugar le lagrime , 
,, rianimare il coraggio , inspirare la rassegnazione la pazien- 
,, za? Con quale rispetto noi li riceviamo nelle nostre asseiu- 
„ blee congregate per un qualche scopo utile alla società , 
,, allorché vengono in mezzo di noi a portarvi l'esempio del- 
,, le intenzioni le più pure , e l'istruzione della loro lunga 
,, esperienza ! La doppia funzione eh' essi compiono li rende 
,, naturalmente depositar) e dei bcaeficii destinati agi' infelici 
,, dalle persone , di cui hanno saputo muovere il cuore , e 
,, insieme dei segreti degli sventurati cui hanno consolato : e 
5, questo doppio deposito non potrebbe essere meglio affidato. 
„ Sono essi adunque i Visitatori nati del Povero. Sono essi 
,, i capi di quella grande missione , che si reca a portare il 
,, sollievo e la consolazione in mezzo al campo delle umane 
,, miserie. ,, Se alcuno opponesse all'autore la prolissità dello 



126 Varietà.^ 

stile , ed al traduttore la servilità nel rendere il testo ; scuse- 
remmo il primo osservando , che il suo libso dovendo andare 
per le mani di lutti ripete le idee principali perchè non is- 
fuggano ai leggitori di corta veduta: raccomanderemmo al se- 
condo l'amore della lingua nostra , la quale sdegna comporsi 
tanto a foggie straniere da perdere la sua nativa bellezza. 

Domenico Yaccolim. 



NIHIL OBSTAT 
Abb. D. Paulus Delsigiiore Ccns. Theol. 



NIHIL OBSTAT 
Petrus Lupi Med. Culleg. 

NIHIL OBSTAT 

Petrus Odescalchi Ceus. Philolog. 



IMPRIMATUR 
Vr. Dom. Buttaoni Ord. Prad. Mag. 
S. P. A. Soclus. 



IMPRIMATUR 

Joseph Della Porta Palr. Conitantinop. 
yicesgerens. 



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129 



SCIENZE 



Osservazioni suW Introduzione alla filosofa delV 
affetto del sig. Alfonso Testa Piacentino. 

\^ uè' libri dettali da uno spirito pervertitore, che 
impugnano apertamente quanto v'ha di sacro e di ve- 
ro , a noi sembran per fermo detestabili e perniciosi ; 
ina non però tali che grandi utilità rechi sempre 
al pubblico il combatterli e il confutarli. L'impudenza 
con cui sono scritti , lasciando scorgere tutta l'ini- 
quitk de' loro divisamenti , serve pure di antidoto : 
ne tali opere sono curate se non da quegli spiriti 
deboli che non bastevoli ed amare e conoscere il ve- 
ro , si credon grandi quando lo sprezzano ed ab- 
bracciano il falso ; o da que' pessimi che sono giun- 
ti air ultimo grado di pervertimento , a quello di vo- 
lere il male perchè opposto al bene , al giusto al 
vero. Ora è fatica gittata il volere rischiarare questi 
ultimi , che per l'onore del genere umano son pochi 
, per tutto , e nella nostra Italia pochissimi ; e inutile 
il riesce il ragionare coi primi. Ma quelle opere in cui 
l'errore serpeggia nascostamente , in cui la retta in- , 
tenzione dell' autore , la verità di alcimi princip ii , la 
giustezza di varie riflessioni , pochi tratti di genio .si 
conciliano il lettore , e lo inducono a perdonare dap- 
prima certe proposizionf inesatte , e poi a persuadersi 
d'alcune conseguenze non ben dedotte , quindi a pren- 
G.A.T.LXVI. 9 



130 Scienze 

dere per dimostrato ciò che è solo asserito , e a cre- 
dere colle verità di cui è convinto anche gli errori, 
che vi son frammischiati : queste opere a noi sembra- 
no più di tutte le altre dannose e degne d'essere at- 
tentamente disaminate , e combattute. 

Tali pensieri ci occorsero alla mente leggendo 
r Introduzione alla filosofìa delV affetto del sig. Alfonso 
Testa , e vedendovi uno scrittore che ama il vero e 
lo cerca , ma che da principii attinti a certa scuola 
viene trascinato di sovente ad errori troppo funesti ; 
desiderammo che alcuno chiamar volesse a disamina il 
libro di lui , e distruggendo quelle massime , che alla 
fatale influenza si debbono d'una filosofia straniera , 
premunisse l'incauta gioventù contro il veleno , che 
senza volerlo ( e noi di questo non dubitiamo ) le 
vien presentato da uno stimabile autore. Ma quanto 
bramosi di vedere un tal lavoro eseguito da qualcuno 
che in simile argomento fosse giudice competente , al- 
trettanto e forse più eravamo lontani dal volerci as- 
sumere cotesto incarico , anzi dal solo stimarcene ca- 
paci. Senonchè eccitati da tal persona cui nulla sa- 
premmo negare , e udendo le molte lodi che a que- 
sto libro si donano , ci siam pur risolti ad esporre 
alcuni nostri pensieri intorno ad esso ; stimando meglio 
che ove i migliori si tacciono alzi la voce alcuno degli 
ultimi , di quello che per mancanza di difensori ven- 
ga a soffrire per poco la verità. E nel far questo se- 
guiremo l'ordine stesso dell' A. , attenendoci al filo de' 
suoi raziocinii , e notando quello in cui crediamo do- 
ver dissentire da lui. 

I acomincia il sig. T. dal contemplare l'uomo i/n 
quanto è un essere pensante , mettendosi perciò nel 
posto pia elevato , oltre il quale non è possibile di 
spingere il pensiero in alcuna più grande generalità. 
K dice. Innanzi tutto dover noi considerare Vuomo 



Filosofia dell' affetto 131 

sotto due riguardi , perocché in lui sì fanno vere 
due specie di fatti diversissimi , avvegnaché tanto 
tramescolati e fusi gli uni negli altri che forse mai 
non si divisano : ma però molto acconciamente dis- 
tinguibili per la varia maniera di sentirli. (1) Hav~ 
vene che il risguardano come essere percipiente le cose 
e le loro relazioni puramente intellettuali : ed altri 
che il toccano di piacere o di dolore , donde muo~ 
vesi a volere. Qui è la somma della sua vita , di 



(i) La parola sentire ha significati troppo diversi , perchè 
ìa un hbro di filosofia non debba essere adoperata con molta 
cautela , affine di evitare la confusione delle idee , che segui- 
ta naturalmente quella delle parole. — Io sento le impressioni 
de' suoni , degli odori ec; sento pure le mie idee , e i miei giu- 
dlzii (cioè ne son conscio); sento dei piaceri e dei dispiaceri 
morali (cioè li provo e ne son conscio). Chi volesse da que- 
ste ultime frasi conchiudere , che alla fisica sensibilità deve ri- 
ferirsi il giudicare e l'avere piaceri morali , farebbe un mali- 
ziose e fraudolenre scambio di idee. Questo rimprovero non. 
merita certamente il sig. T. , ma non so se possa egualmente 
schermirsi dall' altro , d'avere usato si spesso ed in certi casi 
questa parola sentire , che non sempre si vede se intenda par- 
lare d'una sensibilità fisica, o spirituale. Eccone alcuni esem- 
pi : ,, Le idee di qualunque natura sieno , sono sempre cose 
5, sentite , e questo senso non è mai un' immagine ( not. 35 
„ p. 166). — L'avvenimento per cui sentiamo non può da noi 
„ essere sentito (sarebbe una contraddizione): non può dun- 
,, que essere conosciuto (not. 18. p. 161.) — CI atterremo sem- 
,, plicemente, e scrupolosamente ai fatti del nostro sentire. . . . 
„ Qui si tratta di sentirci (n. io p. 19 20.) Ove che ci rlvol- 
,, giamo : qual pur si pensi attissima maniera del nostro scn- 
„ tire , nella fisica costituzione si faranno pur sempre i nostri 
,, pensieri, perocché a queste ci conducono i falli nostri ,, 
(n, 76 p. H2.) 

0^ 



132 Scienze 

quella che sta nel pensiero. Due parti ha dunque 
fumana vita , e a due maniere d^ investigazione è bel- 
lissimo argomento . . . f^oler conoscere la storia del 
pensiero puro astraendo dalV affetto si è quella parte 
dello studio delV uomo , alla quale e dato il nome 
d"" Ideologia propriamente detto. Studiare poi nelle mo- 
dificazioni nostre in quanto sono un piacere od un 
dolore , guardare nelle comhinazioai delle idee , e 
nelle tante maniere di giudizii , in quanto ci fanno 
provare dei sentimenti che svegliano il desiderio : 
instituire in somma accurate analisi delle affezioni e 
passioni nostre , è la seconda parte importantissima 
della scienza delV umana vita , alla quale non si è 
ancora apposto nome che in ispezialità la noti ( § I. 
n. B. p. 9. 10. 

E questa il sig. T. intende di trattare nella sua 
Introduzione , o piuttosto di creare ; giacche i lllo- 
sofì così indefessi nello studio dell' intelletto umano , 
hanno fin qui trascurato la scienza dell' affetto. E ve- 
ro che grandi maestri cel m,ostrarono vivo spirante 
nei marmi e più nelle carte , ma ciò che è nelV ani- 
mo dentro , no , non fu discorso così come si conveniva 
all'importanza del soggetto. Anzi . . .ardirò io dirlo ? 
noi siamo lontanissimi dalt averne una storia esatta , 
e ben dedotta ec. Dirò di pia : la storia che ragionia- 
mo non si è ancora bene incominciata , il desiderio 
non è stato bene analizzato ; ne si conosce con as- 
sai precisione la natura delle percezioni alle quali ris- 
ponde. Noi manchiamo poi assolutamente dun esaito 
e ben ragionato classamento di quelle interne modi- 
ficazioni , che lo contengono , il quale ove fosse dir 
potremmo di possedere la scienza -. conciossiachè per 
bene ordinare checchessia^ innanzi si conviene cono- 
scerlo daddovero. (n. 6. p. 13. e 1G. ) Eppure niente 
havvi di più iraportanle e necessario di questa scicu- 



Filosofia dell' affettò I 33 

z^ì , alla quale devono attingere la legislazione , la 
morale , la politica , non che tutte quelle scienze che 
si propongono di scorgere l'uomo alla felicità cui as- 
pira , che è il pia grande anzi il solo suo interesse ec. 
(n. 7. p. 15.) 

Ora il sig. T. volendo richiamare ad uno studio 
così importante l'attenzion de' filosofi , dubita pruden- 
temente di non bastare allo sviluppo compito di questa 
scienza , e si contenta di incominciarla. Divisa pertan- 
to di delincare un abbozzo della storia delle nostre 
affezioni , e passioni , adoperandosi in ispezialità nel 
rintracciare a quali impressioni dirette , a quali com- 
binazioni d'idee esse rispondano , e per quale con- 
catenazione e modi affettivi del nostro sentire s^an- 
nodino gli uni cogli altri e si derivino ; e così giun- 
gere a quella unità che è la perfezione della scic/i- 
za ( n. 8. p. 16. ) 

Ma la storia esatta e ben circostanziata delle af- 
fezioni e passioni umane non patrassi mai fare da 
chicchessia (§. Un. 11 p. 21). Poiché dovrebbe essa 
ricavarsi da una scrupolosa rivista delle nostre sen- 
sazioni , dall' analisi de' nostri sentimenti , in una pa- 
rola dalla profonda investigazione delle passate nostre 
maniere d'essere (n. 12 p. 22) Ma che cosa sono ora 
per noi tutti questi fatti ? Non sono più altro che 
ricordanze , e ricordanze insufficienti all' uopo ti ostro, 
e imperfettissime , non pure per quella distanza som- 
ma , che Ila dal sentimento attuale alla memoria di 
quello ; ma eziandio , e molto più , perchè delle pri- 
mis ricordanze manchiamo al tutto , e le recenti non 
aggiungono mai all' esattezza, (n. 12 p. 22). E se 
tali ricordanze fossero più vive e toccanti di quello 
che sono , non basterebbero : che , ?ion pure allo stu- 
dio di tali modi presi divisamente , dobbiamo atten- 
dere-^ ma soprattutto^ e pia particolarmente alle tau- 



134 SciKNZE 

te loro comhinazioni , di che V esser nostro componsi 4 
alla loro riunione in gruppi , alla loro azione in 
massa . . • Chi orai sa di tanti avviluppamenti ? quan* 
te impressioni , che toccaronci diviato , e pia non fu- 
rono , le quali non per tanto infittirono nei giudiz] , 
nei sentimenti j nelle determinazioni nostre? Sono pur 
queste tanti elementi onde sorge l'esser nostro , tan- 
te forze moventi^ che adoperarono-^ ma come estimar- 
le ec. ? ( n. 14 p. 26). E se potessimo pure riandar 
col pensiero tutte le passate nostre affezioni, e distin- 
tamente e minutamente analizzarle, saremmo ancor lun- 
gi dal poter ordire con esse quella storia compiuta che 
si vorrebbe; imperocché niun uomo in particolare ha 
tanto sentito , quanto l'umana natura può comporta- 
re ( n. 17 p. 30 ) . 

Alcuno potrebbe chiedere se tutte queste investi- 
gazioni sveleranno poi la natura delle umane affezio- 
ni , o non si limiteranno piuttosto a mostrare quelle 
dello scrittore. Il sig. Testa risponde , che senza dub- 
bio , sponendo i fatti particolari non si verrebbe a 
fare che la storia delV individuo non graziosa , e ri- 
devole forse ; ma date un aria di generalità , e voi 
avrete la storia degli uomini tutti che trovansi d'un 
MODO SITUATI. Sono eglino altra cosa i generali che 
il risultamento di molte costanti particolari osserva- 
zioni^ vere formole inventate per soccorrere alla de- 
bolezza della nostra comprensione? (n. 16p. 20). Que- 
sta risposta non sembraci meritare una seria disamina. 
Che universali non sono formole inventate per soccor- 
rere alla debolezza della nostra mente , ma bensì ve- 
rità eterne e immutabili , che l'uomo può bensì rico- 
noscere , ma non formare , e che non cesserebbero d'es- 
ser vere quando pure ci rimanessero ignote per sem- 
pre : il quadrato dell' ipotenusa non eguagliava quelli 
dei cateti, prima ancora che Pitagora lo dimostrasse ? 



Filosofia dell' affetto 135 

E poi lascia forse una proposizione d'essere particolare 
perchè fu scritta in forma generale ? Un viaggiatore , 
che avvenutosi in due o tre ciechi scrivesse che tali 
sono gli abitanti di quel paese , qual nome otterrebbe? 
E il sig. T. pur se ne avvede dicendo , che si avrà 
la storia degli uomini che si ritrovano cCun modo si~. 
tuati . Ep]>ure l'investigazione eh' ei si prefisse versar 
deve su quelle inclinazioni , che essendo proprie della 
nostra natura , si conservano in ogni tempo , in ogni 
luogo , sotto qualunque circostanza , vale a dire ab- 
braccia tutti i modi , in cui gli uomini si possono 
ritrovare. 

Ma la storia della quale il N. A. ci ha trattenuto 
flnqui , sarà il solo mezzo per arrivare a conoscere la 
natura del cuore umano, e classificarne gli affetti ; e il 
metodo che egli ha indicato condurra a questo sco- 
po ? (1) Intorno a queste domande noi esporremo un no- 
stro pensiero, lasciando alla riflessione dei lettori il giu- 
dicarlo. - Che quei filosofi i quali sottili analizzatori 
de' sentimenti , che il bello , il sublime , il grato ec. 
destano nel!' animo nostro , ne voglion scrutar la na- 
tura e cercano da quali elementi per così dire deri- 
vino ; ricorrer debbano alle proprie ricordanze ed al 
sentimento : questo a noi sembra necessita di quegli 
studj , che mal si varrebbero di diversi argomenti. In 
essi // soggetto non è da essere insegnato per discorso. 



(i) Senza diiLbio si può considerare gli affetti anche sot- 
to questo punto di vista : un libro però in siffatta maniera 
composto sarà bensì dilettevole , ma non avrà quell' importan- 
za , che a questa nuova scienza dà il sig. Testa. Il cercare 
come si sviluppino gli affetti è ben diverso dall' insegnare il 
modo di regolarli; questo interessa il genere umano ; quello 
può servire di argomento alle ricerche di qualche filosofo. 



136 Scienze 

( n. 8 p. 46), e solo tornando sopra quello che hd 
sentito trova il filosofo le ragioni della bellezza che 
DÌace ^ e del difetto che offende ( n. 14 p. 28 ) Di- 
remo ancora che queste speculazioni , che il lusso delle 
scienze e delle lettere ha introdotte , non abbisognano 
di più saldi appoggi , poiché alla fine nulla giovano 
al compimento dei doveri pubblici o privati. Ma basi 
ben diverse e più ferme aver deve una scienza , alla, 
quale devono attingere la legislazione , la morale e 
la politica ( n. 7 p. 1 5 ) , e la quale per conseguenza 
è come il fondamento dell' umana società. 

Ne vale il dire averci l'Autore provvidissimo della 
natura scolpito nel cuore quei dettami , che regolar 
debbono le nostre azioni , e venir essi dai comun senso 
del genere umano manifestati e dalla religione perfezio- 
nati ; e bastar questo per l'osservanza dei nostri doveri, 
pel mantenimento de' nostri costumi : ma la scienza es- 
sendo fatta per quegli spiriti superiori che vogliono ve- 
dere l'unione delle verità e la loro ragione , dover 
esser libero a ciascheduno appoggiarla a que' principi! 
che più gli piace , e svolgerla a suo talento. Che a que- 
sto noi rispondiamo , la scienza non essere che il per- 
fezionamento delle cognizioni , che abbiamo natural- 
mente d'una cosa. Si definisce ancora cognitio rei per, 
caussas : a tal cognizione può giungere l'uomo ado- 
perando que' mezzi che proprii sono di quel genere 
di studj di cui acquistar vuole la scienza, e che egli 
non può variare a capriccio. Niuno apprenderà la me- 
dicina con de' calcoli e delle linee , la giurispruden- 
za con degli apparati chimici , o la metafisica np- 
tomizzando cadaveri. Or quali sono i mezzi , che 
naturalmente conducono alla scienza , a cui debbo- 
no attingere la legislazione , la morale , la po- 
litica , e che fino ad ora si è chiamata Etica o Fi- 
losofia morale ? Quelli noi rispondiamo , che per di- 



Filosofia dell' affetto 137 

sposizione dell' Onnipossente servono di naturai rego- 
la a ciascheduno. Questi sempre si conobbero , si pra- 
ticarono , e questi i filosofi ridussero a scienza , fon- 
dandola sulla investigazione del fine a cui l'uomo è 
fatto , e de' mezzi che gli son dati per conseguirlo , va- 
le a dire le sue facoltà , le sue inclinazioni , i pre- 
cetti della legge naturale. 

Ma ritorniamo all' A. il quale ci chiama a con- 
siderare i principali modi affettivi del nostro sentire^ 
Colla parola sensibilità intende il sig. Testa quella 
proprietà la cui mercè ruomo è tocco con coscienza 
dalle impressioni , che gli si fanno ( §. III. n. 1 9. 
p. 34 ) . Delle nostre sensazioni altre derivano dalle 
esterne impressioni , altre si debbono allo stato de* no- 
stri visceri , alla maniera con cui eseguiscono le loro 
funzioni, e perciò possono dirsi interne (n. 21. p. 35.) 
Ma qui non ista tutto il nostro sentir piacere a do- 
lore (n. 22. p. 36) : che molte delle nostre affezioni 
derivano dalle moltiformi combinazioni d' idee , che 
in noi si formano nelle varie circostanze , ed avve- 
nimenti del viver nostro ( n. 23. in fin. p. 39. ) ; e 
siccome tutti i nostri membri hanno pure de* movi-' 
menti che rispondono allo stato in cui ci ritroviamo , 
così a quelle combinazioni d'idee consegue un turba- 
mento , che altro non è se non un effetto necessario 
della maniera con cui siamo formati , ufi giuoco me^ 
raviglioso della nosta organizzazione affatto involon^ 
tario e spesso inosservato ( ivi ). Per tenere separate 
queste due diverse maniere di sentire , chiama sensa- 
zione , quel modo piacevole o doloroso, che trae pur 
dalle fisiche impressioni interne ed esterne , ed affezio- 
ne morale o sentimento quel piacere o dolore che se- 
guita le percezioni di certe relazioni tra le nostre idee 
(n. 2h p. 39 40.) 

Come nasca (|ucslo sentimento morale , confossa 



138 Scienze 

l'A. di ignorarlo : pure egli pensa i fenomeni delle sen- 
sazioni , Ì1071 meno che delle morali affezioni , essere 
dipendenze della nostra organizzazione , la quale per 
due diversi modi viene eccitata principalmente. Cioè , 
nel primo caso , dalle fisiche impressioni immediate 
interne ed esterne , . . . e neW altro da una particolare 
maniera di stimolo , o da un azione che si parte dalla 
sede stessa del pensiero (n. 25 p. 40). Osserva poi , 
che le affezioni penose che conseguono certe combina- 
xioni U'idee , potrebbero acconciarsi , guardando pure 
non air origine , ma. al senso che ne proviamo , col- 
ie sensazioni che abbiamo dette interne, (ivi p. 41). 
Inolti'e è un fatto certissimo , che noi rapportiamo 
costantemente alla regione frenica , che comprende 
il diaframma e lo stomaco , e V angoscia oppressiva , 
che s'accompagna alla tristezza , e f alleviamento che 
sperimentiamo nella giocondità ; per lo che ivi prin- 
cipalmente collocherei l'organo speciale del sentimen- 
to morale. Dico principalmente , perocché parmi an- 
cora , che per una sorta d' irradiazione , C affezione 
di un tale organo si conduca spesse volte non pure 
ad altri visceri , e ne favorisca o ne turbi le fun-» 
zioni , ma ancora al sistema muscolare (ivi). 

Questo è ciò che il N. A. crede dover dire in- 
torno al senso che proviamo delle morali affezioni. Per 
ispiegarne la nascita egli suppone ; che alt occasio- 
ne di percezioni più o meno distinte , e conseguen- 
temente di certe sentite relazioni fra le stesse , di na- 
tura da farci pensare un bene od un male nostro (1), 



(i) Questo bene o male nostro si deve riferire alla fisica 
costituzione. Il sig. Testa lo mostra chiaramente nel n. gS. e 
lo noteremo sul fine di queste Osservazioni : qui basti l'aver- 
lo avvertito. 



Filosofia dell' affetto 139 

muovasi una forza tutta propria del principio pensante 
nel centro stesso del sistema nervoso , la qucde ado^ 
peri nelle interne partii che abbiamo chiamate organo 
del sentimento morale ; di che per una rispondente 
reazione dello stesso , 'veniamo poi tocchi dal piacere 
a dal dolore che ragioniamo. Ondecchè /' affezione 
morale nella stessa guisa che la pura sensazione , m- 
nanzi di essere nelV animo ; • • • vengono ad essere 
ambedue condizioni del corpo , maniere de'' nostri or-* 
gani. Epperò , secondo che io le veggo , le morali 
affezioni , così come le sensazioni , dipendono da mo~ 
vimenti operati nella nostra macchina .... Quin- 
di r essere senziente , in ambedue i casi non sente 
che per tintervento del corpo (n. 26 p. U2). A que- 
sto luogo r A. con una nota ci avvisa , che bisogna 
guardare a non confondere V anima coi risultamenti 
deir organizzazione , e che se ei cerca nel corpo l'o- 
rigine (1 ) di ciò che tocca V anima , si è perchè Ve- 



(i) Questa espressione è inesalta, Uorigine di ciò che tocca 
l'anima è nell' anima stessa , e non nel corpo : il sentire medesimo 
trae origine dall' anima ; altrimenti non è che una materiale alte- 
razione de' nostri organi. E l'esperienza alla quale si appella l'A. 
provando , che qualunque volta l'anima adopera, n'ha sua manie- 
ra anche il corpo, fa chiaramente vedere che l'origine dell'azione è 
nell'anima: perchè nella supposizione contraria , l'esperienza ci 
mostrerebbe , che l'anima non adopera se non conseguentemente 
ad una alterazione degli organi. Né giova opporre l'antico as- 
sioma — nihil in intellectu , quod prius non fuerit in sensu — , 
per dedurne che agli organi corporei si deve l'origine delle 
nostre cognizioni. Imperocché è necessità della natura nostra , 
che s'incominci dall' adoperare i sensi , i quali immediatamente 
ci recano le imagini delle cose esterne, e mediatamente (per 
mezzo cioè della parola , e della riflessione della mente sulle 
imagini e nozioni già ricevute ) le idee morali , ed astratte : 



y 



140 Scienze 

Sperienza gli proi^n , che per le leggi dell' unione , 
qualunque 'volla l'anima adopera , nha sua maniera 
anche il colpo , e così e converso /' impressione del 
corpo air anima si reca (not. 15 p. 158.) Questo è 
certissimo , e niuno vorrà contrastarlo al sig. T., co- 
me pure niuno vorrà accusarlo di essere uno di que* 
balordi che l'anima confondono coi risultamenti della 
materia organizzata ( not. cit. in fin. ) Oltre le frasi 
riferite lo mostrano chiaramente alcuni tratti dell'ope- 
ra sua , e la stessa sua teoria sulla nascita de' senti- 
menti morali. Non ostante a noi sembra , che nelle sue 
parole non abbia posto alibastanza esattezza , per la 
qual cosa facilmente si possano da qualche lettore 
condurre 

Forse a peggior sentenza cK ei non tenne. 

Per tal motivo arrischieremo su questa difficile , e spino- 
sa quistione alcune parole , non per ispiegarla , che 
non devesi cercare di spiegare i misteri , e come vieii 
giustamente considerata quell' unione ; ma solo per ret- 
tificare i pensamenti del N. A. che non del tutto ci 
appagano. 

L'Uomo non è un puro spirito ; egli è un es- 
sere misto , un' intelligenza servita da organi (Bonald) : 
un essere composto d'anima e di corpo (1). Tale è 
dunque la naturale costituzione dell' uomo , che ne il 
corpo può conservarsi , ed eseguire le sue funzioni senza 
l'anima , ne questa senza di quello può agire ed esistere 



cosi richiede Io sviluppo delle nostre facoltà; ma questo svi- 
luppo ila origine nella attività propria ed essenziale del no- 
stro spirito. 

(ij S. Tym. Suiu. Tlieol. part. I. (j, i5. a. 4- 



Filosofia dell' affetto 14f 

conforme alla sua natura : diciamo conforme alla sua 
natura creata perchè l'anima , immortale , quando pure 
vien disgiunta dal corpo , prosegue ad esistere , ma in 
modo diverso da quello che alla natura di lei si con- 
viene : ,, esse separatam (aniniam) a corpore, est prae- 
„ ter rationem suae naturae ,,; scrisse S. Tomaso (1). 
E la religion nostra divina ce lo conferma , insegnan- 
doci che al termine dei secoli ritorneranno i coi-pi no- 
stri a congiungersi alle anime. Da ciò si deduce , che 
a parlare propriamente le operazioni nostre non deb- 
bonsi riferire all' anima , ma sibbene all' uomo ; come 
all' uomo , e non all' orecchio p. e. si riferisce l'ascol- 
tare un discorso. Ne questo si deve intendere soltan- 
to di quelle azioni che diconsi esterne , come il par- 
lare , il passeggiare : ma perfino delle operazioni dell' 
intelletto : ,, potest igitur dici quod anima intelligat , 
,, sicut oculus vidct , sed magis proprie dicitur , quod 
,, homo intelligat per animam (2) ,,. Consegue anco- 
ra dalla naturale costituzione dell' uomo che senza Tiii- 
tervento del corpo , non può l'anima esercitare le sue 
facoltà. La cognizione stessa delle verità più spirituali 
ed astratte , ci sarebbe impossibile senza del corpo ; 
non già perchè in esso trovisi l'organo dcW intelletto , 
ma per ragion dei fantasmi , senza de' quali non si 
dà nozione : ,, corpus requiritur ad actionem intellec- 
,, tus , non sicut organum , quo talis actio exercea- 
,, tur , sed ratione objecti : phantasma enim compara- 



(i) Ibid. q. 89. a. i. — Diversa è l'opinione del N. A. 
,, L'ente , egli dice , che è in relazione colla materia non di 
„ sua natura , ma per circostanze positive ed ipotetiche ; que- 
,, sto ente ove che si trovi, non si confonderà che da un balor- 
,, do coi risultamenti della materia organizzata ,, (n. i5. p. iSg) 

(ij S. Tom, ihid. q. 75. a. 2, ad 2. 



142 Scienze 

,, tur ad intellectum sicut color ad visum ,, (1). Co- 
desto intervento è ancora più manifesto nella sensazio- 
ne e negli affetti. I filosofi non debbono tentare di spie- 
gare come esso sia , ma attenersi ai fatti , che ce lo 
mostrano , e ragionar su di essi senza ricorrere a con- 
ghietture incerte , e spesso fallaci. Qnesta via ha vo- 
luto seguire il sig. T., ed ha conchiuso, che rappor- 
to alle affezioni morali ( di queste sole noi vogliamo 
parlare ) , avviene nelF animo un giudizio che si rife- 
risce ad un bene o male nostro ( fisico ) ; all' occasione 
di questo giudizio l'anima agisce sull'organo del sen- 
timento morale , e per la reazione di questo sente pia- 
cere o dolore. 

Quest' organo a noi pare doversi lasciare fra le 
ipotesi ; ch^ esso non ci viene comprovato dai fatti ; 
e dir piuttosto : che l'animo all' occasione di certe idee 
e giudizii (che non si debbono restringere a quelli so- 
li che riguardano il bene o male nostro ) prova pia- 
cere o dolore ; e che per le inesplicabili leggi dell' 
unione , a questo piacere o dolore seguita nel corpo 
una mutazione corrispondente , la quale accompagna » 
non precede , lo stato dell' anima enee effetto , e non 
cagione. All' opposto di quello che avviene per le sen- 
sazioni interne o esterne , in cui lo stato piacevole o 
doloroso dell' animo consegue e corrisponde a quello 
del corpo. 

Troppo essenziale è al sistema del sig. T. la di- 
stribuzione , che egli fa dei modi per cui viene tocca 
la sensibilità perchè non dovesse cercar di distrug- 
gere qualunque altra fonte di piacere o dolore diversa 
da quelle , che egli ha recate. Quindi procura di mo- 
strare , che alle accennate classi si riducono i piaceri 
che derivano dall' esercizio delle facoltà intellettuali , 

(i) Ibid. ad B. V. q. 34- art. 7. — q. 85. art. 1. 



Filosofia dell* affetto 14r? 

e quei che la miisicii ci cagiona. (1) In quanto a que- 
sti noi volentieri conveniamo con lui ; ma in quanto 
ai primi troppo deboli ci sembrano le sue ragioni , e 
troppo contrarie a quanto il sentimento ed il razioci- 
nio ci mostrano. E primieramente , egli dice , Veser- 
cizio delle facoltà intellettuali è spesso accompagna- 
to da uri interna sensazione dolorosa ( §. IV n. 32 
p. 52 ). Non nega , che grandissimo diletto non s'ac- 
compagni air esercizio delle nostre intellettuali fa- 
coltà .... Ma per questo che s* accompagna , non 
ne deriva. . . . Nella percezione de" rapporti e delle 
convenienze puramente ideali , ed anche nella più lun- 
ga serie di tali percezioni , quale possiamo credere 
essere nella testa pia forte (2) , niente ci tocca fuor- 



(i) Chi non volesse indicare colle parole affezioni morali 
se non tutti quei piaceri e dolori che noi proviamo , indipen- 
dentemente dalle fisiche sensazioni , a buon diritto compren- 
derebbe sotto quel nome il piacere , che proviene dall' eserci- 
zio delle facoltà intellettuali. Ma il sig. Testa vuol restrin- 
gere quella denominazione ai piaceri o dolori che derivano 
da un giudizio per cui noi riferiamo le cose ad un bene o 
male nostro ; e questo bene o male non lo ritrova che nella 
fìsica costituzione , e negli allettamenti dell' amor proprio. In 
questo senso la sua proposizione è falsa j e ciò solo noi qui 
abbiamo voluto provare. 

(2) Queste parole possono esprìmere ed una fisica robu- 
stezza , ed un' energia spirituale. In quest' ultimo senso però 
sarebbero inutili in questo luogo; perchè la fatica del pensiero 
dovrebbe essere in ragione inversa della fortezza della men- 
te : la testa forte d'un matematico profondo regge al calcolo 
il più complicato , mentre la testa debole d'un giovine scolaro 
scioglie con istento un facilissimo problema. A credere che il 
N. A. voglia parlare d'una fortezza fisica ci inducono ancora le 
seguenti parole. „ Il cervello piii forte non sostiene per si lungo 



^/i^ Scienze 
che la fatica del pensarne. Non è che uscendone in 
certo modo , e quando attendiamo il bene , che ci può 
awenire dal felice riuscimento di quelle speculazio- 
ni , che ne riceviamo diletto. Questo pensiero 

ha potuto fare inganno a molti , e indurli quasi a 
credere che la fatica fosse un piacere. Ma se bene 



,, tratto la fatica del pensiero , siccome i muscoli del più de- 
,, hole contadino reggono allo sforzo che richiedono le sue 
„ faccende ,, (not. 25. p. i63. ) Presa però in senso fisico la pa- 
roìa Jhrlè ci sembra assai erronea. L'esperienza in fatti ci prova , 
che quegli individui la conformazione de' quali è stata viziata dal- 
la rachitide , sono di ingegno molto più sveglialo ed acuto , che 
quegli uomini atletici , ne' quali una robusta complessione ed un 
perfetto sviluppo di tutte le membra , fanno supporre che an- 
che il cervello abliia quella giusta proporzione colle altre pala- 
ti del corpo , e quel maggior grado di perfezione di cui è 
suscettibile. E ingenerale osservava il visconte di Ronald — que 
n'est nichez les hommes , ni chez les peuples les plus puis- 
samment organlscs , que se trouve le plus d'intelligence et d'ap- 
titude aux arts de l'esprit — (V. Recherch. Phil. T. I. eh. 9. 
p. 445. et suiv. ) E non ha molto clvj un inglese scrivendo 
sull'Alienazione mentale, notava che i letterali e gli artisti 
sono generalmente in uno stato di eccitabilità morbosa , la 
quale quando improvvise circostanze concorrono ad accrescer- 
la , si converte facilmente in alienazione mentale. — Il sig. 
Testa non vuole c\ie fatti , e questi son fatti. 

Aggiungeremo ancora sopra il paragone qui citato un' 
avvertenza , che un eh. prof, di Fisiologia ci suggeriva ; cioè , 
che il cervello è un viscere di struttura molto più delicata di 
quella dei muscoli ; e che nelle meditazioni protratte il cer- 
vello è il solo organo in azione , e lo è incessantemente ; dove 
nella fatica del più debole contadino , l'azione è divisa fm 
più e più organi muscolosi , che alternativamente si trovano in 
istato di azione , e di riposo. 



Filosofia dell' affetto 1 45 
^attendiamo al fatto del nostro sentire , distinguendone 
^li atti , ci sarà chiaro , come il diletto non al fa- 
ticoso travagliarsi della niente in quella profondità 
di pensieri si debba attribuire , bensì a questo giudi- 
zio d'una utilità , che si mostra a quando 

// piacere non è nella fatica che conduce alla sco- 
perta ; ma nella speranza di quella .... insomma 
nasce propriamente e solamente da questo giudizio , 
che ci mostra le cose essere favorevoli al nostro be- 
ne stare , alle pretensioni nostre , alle nostre aspetta- 
tive. Non si deve dunque sceverare dalle morali af- 
fezioni ( n. 34. p. 53. 54. ) Inoltre se V esercizio del- 
le intellettuali facoltà fosse così piacevole in se stesso 
indipendentemente dalle notate avvertenze delV amor 
proprio , come si pretende ; donde verrebbe quel la- 
sciarle oziose , die i molti fanno ? ( n. 35. p. 55. ) 
Omettendo quest' ultimo argomento non troppo fi- 
losofico , noi rifletteremo sul primo , che non retta- 
mente può dirsi fatica l'operazione della mente ; im- 
perciocché non essendo ella se non l'uso naturale di 
vuia nostra facoltà , è conforme alla natura nostra , 
e giova al suo perfezionamento. Che se dopo lunghe 
e profonde meditazioni stanchi e spossati noi ci sen- 
tiamo , non per questo si deve quel travaglio all' ope- 
nizione dell' animo attribuire , il quale con esso per- 
venne alla scoperta di quel vero che bramava , e con 
ciò si è resa più facile la cognizione d'altri più re- 
conditi : che tali sono le spirituali nostre facoltà , 
che non si indeboliscono e corrompono coli' eserci- 
zio , siccome i sensi ^ ma più vigorose e perfette si 
fanno (1). 



(i) — Intelleclus cognoscens maximum intelligibile , non 
minus cognoscit minora sed lua^is , . , . . quia intelleclus non 

G.A.T.LXVl. 10 



146 Scienze 

Ed appunto perchè ad un intenso meditare con~ 
segue non di rado una penosa situazione de* nostri vi- 
sceri , a noi pare doversi concludere , che grandis- 
simo sia quel diletto dello spirito , se per esso que- 
sto si trascura. Qui soggiungerà il Sig. T. : io que- 
sto non nego , ma da un giudizio lo deduco , che ci 
mostra la scoperta cui aspiriamo dover riuscire favo- 
revole al nostro bene stare. Noi , a dir vero , non 
vediamo come questo giudizio abbia luogo in tutti i 
casi ; e basterebbe che in un solo mancasse per to- 
gliere quel principio così generale. Che uno specu- 
latore , a cagion d'esempio , colla speranza di un esi- 
to favorevole si consoli delle sollicitudini e delle fa- 
tiche che incontra , noi lo comprendiara facilmente. 
Ma chi intende alla ricerca d'una verità , qualora per 
qualche secondario line noi faccia , ritrovasi in una si- 
tuazione ben diversa. Egli vuol conoscere il vero , e 
questo vero cui l'intelletto nostro tende di sua na- 
tura , quando chiaro e distinto ci si presenta , ci riem- 
pie d'una dolcezza e d'un gaudio inesprimibile ; e sì 
vivamente ci commove e trasporta , che non sappia- 
mo come si possa confondere cogli allettamenti dell' 
amor proprio. 



corrumpitur ex excelienti intelligibili , sicut sensus , sed nia- 
gis perficitur. — S. Thoni. Cont. Gent. L. i. e. 69. G**. E nel- 
la Somma Teologica P. I. q. 70. art. 3. ad 2. — Sensitivum 
patitur a sensibili cum corporis immutatlone ; linde excellentia 
senslbilium corrumpit sensura: quod in intellectu non contin- 
git. Nam intellectus intelligens maxima intelligibilium , niagis 
potest postraodum intelligere minora. Si vero in intelligendo 
fatigetur corpus , hoc est per accidens , inquanlum intellectus 
indiget operatione virium sensitivarum , per quas ci phanta- 
smata praeparenlui'. 



Filosofia dell' affetto ^47 

Altri piaceri vi sono tutti pioprii dello spiiito 
e che in nissun modo ridar si possono alle morali af- 
fezioni prese nel senso del sig. Testa. L'uomo vir- 
tuoso , il quale tranquillo e contento della coscienza 
che noi rimorde , si piace di spargere beneficenze se- 
grete sugli infelici ; che opera virtuosamente perchè 
il suo Dio glielo impone , e non per averne lode dagli 
uomini , e che non lascia di farlo perchè a mal fi- 
ne dagli invidiosi si torcano le sue azioni : non mo- 
stra che posson darsi piaceri indipendenti da quel giu- 
dizio , che tutto riferisce al nostro bene stare ? E 
chi elegge di perder la vita , l'onore , che più della vita 
stessa ci è caro , piuttosto che tradire il suo dovere , non 
troverà verun piacere nell' adempirlo ? Noi non voglia- 
mo accennare quelle azioni che diconsi eroiche , perchè 
spesso dipesero da un vano desiderio di fama , o almeno 
l'ammirazione de' posteri pare che in qualche modo le 
ricompensi : ma quelle virtù che nell' oscurila d'una vi- 
ta privata tanti sagrifizii ci domandano , che solo son 
noti a chi li provò , non arrecheranno una conten- 
tezza e soddisfazione di se stesso che certamente è 
piacere grandissimo , e pure non dipende dal giudi- 
care que' sacrifìzii favorevoli al nostro bene stare , 
alle pretensioni nostre , alle nostre aspettative ? Noi 
crediamo d'avere bastantemente dimostrato che pur si 
danno piaceri non riducibili alle sole due classi , che 
il sistema del sig. Testa richiede. Continuiamo ora l'e- 
sposizione de' suoi principii. 

E legge della natura comune a tutti i viventi di 
fuggire il dolore e seguitare il piacere , e quindi è 
in tutti un avversione ed una tendenza invincibi- 
le del paro. NelV uomo , perciocché di pia ma- 
niere ha sentimenti , queste ancora a maggiori co- 
se si distesero . . . Questa volontà costante , inva- 
riabile , necessaria di goder sempre , e non soffri- 

-10* 



148 Scienze 

re giammai , viene detta amor di noi stessi od amor pro- 
prio ; principio conservatore e vindice del genere 
umano ; passione primordiale donde traggono . . . tut- 
te le altre inclinazioni , sotto le cui forme nascon- 
desi : perocché desse tutte non soni) che questo stes- 
so amor proprio , o volontà di ben essere , che in- 
tende a! differenti oggetti , dai quali hanno lor nu- 
mi ( §. f^. n. 48. p. 72. ) Alcuni hanno distinto Va~ 
mor di noi stessi , il quale non è tocco che da ciò, 
che gli appartiene secondo le mire della natura , dall' 
amor proprio che alla natura non è conforme ed è 
vizioso. Questa distinzione che può essere di qualche 
utilità alla morale , non piaee all' A. perchè potrebbe 
indurre in errore , facendo credere , che vi sieno due 
principii dai quali si derivino le umane voglie (n. 49. 
p. 73.) Pare per altro che il dare diverso nome ad 
una cosa , quando questa opera per motivi diversi , 
e con effetti del tutto opposti , ben lontano dall' es- 
sere un inconveniente , invece serva moltissimo a quel- 
la proprietà di espressioni , che forma il merito prin- 
cipale d'uno scritto filosofico. La sensibilità , conti- 
nua il sig. T. è suscettiva del pia e del meno . . . 
Ma , qual pur siasi la condizione di chi sente , 
eguale sempre ed invariabile e V avversione al dolo- 
re , e la tendenza verso il piacere , che in questo 
pur tutti si appuntano i piaceri ( n. 50. p. 74. ). E 
questo un fatto di cui noi siamo sicuri ; e il N. A. 
vuole ora occuparsi delle sue conseguenze , cominciando 
dall' investigare le premesse dalle quali dipende la na- 
scita del desiderio ( n. 51. p. 75.) Nella cognizione 
del quale è riposta secondo lui , tutta la teoria delV 
umano volere ( n. 92 p. 131 ) . 

Che cosa e incontra , quando ci sentiamo es- 
sere in pena ? Noi primamente ricordiamo di non 
essere sempre stati quali ci fa il dolore . . . Il sen- 



Filosofia dell' affetto iA9 

timento delV attuale pena nostra , e le ricordanze 
dì quelle soavità , ci porgono occasione di formare 
Ufi giudizio di preferenza dell'" uno air altro stato ... 
Noi però vogliamo gittare da noi il peso che ci 
grava , e mutare la nostra condizione. Questo vo- 
ler cambiare maniera d'essere è propriamente un de- 
siderare . . . La molestia , o V<;ittuale tormento , e le 
ricordanze ctun meglio essere , pajono adunque due 
condizioni necessarie alla nascita del desiderio ( §. VI. 
11. 52. p. TT. 78. ). Onde si concJdude molto dirit- 
tamente , il desiderio non esser altro che la volon- 
tà di toglierci ad un sentimento molesto ( n. 58. p. 
84-. ) Il piacere non è per se incitamento al clcsideiio , 
ma fa di mestieri , che Vimmagine del piacere de- 
sti un sentimento di pena , quella cosa che voi chia- 
mate solletico del piacere , che è pure una mole- 
slia , una condizione più o meno penosa , perchè ne 
venga il desiderio. ( n. 58. p. 85. ) 

Il desiderio occupa un posto così principale nel- 
la maniera con cui il sig. T. considera gli affetti , 
che prima di progredire nelle sue ricerche, egli stima 
conveniente l'esaminare , come ne abbiano pensato / tre 
più valenti scrutatori delV umano sentire., Locke, Con- 
dillac e Destutt-Tracy (n. 26 p. 91). Noi non lo se- 
guiremo in queste sue considerazioni-" invece propor- 
remo, che que' desideri! coi quali ci vogliara togliere 
da uno stato molesto , si distinguessero da quelli con 
cui vogliamo giungere ad uno stato piacevole e con- 
forme alla natuia nostra. In questi il seutiraeuto pe- 
noso consegue l'alio della volontà , in quelli lo pre- 
cede , e ne è un elemento. Non e questo il luogo di 
sviluppare tal distinzione , da cui si potrebbero de- 
durre conseguenze non poco importanti. Diremo inol- 
tre -che per la stima che abbiam concepito de' talen- 
ti del sig. Testa, ci dispiace vederlo così ligio a que- 



150 Scienze 

sti uomini , i quali a dir vero sarebbe ormai tempo 
tli lasciare in disparte , insieme a Cabanis il CoetU" 
ìleo della Natura (1). Se non conveniamo con lui 
rapporto alla nascita del desiderio , crediamo poi an- 
che meno , che a soli desiderii si riducano gli atti 
della volontà , come sembra che egli pensi (2). Ma 



(i) Parlando di Cabanis scrive il signor Testa, che JattO' 
sì coetaneo della Natura, ha cercato di penetrare l'indirizzo , 
che prendevano le molecole primitive , onde organizzarsi ( n. 
i5. p. 27. ) A questa lode ridicola, crediamo che i nostri let- 
tori non vedranno con dispiacere contrapposto il giudizio , clic 
intorno a Cabanis proferiva uno scrittore francese. - Il a pous- 
sé ses recherclies plus avant ( qu' Helvètius ) , et a voulu recon- 
noitre ces facultés ( morales ) dans le plus mysterieux de la 
nature physique. Son habilc'té n'a servi qu' a faire voir encor 
raleux , qu' il est impossible d'atteindre la nature morale par 
cette route. Quelque vif que fùt son de'sir de rattaclier le mo- 
ral au physique ; il n'a pu approcher du but où il tendoit ; 
et il a eu assez peu de philosophie pour se montrer amoureux 
de cette opinion qu' il ne pouvoit parvenir à demontrer. - Ba- 
rante de la Lit. Frane, pendant le sièclc xvni , cité par Picot 
Mem. etc ,T. iv. p. 639. à Paris 18 16. - Veggasi nel T. vni. p- 
1^6 177. delle Memor. di Religione di Modena un aneddoto 
della vita di Cabanis , e poi si giudichi qual nome convenga 
assegnare allo svergognato articolo , che nella Biogr. Univ. gli 
ha tributato il Gingue'né. 

(2) L'elezione ( che è ben diversa dal desiderio ) ed il 
godimento sono pure atti della volontà. Omettendo la prima , 
ci fermeremo su questo , che espressamente viene impugnato 
dall' A. Non può imaginarsi godimento disgiunto da un atto 
della volontà , o per parlare più propriamente il godimento 
non è che un atto della volontà , e questo è vero perfino ne' 
godimenti corporei. Ciò provasi chiaramente , lasciando altre 
ragioni , perchè quella slessa sensazione di cui godiamo può 



Filosofia dell' AFFETTO 15f 

questa sua opiaione non entrando nella catena de' suoi 
pensieri , i quali soli ci siam proposti di esporre ; ci 
contentiamo di averla accennata, e passiamo alle ca- 
gioni da cui muove il forte volere, le quali il sig. T. 
in conformità alla sua teorìa del desiderio , dice es- 
ser quelle , che rendono piìi tormentosa la pena da 
cui il desiderio deriva (§. Vili n. 71 p. ■104). 

In questa ricerca avverte l'A. non potersi pre- 
tendere una grande esattezza e precisione; e però vo- 
lendo determinare Venerala del desiderio , dobbiamo 
limitarci alV indicazione delle cagioni generali e dei 
modi più sentiti (n. 72 p. 108) . 

E primieramente Vintensità del sentimento dolo- 
roso, ove le altre cose si consentono, è proporzionata 
alvario stato della particolare organizzazione (n. 73). 
Inoltre è un fatto costante della nostra sensibilità , 
che quando siamo tutti intenti ai modi di lei . . . 
pia vivo ed intenso ne riesce il sentimento che pro- 
viamo (n. 74 p. 109). Per ispiegar questo fatto ave- 
vano i filosofi create due facoltà ; l'attenzione cioè ehe 
accresce forza all' attuale molesta sensazione , e l'ima- 
ginazione, la quale opera sulle ricordanze, accozzan- 
dole in mille guise , e di oseure e deboli rendendole 
vive e commoventi (ivi). Il sig. Testa trova quelle due 



in un subito recarci disgusto gravissimo , rimanendo pure la 
stessa ; quando la volontà non la vorrebbe presente , né può 
allontanarla. Dice il sig. T. che ninno si sollicita di volere quel- 
lo che ha ( n. 56. p. 8r. ): ed è verissimo che non bisogna 
voler conseguire ciò che si ha già conseguito ; ma la volontà , 
per dirlo colle parole di S. Tommaso - non hunc solum ha- 
bet actum , ut appetat quae non habet , sed etiam ut amet 
quod amet , et delectelur in ilio - Sum. Theol. P. I. q- tg- 
a I. ad 2. 



152 Scienze 

facoltà siipeivacanee e indebite'^ mentre in luogo elefl* 
attenzione , l'energia del sentimento accresciuto si spie- 
ga colla sensibililà stessa tutta raccolta nella parte 
molestata (n. 75 p. 141) la quale concentrazione se^ 
guita il volere , e qualche volta dipende dall' interno 
stato nostro , da circostanze ignote del nostro orga- 
nismo , come neir estasi , nell' ebrietà dell' oppio ec- 
(ivi p. 111 112). E lo stesso si deve dire di quel po- 
tere che all'immaginazione si attribuisce sulle idee ri' 
cordate. Queste ancora giusta il vario stato deW iu" 
dwidxLO pajono risvegliarsi con più o meno di viva- 
cità , mettersi in quella condizione che contrasta col^ 
le attuali maniere nostre ad accrescerne il sentimen-' 
to (n. 75 p. 112). Approva anche meno il sig. T. che 
a quelle facoltà si attribuisca di eccitare di per se il 
sistema nervoso ^ e produrre impressioni dove non sia 
alcuno ohbietto che le determini. Non perchè neghi , 
che noi proviamo qualche volta certe modificazioni 
anche nelV assenza degli agenti estemi che sogliono 
procurarcele : ma perchè questi fenomeni si possono 
derivar pianamente dalle alterazioni, a cui vanno sog- 
getti per razione degli agenti intemi , tutto il siste^ 
ma nervoso , non meno che i sensi propriamente detti 
( n. 77 p. 113 114) . Questa spiegazione a noi noa 
pare troppo piana-., ma forse è di quelle (sia detto per 
ischerzo ) che all' autore sono state inspirate dopo le 
sue Genette (1). Una terza cagione che accresce il 
nostro sentimento trae dall' efficacia dei segni con che 



(i) » Non so se si troverà qualche cosa di buono nerie 
» mie scriUure ; ma posso asseverare che quello che io cre- 
» do tale , è appunto quello che meno ho pensato , e fu do- 
ni pò le mie ceneUe » . ( Nota 3p. p. i68. ) 

Per le inspirazioni, veggasi il suo avviso ai lettori. 



Filosofia dell' affetto 153 

vestiamo Id particolari impressioni , e le affezioni ri- 
sultanti dalle combinazioni di queste ; non meno che 
dai collegamenti d'idee^ le quali adoperano come se^ 
giù (n. 80 p. 116) . 

Vedute le cagioni che più vivo rendono il nostro 
volere , son da cercare quelle che allargano indefi- 
nitamente i confini de" nostri desiderii (n. 84p. 121 ) ^ 
f^'ha nei diversi individui una più o meno estesa sen- 
sitività. Questa differenza piccola da principio si fa 
grandissima per V influenza delle tante ahitudini , e 
di tutte quelle circostanze , che sono concorse a mo- 
dificare r organizzazione^ o a dare perfezione alle no- 
sire facoltà ( §. IX n. 85 p. 1 22 ) Non ostante tutti 
gli uomini hanno una maniera di comuni necessità ; 
e tali sono appunto quelle che si derivano immedia- 
tamente dalla originaria loro costituzione (n. 86 p. 128). 
Per determinare queste necessita , prende il N. A. a 
considerare un uomo cresciuto nelle selve fuori al tut- 
to d'ogni umana società : quasi che un tal uomo tro- 
vandosi nello stato proprio alla sua natura provasse 
solo le necessita che dalla stessa dipendono , e tutte 
le provasse , o non piuttosto nemmeno fosse merite- 
vole d'essere chiamato uomo , ne si trovasse in con- 
dizione peggiore dei bruti. 

Quest' uomo , dice il sig. Testa, sarebbe affetto 
dalle fìsiche impressioni , ma però dentro confini mol- 
to stretti (n. 87 p. 125), dalle combinazioni delle 
idee non lo sarebbe , che in un infimo grado , e for- 
se nulla pia del bruto (ivi). Necessario è pertanto uscir 
dalle selve e considerare la società ; e il sig. Testa vi 
conduce il suo selvaggio , per vedere come ne sarà 
toccato. Noi er ediamo che un uomo in siff*atta guisa 
vissuto non sarà tocco dalla scena che la società gli 
presenta più che noi siano quelle fiere , di cui si fa 
mostra per le citta. Pure il sig. T. ci dipinge la so- 



154 Scienze 

cietk , e cosi perversa e trista ce la presenta che ras-, 
sembra una congrega di filosofi (1); e dice da quel- 
la vista nascere nel selvaggio quelle tenere affezioni^ 
sì convenienti alV uomo di compassione , di gratitu- 
dine , di clemenza , di generosità , e quelle spaven- 
tevoli che nei furori della collera , della vendetta , 
deir odio , deir invidia , deW ambizione si mostrano 
feroci e sanguinarie (n. 88 p. 126). Tutto questo scrive 
lA. per dimostrare che le arapliazioni del nostro sen- 
tire si debbono alla società ( n. 88 p. 1 25 ) . Ciò è 
vero : ma come deducasi dalla supposizione del selvag- 
gio noi non lo sappiamo vedere. Sarebbe meglio dire a 
le morali aflfezioni, e la società non potersi in alcu- 
na maniera separare. L'uomo ha affezioni morali per- 
chè dee vivere in società ; e la società esiste perchè 



(i) Ecco alcuni tratti di questa scena. » Vedrà egli { il 
» selvaggio ) che chi ha è padrone di colui che agogna 1' a- 
» vere ; che l'oro tra le mani del voluttuoso è mezzo per ave- 
» re tutti i piaceri , che egli è l'idolo cui si dirizzano i vo- 
» ti di tutti , nume possente che fa bianco del nero , e placa- 
» bile rende l'ira di Temi. All'incontro s'abbatterà all' indi- 
» genza , ch« depressa avvilita sempre . . . vorrà quindi il de- 
» naro ; e se non può altrimenti , Tarassi di que' molti che stu- 
» diano in garbugli , od aggiungerallo colle più vili bassezze 
» e col misfatto. . . . Gli omaggi si tributano al posto , la fa- 
)» ma è attaccata al carro trionfale del vincitore , e va a por- 
)> re tra le statue degli Dei quella del felice scelerato : come 
» a questa scuola non apprendere ambizione? Ei vedrà , che 
» non si può dir male dei cattivi , che non s'usa virtù impu- 
» nemente , ma che strascinata nel fango , e fatta ludibrio ai 
» tristissimi ec. ec. ( n. 88. p. 126. 127. ) » Intorno alla socie- 
tà è da iiotarsi anche la seguente espressione : - innanzi che 
» ( gli uomini ) si annodassero in un solo gran nome - con taa- 
» to profitto dei pochi » ( n. 7. p. i4- ) 



Filosofia dell' AFFETTO 155 

sonovl neir uomo aflezioni morali : si tolgano queste 
dalla natura umana , e svanisce la società ; si metta 
l'uomo fuori della società , ed è privo di quelle. Lìi 
società è dunque lo stato naturale deir uomo , come 
a lui naturali sono le morali affezioni. Queste consi- 
derazioni suir influenza che esercita la società nello 
sviluppo delle nostre affezioni son generali; altre par- 
ticolari si debbon dedurre dall' educazione , dalle leg- 
gi ecc. (n. 89 p. 128) . 

Dopo queste ricerche aggiunge il sig. Testa : non 
essere dubbio , che le tante e sì estese relazioni , 
nelle quali ci mette lo stato di comunanza civile , 
che noi chiamiamo di perfezionamento , non siano 
cagione di quella internùnata successione di deside- 
ri ^ che ci tengono in una perpetua inquietezza , sen- 
za permetterci di gustare giammai una perfetta tran- 
quillità , qual pur siasi la nostra condizione (n. 90. 
p. 128. ) Più sopra avea detto la vita un mistero tre- 
mendo di dolore (n. 85 p. 58) ed in altri luoghi 
ci parla con esagerazione ( almeno secondo il creder 
nostro ) dei mali , che affliggono la nostra esistenza. 
Noi siamo hea lontani dal pensare che in questa terra 
possa l'uomo godere una compita felicita : ma per una 
certa inclinazione del cuor nostro , che ama di tro- 
vare il bene per tutto , grandemente abboniamo dalle 
calunniose asserzioni d'una miserabile filosofia ( dalla 
quale crediamo avverso anche il sig. Testa) , che de- 
stinata a condurre l'uomo ad un' eterna infelicità, gliela 
incomincia in questa vita ; e se fosse possibile gli vor- 
rebbe togliere perfin l'idea del bene e del piacere. Al- 
cuno ha definito il piacere uìia rapida cessazione del 
dolore:, e questo paradosso è pure stato difeso da pei'^ 
sonc stimabili ; ma se la mente può restar sopraffatta 
da qualche ragione maneggiata con destrezza , il cuore 
non può aderirvi. Il chiamare il dolore una cessazio- 



156 ' SciENiii: 

ne del piacere , sarebbe forse minor paradosso , quan* 

turique esso pure ben lungi dal vero. 

Noi siamo arrivati , prosegue FA. aW ultimo pa- 
ragrafo cTicn introduzione alla filosofia delV affetto 5 
ne però sappiamo ancora che cosa sia affetto ( §. X. 
n. 93 p. 133.) Quantunque si possa raccogliere dalle 
cose finquì discorse , pure in questo luogo il sig. T. 
lo vuol dichiarare. Richiama pertanto la due maniere 
per cui noi sentiamo piacere o dolore , e dice : L'afTetto 
non è apatia ; egli dunque deve trovarsi in quella 
condizione che ci procaccia piacere o dolore. Ma non 
pertanto non è ne questo piacere ne questo dolore. 
Egli è il sentimento del piacere e del dolore , che 
muove il volere. La parola affetto esprime adunque 
un idea composta , cA' è lo stato delV uomo., quando 
tocco di piacere di dolore , muovesi a volere ; cioè 
inclina., si piega, volgesi aduna cosa., se ne ritrae. E 
con pia precisione (siccome noi avvisiamo nel dolore il 
solo movente) diremo : Vaffetto essere lo stato delVuomo., 
che sente un male , ha l'idea d'un bene , e muovesi 
a quello (n. 94 p. 134). Il modo pia fortemente sen- 
tito deir affetto , ovvero il movimento più energico 
della volontà dicesi passione ( n. 95 p. 135.) Per le 
quali cose ragioneremo : che le passioni altro non 
essendo che desiderj , i quali prendono tal qualifica- 
zione dal grado di loro intensione e durata , nasco- 
no esse tutte , siccome queste , da maniera di pe- 
na , o di dolore. Che il desiderare come si è no- 
tato è sempre un voler togliersi da travaglioso stato 
( n. 96 p. 136). Per tal cagione rapporto alla loro 
origine le passioni non possono classificarsi. Ma per 
doppio modo noi veniamo ne' lo stato di pena , cioè per 
cagioni fisiche interne od esterne, e per le combinazioni 
delie nostre idee. Per questa considerazione far si po- 
trebbeiu due classi di sentimenti e di desiderii, che 



Filosofia dell' affetto 457 

dir si potrebbero corporali e morali. E questo divi^ 
samento non sarebbe né capriccioso^ ne arbitrario., 
ma fondato nelle costanti ed invariabili maniere no- 
stre di sentire (n. 96^. 137.) Questa è la prima 
divisione , che far si potrebbe de* nostri desiderj ^ sug- 
gerita e voluta dai modi fondamentali del nostro sen- 
tire affezioni (4). Ma a seguitarla molte più cogni- 
zioni si richiederebbero , che non abbiamo , e che 
forse non ci procacceremo giammai (n. 97 p. 137.) 
Un altro motivo ha pure indotto il sig. Testa a non 
seguire quella distinzione. Noi riporteremo per intiero 
le sue parole , perchè questo tratto sparge non poca 
luce su varii luoghi della sua Introduzione , che senza 
di esso potrebbero più benignamente interpretarsi da 
qualche lettore. Prima però diremo , che la divisione 
che FA. vuol seguire è presa dal modo con cui riu- 
sciamo a cessare le dolorose affezioni , cioè accostan- 
do a noi un obbietto o allontanandolo , per la qual 
cosa le affezioni sono di tendenza o di ripugnanza os- 
sia avversione ( n. 100. 101. p. 14-0. l/il.) 

Ecco ora le sue parole. -N. 98. Senza che stu- 
diando bene addentro in questo argomento vedesi 
ancora : che un tale partimento non puh seguirsi , 
perciocché in esso approvasi , che vi sieno delle pas- 
sioni , le quali esclusivameme traggoìio origine da 
sentimenti di privatone , o da penose affezioni do- 
vute pure alle combinazioni delle idee nostre (2) ; 



(i) Ed ancora dalla natura degli oggetti. 

(2) E questo approvava pure il sig. T. quando ancora 
sul principio della sua Introduzione , scriveva. 

» Noi tutti , e assai volte, veniano in tali maniere piacevoli o 
1. dolorose , nelle quali non apparisce cagione fisica alciiua Iinme-. 
» diata di movimento , sia meccanica , sia chimica , sia vitale , a 



158 Scienze 

ed altre dai sentimenti di mal essere , unicamente 
dipendenti dalla fisica azione immediata , che turba 
r economia animale (1) ; mentre nel fatto trovasi , 
che in ogni stato di civiltà , in che svolgesi il mo- 
rale, QUESTO E* INNESTATO SUL FISICO ; chc le paS" 

sioni , diremo così , più astratte e spirituali , muo- 
vono più. o meno direttamente da un- qualche bi- 
sogno delle fisica costituzione , se jwn dal sentimen- 



» cui le delle affezioni altribuire. Di qucslo genere sono ap- 
V punto tulle quelle ora dolcissime , ora raolestissime manie- 
■» re d'essere , che l'umano vivere dal bestiale si grandemente 
» dipartono . . . Tutte queste maniere sono inconlrastabilnicn- 
» te affezioni di ciò che sente in noi ; ma ninno , io credo , 
» saravvi sì scemo di mente , che s'ardisca derivarle dalla pu- 
» ra e nuda fisica impressione de' suoni articolati , che fassi 
» all' orecchio nostro , quando ci vengono tali cose annuzia- 
» te , o s'argomenti a qualche altro stimolo intemo della fisl- 
» ca nostra costituzione » ( n. 22. p. 36. ) E poco dopo » Per 
» lo che ne concliiudo : le fisiche impressioni , interne od ester- 
» ne al corpo nostro ; e queste moltiformi combinazioni d'idee , 
» che in noi si formano nelle varie circostanze ed avvenimenti 
» del viver nostro j essere i due modi distìnti originariamente , e 
•» fondamentali , di che la nostra sensibilità può esser tocca di 
^> piacere o di dolore » ( n. 23. p. 3g. ) 

(i) E pure il N. A. avea detto più sopra: » Quando si 
» parla di sensibilità , le prime maniere d'affezioni , che ricor- 
» rono al pensiero , sono quelle che si derivano dalle impres- 
5) sioni , le quali si possono dire esteme , perciocché ci ven- 
» gono dal di fuori . . . Quante sensazioni che si devono al- 
» lo stato dei nostri visceri, ed alla maniera con che esegui- 
» scono le loro funzioni ? Ora liete e ridenti immagini ; ora 
» dolci ed affetluosi sentimenti , ed ora aspri e repellenti , se- 
3) guitano tali interni moti , che non hanno relazione alcuna , 
» mentre che li proviamo , alla condizione degli organi esle- 



Filosofia dell' affetto 159 

to <Tim CORPORALE DISAGIO (1), dal pensamento mo- 
lesto del timore d'incontrarlo. E a questo proposito 
si osserverà , come le idee nostre, e le combinazioni 
loro , altra cosa non sono , che il risultamento delle 
impressioni che riceviamo , e dello, convenienze che 
'vi avvisiamo (2). Ora la percezione pia o meno pro- 
fonda e commovente di tali impressioni , e di tali 
rapporti non seguita alla fisica costituzione ? Sarà 
egli necessario il provare , che le "vive ricordanze dei 



» riori riposati ed inoperanti. Ne sono prova le dolcissime o 
» moleste affezioni nei sogni e nel delirio , gli effetti de' liquori 
3) inebbrlanti e narcotici . . . Ecco tanti fenomeni o modi di 
3) sentire , che provansi nel silenzio dei sensi esterni , 1 qua- 
» li unicamente dipendono dalle circostanze , e dall' abito pro- 
» prio delle intime parti del sistema nervoso - ( n. 21. p. 35. ) 

(i) Questo tratto ci dichiara il significate che il N. A. as- 
socia alle parole bene e male nostro , accennate nella nostra 
noia (3) ; e cosa sia quel Lene stare da cui secondo lui deriva- 
no que' piaceri , che gli alti"! deducono dall'esercizio delle fa- 
coltà intellettuali. 

(2) Sebbene questa avvertenza sia soverchia pei nostri 
lettori , pure osserveremo ; le impressioni che riceviamo non 
)> doversi confondere colle convenienze che vi avvisiamo : que- 
» ste non possono cadere sotto i sensi come quelle , e sono 
soltanto obbietto dell' intelligenza. - Notisi ancora l'inesattez- 
za della parola risultamento : ogni risultalo conserva la natura 
di quello da cui risulta ; ora l'impressione è mateiiale , e l'idee 
anche delle cose sensibili sono semplici e spirituali. La mede- 
sima inesattezza trovasi più sopra ove dice ; - Egli (l'uomo) 
» è governato dalle sue idee , e queste sono i soli materiali 
>) de' suoi giudizii ; i suoi giudiziì poi sono una fonte inesau- 
« sta di affezioni : e il tutto non è che risultamento delle im- 
» pressioni interne ed esterne , eh' ci va ricevendo , combinate 
« nella sua intellettiva ( n. 89. p. 128. ) 



160 Scienze 

patimenti corporali possono condurre alt avarìzia , 
possono spirare r ambizione; e la vi<^acità di queste 
impressioni di mali , non si riferisce all' organizza- 
zione ! - Pure queste due passioni toccano dello spi- 
rituale assai. Tutto è ora mescolato nelV uomo ; e 
come diceva il Padre della medicina , parlando della 
'vita , tutto vi concorre , vi consente , vi cospira. 
N. 99. E poiché della corporale influenza è di- 
scorso , vogliamo ancora si consideri : che non si stu- 
dierà giammai con profitto Vuomo morale , se in- 
nanzi non procacciamo di conoscere Vuomo fisico. 
Che le viziose abitudini dello spirito , le torte o di- 
ritte inclinazioni della volontà , seguitano ancora la 
condizione del nostro orga?iismo ; perocché da que- 
sto il nostro sentire ha sempre qualità (1). Di che 
si deduce, le passioni nostre nella loro origine non 
essere meno produzioni del principio animatore , che 

RI su LT AMENTI DELLA FISICA COSTITUZIONE, E FE- 
NOMENI dell' ECONOMIA ANIMALE (2). O/ZfiT è che 

dalla fisiologia dobbiamo aspettarci , se pure mai 
sorgerà' , di veder nascere quella luce , che scac- 
cerà le tenebre , le quali tuttora ricoprono il no- 
stro sentire. Sì , a fisiologi si appartiene il discoprire 
le numerose relazioni della macchina nostra col no- 
stro sentire ; ed essi , poiché avranno dischiuso que- 
sto vero , ed allargati i confini della scienza della 
vita, s'uniranno quando che sia, coi veri gramma- 
tici filosofi , onde stabilire o creare , se fia d'uopo , 



(i) Dunque secondo il sig. T. le abitudini dello spinto, e 
le inclinazioni della volontà sono maniere di sentire. 

(2) Se è così : che diventa la moralità delle azioni ? e co- 
sa potranno attingere alla Filosofia dell' Affetto , la legislazio- 
ne la morale la politica ? 



Filosofia dell' affetto 161 

ì segni acconci a rendere immagine de* nuovi con- 
cetti , dei quali i progressi de* loro studj avranno 
arricchito il nostro vero sapere. Sarà questa Vepoca 
avventurosa , in cui l'ideologia (1) , la scienza delV 
umano affetto , e la fisiologia si congiungeranno in- 
separabilmente , sì che Vuna parte V altra rischiaran- 
do , bella evidenza acquisterà il tutto ^ e il nostro 
pensare acccosterassi al vero (2). £" la nostra igno- 
ranza che moltiplica le scienze , rompendo l'unità 
della natura (p. 138 139 140). 

Noi non dubitiamo della rettitudine delle inten- 
zioni, con cui il sig. T. ha scritto il suo libro; l'ab- 
biamo già detto, e qui lo confermiamo di nuovo. Ma 
nei tratti recati , malgrado le sue sane intenzioni , è 
stato strascinato dalla prepotente ed irresistibile forza 



(i) » L'Ideologia è la scienza dei nostri mezzi di cono- 
» scere , e della generazione delle nostre idee. - ( nota 6. p. 
» i5o. ) ; cioè una piccolissima parte della Metafisica. E tale 
» in verità dovrebb' essei-e , ma nelle mani de' moderni Ideo- 
» legisti non è più che l'arte di sostituire le opinioni alle cose , 
come sapientemente avvertiva il eli. Autore delle Annotazioni 
al Diz. di Boi. ( P. III. p. J^dg. in not. ). - Il sig. Testa ci di- 
ce in altro luogo ( nota ii. p. iSy. ) che Buffon non è sempre 
huon logico e troppo spesso è cattivo ideologista. La distinzione 
è giustissima. 

(2) Se in questo luogo la parola evidenza dovesse pren- 
dersi neir antico senso , in cui esprimeva il più alto grado cui 
possa giungere la mente nostra nella cognizione del vero ; po- 
trebbe sembrare strano , che acquistata l'evidenta , il nostro 
pensare si /osse solo accostato al vero. Ma forse il sig. Testa 
ha abbracciata l'opinione dell' Autore della Teorica e Pratica 
del Probabile , secondo il quale non è che probabile quanto 
si diceva certo ed evidente. In tal caso , converrà chinare il 
capo ai progressi dei lumi ! 

G.A.T.LXVl. 11 



i62 Scienze 

de' suoi principi! a conclusioni tali , clie certamente 
egli non aveva previste ; e forse non vorrebbe avere 
scritte. - Glie non si possa studiar l'uomo morale senza 
prima conoscere il fisico , che quello sia su di questo 
innestato , cosicché le passioni da un bisogno della 
fìsica costituzione si derivino più o meno direttamen- 
te , seguano la condizione del nostro organismo e da 
esso risultino ; queste sono asserzioni egualmente ri- 
gettate dalla buona metafisica , che smentite dall' os- 
servazione (1). E noi teniamo per fermo che se il N. A. 
avesse meno creduto a quella bugiarda filosofia , che 
nella materia si sforza di trovare la spiegazione di 
tutto ; se non avesse sperato di combinare la verità 
con gli scritti del Destutt e del Cabanis ; ci avrebbe 
data un' opera assai migliore. La sola verità può dar 
vita ad un libro , e produr vera gloria ad uno scrit- 
tore : l'errore di qualunque genere sia , e più spe- 
cialmente il materialismo , apporta un freddo morta- 
le per tutto ove penetra , impedisce al genio di sol- 
levarsi , e lo costringe a strisciare sul suolo. Se il 
sig. Testa vorrà seguire principii più degni di lui , 
e più conformi al suo cuore , allora sciolto dal ti- 
more delle proprie conseguenze , e non costretto ad 
eluderle , ci dark nei due tomi in cui vuole svilup- 
pare le sue idee sulle passioni, un libro utile e forse 



(i) ÌJ Introduzione alla Filosofìa dell' ÀJfetlo non è di- 
retta a provar queste massime : ma pure vi si trovano- Basta 
notarle , perchè si vegga esser vero quanto sul principio di 
queste Osservazioni asserimmo ; avere cioè il sIg. Testa pre- 
> sentalo senza volerlo all' italiana gioventù il veleno nascosto e 
serpeggiante in un libro degno sotto diversi aspetti di lode. 
Il combattere nanuliuucntp tulli questi errori sarebbe ben lon- 
l.mn «I;»l prnprì.sitn nostre*. 



Filosofia dell' affetto 163 

dilettevole. Noi vogliain credere che sarà così ; co- 
munque però sia , non ci addosseremo l'incarico di 
seguirlo nelle sue conseguenze. I suoi principii fon- 
damentali si trovan tutti nell' Introduzione; noi gli ab- 
biamo esposti con ischiettezza , alcuni ne abbiamo op- 
pugnati per amor del vero, ma senz' astio, senza ran- 
core ; e crediamo d'aver fatto abbastanza per adem- 
pire al desiderio di chi ci esortò a tal lavoro (1). 

W. 



(i) Erano già terminale queste osservazioni quando ci è 
pervenuto il nuni. i6g della Biblioteca Italiana ( Genna/o i85o) 
ove alibiam letto un breve articolo sul libro del sig. Testa 
Ma quel giornale si è riserbato a discutere quest' opera quan 
do sarà pubblicata per intiero; e dà solo alcuni cenni tratti 
da un gioroale di Francia intorno al metodo , cbe il N. A. ba 
creduto dover seguire ; di lasciare cioè come impossibile ed 
inutile qualunque ricerca sulle cagioni , e di attenersi soltan- 
to air osservazione de' fatti , solo modo onde restaurare il san- 
ilo umano ( not. 23. p. i53. ) Metodo come ha avvertito la Bi- 
blioteca un poco strano ia un libro il quale porta per epi- 
grafe - Discite , o miseri , et causas cognoscite rerum etc. Nel- 
le nostre Osservazioni noi non ci siamo fermati su questo pun- 
to , perchè tale opinione , non è tanto propria del sig. Testa 
cbe ad altri molti non si appartenga. E quello stesso giorual 
francese che per tal motivo lo ha rimproverato , contiene una 
memoria sulla FUosofia positiva , ove lo stesso metodo vicn 
difeso con una maestria ed una superiorità di talenti , che ame- 
remmo vedere adoperati in argomenti migliori. - La brcvit.\ 
dell' articolo inserito nella Biblioteca Italiana, e la diversa ma- 
niera con la quale noi abbiamo parlato dell'opera del sig. Te- 
sta , ci hanno persuaso che non riesca del tutto iuiUilc il piil)- 
bhcare qne.<tc O.s.soiva/ionI (|u,i!iìikjup .sieno. 

ir 



164 



Sulla Istruzione elementare. 



G 



-Gloria eir è specialissima del secol nostro quel vir- 
tuoso desiderio di estendere l'Istruzione de' fanciulli , 
migliorarne i metodi , e mostrare esser essa occupazio- 
ne degnissima degli ingegni i più elevati. Avvegnaché 
oggi , quanto in altro tempo mai , una universale ed 
unanime intensità di volere muove ciascuno ad opera 
SI santa , tal che tutte le letterarie e scientifiehe effe- 
meridi più e più pagine mensilmente consacrano o a 
dar contezza de' progressi fatti nell' Istruzione de' fan- 
ciulli , o a farne chiari i salutevoli risultamenti , o ad 
eccitare gli animi a sforzi maggiori per incremento di 
ciò, che costituisce la base del sociale edificio. E chi 
nelle profonde filosofiche investigazioni , chi nelle gio- 
conde letterarie amenità non si piace d'un frivolo , e 
passaggiero splendore , ma l'animo intende a meta ve- 
racemente gloriosa , la reale utilità universale ; non può 
non sentirsi da commozione dolcissima compreso, veden- 
do .che alla fine il secol nosti'o si volge a scopo tanto 
per lo innanzi trascurato : poiché forse potea dirsi , 
che i pargoletti , su' quali l'amoroso Redentor nostro 
die l'esempio di singolarissimo affetto : sinite parvulos 
venire ad ine , andavano in traccia di chi spezzasse 
loro il pane delle primordiali cognizioni ; ne il tro- 
vavano. I nostri fanciulli quindi potranno passare ben 
disposti ed a'mestieri e alle cittadine professioni ; al- 
cuni di essi ancora molto meglio disposti alle scuole su- 
periori di lingua latina , ora tenute con tanta esem- 
plarità da' padri della Compagnia di Gesù. 

Queste considerazioni mossero un maestro elemen- 
tare di quesl' alma citla ad occuparsi di tal punto im- 



Istruzione elementare 465 

portantissimo , raccogliendo tutte quelle notizie , che 
potessero e l'esperienza , e lo studio somministrare ; 
ed immaginò un piano d'Istruzione elementare ; vago 
non d'altro , che di muovere con ciò ingegni più for- 
tunati a portare al termine una impresa di si grave 
momento. 

Sul disordine delle scuole elementari , sulla in- 
sufficienza de' precettori , sulla imperfezione de' metodi 
rauovonsi da ogni banda altissime querele ; e dai più 
assennati ricercatori delle cause francamente suolsi tri- 
huire gran parte de' mali , che affliggono la società ai 
difetti delle scuole elementari. Perciò l'autore volge 
primieramente le sue cure all' organizzazione delle scuole 
pubbliche elementari , acciò queste il più che sia pos- 
sibile rispondano alle necessita della popolazione : indi 
tenta di far chiari i mezzi acconci , perchè e le scuole 
sieno di buoni precettori fornite , e questi di congrua 
dotazione : finalmente cribrati i varj metodi che fu- 
rono , e sono in vigore , procura mostrarli puri dalla 
dannevole mondiglia , acciò non venga la fanciullezza 
astretta a travagli infruttuosi , ma con alacrità con 
economia di tempo con profitto reale riceva il primo 
latte della morale e letteraria educazione. Ond' è che 
l'intero Piano consta di tre parti, alla prima delle, 
quali si die il nome di Organica , alla seconda di 
Economica e diretti\>a , alla terza di Metodica. 

Non ci lice qui dar compendioso ragguaglio, . che 
della prima di esse parti, per non avere ancora l'au- 
tore data l'ultima disposizione , che a questa : però 
constituendo essa il fondamento dell'opera intera, var- 
rà forse la cognizione di quella a poter dar giudizio 
dell' intero lavoro , e ad eccitar desiderio di conoscerne 
le altre parti. 

Stabilito dunque sulle prime intendersi per istru- 
zione elementare lo erudire il fanciullo , appena n'è 



166 Scienze 

capace in ciò clic lo costituisca buon cristiano vir- 
tuoso cittadino , ossia gettare nell' animo suo il seme 
delle buone discipline , e però dovere l'Istruzione ele- 
mentai-e avere maggiore estensione che non ha al pre- 
sente ; Fautore osserva come sebbene ogni uomo ab- 
bia con Dio cogli altri con se medesimo de' generali 
doveri , pure non tutti gli uomini in egual modo cos- 
puano al bene comune ; ma ad alcuni s'ingiunga ser- 
vir la società col lavoro delle braccia , ad altri si 
permetta arricchirla colla negoziazione , sia dato ad 
altri illustrarla colle scienze , e colle lettere. E per- 
chè è di mestieri educare i fanciulli e ne' generali , e 
negli speciali rapporti , così l'Istruzione elementare al^ 
tra dehK essere gejierale ^ dlliA speciale. Conoscer Dio, 
se stesso , il prossimo , la patria , il proprio idioma 
o parlato o scritto , il modo pii^i usi tato di calcolare , 
ed altre cose simili formar dovriano l'Istruzione gene- 
rale ; essere dovrebbe poi il fine dell' Istruzione spe- 
ciale con peculiari elementari notizie disporre gli 
educandi a quella condizione di vita , che a ciascu- 
no aut ratio dederit , aut sors objecerit. (1) 

E siffatta elementare istruzione dimostrasi dover 
essere vniiforme, perchè uno è il fine cui intende , uni- 
versale perchè l'erudirsi è debito d'ognuno , pubblica 
perchè honum publicum semper evertunt studia pri- 
vata (2). E per potere approssimativamente giugnere 
a determinare il numero de' fanciulli che son biso- 
gnosi d'istruzione elementare in questa metropoli, su- 
bietlo nobilissimo delle cure dell' autore , stabilito che 
l'istruzione elementare dovria arrogarsi intero il secon- 
do lustro di età , consultate le più recenti annuali 



(i) Homi. vSaly- 1. 

['i) Siiloiv. ApoUin. L. 4 Ep. "iS. 



Istruzione ele>ientaiie 16T 

statistiche , ha osservato sommare ai 18,000 il nume- 
ro de' maschi non atti alla comunione , quelli cioè 
che sono dai dodici anni circa di età indietro , dai 
quali tolti quelli che soggiacquero ad immatura morte 
entro il primo lustro , quelli affetti da permanente ma- 
lore , quelli che se non atti alla comunione han tut- 
tavia superato il decimo anno , e o nelle officine e 
ne' fondachi attendono ai mestieri alla negoziazione , 
o ne' collegi intrapresero i corsi letterarj , quelli che 
ancor non giunsero al quint' anno; essere almeno 6,000 
i fanciulli che assolutamente dovrìano istruirsi nelle 
scuole elementari. E siccome data all' istruzione ele- 
mentare la durata di cinque anni, ogni anno dei 6,000 
1 ,200 andriano a compirla , e perciò altrettanti ogni 
anno potrebbero intraprenderla , visto che i maschi na- 
ti giungono annualmente ai 2,300; così i fanciulli che 
scorso il primo quinquennio di età comincerebbero ad 
essere istruiti starebbero co' nati nella congrua pro- 
porzione di 1 ad 1"/i2 circa. Ad istruire tal molti- 
tudine propone l'autore lo stabilimento di dieci licei 
elementari disposti a competenti distanze , ad ognuno 
de' quali da una parte di citta capevole di 1/t,000 
viventi si recassero 600 fanciulli almeno alle cotidia- 
ne lezioni : misura utilissima la quale porrebbe sotto 
una più immediata e piiì assidua vigilanza del go- 
verno i sementa] della cristiana , e civile repubblica. 
In sei scuole per ognuno de' licei distribuiti gli 
educandi sariano senza inutile profusione di tempo or- 
dinatamente eruditi , nelle tre prime scuole sulle cose 
che costituiscono l'istruzione generale , nelle tre altre 
su ciò che forma l'istiuzione speciale. Ne meglio po- 
tremmo in epitome esporre la classificazione di queste 
scuole, che presentando a'nostri leggitori la ta^^ola sinot- 
tica delle scuole elementari dall' Autore medesimo com- 
pilata. E con tal mezzo soltanto potria alla fine con- 



168 \ ScTrNKE 

seguirsi di vedere dalle scuole elementari qtte' danni 
estirpati che dai filantropi altamente vennero in ogni 
età deplorati. i^Vedi la tavola sinottica). 

Oltre i sei precettori che in ciascun liceo elemen- 
tare darebbersi alle sei scuole , dovria un direttore 
alla somma delle cose del liceo presiedere; e dei di- 
rettori il più degno esser degli altri il capo. Di più. 
ai precettori , eccetto quelli delle due prime scuole, 
arroger si dovrebbero de' sostituti , che però quattro 
sariano in ciascuno de' licei. E prescritte tutte le pos- 
sibili cautele perchè officj cotanti a cader non ven- 
gano in mani immeritevoli , dovria solo dall' officio 
di sostituto salirsi a quello di precettore , e da que- 
sto a quello di direttore ; avvegnaché necessiti un re- 
golare ascendimento statuire perchè lo sprone salutare 
dell' emulazione agiti incessantemente e spinga al me- 
glio. In siffatto modo giova sperare che il magiste- 
ro infantile recherà qualche orranza , né più i mae- 
stri elementari saran bersaglio continuo allo spregio 
de' dotti , e degl' indotti. 

Dopo tutto ciò l'autore dimostra come , utile anzi 
necessario essendo che l'istruzione elementare sia dalle 
infime alle somme classi civiche diffusa , converrebbe 
nulla lasciare intentato perchè le provvide disposizio- 
ni del governo non venissero paralizzate da quelli fra 
i genitori , che immeritevoli di tal nome augusto , la- 
scian poltrire i lor figli nell' ozio e nell' ignoranza. 
Implora ad ottener ciò la operosa carità de* Rev. Pa- 
rochi, perchè nella compilazione degli stati delle ani- 
me non solo notino il numero de' fanciulli bisognosi 
d'istruzione , ma partecipino delle notizie sullo stato 
economico delle famiglie di quelli ; affinchè con que' 
modi che l'autore si propone di esporre a suo luogo 
possa l'istruirsi essere a tutti possibile , né si manchi 
di muovere con efficaci animavversioni i genitori in- 
dolenti- 



Istruzione elementare 1G9 

Se però in ogni tempo prima, e no])illssIma par- 
ie tli ogni instituzione fu il timor del Signore che 
ilal Savio nominasi principio d'ogni dottrina , in que- 
sta nostra età , nella cpiale per le passate civili e re- 
ligiose vicissitudini uopo è riedilicare ciò che venne 
o demolito o crollato da quelle , specialissimamente e 
con ogni cura insinuare conviene ne' cuor tenerelli i 
semi santissimi di religione, e di pietà. Premesse per- 
ciò alcune analoghe riflessioni sulle sacre immagini , 
sul modo di annunziare ai fanciulli la divina parola , 
sulle pratiche di pietà in generale , l'autore descrive 
gli esercizi di devozione quotidiani co' quali aprir si 
<lovrebbe o chiuder la giornata ; inculca la salutare 
frequenza de' Sacramenti ; prescrive il modo di santi- 
ficare i giorni del Signore , giusta il disposto dalle 
canoniche sanzioni e specialmente da quelle emanate 
<lai padri tridentini. E perchè la devozione de' fan- 
ciulli abbia pascolo abbondante indica, come con rito 
solenne distinguere alcune annuali celebrità , il prin- 
cipio cioè e il fine dell'anno scolastico, la festa del 
S. Natale, la memoria de' misteri dell'umano riscatto 
nella maggior settimana , il mese di maggio sacro alla 
Vergine , la commemorazione del santo titolare del 
Liceo dell'angelico Gonzaga dell'Apostolo di Roma, 
e l'ajuto superno invocare in qualche pubblica cala- 
mita , o la divina indulgenza a prò di que' defonti 
che aveano co' fanciulli qualche speciale legame. 

Ne l'autore dimentica di far motto de' divertimen- 
ti, i qnali a dir vero han tanta parte nella instituzio- 
ne de' fanciulli ; che se poca è la utilità de' diverti- 
menti bene scelti , benché noi stimiamo esser molta , 
grave però è il danno che deblie temersi da quelli 
non eletti con maturo discernimento. Abbianvi però 
non lungi dai licei elementari dogli spazj adatti , ove 
ne' di feriali sotto la custodia de' precettori i giova- 



ITO SciRNZE 

netti al libero aere accrescano le lor forze esercUan- 
tlole , ed in que' giuochi si trattengano da' quali at- 
tinger possano alcun utile. Siaii lungi i fanciulli da 
quegli spettacoli che o li addimestichino col pericolo 
del prossimo , o tendan lacci al candore della lor ani- 
ma , o eccessivamente agitino le lor fibre ancor te- 
nere ed incapaci di sostenere urti violenti ; ne nelle 
carnevalesche licenze sian essi spettatori di que' tu- 
multuosi baccanali che potriano o istupidirli o anno- 
jarli o corromperli. 

Dà compimento l'autore alla Parte organica col 
lungamente discorrere suU' emulazione su' premj su' ca- 
stighi. Vorrebbe egli che si ponesse ogni studio per- 
chè mai nella mente de' fanciulfi disgiunte non fosse- 
ro le idee di onore , e di merito. Per lo che alle 
gare de' romani e de' punici, ai gradi d'imperatore di 
console di tribuno di principe de' principi , i quali 
nessun valore non hanno se non conoscasi la storia , 
e non sia chiara la analogia in vero remota fra azio- 
ni bellicose e studj tranquilli di pace , fra offizj di 
altissima importanza e la tenuità delle scolastiche eser- 
citazioni , sostituir dovrebbonsi nomi di più facile e 
pili prossima significazione , e segni sensibili di di- 
stinzione, e di merito. E con questo piano discacciati 
dalle scuole elementari il disordine e l'ozio sorgenti 
funestissime di mali , verria precluso l'adito a quelle 
puerili caparbietà e sconsideratezze, che taluno spesse 
fiate mal crede reprimere con pene fisicamente afllit- 
tive, contro l'abuso, ed anche coltro l'uso delle quali 
altamente reclamano la cristiana carità e la nobiltà 
dell'umana specie, che può guidarsi al bene colla ra- 
gione. L'autore perciò espone il modo di rendere ef- 
ficacissime poche pene disonoranti ; e rome sia della 
più grande utilità rendere proporzionatamente solenne 
il ritorno alla buona via. 



HUSTA IL PIAN 



T\ #r Tv*" 



ISTRUZ I < 
.A 




i di Geometria 



I. Corso 
raetica. 




TAVOLA SINOTTICA DELLE SCUOLE PUBBLICHE ELEMENTARI GIUSTA IL PIANO IDEATO DA P. M. M. 



ISTRUZIONE GENERALE 



Anso Primo 



SciOlA PREPAHATORIA 



I Gi"iiizionc di Dio. 



Ltttura elementare. 



Anno Second 



Anno Terzo 



Anno Qu.ìrto 



SciOLA GENERALE INTERIORE 



I. Cognizione della Fede , e 
Lcyse di Gesii Cristo. 



II. Lcllura spedita. 



Scuola generale superiore 



I. Vita di G. C. Stabilimen- 
to , e propagazione della 
sua S. Religione. 



Notizie delle Leggi patrie: 
doveri del suddito, e del 
cittadino. 



Compendiar la lettura 



Disposizione alla scrit- 



III. Elementi di Calligrafia. 



I\ ■ Spedire la lingua 

1..,.,; 



mporrc il corpo. 



VI. Purgare lo spirito dai pre- 
giudizi . 



IV. Prime notizie della lin- 
gua volgare. 



V. Esercizio della 

Dicljicìrazione delie cose di 
Dio. Notizie principali del- 
la Storia sacra. 



III. Scrittura corsiva. 



Regole pratiche di Orto- 
grafia. 



Analisi, e Teorie. 



Lingua Italiana 



Teorie , e Sintesi. 



r^otizie psicologiche , ana- 
tomiche , cosmografiche. 



Escrcizj a memoria 



Notizie gcograficlic. Storia 
patria. 
Statistica. 



VI. Prime notizie aritmeticln 



VI. Aritmetica 

Operazioni semplici, e com- Frazioni , regole principa- 
poste. li di proporzione. 



ISTRUZIONE SPECIALE 

Anno Quinto 



Scuola per la i cl-ìsse 
( .\rti. ) 

I. Elementi di Geometria. 



II. Disposizione al disegno. 



III. Elementi di meccanica. 



IV. Escrcizj a memoria. Bio- 
grafia de' sommi artisti : 
ìlescrizione di capo-lavori, 
di macchine ec. 



V. (Arti liberali soltanto.) 
Elementi di Filoloeia. 



Scuola per la n classe 
( Negoziazione. ) 



I. Corso completo di Arit- 
metica. 



II. Notizie di Tariffe , pesi , 

misure. 
Idea de' camLj ec. 



III. Stile epistolare. 



Scuola per la hi classe 
( Lettore , e Scienze. ) 



I. Elementi di Lingua Latina. 



II. Elementi di Etica. 



III. Notizie politecniche. 



IV. Elementi di Lingua fran- 
cese. 



V. Escrcizj a memoria. 

Notizie gcogral'o-commer- 

ciali. 
Piincipj di morale. 



IV. Esercizi di declamazione. 



V. Esercizi a memoria. 
Notizie geogr. cosmol. rae- 
tercol. cronol. 
AUcsorie mitologiche. 



Istruzione elementare ili 

Finalmente un epilogo pone sott' occhio i felici 
risultamenti che dalla proposta riforma delle scuole 
elementari giova sperare , e come tal misura atta sa- 
rebbe più che altra mai a prevenire i delitti , a ren- 
dere il popolo civile morale religioso. 

Qualora il voto pubblico , applaudendo agli sfor- 
zi di chi tenta rendersi utile alla società in cosa che 
da tutti i veri filantropi viene desiderata aspettata pro-s- 
mossa , lo animasse a porre in ordine le altre noti- 
zie già raccolte , e che verrebbero a formare le al- 
tre due accennate parti del Piano ; noi in progresso 
dar potremmo un cenno anco di queste , onde ecci- 
tare chi per grado per nascita per dovizie per lumi 
è distinto ad adoperare in vantaggio della puerizia, spe- 
ranza dolcissima della religiosa , e civil società. 

F. G. 



La Fisica congiunta alle Matematiche , del dottore 
Andrea Baumgartner P. P. O. di Fisica nelV Im- 
periale Regia Università di Vienna ec. ec. Prima 
traduzione italiana. Padova , per Valentino Cre- 
scinl (1828.) 



JL.e matematiche sono di cosi grande sussidio nello 
esaminare i fenomeni della natura , nell' ordinare i fat- 
ti , e nel ridurli ( come dimanda il buon metodo ) ad 
un fatto primo , che abbandonata da quelle la fisica 
più non sarebbe una scienza : e per verità quale esat- 
tezza nelle misure , qual precisione ne' rapporti , qual 
sicurezza ne' principi, qual dirittura ne'raziocinj, quale 
certezza sperar potrebbe nelle conseguenze 'i II perchè 



172 ' ' Scienze 

basta oggimai annunziare un libro di fìsica , perchè s'in- 
tenda che non può leggervi con profitto chi non si cono- 
sce di matematica. Che diremo pertanto della Fisica ., 
che si annunzia congiunta alle Matematiche ? Parrebbe 
che ninno dovesse accostarvisi , quando non sia bene 
innanzi nei misteri di quelle , le quali subblimi si ap- 
pellano. E pure chi non si lascia spaventare dal fron- 
tispizio , e sia fornito non più che de' principi ^^^ ^^^"" 
colo e dèlia geometria , può entrare liberamente e gire 
avanti in questo libro , che ad uso delle scuole d'I- 
talia è fatto volgare per opera del sig. abate Luigi 
Configliachi , professore di storia naturale nella Uni- 
versità di Padova. E diviso in tre parti : ogni parte è 
ristretta in un volume ; e le materie vi sono disposte 
secondo che qui verremo accennando. 

Voi. I. Nella I. sezione , esposte brevemente le 
proprietà generali de' corpi , si passa a dire come que- 
sti distinguansi per lo stato di aggregazione quanto 
all'esterno, e per la chimica composizione quanto all' 
interno : su di che pare a taluno , che resti a desi- 
derarsi una più esatta e compiuta trattazione. Ma è 
da osservarsi , che questo libro e fatto per servire in 
un anno , e non più , di testo alle lezioni , e che 
spetta poi sempre al professore l'aggiugnere ciò che 
bisogna : al qual fine eziandio l'autore va indican- 
do di mano in mano le opere classiche , alle quali 
siccome a fonti ricorrere frequentemente. E ciò vo- 
gliamo ci basti aver detto una volta per sempre. Nel- 
la 2. sezione parlasi dell' equilibrio delle forze ne' cor- 
pi : nella 3. del moto , e più largamente poi dell' 
acustica ; dove non si lascia di accennare le belle spe- 
rienze di Chladni e di Sawart. 

,Vol. II. Nella I. sezione è il trattato della luce:, 
neir esporre il quale si da la preferenza all' ipotesi 
delle vi-Sraziooi : e toccasi alcuna cosa tanto dell' in- 



Fisica matematica 1T3 

terferenza e della polarizzazione , che della doppia ri- 
frazione. Le sezioni che seguono sono tre , e danno 
per ordine i trattati del calorico , del quale si toccano 
i rapporti colla luce : dell' elettricità e del magne- 
tismo , di cui altresì i rapporti che hanno fra loro 
sono indicati. E cosi delle più recenti teorie non re- 
stano digiuni i giovani ; ma ne troppo se ne empio- 
no : e sta bene ; perocché come la natura , quella pro- 
vida madre e maestra , prepara col latte i novelli a 
più forte nutrimento , così il savio diportasi coi gio- 
vani allievi , che sono ancora della scienza al limi- 
tare , o certamente non molto innanzi. 

Voi. III. Il confronto de' fenomeni naturali è gra- 
do e scala alle leggi del mondo sensibile: fermate le 
quali si ha poi modo di farne l'applicazione ai feno- 
meni , che s'incontrano in grande sulla terra , nell' 
atmosfera , e fuori nei corpi celesti. Però in questa 
parte, che dìrehhesì fisica applicaia., la I. sezione è con- 
secrata all' astronomia fisica , la 2. alla geografia fi- 
sica , la 3. alla meteorologia : e ben si vede queste 
ultime due essere ancora assai lontane da perfezione ; 
all' incontro quella prima esserne assai vicina , mercè 
i soccorsi , che ebbesi singolarmente dalle matematiche 
discipline. 

Una cosa avremmo voluto : che fosse più accu- 
rata questa edizione. Così tutta l'opera non sarebbe 
brutta di errori di stampa di ogni generazione; i più 
de' quali sono veramente notati in fine colle correzio- 
ni : ma noi stimiamo , i libri scolastici ( massime di 
questa fatta ) dover essere esenti da ognuna di quelle 
mende , che sono di pericolo alla retta intelligenza , o 
per lo meno di mal esempio agli studiosi. 

DoMEKICO VaCCOLINI. 



-174 



LETTERAÌTURA 



Illustrazione di un marmo interessante , scoperto 
. nella Basilica di S. Paolo AD QUJTUOR AN- 
. GVLOS , detta Ostiense. 

D M 

. . . Statino . . . F . BARBARO .COS. 

Leg. AVGG . GERM . SVPER. 

ZEG . AVGG . PROV . THRAC. 

Donato . donis . mil . BELLO . PARTH . MESOP. 

Praet Q . PROV . AFRIG . TR . LATIG. 

Leg X. Vir. stliT. IVDIG . SEVIR . EQ . ROM. 

Coniugi . BENEMERENTI 
ARCIANA . C . F 

v-/uesto grandioso frammento fu rinvenuto nel de- 
molire il tabernacolo marmoreo sull' altare della con- 
fessione dell' incendiata basilica di S. Paolo , e com- 
prende circa la meta dell'intera iscrizione, per quanto 
può giudicarsi dalla penultima riga. Ella è una delle 
poche suscettibili di un pieno ristauro , e sembra certo 
che vi fosse ripetuta l'usitatissima formola Coniugi . 
Z/eNEMERENTI. La lapide è certamente sepolcrale , 
facendone indubitata fede l'avanzo dell' intitolazione agli 
Dei Mani, che osservasi sul principio ; e fu posta ad 
un console chiamato Barbaro, da Marciana o Larciana 
chiarissima femina , che la dill'ercuza del cognome fa 



Marmo di S. Paolo -JT5 

credere più presto moglie che figlia del dcfonto. La 
menzione , che vi si fa nella cpiinta riga della gucrl-a 
Partica ollVc subilo buon lume per non errare di mol- 
to nel giudizio della sua età. Senza contare la più 
antica S|)cdizione di M. Antonio , alla quale è troppo 
manifesto che questo marmo non può riferirsi, e sofìer- 
mandoci all' anno 979 , in cui il regno dei Parti pas^ 
sò in potere dei Persiani , quattro sono le guerre con 
quella nazione memorate dalla storia , mosse da Traia- 
no, da L. Vero , da Settimio Severo , e da Caracalla. 
Ma la prima e l'ultima vengono escluse dallo stesso 
frammento , il quale ci attesta che allora regnavano 
due Augusti , il che non verificandosi sotto Traiano e 
Caracalla , rimane chiaro che quei due prencipi non 
ponno essere se non che i due Augusti fratelli, cioè M. 
Aurelio e L. Vero , o pure Settimio Severo col figliuo- 
lo. Lo che esscado la mente corre spontaneamente a 
pensare , che questo console Barbaro sia il fratello di 
L. Elio Cesare, e lo zio dell' imperadore L. Vero , cioè 
M. Geionio Civica Barbaro, di cui ha diflusamente ra- 
gionato il Marini nei fratelli Arvali p. 657. E infatti 
uomini dottissimi alla prima scoperta della lapide non 
esitarono a sposare questa sentenza. Egli ottenne effet- 
tivamente il consolato ordinario in compagnia di M. 
Metilio Regolo nell' anno Varroniano 910, ed è anzi 
il solo di questo cognome di cui i fasti ci serbino 
ricordanza. Ma se questo sospetto si verrà più matu- 
ramente considerando, si conoscerà facilmente che non 
può verificarsi per tre ragioni. 

Nasce la prima dal sapersi abbastanza precisamen- 
te , che Civica Barbaro non intervenne alla spedizione 
contro il re dei Parti Vologese IH , che durò circa 
quattro anni , essendo stata intrapresa da L. Vero 
nel 915, tornandone nel 919. Imperocché apprendia- 
mo da Capitolino {in Marco cap. 8.), che nel 917 



4T6 Scienze 

Civica U'ovavasi in Roma , e che fu scelto ad accom- 
pagnare Lucilla figlia di M. Aurelio destinata sposa 
dell' imperatore suo nepote , il quale venne a riceverla 
ad Efeso. Nò vi è probabilità che dopo avere soddi- 
sfatto alla sua commissione passasse a militare nell' 
esercito che combatteva coi Parti ; essendovi al con- 
trario ogni apparenza che la sua lontananza dalla ca- 
pitale fosse di breve durata, per ciò che ricavasi da 
Galeno. Questo famoso medico per sua propria confes- 
sione venne a Roma poco dopo la partenza di L. Ve- 
ro per l'Oriente , e ne partì innanzi il ritorno di lui , 
essendovisi trattenuto poco più di tre anni. Nel tempo 
che dimorò nella metropoli dell' impero egli si acquistò 
gran credito colle sue sezioni anatomiche , e fra gl'il- 
lustri personaggi che solevano intervenire a vederle , 
nel libro de praecognitione cap. 2. e 5 nomina ripe- 
tutamente questo Barbaro zio dell' imperador Lucio. 
Sembra che durante il soggiorno di Galeno egli non 
restasse per lungo tempo assente da Roma. 

Il secondo argomento viene suggerito del mede- 
simo nostro marmo , il quale nel memorare le cariche 
sostenute dal defonto serba manifestamente l'ordine cro- 
nologico inverso , cominciando dalle più recenti , e 
gradatamente risalendo alle più antiche ; solo doven- 
do eccettuarsi la dignità, consolare , .che per la sua 
eccellenza è di ordinario costume , che si annunzi sem- 
pre per la prima , qualunque fosse il tempo , in cui 
erasi conseguita. La linea , in cui si fa parola della 
guerra Partica deve senza dubbio supplirsi donato do- 
nis militaribus hELLO PARTH , e dalla collocazione 
di lei si fa aperto , che costui ricevette i doni mili- 
tari o innanzi di essere legato della Tracia, o piuttosto 
in tempo che reggeva quella provincia. Ma qualunque 
delle due opinioni si prescelga, sarà sempre vero, ch'egli 
fu decorato di questi doni innanzi di esser console , 



Marmo di S. Paolo 177 

perchè la Tracia fu provincia pretoria come vedremo, 
ne usavasi di mettere al suo reggimento un uomo con- 
solare. Lo che essendo resterà chiara la differenza di 
questo Barbaro dallo zio di L. Vero; atteso che que- 
sti ottenne i fasci cinque anni prima della guerra di 
Vologeso, ne un personaggio così distinto per la sua 
stretta parentela colla casa imperiale, dopo aver ricevu- 
to il sommo degli onori sarebbe poi stato illegalmente 
degradato col mandarlo ad un governo inferiore alla 
sua dignità. 

L'ultima ragione poi per escludere Civica da ogni 
diritto su questa lapide dipende dall' opinione in cui 
sono , che la guerra Partica qui mentovala non sia 
già Fintrapresa da L. Vero , ma bensì quella mossa 
da Settimio Severo. Ove mi riesca di provar ciò , non 
essendosi incominciata le seconda se non quarant' anni 
dopo il consolato di Civica , è facile il conchiudere 
eh' egli a quel tempo o era uscito di vita , o che al- 
meno non era più in un' età capace di militare. 

E chiaro che il Mesopotamico è stato aggiunto per 
particolarixzare la guerra , di cui si è inteso di favel- 
lare , onde distinguerla da quella di Traiano, che ce- 
Icbratissima in molti monumenti , viene sempre detta 
Partica assolutamente. Ora quel predicato non mi sem- 
bra molto acconcio per denotare la guerra di L. Ve- 
ro. Concedo che in quell' occasione da Avidio Cassio 
fu ricuperata la Mesopotamia aggiunta alle provincia 
rumane da Traiano', e abbandonata dal successore Adria- 
no ; ma però lo sforzo maggiore di quella spedizione 
fu rivolto contro l'Armenia , che fu conquistata da 
Stazio Prisco, e da Marzio Vero; e il di cui trono fu 
restituito a Soemo , che n'era stato espulso dai Parti. 
E veramente non dalla Mesopotamia , ma dall' Armenia 
fu tratto il titolo testimonio di quelle vittorie , che 
si congiuQse all' altro di Partico , onde ambedue gli 
G.A.T.LXVL 12 



178 Letteratura 

augusti fratelli sulle medaglie e sui marmi vengono 
denominati Armeniaci Partici. Ma non occorre ditibn- 
dersi in congetture , quando si ha la prova precisa , 
che con queste due appellazioni , si contradistinse ve- 
ramente quella guerra. Imperoccliè si legge nell' iscri- 
zione di L. Ponzio Leliano presso il Grutero (p. -457. 2) 
donato donis militarib. BELLO. ARMENIAGO. ET. 
PARTHIGO ab Imp. Antonino -Aug. et a Dls>o Ve- 
ro Aug. e cos\ pure troviamo nell' altra di M. Clau- 
dio Frontone, riferita dal Barone di Ferusac (nel hol- 
lettino dell'anno 1 824 Sez. VII. pag. 299 ) donai, do- 
nis milit. BELLO. ARMEN. ET. PARTH. ab Imp. 
Antonino Aicg. et a Divo Vero Aug. Se dunque 
quella guerra era conosciuta a Roma sotto il nome 
di Armeniaca Partica resterà che quest' altia che ap- 
pellasi Partica Mesopotamica si abbia da credere da 
lei diversa ; e se ciò è ne verrà pure ch'ella non possa 
essere se non la terza mossa da Settimio Severo , non 
avendosene alcun' altra , a cui possa applicarsi la con- 
dizione , che a quel tempo regnassero due imperadori. 
Non ignoro che da alcuni si sogliono distinguere 
due guerre Partiche sotto Severo. Si conviene della po- 
ca importanza della prima , la quale non fu che il 
compimento della guerra civile contro Pescennio , e 
che si determina all' anno 948. Ma piacemi meglio l'opi- 
nione dell' Eckhel (T. VII p. 172. ), e del Visconti 
( Iconogr. Greca cap. 1 5 §. 23 ), i quali hanno tenu- 
to che in quell' anno non si venisse a formale rot- 
tura fra le due nazioni , e che l'imperatore si con- 
tentasse di respingere soltanto le scorrerie di alcuni 
popoli e prencipi dipendenti dagli Arsacidi, o che al 
più egli avesse da combattere con qualche corpo stac- 
cato di Parti venuto in soccorso degli Osroeni , e 
degli Adiaheni , contro i quali aveva allora rivolto 
le armi. In qualunque caso non potrebbe esser que- 



Marmo di S. Paolo 179 

sta la spedizione comtemplata nella nostra lapide , per- 
chè Caracalla non solo non partecipava allora del ti- 
tolo di Augusto , ma ne tampoco era ancora stato 
salutato Cesare. La grande guerra, die procuiò a Setti- 
mio la denominazione di Partico Massimo eLLe origi- 
ne, perchè nel mentre eh' egli era alle mani col suo 
rivale Albino , Vologese IV invase con grandi forze 
la Mesopotamia , siccome ci narra Dione ( 1. 75 e. 9.) 
Severo parti sulla fine del 950 per rispingerlo, e nei 
conflitti che poscia seguirono l'Armenia non ebbe al- 
cuna parte, perchè un'altro Vologese figlio di Sanatruce 
re di quel paese prevenne la burrasca col domandare 
la pace, che gli fu conceduta dai Romani. La guer- 
ra adunque fu rivolta dalla parte della Mesopotamia, 
da cui i nemici si ritirarono all' appressare di Severo , 
il quale da quella banda penetrò nella Parzia al finire 
dell' estate, occupò Scleucia e Babilonia, e all' ingresso 
dell' inverno espugnò eziandio Giesifonte capitale del 
regno, che abbandonò dopo averla saccheggiata. Tut- 
to ciò avvenne nell'anno 951, nel quale Caracalla fu as- 
sociato all'impero, e salutato Augusto dai soldati; e quan- 
tunque non se ne sappia precisamente il mese , sbagliò 
però certamente Sparziano che differì questo avvenimen- 
to dopo la presa di Ctesifonte. Imperocché ci riman- 
gono ancora due sincerissime iscrizioni , l'una edita dal 
Muratori p. 1 035. 6 , l' altra dal Fabretti p. 296. 
n. 257 , nelle quali il figlio di Settimio gik vede- 
si chiamato Augusto in Roma ai 19 di Settembre , 
e ai 15 di Ottobre. Dato adunque il tempo necessa- 
rio perchè la notizia dall' Oriente pervenisse in Ita- 
lia , e perchè potessero incidersi le lapidi , resterà 
fermo che l'assunzione di Caracalla dovette sempre 
precedere l'ingresso dell' esercito Romano sul territo- 
rio dei Parti , ancorché non volesse ammettersi la vec- 
chia seiitenza , che ha stabilito il principio del suo 

12* 



180 Letteratura 

impero nel giorno anniversario eli quello del padre , 
vale a dire ai 2 di Giugno. Tutto pertanto combi- 
na , onde a questa guerra alluda il nostro marmo. 
Però io non credo eh' ella fosse denominata Mesopo- 
tamica per la sola ragione che in essa fu ricuperata 
quella provincia. Primieramente in questo caso sa- 
rebbesi chiamata non Partica Mesopotaniica , ma Me- 
sopotamica Partica , perchè la riconquista della Me- 
sopotamia precedette l'invasione della Parzia , come 
per lo stesso motivo la guerra di L. Vero si disse 
Arraeniaca Partica , non Partica Armeniaca. Dipoi è 
affatto insolito che i Romani menassero vanto di ave- 
re riguadagnato qualche porzione del loro impero oc- 
cupato dai nemici , anzi fino dai tempi della repub- 
blica era espressamente vietato di trionfarne. Gli stu- 
diosi dell' antica geografia sanno bene che la pro- 
vincia romana della Mesopotamia conquistata da L. 
,Vero non comprendeva gik la Mesopotamia tutta in- 
tera , o sia tutta la regione situata fra l'Eufrate ed 
il Tigri , ma che la parte specialmente australe era 
rimasta in potere degli Arabi che continuarono a si- 
gnoreggiarla , motivo per cui da alcuni autori vie- 
ne anche chiamata Arabia Scenitica, quantunque l'Eu- 
frate la dividesse dall' Arabia deserta. Severo reduce 
da Ctesifonte nel 952 condusse l'esercito contro que- 
sta porzione della Mesopotamia non soggetta ai Ro- 
mani , onde aprirsi il passaggio per ritornare nella Si- 
ria , ma quantunque riuscisse nel suo divisamento non 
potè però espugnare la citta di Atra , il di cui re 
Barsemio voleva egli punire di aver soccorso Pescen- 
nio. Ne i suoi sforzi furono coronati da miglior suc- 
cesso quando tornò la seconda volta a cingerla d'as- 
sedio ; non si sa bene peraltro se nello stesso anno , 
o neir anno susseguente. Sta dunque egregiamente che 
nella nostra iscrizione la guerra Mesopolamica si fac- 



I 



i 



Marmo di S. Paolo ^8i 

eia succedere alla Parlica , e che da lei si pren- 
desse il secondo appellativo con cui distinguere que- 
sta spedizione da quella di L. Vero. Della quale spe- 
dizione di Settimio non mi è riuscito di trovare al- 
cun' altra memoria sulle lapidi , non tenendo conto 
della Ligoriana pubblicata dal Gudio p. 167. 2; on- 
de sarà non piccolo pregio di questa nostra l'aver- 
ci insegnato la denominazione , sotto cui fu cono- 
sciuta. 

Da quanto si e ragionato sin qui rimane trop- 
po manifesta 1' esclusione di Civica Barbaro da ogni 
pretesa sopra questo epitaffio , e il bisogno di ricer- 
care alcun' altro , cui possa concedersi. Nel silenzio 
della storia di questi tempi, che ci viene solo nar- 
rata da compendiatori ; e nella mancanza di altri mar- 
mi , fortunatamente soccorre alle nostre ricerche la 
numismatica , la quale per alquanti imperi ci som- 
ministra la serie dei governatori della Tracia. Le me- 
daglie d'Anchialo, di Bizia, d'Adrianopoli, di Pautalia, 
di Filippopoli, di Serdica, e di Traianopoli, tutte citta 
di quella provincia , e delle quali ne conosco fino a 
ventisei diverse , sotto l'impero appunto di Severo fan- 
no frequente menzione di un loro preside Barbaro ; 
e l'identità del tempo e della carica ci renderanno 
buona testimonianza , eh' egli sia il personaggio che 
ricerchiamo. Il suo nome ordinariamente si esprime 
coir abbreviatura Hr. cr. bapbapoy , o vero hte. 
CTA. BAPBAPOY. , ma talora meno compendiosamen- 
te si scrive Hr. ctati. bapbapoy , come in due l'u- 
na di Bizia , l'altra di Traianopoli descritte dal cav. 
Mionnet ( Suppl. T. 2. p. 235. n. ITI , e pag. 510. 
n. 1803 ) , o pure hfem. ctatei. bapbap. secondo 
una terza di Serdica mal letta dal Vaillant , e re- 
stituita alla vera lezione dallo stesso Mionnet nel to- 
mo citalo p. /j85 n. 1602. Senza prestar fede al fai- 



182 Letteratura 

so nome di Acilio mostratoci da una medaglia di 
Traianopoli prodotta dal Vaillant ( Graec. p. 88. ) , 
o air altro di Ostilio di cui dietro un' altra di Bizia 
sospettò sulle prime il eh. Sestini ( Lett. T. VII. 
pag. 11. ), restava però sempre il dubbio se questo 
Barbaro appartenesse alla gente Stazia, o piuttosto al- 
la Statilia , ma questo dubbio ancora fu poi disciol- 
to da un' insigne medaglione di Pautalia pubblicato 
dall' Eckhel ( Catal. Mus. Caes, Vindoh. T. 1 . ;?. 
78. n. 19.) nel quale si legge HrEMO. e. . ti/vioy. 
BAPBAPOY. nAYTAAiQTQN. A intera conoscenza per- 
tanto di questo personaggio più non resterebbe se 
non che di saperne il prenome , ne questo pure man- 
cherebbe , se si volesse credere al Vaillant , che gli 
ha attribuito quello di Tiberio, adducendo in due num- 
mi di Filippopoli HFE. TIB. BAPBAPOY , ed HTE. 

TI BAPBAPOY , ed in un terzo di Traianopoli mfemoc. 
T B. BAPBAPOc. Ma la falsità di quest' ultima lezio- 
ne fu già notata dall' Eckhel ( T. 4. p. 245 ) , che 
la rimproverò di un manifesto peccato grammaticale 
per l'HrEMOc. invece di htem^n , ne io credo che 
siano più certe le altre due , perchè osservo che in 
tutte le medaglie dei presidi della Tracia , e così 
pure in quelle della vicina Mesia inferiore, il preno- 
me è poco frequente , o quando s'incontra non si da 
mai il caso , che sia scompagnato dal nome. Per que- 
sta medesima ragione non mi tengo abbastanza si- 
curo ne meno dell' hfe. t. bapbapo. del museo Tie- 
polo p. 94T , ne dell' hfe. t. bapba promulgato re- 
centemente nella prima parte Europea del museo He- 
dervariano p. 72 n. 28 , quantunque ne faccia lu- 
singhevole invito il sapere , che il prenome Tito fu 
assai famigliare alla gente Statilia ; troppo facile sem- 
brandomi lo scambiare in hfe. t. il solito Hr. cr in 
medaglie che non ofirono mai il punto divisorio del- 



Marmo di S. Paolo Ì8,1 

le parole. Più probabile mi sembrerebbe il chiamar- 
lo Marco , eh' è denominazione cognita anch' essa de-. 
gli Statilii, appellandosi perciò alla sovracitata me- 
daglia di Serdica dei Mionnet n. 1662 , ma invece 
di HfEMovo? cTATElAioiy interpretando Hr£(./o'oc Mot^Kov 
cTATE/A;oy coli' esempio di quelle di altri presidi , sul- 
le quali si vede Hi E. m, homiih oy oronnicKor , 

HiE. M, TOYAAIOY. MASIMOY , HFE. M, AI. CEPOYEI- 

AIANOY. E potrebbe addursene una sufficiente ragio- 
ne col dire, eh' è quasi inusitata su questi nummi l'ab- 
breviatura HrEM , non avendosene altro sicuro esem- 
pio da poter citare se non I'h em, m. noNT. cabeinoy 
del Mionnet ( T. 1. p, 416. n. 342. ) eh' è però dei 
tempi di Antonino Pio , e di una medaglia di pri- 
mo modulo , che offriva maggior area da riempire. 
Però io non intendo di dare a questa congettura mag- 
gior peso di quello che merita , e piiì sicuro sarà cer- 
tamente il consiglio di attendere la sopravvegnenza 
di qualche altra medaglia che meglio ci schiarisca , 
Ja quale se mai , com' è accaduto in altri dei pre- 
sidi sopracitati, ci offrisse per esempio Hr. M, cta, 
ci darebbe definita la questione. 

Intanto essendo questa la prima volta , in cui 
un governatore della Tracia incontrasi memorato tan- 
to sulle medaglie gxeche , quanto sopra una lapide la- 
tina , se ne avrà modo finalmente di dimostrare qual' 
eia il loro titolo e il loro grado, e di togliere cosi 
alcune dubbiezze che tuttavia molestano i numisma- 
tici. Sappiamo da Tacito (1, 2. e. 67. An.) che nel TT2 
per autorità dell' imperatore Tiberio essendo stato pri- 
vato del regno Rescupori a motivo dell' uccisione da 
lui fatta di suo nipote Coti V, Thracia in RhemC" 
tnlcem filium , qnem paternis cojisiliis ach>ersatwn con^ 
stabat , inque liberns Cotjis dwiditur ; iisqiie non^ 
cium adidtis Trébelllcnus liufus praetura functus 



184 Letteratura 

datur ì qui regnum interim tractaret , exewplo qiiO 
maiores M. Lepiduin Ptolomaei liberis tutor ein in Ae~ 
gjptum miserunt. Fu questi il primo romano che spie- 
gasse giurisdizione nella Tracia, ed a lui spelta una 
bella iscrizione rimasta ignota ai commentatori di Ta- 
cito, e riferita più correttamente degli altri dal Do- 
ni ( ci. V n. 30 ) , quantunque equivocasse nel met- 
terla a Roma, quando fu trovata fra le rovine dell' 
antica Concordia , ed esiste a Portogruaro. Ne gua- 
ri andò che tutta la Tracia fu rimessa sotto il go- 
verno di un solo , perchè Caligola nel 792 siccome 
riferisce Dione (1. 59 e. 12) trasferì Coti VI a regna- 
re suir Armenia minore , e riunì i suoi stati a quelli 
di Remetalce II, che non potè a lungo goderne essen- 
do stato ucciso nel 800 per tradimento della moglie. 
I traci si rivoltarono in quest' occasione , ma l'impe- 
rator Claudio li sottomise , e ridusse quel regno in pro- 
vincia romana secondo che insegna Eusebio , e il suo 
seguace Sincello. Gran dissenso peraltro regna su di 
questo fra gli eruditi , attesoché Svetonio, Eutropio , 
Vittore ed Orosio attribuiscono a Vespasiano la riunio- 
ne della Tracia ali" impero , e ciò che più monta lo 
stesso Eusebio , o piuttosto s. Girolamo torna a ripe- 
tere sotto quel prencipe Achaìa^ Lycia^ Rhodus^ By- 
zantium^ Saniiis , Thracia^ Cilicia^ Commagene, quae 
liberae antea et sub regibus amicis erant , in pro'^in- 
ciam redactae , determinando questo fatto all' anno V 
del suo principato , o vero al VI, siccome hanno al- 
cune altre edizioni. I sostenitori della prima sentenza 
hanno risposto esser solo per un fallo di lezione phe 
questi scrittori si fanno parlare della Tracia, e che 
in tutti quei luoghi deve leggersi Trachea o Tracina^ 
come veramente si scrive in una parte dei loro codi- 
ci, essendo questo un'epiteto da unirsi alla susseguente 
Cilicìa. Con tutto ciò si seguita ancQra a difendere 



Marmo di S. Paolo 185 

gagliardamente l'opinione dello Scaligero, il quale seb- 
Lene ammettesse per vera la prima testimonianza di Eu- 
sebio 9 credè tuttavolta , che una parte della Tracia 
avesse continuato ad obbedire a qualche regolo , e che 
di questa s'impadronisse poi Vespasiano. Peraltro e da 
osservarsi che Svetonio e gli altri storici avrebbero 
parlato assai impropriamente dicendo in modo asso- 
luto , che la Cilìcia venne allora in podestà dei ro- 
mani , quando fino dai tempi della repubblica la 
più gran parte di quella regione già costituiva una 
provincia , e qualche volta ancora consolare. In fat- 
ti da Dione 1. 53 e. 12, ove parla della cele- 
bre divisione delle provincie fatta nel 727 fra Au- 
gusto e il senato, viene espressamente computata fra 
le cesaree , e due presidi di lei l' uno sotto Tibe- 
rio , l'altro sotto Nerone sono ricordati da Filostrato 
nella vita di Apollonio (L. 4 e. 12), e da Tacito ne- 
gli Annali (1. 13, e. 35). All'opposto h ben vero 
che Caligola per detto di Dione ( 1. 59 e. 8) donò ad 
Antioco IV re di Commagene quella parte della Ci- 
li eia , che portava il nome di Aspra , o di agreste'» 
o di trachea. E quel re possedevala sotto Claudio per 
attestato del medesimo Tacito ( an. 12 e. 55), il che 
pure colle medaglie coniate in suo onore ci confer- 
mano Aegae , Alexandria ad Issum , Anemurium , 
Celenderis ^ Hieropolis , Lecenetis ^ Laerte y Mopsus^ 
tutte citta di quel paese , il quale realmente insieme 
colla Commagene fu unito da Vespasiano all'impero, 
quando nel quarto anno del suo governo fece spoglia- 
re il medesimo Antioco di tutti i suoi stati, siccome 
diffusamente ci narra Giuseppe Flavio ( de bel. Jud. 
1. 7 e. 7). Dall' altra, parte dopo essersi saputo per 
le cose già dette , che la Tracia era stata divisa da 
Tiberio in due porzioni , e che di nuovo fu riunita 
da Caligola sotto lo scettro di Remetalee II, è dif- 



186 Letteratura 

ficile immaginarsi una terza divisione , la quale poi 
fosse cos\ estesa da poter prendere il nome di tutta 
la regione. In ogni caso per convalidare la prima as- 
serzione di Eusebio , e per togliere di contesa , che 
già innanzi Vespasiano la Tracia era soggetta all' 
impero , io metterò in campo un' autorità superiore ad 
ogni eccezziòne , la quale nella presente controversia 
non era stata addotta peranche. E quella di Tacito che 
nel 1. 1 e. 12 delle storie esamina lo stato dell'im- 
pero romano ai tempi di Galha , e ci dice : Duae Mau-^ 
retaniae , Rhetia , Noricimi , Thracia , et quae aliae 
procuratoribus cohibentur , ut cuique exercitui vici- 
nae , ita in favoreni aut odiwn contactit 'valentiorwn 
agebantur. Ecco dunque non solo provato che la Tra- 
cia prima di Vespasiano era sottomessa ai romani , ma 
che di più air uso delle provincie minori ella soleva 
essere amministrata da un procuratore. 

Ne cambiato aveva condizione di governo ai tem- 
pi di Domiziano , siccome mi mostra un' iscrizione 
forse inedita già esistente a Perinto , che ho tratta dal- 
la descrizione di un viaggio fatto da un' anonimo ai 
tempi di papa Eugenio IV, che si conserva nella bi- 
blioteca Vaticana ( Cod. 5230 pag. 3. ) 

AH BF.AZOYPAQ 
AYTOKPATOPI KAIZAPI .^OMFTIA 
NO SEBAZTQ rei'MANlKQ TO \A 
YfIATi2 EniTPOnEYONTOi; BPAKHS 
K. OYETTIAIOr BASZOY TI, KAAY 
AIOS 2EBA2T0Y AnEAEY8EP02 
ZHNA TPIHPAPXOr KAA22HS HEPIN 
eiAZ SYN KAAYAIOir. TI. YIOI2 KYPEINA 
MASIMQ EABINJ? AOmQ *0Y 
TOrPQ TEKNOI2 lAIOIZ nP.lTOS 
KAeiEP.^ZAN 



Marmo di S. Paolo 18T 

Quindi ben s'intende come dall' epistola LVII del I. X 
di Plinio si arguisca , che la Tracia aveva una certa 
dipendenza dal legato augustale della Mesia, essendo 
d'ordinario stile die i procuratori delle provincie mi- 
nori fossero soggetti al governatore della provincia 
consolare vicina , come appunto sappiamo che il pro- 
curatore della Giudea era sottoposto al legato della Si- 
ria. E stara egualmente Lene che allorquando la Bi- 
tinia da provincia senatoria passò ad essere provincia 
cesarea, in grazia della straordinaria missione di Pli- 
nio anche la Tracia gli fosse assoggettata togliendola 
alla dipendenza del legato della Mesia , onde nella sua 
celebre iscrizione di Milano egregiamente, fu supplito 
del Marini ( Fr. Arv. p. 758) LEGATVS . PROPR . 
PROVINCIAE . PONTI . et Bithjnia^ CONSVLARI 
POTESTATE . IN . EAM . PRO VINCI AM . ET . in 
Thracìam ah IMP • CAESARE . NERVA . TRAIA- 
NO . AVG . GERMAN/co Dacico missus. Non andò 
guari però , che dallo stesso Trajano fu dato anche 
alla Tracia un legato suo proprio , del che ci ren- 
dono testimonianza alcune medaglie di Perinto edite 
dai Sestini (Lett. di continuazione T. IV p. 54) coli' 
epigrafe F.ni . ioyoyevt/ov keacoi/ npso-jSgyTou ant;- 
ffTf«TM70f. È questi il celebre giurisconsulto Giuven- 
zio Celso , che fu poi console per la seconda volta 
neir 882. Quelle medaglie attribuiscono all' imperato- 
re il titolo di Dacico, e tacciono quello di Partico, 
onde n'è probabilità , che dopo finita la legazione Pli- 
niana fosse la Tracia elevata all' onore di esser retta 
da un' uomo pretorio, al che potè dare un giusto mez- 
zo la conquista della limitrofa Dacia , e il bisogno di 
vegliare più attentamente sopra quei nuovi sudditi, e 
sopra i barbari circonvicini. Due altri legati di que- 
sta provincia ci sono cogniti sotto il successore Adria- 
no, cioè A. Platorio Nipote LEG . PRO . PR . PRO- 



188 Letteratura 

VINO . THRAG apparente dal suo titolo onora rio , che 
pubblicai nel mio estratto del gius civile anti-giusti* 
nianeo del eli. monsig. Mai, inserito in questo nostro 
giornale , e Tineio Rufo. npE ; . KAI . anti . tot . 
CEBAc , che il Marini ( Fr, Arv. p. 655 e nota 101) 
cavò fuori da una medaglia di Bizia , e eli' è quel me- 
desimo che si segnalò riducendo in dovere i rivoltosi 
giudei. Anche ai tempi di Antonino Pio Antonio Ze- 
none si appella legato Propretore in tre medaglie di 
Filippopoli (Mionnet suppl. t. 2 p. 447 n. 1442, Haym 
Th, Brit. p. 284 tav. 34 fig. 10 edizione di Vienna, 
Froelick IV tentam. p. 196) , e in una quarta di Pe- 
rinto ( Sestini lett. di contin. t. VI pag. 22 ) , ma 
egli è Tultimo dei governanti di quella regione, che 
sui riumriii di lei assuma quel titolo. Imperocché i 
successori di lui sotto il medesimo imperante o tac- 
ciono affatto la qualità della loro carica , scrivendo 
Yno . *ARior . ArPilinEiNOY (Vaillant Gr. p. 45) , 
BÙL.iOYh KDMOAOY (Eckliel Cateti. Mus. Vimhh, 
p. 1 .pag." ' 79 n. 203), o prendono la nuova quali- 
fica di egemoni, come nel sovracitato iiiEM . M . nOMT 
cABEiNor (Mionnet t. 1 p. 416 n. 342, nr . homo . 
oronEi Koir ( Eckhel Catal. t. 1 p. 78 n. 1 ), nrE . 
FAPriAi . ANTiKOY . (Mus. Sanclem. t. 2. p. 231.) E 
questa seconda costumanza rimase poi costante fino a 
Garacalla, sotto cui le medaglie della Tracia cessarono 
di nominare il magistrato romano ; non potendosi poi 
dubitare del supplemento di quella voce, ora più, 
ora meno accorciata , trovandosi alla distésa htemo- 

NOC . M . TOYAAIOY . MAEIMOY . HAYrAAIfiT^N in 

un medaglione di Gommodo del real museo di Baviera 
citalo dal Sesfiui nelle classi gen. p. 31. 

L'Eckhel (t. Vili pag: 243) dottamente provò che 
la voce (•'76^^!' presso i greci indistintaménte adatta- 
vasi a qualunque sorte di magistrato primario , e che 



Marmo di S, Pàolo 189 

perciò corrisponde con tutta esattezza al praeses dei 
latini, del quale scrisse Macro nel primo libro dei 
digesti de officio praesidls. Praesidis nomen generale 
est, eoque et proconsules et legati Caesaris^ et omnes 
provincias regentes licet seìiatores sint praesides ap~ 
pellantur. Istituì perciò la duplice questione , se gli 
egemoni della Tracia fossero i magistrati particolari 
delle rispettive citta , nelle quali furono coniate le me- 
daglie , o vero i rettori Romani dell' intera provincia , 
e in questo secondo caso s'eglino ricevessero la loro 
nomina dall' imperatore , o dal senato, giusta la no- 
tissima divisione della provincie in cesaree, e procon- 
solari. E giustamente le risolse ambedue mostrando 
che la Tracia fu sempre provincia cesarea , e che 
gli egemoni non furono se non che i governatori man- 
dati dal prencipe per amministrarla. Con tutto que- 
sto è rimasta una qualch' altra controversia ancora in- 
decisa. E vero che praeses è nome generico , ma è 
vero altresì che dopo Alessandro Severo divenne il 
titolo proprio se non di tutte , di alcune almeno delle 
Provincie imperatorie , giusta il notissimo passo di 
Lampridio , dal quale si narra che quell' augusto pro- 
vincias praetorias praesidiales pliirimas fecit , pro- 
consulares ex senatus voluntate ordinavit. Infatti pri- 
ma delle innovazioni portate da Diocleziano nell' am- 
ministrazione dall' impero , ed anche ai tempi di Ca- 
racalla troviamo per esempio PRAESIDI. PROVIN- 
CIAE. NVMIDIAE nel Donati ( p. 264. 1 . ) , PRAES. 
PROV. HISP. CIT; e PRAESES. PROVINCIAE. 
GERMANIAE. SVPERIORIS nel Grutero ( p. 278. 
2 , e p. 493. 3. ) Egualmente conosciamo , che i so- 
vrastanti alle piccole provincie non si stettero con- 
tenti del modesto titolo di procuratori , che avevano 
da prima , ma assunsero in seguito l'altro più pom- 
poso di praeses , onde il solo Grutero ci somministra 



190 Letteratura 

PROG. ET. PRAESIDI. PROV. SARDINIAE ( p. 
487. 6), PROG. ET. PRAESIDI. ALPIVM. (p.493.6), 
PROGVRATORI. ET. PRAESIDI. ALPIVM. GOT- 
TIARVM. ( p. 493. 7 ) , PRAESIDI. PROV. TIN- 
GITANAE ( p. 346. i ) , tacendone altri che si tro- 
vano raccolti presso il Marini ( Fr. Arv. p. 623. no- 
ta 254 ). Poteva adunque credersi che la legale mu- 
tazione del titolo di Legatas in Praeses fosse mol- 
to più antica dei tempi di Alessandro Severo , e in 
questa ipotesi la Tracia sarebbe una delle prime pro- 
vincie a somministrarne reserapio. O diversamente si 
aveva luogo di giudicare , eh' essendo cessate le ra- 
gioni per cui quel paese si era fatto governare da un 
legato propretore, fosse stato restituito all'antica am- 
ministrazione di un procuratore , il quale sulle trac- 
eie di altri suoi coUeshi avesse voluto nobilitare il 
proprio officio col denominarsi egemone o preside. Ma 
il confronto fra la lapide del nostro Barbaro che lo 
dice Legatus Aiigustoram provinciae Thraciae , e le 
medaglie coniate sotto il suo reggimento , dalle qua- 
li appellasi egemone , dissipa finalmente tutte queste 
incertezze. E manifesto per esso , che da Traiano in 
poi la Tracia proseguì ad essere governata da un le- 
gato pretore , e che la mutazione del titolo avverti- 
ta sui nummi non ebbe altra origine se non che dall' 
uso che incominciava a diffondersi di chiamare pre- 
sidi generalmente i rettori delle provincie , qualunque 
fosse il loro grado. E infatti fra l'epistole Pliniane del 
libro X vedesi in quella che nelle vecchie edizioni è 
la 53 , e che nelle recenti trovasi al numero 58 , che 
anche Traiano scriveva : ignoscet illis Moesiae prae- 
ses , tuttoché non possa dubitarsi che la Mesia sotto 
il suo impero fosse commessa ad un legato augustale. 
Ho detto superiormente che la Ti'acia fu pro- 
vincia pretoria , e non consolare ; onde jiriina di de- 



Marmo di S. Paolo 191 

sistere dal ragionare di lei , mi trovo in debito di 
mostrare il duplice fondamento dalla mia asserzione. 
Viene somministrato il primo tanto dalla nostra iscri- 
zione quanto da quella di Platorio Nipote , da ognu- 
na delle quali ci consta che la Tracia fu il primo 
governo da loro conseguito. Egli è adunque chiaro 
che questa fu la provincia cesarea , che loro spetta- 
va in conseguenza della pretura , il che vien meglio 
addimostrato dall' osservarsi che la seconda legazione 
toccata ad ambedue fu quella della Germania supe- 
riore , o inferiore , Tuna e l'altra delle quali è già 
comprovato che furono consolari. Anche più fermo è 
l'altro argomento desunto da ciò che si narra da 
da Dione ( 1. 79. cap. 3. ) intorno Claudio Atta- 
lo , cognito eziandio per un nummo di Pautalia coli' 
effigie di Comraodo edito dall' Eckhel ( Catal. 1. 
p. 73. n. 10). Scrive quello storico che nel 971. 
Elagabalo in Cypro Claudiwn Attalwn , qui Tlira- 
ciae fuerat olim praeses , et a Severo tempore 
belli Nigriani senatu motiis , a Taranto aiitein di- 
gnitati pristinae restitutiis , eo tempore ex sorti- 
tione Cjpro praefectus erat , interfecit , propterea 
quod offendisset Comazontem. Attalo adunque non- 
fu mai console , perchè se lo fosse stato nel ca- 
var a sorte la provincia senatoria non poteva toc- 
cargli Cipro , che fu sempre uno dei proconsolati ri- 
serbati ai pretori, ma doveva venirgli o l'Asia o l'Afri- 
ca, che siccome è notissimo furono le due provincia 
del senato destinate ai consolari. 

Questo Barbaro dev' essere stato di nobile schiat- 
ta , attestandoci la lapide che nella sua prima giovi- 
nezza , e innanzi di occupare il decemvirato che giu- 
dicava le liti, fu Seviro dei cavalieri romani. Il pochis- 
simo che si conosceva di questo ufficio è stato detto 
dal Fabretti pag. 415, e dal Marini pag. 775, ma e 



192 Letteratura 

COSI poco, che si restringe a farci sapere che quei se- 
viri erano i prefetti di sei tarme di cavalieri. Ma quali 
tarme erano queste , e quali le loro incombenze ? In 
tanto bujo per me porto opinione , che quelle tarme 
siano le stesse , delle quali parla Svetonio ( in Cae- 
sare e. 39. ) : Troiam lusit tarma daplex maiorum , 
minoramqae paeroram , ossia le sei squadre di gio- 
vinetti Romani , nelle quali posteriormente furono di- 
visi probabilmente secondo l'anno della rispettiva età , 
che in certe determinate feste , ed in altre straordi- 
narie eseguivano le decarsiones , nelle quali consiste- 
va il ladus Troianas reso così celebre dai versi di 
Virgilio ( lib. V , vers. 545 e seg. ) , su cui e da ve- 
dersi \ excursus dell'Heyne. Da infiniti luoghi dei clas- 
sici si ricava , che questi giovinetti erano tutti patri- 
zi , o figli di senatori , ed ognuno sa che per quan- 
to eccelsa fosse la nascita dei Romani finche non era- 
no ascritti air ordine senatorio , rimanevano nel ce- 
to dei cavalieri. Non è questo il luogo di appoggia- 
re la mia opinione , perchè ciò mi obbligherebbe a 
duplicare i limiti che ho prefissi al presente artico- 
lo ; bastandomi di poter' asserire , che questi seviri co- 
sì frequenti nelle iscrizioni appariscono tutti di un 
età molto giovanile , e che non ne conosco alcuno , 
il quale possa dimostrarsi che sia stato un' homo no- 
o)US nel senso Romano , nel mentre che di moltissi- 
mi è manifesta la nobiltà della loro origine. Non per 
questo mi attenterò di far discendere Statillo Barba- 
ro dalla celebre famiglia degli Statilii Tauri, sembran- 
domi anzi eh' ella venisse meno ai tempi di Nerone , 
dòpo i quali se ne perde ogni memoria : e infatti la 
storia parlandoci di Statilia Messalina ultima moglie 
di queir imperatore non ci fa motto di alcun suo pa- 
rente. Viceversa ai tempi di Adriano le figuline mi 
fanno conoscere T. Statilio Massimo Severo Adriano 



Maumo i S. Paolo 193 

( Fabrelti p. 520. n. 325. ) ricordato nell' anno 880 
(Marini Fr. Arv. p. 318.) , e di cui ho trovato memo- 
ria anche tre anni prima in un' altro tegolo inedito 
da me veduto nei magazzeni del museo Vaticano , il 
quale non e forse diverso dallo Statilio Severo , a 
cui Traiano diresse un rescritto nei digesti 1. 29 , 
tit. 1 . 1. 24 , e che con tutta probabilità fu il pa- 
dre di un altro T, Statilio Severo console ordinario 
nel 924. Gli stessi digesti (1. 48, tit. 3. leg. 12) 
fanno parola di Statilio Secondo legato dell' imperato- 
re Adriano ; e alcuno di questi ben potrebbe essere 
un antenato del nostro Barbaro. Regolarissimi furono 
i passi , con cui si avanzò nella carriera degli onori : 
imperocché fu prima Seviro de' cavalieri Romani , 
indi decemviro delle liti , e tribuno laticlavio di una 
legione , che la frattura del marmo ci vieta di sapere 
qual fosse , e infine senatore mercè la questura ch'eser- 
citò appresso il proconsole dell' Africa. Il vacuo che 
rimane innanzi quest' ultima carica era occupato da due 
altri ufficii , uno dei quali doveva essere necessaria- 
mente quello che lo condusse alla pretura , fosse mo' 
egli il tribunato della plebe , o alcuna delle edilità , 
l'altro fu senza dubbio la pretura , eh' egli non potb 
a meno di conseguire , se fu poi legato propretore 
della Tracia , che siccome abbiamo veduto da lui reg- 
gevasi circa il tempo della guerra Partica. Secondo 
ogni verisimiglianza al ritorno da quella spedizione 
dovette ricevere nei fasci il guiderdone del valore che 
i doni militari ci attestano aver dimostrato in quella 
guerra , ma questi fasci furono certamente sufietti, es- 
sendo già cogniti abbastanza tutti i consoli ordinari 
del principato di Settimio Severo. Ne gli avrà certa- 
mente conseguiti avanti il 952. al di cui cominciare 
terminossi la guerra coi Parti, dopo la quale potrebbe 
essere stato rinviato a Roma per assumere la nuova digni- 
G.A.T.XLVI. rò 



194 Letteratura 

ta. Ma però è assai dubbioso, che cosi veramente fosse, 
ed è ugualmente incerto di quanto si abbia da ritar- 
dare questo suo onore , atteso che potè egli egualmente 
seguire l'imperatore nelle sue posteriori spedizioni con- 
tro gli Arabi della Mesopotamia inferiore, ed anche noa 
esser tornato alla capitale se non che in compagnia di 
lui sul finire del 955. La lacuna della terza linea 
conteneva probabilmente alcuna delle cariche , che si 
solevano conferire ai novelli consoli , come sarebbe 
a dire la sovraintendenza delle fabbriche sacre , o 
di alcuna delle strade maestre d'Italia. Certo è poi che 
la mancanza della seconda riga dev'essere empiuta dal- 
la memoria di uno o due sacerdozi , dei quali niun 
consolare si lasciava privo , essendo d'ordinario stile , 
che questi si memorassero subito dopo il consolato. La 
legazione della Germania superiore fu l'ultima dignità 
da lui occupata. Egli l'ebbe certamente regnando Set- 
timio Severo , ossia innanzi il 964 , in cui quell' im- 
peradore mori, imperocché il titolo LEG. ÀUGG pii!i 
non si verificò se non che nel 991 nei pochi mesi 
dell' impero di Balbino e Pupieno. E vero che il li- 
mite da me fissato potrebbe ampliarsi di un'anno por- 
tandolo al 965 , e avendo riguardo alla società nel re- 
gno de' due fratelli Caracalla e Geta, se non che la la- 
pide essendo stata incisa dopo la morte del nostro 
legato dovrebbe essere naturalmente posteriore a quell* 
anno , ma dopo l'uccisione di Geta ; e nei sommi ri- 
gori di Caracalla che ne vennero in seguito , niuno 
sarebbesi più azzardato di ricordare la dignità di quel 
prencipe infelice. Sotto dunque l'impero di Severo , o 
piuttosto circa la di lui meta potremo aggiungere Sta- 
tilio Barbaro alla serie dei presidi della Germania su- 
periore , che ci h stata data dallo Scoepflino , il qua- 
le non ne ha conosciuto alcuno durante quel principato. 

Borghesi. 



195 



Poesie minori del Petrarca sul testo latino ora cor- 
retto , volgarizzate da poeti viventi , o da poco 
defunti. - Con un discorso preliminare e annota- 
zioni deir editore sig. dottore Domenico Rossetti 
di Scander avvocato Triestino. - Milano dalla So- 
cietà Tipografica de' Classici Italiani - 1 829 - /^o- 
lume primo che contiene le Buccoliche. - 

GIUSEPPE IGNAZIO MONTANARI 
AL SUO CARISSIMO PROFESSORE 

DOMtTNICO VACCOLlNI 

Pregiatissimo Amico 

V. 

T i mando il fascicolo della Biblioteca Italiana 
(Maggio 1830 ), in cui si parla delle opere mino- 
ri del Petrarca volgarizzate , e pubblicate non ha mol- 
to in Milano per cura dell' eruditissimo sig. dottore Do- 
menico Rossetti di Scander. Non poteva essere al cer- 
to nb più giusto ne più imparziale il giudizio por- 
tato intorno quest' opera del Petrarca , la quale ove 
si riguardi il secolo in cui fu scritta , è veramente 
meravigliosa. E però tutti i cultori delle buone let- 
tere dovranno essere molto tenuti alle premure del sig. 
dottore Rossetti; tanto più che egli ha voluto che a 
questi versi buccolici fosse data veste italiana per ma- 
no do' valenti scrittori viventi o da poco defunti. In 
fatto l'egloga I. Partenio è volgarizzata dal profes- 
sor Cesare Arici Bresciano , la 2. Argo dal signor 

ia^ 



196 Letteratura 

Giuseppe Salvagnoli Marchetti Empolitano , la 3. FA- 
mor Pastorale dal signor professore Antonio Mezza- 
notte Perugino , la 4. Dedalo dal signor marchese 
Tommaso Gargallo Palermitano , la 5. la Pietà Pa- 
storale dal sig. professore Giuseppe Adorni Parmi- 
giano, la 6. le cure Pastorali dal sig. conte Giulio 
Perticari Savignanesc ( detto per errore Pesarese ) , la 
7. // gregge infetto dal signor conte Gio: Antonio 
Roverella Cesenate , la 8. la Separazione dal signor 
cav. Angelo Maria Ricci Rietino , la 9. // Querulo 
dal signor marchese Antonio Cavalli Ravennate , la 
\ 0. // Lauro all' occaso dal signor Francesco Testa 
Vicentino , la 11. Galatea dal sig. marchese Luigi 
Biondi Romano , la 12. La Hissa dal sig. cav. Lo- 
renzo Mancini Fiorentino. E in quanto ai volgarizza- 
menti vi basti, che rispondono alla chiarezza del no- 
me de' traduttori. In quanto poi al discorso prelimi- 
nare egli è pieno di buone indagini , ed è molto sot- 
tilmente ragionato. Si ricerca dal signor Rossetti qual 
fosse il carattere dello spirito del Petrarca , e si tro« 
va che era quello di elevatezza d'intelletto, di fanta- 
sìa , e di Yolonta con equilibrata preponderanza d'in- 
telletto e di fantasia. Dal che poi in appresso egli 
conclude , che il suo intelletto non poteva a meno 
di pendere all' ideale nella storia , e nella morale , 
laddove la sua fantasia doveva egualmente chinare 
alla verità, degli afietti , e degli avvenimenti : onde 
frenata mai sempre doveva ondeggiare la sua vo- 
lontà fra la verità e la bellezza della realtà e dell' 
ideale. - E di qui poi ne viene traendo come po- 
teva essere grande nel suo Canzoniere Erotico , nel- 
le Buccoliche , e nell' Epistole , ma non mai nell' 
Epopea. E in questa ricerca il signor Rossetti fa pro- 
va di Unissimo ingegno , si che qualche volta il suo 
discorso soverchiamente sottilizza; il che troverete os-« 



PoEsiK DEL Petrarca 497 

servato dalla succitata Biblioteca Italiana . Io però 
sono cV avviso , e credo che voi pure meco conver- 
rete , che la ragione principale per cui il Petrarca 
compose sÌl eccellente il suo Canzoniere altra non fos- 
se che questa , cioè che l'imaginazione ed il cuor suo 
erano del pari commossi dall' oggetto di cui scrive- 
va , e che l'interesse che egli ne prendeva era vero 
e sentito, non ideale e fantastico. Laddove nella Sci- 
piade non vi ha che uno sforzo grande d'ingegno sem- 
pre infrenato da' lacci gravosi dell' imitazione. Le Buc- 
coliche poi e le Epistole sanno di. maggiore bontà, 
perchè il cuore e l'imaginazione del poeta ivi ripren- 
dono il suo vigore , quantunque all' uno e all' altra 
venga alcuno scemamente di forza dalla difficolta del- 
la lingua. E se il Petrarca avesse dettate nel volgar 
nostro le epistole specialmente , io credo , e forse non 
erro , che le non sarebbero riuscite inferiori alle altis- 
sime canzoni in cui egli parla e si lamenta della Ita- 
lica fortuna. 

Ne minore Studio ed Ingegno ha posto il sig. 
Rossetti a purgare il Petrarca dalla taccia di latinnnte 
impuro , di scrittoi" manierato pedante oscuro negli- 
gente inelegante scorretto , mostrando che el^be quel 
migliore stile e linguaggio latino che aver potevasi in 
que' tera])i. Percliè se noi rechiamo il Petrarca a con- 
fronto di tutti i latinisti di quella età , vedremo die 
tanto egli si leva sopra quelli, quanto Virgilio sopra 
di lui si innalza. Ed io poi non so per qual ragione 
manierato e soverchiamente retlorico sia detto il Pe- 
trarca, perchè egli si pare anzi che più intenda alle 
cose che alle parole. Ed oh ! invece dei versi smasco- 
linati , di cui troppo soverchiamente il secol nostro ab- 
bonda , avessimo , noi versi quali sono questi di messer 
Francesco , che avremmo l'intelletto pieno di forti pen- 
sieri, e non le orecchie soltanto intronate da vano rim- 



i98 Letetartura 

bombo, e la mente ingombrata da frivole e mille Vol- 
te ripetute idee. Ma seguendo al nostro discorso mi 
sembra che alcuna volta quel sommo poeta non si 
possa scusare di oscurità , ossia colpa sua , o de' testi 
scorrettissimi che ci sono rimasti delle opere sue. 

Ora vengo alle annotazioni poste in fine, delle quali 
molto buon grado bassi a sapere all'egregio signor editore. 
Non posso però nascondere (ed ei gentile com' è perdoni 
alla schiettezza mia ) che di alcune varianti non sono 
pienamente soddisfatto : e qui accennerò il dove non 
mi so acquietare al parere di lui , ed il perchè. E 
voi , mio caro , soffrirete che qui io vi rechi alcune 
brevi osservazioni della Biblioteca Italiana , alle quali 
io mi sottoscrivo perchè le ho per giustissime , e che 
non posso lasciare perchè da quelle incominciano le mie. 

„ Egl. 1 . N. 1 . Qiiis fata regit dispersa gemellis ? 

Il signor Rossetti sostituisce il regit al neget che 
si legge in tutte le edizioni, perchè gli pare che l'an- 
titesi delle idee de' tre versi precedenti , ed il senso 
lo richiedano. Leggendo però quis fata neget diver' 
sa gemellis , n'esce un senso probabilissimo , e fia che 
alcuno neghi essere posti diversi fati a noi che siamo 
gemelli ? „ 

„ Ib. n. 5. Miitatamque no\>o frangeham carmina vocem^ 
Mutatamque novo fingebam Carmine vocem 
Aemulus etc. 

Il sig. Rossetti ha cambiato la punteggiatura ed 
anche l'ordine dei versi,, credo, dice egli, volere qui 
il Petrarca farci conoscere che da giovinetto egli spez- 
zava la mutala favella con nuova maniera di versi , 
cioè tentava la nuova poesia volgare , poscia formava 



Poesie del Petrarca 199 

la mutata favella co* nuovi suoi versi, cioè stabiliva la 
favella italiana volgare colle volgari sue rime. Con- 
fessiamo di non intendere questo commento , e dubitia- 
mo che l'uno dei due versi dcbbasi togliere , come 
semplice glossema o pentimento che l'autore si dimen- 
ticò cancellare. Cosi mostra d'avere opinato anche il 
chiarissimo professore Arici : 

„ A novi modi 
Formai la voce trasmutata. ,, 

,, Ib. n. 9. Hos ego cantantes sequor. „ Cosi in 
tutte le edizioni; ,, ma io (prosegue il Rossetti) oso so- 
stituirvi cantando., parendomi giusto che un vivo segua 
cantando le orme dei morti , anziché quegli segua 
questi cantanti. Qui adunque essendo concordi le stam- 
pe nella lezione cantantes., il signor Rossetti non ha 
per mallevadore della sua emendazione se non il gu- 
sto e il giudizio suo particolare. E noi non voglia- 
mo averne in dubbio nh l'uno ne l'altro , ma por- 
tiamo opinione che in questo il sig. Rossetti abbia 
oltrepassati i limiti assegnati ad un semplice e fede- 
le editore. Potrebbe anche dirsi che la ragione da lui 
adotta è prostatica troppo , e che pel soverchio stu- 
dio di logica esattezza egli condanna una bella imagi- 
ne, un fiore di poesia. ,, Fin qui la Biblioteca Italiana. 

Neir Egloga seconda al n. 2. è sostituito syl- 
vis al miseris , sull' autorità dell' edizione Giuntina. 
A me pare che ciò avvenga con iscapito dell' affetto 
di cui è piena quella preghiera a Giove. Questo ben 
vide illustre traduttore , e però attenendosi alla co- 
mune lezione disse : 

Se noi rozzi pastori tieni a vile , 

Per noi non li proghianì , perdona ai miseri , 

Abbi pietà dell' innocente ovile. 



200 Letteratura 

N. 16" Non so perchè si dica che non e chiaro 
il senso dei versi 

Postqimm. pertcesiim est nemorum long iq uè 

lahoris , 
Irredlturus ahit. etc. 

Parlasi di Argo re il quale sebbene trovasse ogni 
dolcezza ne' campi se ne stancò , e per non tornar più 
partì salendo sui più alti monti , e di la gettando 
l'occhio al basso vide quanto fosse piccolo il suo re- 
gno selvaggio. Perchè però alla partita sua non rima- 
nesse vedovo il suo ovile , lo raccomandò a Giove e 
lo pose nelle mani di quello Iddio. Qui non so tro- 
vare oscurità alcuna. Vorrei soltanto che anziché per- 
tesum fosse scritto pertaesum da pertaedet. ,, Si non 
pertaeSuin thalami tedaeque fuisset. f^irg. 1. 4. Aen. 

Egl. 3 n. 13. Qnem sacra castaliae regnatrix 
tradidit Almae. 

Tutte le stampe a concessione dell' editore leg- 
gono così , e però pare non vi sia senso alcuno , ond' 
egli ha sostituito undae , con che pensa aver sanato 
lutto. A me pare altrimenti , e tengo doversi leggere 
Castaliae colla C raajuscola , e almae scritto in mi- 
nuscole , e la sostituzione di undae è inutile allora 
ed erronea. Castaliae non è adjettivo ma sostantivo, 
e vale fonte Castalio. Così Virg. Georg. 1. 3 v. 293. 

Juvat ire jugis qua nulla priorum 
Castaliani molli divertitur orbita rivo. 

Ualmae poi epiteto derivato da alo^ alimentare nu- 
drire , è bello e convenientissirao. Così ne'jooeti : tel- 
lus alma - Ceres alma - perchè Funa e Taltra alunt. 



Poesie del Petrarca 201 

Ib. n. 16. Scipionibus actus ebiirnis. 

Il signor Rossetti ( entra a dire la prclodala Eibl. 
Ilal. ) nota che alcuni leggono scipionibus actus hjr- 
hernis , e rigettata questa lezione soggiunge - La se- 
conda dovrà tollerarsi, non gik per gli arzigogoli di 
JBenvenuto sul curru eburneo , e sul haculus lingua 
eburnea (?) scipio dicitur, ma unicamente perchè non 
vi ha altro ripiego ,, Eppure due vie si aprivano ali* 
editore per correggere il testo sì che ne desse alcun 
senso. Bastava ricordarsi ehe il nome de' Scipioni ven- 
ne dal bastone (Scipio ) con cui P. Cornelio cam- 
minando ajutava la sua cecità: e che un bastone ebur- 
neo ( Scipio eburneus) finche durò la repubblica , fu 
l'insegna de' trionfanti. Quindi il sig. Piossetti poteva 
di leggieri correggere questa lezione, scrivendo con ini- 
ziale minuscola la voce Scipionibus , e risparmiare la 
censura all' antico comentatore. E se questa frase gli 
lasciava qualche dubbio, poteva lasciare il Scipionibus e 
trarre AdìV hfbernis ìst. lezione additatagli dal traduttore 
( sig. professor Mezzanotte). ,, Dietro la scorta de'gran- 
di avi suoi - dal che pare che egli leggesse hiberis per- 
chè neir Iberia i Scipioni si resero famosi e si apersero 
la strada ai trionfi. ,, Ma che direste voi , mio caro , se 
io ritenessi per buona la lezione del Rossetti, quantunque 
egli la chiami senza senso ? Il Scipionibus nome dei 
Scipioni collegato coli' eburneis ha due sensi in que- 
sto caso , l'uno di persona l'altro di cosa , cioè si- 
gnifica - i bastoni d'avorio dei Scipioni - Il Petrarca 
ha giuocato talora sui nomi , e il veggiamo aperta- 
mente nel canzoniere, in cui lauro significa ad un tem- 
po la pianta dell' alloro e la sua Laura. Ne mi spia- 
cerebbe il dire che Scipionibus eburnis vale quanto 
curulibus-, perchè "appunto la curule era d'avorio , e 



202 Letteratura 

come voi sapete questa idea sarebbe grande ed equi- 
valerebbe, dai Scipioni che furono consoli - E di tai 
modi pare a me che se ne abbia alcun esempio nei 
classici , specialmente ne' lirici latini , e ne* poeti del 
secolo d'argento. Dico del secolo d'argento, perchè e' 
furono più studiati nelle maniere ; e forse questo mo- 
do sarebbe più bello per lo sforzo dell' ingegno , che 
per la vaghezza del tropo. Io poi terrei Veburnis Sci- 
pionihus con questa spiegazione, perchè non è lonta- 
na da quella di Benvenuto - cumt eburneo - che vale 
quanto sella curuli - poiché curule fu detta quell' ebur- 
nea sedia perchè - 'vehebatur curru - e non ne usa- 
rono in antico che i re , poi i consoli , indi i pri- 
raarj magistrati di Rema. 

Egl. 6 n. 8. Quis prope consumptus dextram 

nisi jioster Apollo 
Porgerei affiicto. 

Cosi le edizioni tutte. Ma il sig. Rossetti temendo 
di sconcordanza forse troppo grammaticalmente correg- 
ge prope consumpto. Tali costrutti però specialmente 
ne' poeti non sono nuovi. E questa una semplice fi- 
gura sgrammaticale per cui si sottintende cuin prope esset 
consumptus , e però mi pare che si potesse tenere senza 
timore la lezione comune. 

n. d. Non tihi non aliis licuit mandare macello 
Membra bovum. 

Al licuit ( così l'editore) portato da tutti i testi ho 
sostituito libuit che meglio conviene al senso , anzi 
alla forza della sentenza.,, Io non so se m'inganni , ma 
alla forza del senso, e dirò quasi alla rettitudine licuit 
e non libuit si conviene. Il dire rimproverando , e non 



Poesie del Petrarca 203 

ti piacque di macellare i buoi, è forse più che dire e po- 
testi tu, poterono gli altri macellare impunemente i 
buoi ? Nel libuit io includo la sola inclinazione ad 
operare, nel Ucuit la potenza di ojDerare per una par- 
te, e la tolleranza di lasciar operare per un' altra. Egli 
mi suona il Ucuit , e non ti punii-ono gli uomini e 
Dio quando tu macellavi il fior de' buoi ? Tuttavia se 
io sono in errore voi convincetemene. 

n. f. Radium miseretque parentum. 

L'editore ha corretto miserai - perdio il senso richie- 
de l'indicativo presente. Ma miseret non è egli pre- 
sente ? ( miseret miserebat imp. ) per qual cagione so- 
stituire al miseret miserai verbo usato solo da Nonio, 
e vieto affatto ? 

n. g. Dum rura teneres. 

Qui pure il Rossetti corregge tenebas perchè si richie- 
de l'indicativo presente. Ma chi non sa che i poeti non 
sono poi tenuti a quelle strettissime regole grammaticali 
che sovente infrangono anche i prosatori ? e volendo 
correggere perchè non cangiare il dum in cum^ ove 
era piiì facile per la eguaglianza del suono che fosse 
caduto errore ? Quantunque credo che non sia senza 
esempio il dum usato col subjuntivo. 

Sed acerba relatu - Praetereo. 

Praeterea leggesi in tutti i testi , ma deve stare prae - 
tereo. Possibile che l'editore non abbia veduta una trat- 
tina sopra l'a in alcun testo , la quale dinota che pre- 
teream si deve leggere ? E se pure non vi è , la le- 
zione è naturale e indicatissima. 



204 Letteratura 

n. 1. Excedere canes et perminxere jacentem se^ 
pulcrwn. 

Questa lezione di alcuni testi è riputata erronea, 
e pensa il sig. editore doversi correggere - Exedere 
canes et perminxere sepultum. Con pace di sì colto 
ingegno però mi si permetta diro che la comune le- 
zione, e non la correzione io reputo vera. Excedo., o 
excido^ da caedo vale abscindere sbranare, \canes exce 
dere jacentem vuol dire - i cani lui morto e gia- 
cente dissotterrarono ex, e divorarono, cedere , e po- 
scia compisciarono il sepolcro. Et perminxere sepid- 
crum - giacche il jacentem e il sepultum non sareL- 
Lero che une sola idea ripetuta in due modi , e l'iraa- 
gine verrebbe monca alla mente. In fatto - I cani man- 
giarono lui giacente, e scompisciarono lui sepolto. Se 
lo avevano mangiato - exedere - lo avevano sepolto nel 
ventre loro, e non restava più nulla a seppelire, e a 
scompisciare. Oltre diche è doppio lo sfregio dicendo 
che i cani mangiarono lui , e sozzarono il sepolcro , 
percliè non fermarono la rabbia nel cadavere in cui 
avevano posti i denti , ma portaronla ancora al luogo 
reso odioso , perchè quel cadavere eravi stato sepolto. 
Restituisco adunque come buona la comune lezione , 
rigetto la novella. 

n. m. Letiorhaud aliis post hunc. Sed adultera forsan 
Fida libi: fruere^ et speculwn Corjdonis liabeto. 

,, Tutti leggono letior aut^ ma io stimo doversi leg- 
gere letius haud , cioè ne più lietamente la finirono 
gli altri che vennero dopo lui. ,, Mi permetta l'egre- 
gio editore di osservale che non è l'errore nel lae- 
tior , che così bassi a leggere , perchè è adjottivo di 



Poesie del Petrarca ;!"05 

adultera , ma che l'errore è nella punteggiatura. Dice 
qui il poeta : dopo costui non fu più lieta agli altri 
l'adultera , forse fida a te : godila ^ e ti sia spec- 
chio Coridone. 

Hassi quindi a leggere cosi. Laetlor haud aids 
post hunc , sed adultera forsan - Fida (ibi : frue- 
; et specuhcm Corjdonis habeto. 



re 



N. o. p. r. s. Omnia depereant . . . interci- 
dat una. 

L'editore troppo grammaticalmente contro l' autorità 
de' testi corregge depereunt - e intercidit - osser- 
vando clie si richiede qui il presente dell' indicativo. 
Io però ritengo ottima la lezione comune, perchè i poe- 
ti non sono scuolari di gramniaticuccia da essere ob- 
bligati alla identità dei tempi e dei modi verbali. 

N. r. „ I testi portano concordemente - cuncta ve- 
tat : j'ubet aspera. 

Ma a me pare potersi leggere amcta vetans , jubet 
aspera ec. cosi il periodo procede più logicamen- 
te. „ Ma appunto perchè il periodo sarebbe logico non 
e poetico, e i poeti non sono filosofanti. Guai se si 
avesse a poetare col linguaggio logico I 

n. s. Moribus his hominum quisquam de san- 
guine natwn 
F'ixerit , aut raros illi miretur amico s. 

„ Leggesi vixerit in tutte le edizioni, ma io leg- 
go col parafraste dixerit , perchè meglio corrispon- 
de al senso, ed è richiesto dal seguente miretur. ,, 
Con buona venia del sig. editore e del sig. para- 



206 Letteratura 

fraste , se non vi ha altra ragione , io leggo volontieri 

vixerit che mi è più poetico. 

Eglog 9 n. 2. 

Cerne siniis palagi geminos , qiios maxima frangimi 
Flumina , et adverso dirimentia gurgite terras. i 

Hunc irsuta premit glacies , et bruma perennis 
Asperat^ horrificoque infestant murmurc tigres. 

Il testo evidentemente è errato , ne si può supporre 
che il Petrarca abbia collocate le tigri in un clima set- 
tentrionale. E non si potrebbe egli correggere così 
horrificoque infestat murmurc Tigris^ che è un faime 
il quale scorre per questi luoghi qui dal Petrarca de- 
scritti, al quale per la rapidezza sua sta bene il murmu- 
rc horrifico infestat ? 

Egl. XI. nodosis impexa capistris 

Colla houm. 

E rigettata Vimpexa per sostituirvi innexa ; ma mi 
pare ciò fatto con iscapito dell' eleganza e della bel- 
lezza. A me qatW impexa colla capistris richiama il 
bel verso di Tibullo - Tysiphoneque impexa feros prò 
crinibus angues - Se io abbia torto a prediliggere la 
lezione comune ditelo voi. 

Forse si potrebbero osservare altre cose più mi- 
nute, ma io non voglio stancarvi più oltre. Solo mi pia- 
ce porre fine colle parole della Biblioteca italiana più 
volte lodata. - Preghiamo il sig. av. Rossetti a procedere 
con più misurata liberta nella correzione del testo , 
affìachè l'opera sua risponda in tutto ai desiderj suoi 
proprj , ed all' aspettazione che il pubblico ha con- 
cepita della sua diligenza - 

Dopo queste cose resta che io mi volga a voi , 



Poesie del Petrarca 207 

mio bravo e buon amico, perchè voi recandovi a mano 
le opere minori del Petrarca , e colla penetrazione som- 
ma dell' ingegno vostro osservandole, veggìate se io 
abbia dirittamente giudicato. Voi intanto amatemi, e 
sappiatevi clic l'amor vostro mi è caro quanto la vita , 
e che io vi amo e vi stimo senza fine. Addio. 
Di Savignano il 1 settembre 1830. 

Il tutto vostro 
G. I. Montanari 



ha frusta letteraria di Giuseppe Baretti con alcune 
note ed illustrazioni , aggiuntovi il Bue pedago- 
go del padre Appiano Buonafede, e gli otto di- 
scorsi del Baretti in risposta a quest! ultimo. - Mi- 
lano presso Veditore Lorenzo Sonzogno librajo sulla 
corsia de^ Servi , n. 602. 1830. ( sono volumi 6 in 24 
e si pagano in Roma paoli 24. Questa edizione fa 
parte della biblioteca di educazione. ) 



F 



orse vi saranno più di venti , e più di cento , i 
quali si faranno la croce vedendo che io tolgo qui 
a parlare della ristampa d'un antico giornale lettera- 
rio ; ma io prego questi signori a non si scandalizza- 
re per questo, ed a riflettere, che la frusta letteraria 
del Baretti è un opera, la quale merita assolutamente 
se ne parli e con vantaggio, si per la sana critica in 
essa contenuta, come per le piacevolezze di che è ri- 
piena, non che per lo stile festevole facile e piano 
in cui è dettata. Eccoti però che saltan fuori alcuni 
criticoni larghi in cintura, i quali schiamazzano e gri- 
dano , che io mento per la gola allora quando ar- 



208 LetteratuPvA 

disco afferraare, che Jo stile del BaretLi sia tale da farsi 
che s'abbia a parlare delle sue opere , giacche ognun 
vede che Aristarco , fra le altre pecche , s'ebbe quella 
di non iscrivere col debito timore della Crusca. Io 
però non mi lascio far paura dalle grida di codesti 
barbassori, non mi ricredo punto di ciò che ho det- 
to, e COSI rispondo loro. Sappiate innanzi tutto , bar- 
butissimi signori miei, che io amo a dismisura la mia 
nativa favella , e non solo ho procurato di studiarla 
per me, ma sonomi eziandio adoperato colle parole e 
coi scritti , perchè altri la coltivasse , come cosa as- 
solutamente necessaria. Sappiate di più , che non meno 
buona al Baretti la pecca d'essersi lasciato trasporta- 
re dalla vivace sua fantasia a servirsi di voci non in 
tutto italiane , ed a crearne delle nuove senza sover- 
chia necessita , il che non devesi certamente fare ; ma 
sappiate ancora, che.se nella frusta letteraria e nelle 
altre opere del Baretti sonovi dei difetti in quanto a 
purezza di lingua , non sembrami possa negarsi , che 
per entro a quelle non vi si trovino sparse ancora 
delle buone e belle cose , tante da farsi che i scritti 
suoi abbiansi a tenere in gran pregio. Forse io an- 
drò errato cosi pensandola , ma questa è la mia opi- 
nione, da cui non saprei tanto facilmente rirautarmi ; 
giacche liberamente confesso , non piacermi punto d'es- 
sere nella schiera di que' scrupolosi linguisti , i quali 
temerebbero tirarsi addosso millanta scomuniche , solo 
che si ponessero a leggere un libro nel quale vi fos- 
sero delle voci non approvate dalla Crusca; come nep- 
pure saprei unirmi a que' tanti matti , i quali ; non 
sentendosi capaci a sostenere un poco di fatica per istu- 
diare la nostra dolcissima favella , la disprezzano e van- 
no gridando , che devesi scrivere come getta la pen- 
na, senza guardare se le parole che ne colano giù sia- 
no più turche , che iiancesi , o tedesche. Io amo di 



Opere del Baretti 209 

seguitare il bellissimo detto d'uà nostro latino - medio 
tutissimus ibis - e senza mostrarmi un sofistico ama- 
tore e ricercatore di rancidumi , aLborro ed ho in odio 
tutti coloro , che tanto bruttamente si lasciano an- 
dare al putridume moderno. Per esempio, io non so a 
nessun patto comportare que' tali , che fatto ogni 
loro studio di lingua sul Dante soltanto , non iscri- 
verebbero una grama lettera senza cacciarvi dentro a 
forza almeno sei o dieci parole delle più bislacche e 
fuor d'uso che trovinsi in quel divino poema ; ne so 
dall' altro canto menarla buona a que' balordi, i quali 
se hanno a scrivere sole due righe d'obbligazione non 
possono a meno di non le dettare in un certo ger- 
gaccio tra il francese ed il latino . . . Ma io mi av- 
vedo d'essere entrato, senza volerlo, in no brutto lecceto, 
da non uscirne sì presto, ne senza qualche buona graf- 
fiatura se mi vi trattenessi più oltre, però metto da 
un lato una tale pericolosa materia , qual' è quella 
della lingua , e torno al Baretti. Egli adunque può 
dirsi a ragione sia stato un solcnnissimo critico , e tale 
che co' suoi severi giudizj ha giovato infinitamente l'Ita- 
lia, piu'gandola da una schiera interminabile di mo- 
stri letterari , e particolarmente dalla peste de' rima- 
tori. Ed oh ! volesse pure Iddio eh' egli potesse tor- 
nare vm tratto al mondo a questi nostri giorni , che 
pure potrebbe adoperare con vantaggio quella sua fru- 
sta, menandola sulla schiena di certi mostri di nuovo 
genere due cotanti dannosi che que' primi non era- 
no; perchè coloro in fin fine altro male non faceva- 
no, che annojare i galantuomini co' lori immensi poe- 
tici strambotti , a cui pochissimi ponevano mente ; ma 
questi tentano nullameno che mettere a terra intera- 
mente la nostra letteratura , opera di tanti secoli , e 
sorgente a noi di moltissima e vera gloria , osando 
per fino di tenere per rimbambiti i grandi maestri di 
G.A.T.XLVl. 14 



210 Letteratura 

quella, accusandoli per soprassello d'inceppare co' lo- 
ro precetti gì' ingegni, tanto che non possano levarsi 
a voli grandi e sublimi. Oh Aristarco caro dov' è la 
tua benedettissima frusta ? Ma basterebbe ella poi ? te- 
mo che no ; di così dura cotenna sono i letterarj mo- 
derni. 

Per altro non a tutti garberà il sentire che io abbia 
chiamato solenne critico colui , che cosi sbardellar- 
tamente disse male del Goldoni ; ond' io voglio cer- 
care di purgare , o almeno diminuire in parte que- 
sto peccato del Baretti. Egli, e verissimo, frustò ben 
bene le prime commedie , che il Goldoni diede alla 
stampa , ed io che sono tenerissimo dell' onore di 
quest' ultimo non so negare che troppo severe e tal- 
volta ingiuste siano le accuse dategli da colui ; ma 
dall'aUrp canto debbo mal mio grado confessare , che 
su certi punti Aristarco si ha una gran ragione, ed 
in particolare la dove prende a criticare il poco buon 
costume sparso qui e cola in alcune scene di quelle 
commedie ; non che la poca accuratezza di lingua 
con cui sono scritte. E chi su ciò non volesse stare 
al detto mio , tolgasi la pena di leggere con animo 
imparziale i Numeri 12, 14, e IT, della frusta , e s'av- 
vedrà , come il Baretti non è quel bestiale ed irra- 
gionevole persecutore del Goldoni , quale generalmente 
viene predicato. E vieppiù si persuaderà di ciò se por- 
rà mente , che Aristarco dice di buona fede essere egli 
di credere , che il Goldoni avesse collocate le peg- 
giori sue cose nel principio dell'edizione , serbando 
le migliori pe' volumi avvenire , e che quando la co^ 
sa fosse cosi egli si ricrederebbe volentieri ; lo che 
a me sembra facesse in effetto , non avendo mai più 
dopo quelle prime , tolto a criticare altra commedia 
del nostro Terenzio italiano. Io poi oserei affermare, 
che costui si giovasse non poco di quc' severi e bur- 



Opere del Baretti 211 

beri giudizj , per correggersi di alcune mende , e di- 
venire come in fatti divenne un sommo Scrittore di 
commedie. Purgato così in parte il Baretti dall' accu- 
sa , che gli si da riguardo al Goldoni , di troppo se- 
vero e d'ingiusto , vediamo adesso , se verso gli al- 
tri , egli si mostrò giusto ed imparziale, a segno di 
meritarsi il nome che io gli ho dato di solenne cri- 
tico. Chi mai non rimane innamorato del Baretti leg- 
gendo le tante lodi che egli dà al Metastasio , ed os- 
servando il bel modo col quale sa farne rilevare al- 
trui i più piccoli pregi non che le grandi bellezze ? 
Quanti encomj fa egli del conte Gaspare Gozzi , di 
Giuseppe Parini , di Gian Carlo Passeroni , di Eusta- 
chio Manfredi , di Antonio Zanon , e di altri sora- 
mi ingegni de' suoi tempi; è pel contrario , quanto , 
e come a ragione grida contro al Chiari , al f^''icini , 
al Rebellini , al Frugoni , al Zappi , e simili ? Chi 
sarà così privo di cervello, che leggendo i scritti di 
quelli e di questi non sia costretto a confessare es- 
sere il Baretti giustissimo discernitore del vero me- 
rito in fatto di lavori letterarii , e largo distributore 
di lodi all'ingegno ed al sapere , come di biasimo 
sommo air ignoranza ed alla presunzione ? Niuno al 
certo si sognerà di affermare , che ingiustamente egli 
abbia esaltato Tosservatore di Gozzi e le altre sue 
opere , il mattino del Parini , il Cicalone e le Fa- 
vole del Passeroni , le rime e le opere scientifiche 
del Manfredi , le lettere del Zanon ; e pel contrario 
a torto abbia schernito e beffeggiato i romanzi e le 
Commedie del Chiari , le miserabili rime del Vicini^ 
e del Rebellini , non che i snervati sonetti del Zappi., 
e le rimbombanti poesie del Frugoni. Quel Baretti 
adunque , die da così rette sentenze intorno le opere 
di autori , il cui merito oggidì è da lutti ben cono- 
sciuto , sembrami che a buona ragione possa , anzi 



212 Letterattjrà 

debba chiamarsi solenne critico. Ed è appunto per- 
ciò , che io raccomando caldamente ad ognuno la let- 
tura de' suoi scritti , ed in ispccie della Frusta let- 
teraria , come quella che studiata con buon metodo , 
può rendere chiunque s' abbia ingegno , atto senza me- 
no a giudicare rettamente delle opere di letteratura. 
Sopra tutto poi desidererei ardentemente che i giova- 
ni tutti studiassero assai in questo libro , acciocché 
fra i tanti alcuno se ne trovasse , al quale venisse in 
pensiero d'imitare quel severo Aristarco , e si mettesse 
alla lodevole impresa di sgombrare l'Italiana letteratura 
da que' tanti cervelli stravolti , i quali cercano svi- 
sarla e deturparla bruttamente , a perpetua loro infa- 
mia , e quel che è peggio a grande disonore comune. 



Lettera I. del prof. Domenico P^accolini , dove si 
toccano alcuni errori de" moderni dizionarj. 

A. C. 

V erto che mi è venuta la mosca al naso per tanti 
strafalcioni, che incontro ad ogni pagina de' moderni 
dizionarj. Se ciascheduno di questi disgraziati potesse 
parlarvi delle sue miserie , direbbevi come già il po- 
vero Berni ( pessimamente capitato in casa di un ser 
recente ) diceva al Fracastoro : 

., Non menò tanta gente in Grecia Serse, 
,, Ne tanto il popol fu de' Mirmidoni; 
,, Quanto sopra di me se ne scoperse. 

a voi quasi non mi credete: ed io per farvi toccar 



Errori de' dizionari 213 

con m^no la verità, voglio aprirvi sugli occhi alcuno 
di colai lil>ri , e mostrarvene le maccatelle. Eccovi pri- 
ma il dizionario enciclopedico , che viene di seguito 
all' ortografia universale della lingua italiana, ed esce 
a Venezia per Francesco Andreola. Aprite e leggete ,, 
,, Ba^nacavallo ( lat. Tlheriacum Gabeum o , come 
,, leggesi negli ant. monumenti di Ravenna , ad ca- 
,, ballos ) , sm. ( geogr.) borgo degli st. della Chiesa 
„ a 4 leghe da Ravenna , sul fiumicello Seno. Il fa- 
,, moso pittore Romenghi ne prese il nome. ,, Voi ve- 
dete subito , che non Romenghi deve leggersi ( come 
per errore di stampa trovasi eziandio nella geografia 
del Busching : Venezia 1795 tora. IV. a pag. 67); 
ma Ramenghi , testimonio il Vasari e lo stesso Tira- 
boschi : vedete , che non Seno ; ma Senio : che non 
borgo , ma città deve leggersi. E non sul fiumicello 
Seno , ma tra i fiumi Senio e Lamone. 

Eccovi il nuovo dizionario geografico universale 
statistico storico commerciale , che esce in Venezia per 
Giuseppe Antonelli. Aprite , e leggete ,, Bagnacaval- 
„ lo Tibcriacwn Gabeum o, come leggesi negli an- 
„ ticiii monumenti di Ravenna ad caballos borgo de- 
,, gli stati della Chiesa legazione e a 12 leghe S. S. E. 
„ da Ferrara e a 4. leghe da Ravenna sul fiumicello 
„ Seno. Ha dei filato] di seta. Il famoso pittore Ra- 
,, menghi ne prese il nome. Si coltiva molto canape 
,, ne' suoi dintorni. Conta 10G69 abitanti. ,, Voi ve- 
dete subito fra Faltre cose, che filato] di seta noi non 
abbiamo: e ricordate, che la canepa qui si coltiva; 
ma non in molta quantità : e che di cereali meglio 
abbonda il nostro territorio : sapete poi , che non 1 0609 
sono gli abitanti ; ma che secondo rullima anagrafi 
passano i 12000. 

Eccovi ancora il nuovo dizionario geografico por- 
tatile, che esce in Venezia per G. B. Missiaglia. Aprile, 



214 LETTERATURA 

e leggete „ Bagnacavallo , borgo di 1 0700 aLitanti , 
„ negli stati pontificj , 4 leghe all' O. di Ravenna. „ 
In un solo articoletto tanti spropositi ! Ora fate 
ragione di quanti ne saranno in tutto il corpo de' di- 
zionari : vedrete tanti «peccati da averne orrore : e che 
sarà se alle mende e storpiature aggiugnerete le om- 
missioni , che sono infinite ? Giacche portò il caso , 
che c'incontrammo a leggere di Bagnacavallo ; io vo- 
glio un giorno, se il cielo mi ajuti , dirvene poche 
cose riguardanti l'istoria, la geografia, il commercio: 
delle quali vedrete poi, se alcuna ne manchi ne' di- 
zionari, che vengonci da tutte le parti e quasi inon- 
dano il hcl paese. Tra i quali portando così alta la 
fronte quello , che nacque in riva alla Senna, e var- 
cò i monti od i mari : ed ora si è fatto de' nostri 
nelle lagune dell' Adria .- dico la biografia univeisa- 
le, che esce a Venezia pel Missiaglia: di questo an- 
cora vi parlerò , ed ischierandovi innanzi poco più che 
i nomi degli uomini celebri , di cui si gloria una sola 
citta non delle prime ; ma ne delle ultime de' pon- 
tifici domini i lascierò a voi il giudicare col raggua- 
glio , che vi diceva , tutte le colpe di ommissione della 
biografia i Ma perchè questa non è materia da una sola 
lettera , e perchè io voglio rinnovare a me stesso il 
piacere di scrivervi; fo fine per ora. Voi tenetemi sem- 
pre ne' vostri pensieri, come io vi tengo nella memo- 
ria: e state sano. 



Di Bagnacavallo il 31 deccmhre 1829. 



Il Vostro 
Domenico Vaccolini. 



215 



LeUera IL del prof. Domenico Vaccolini : dove sì 
toccano alcuni errori de'' moderni dizionarj ; parti- 
colarmente riguardo a Bagnacavallo. 



A. C. 



H( 



o a mente la promessa , che vi feci nell' al- 
tra mia del 31 Dccembre 1829 : e noti sarò per 
mancare , solo che le mie occupazioni mi lascino tan- 
to di tempo da pensare agli amici ; fra i quali ten- 
go voi per carissimo. Intanto restringendomi a que- 
sta mia patria , vi dirò degli uomini illustri in lettere 
e scienze : de' quali la memoria mi è dolce , come 
tutte le domestiche cose. Dei viventi non vi parle- 
rò ; perocché sono chiari abbastanza , ne certo ab- 
bisognano delle mie lodi. Ai trapassati bensì stimo 
mio debito rivendicare quel grido , che a molti di lo- 
ro parmi essere nìegato a torto dalla Biografia Uni- 
versale , clie si stampa a Venezia : e starommi contento 
a pochi cenni , rimettendomi ai libri che ne parlano , 
e fra essi particolarmente alle Notizie isforiche^ ec. 
d^ Ignazio Guglielmo Oraziani, uscite appunto in /^e- 
nezia nel \ 772 pel Coleti : le quali dai traduttori dei- 
Biografia non potevano ignorarsi senza peccare gros- 
samente di trascuranza. 

Alberti don Giuseppe nato il 20. Maggio 1727. 
fu rettore del seminario di Faenza , poi paroco di Fe- 
lisio. Lasciò una Dottrina Cristiana da esso dettata 
in Faenza nel 1786 : se ne conserva l'autografo pres- 
so la famiglia Isola di Solarolo. 

Allegri Claudio chirurgo in patria , mori nel I70(j, 
Slaiiijìò Inerita chirurgica nuovamente difesa ce. Par- 
ma in 8. 1697. 



216 Letteratura 

Attendoli Dario dottore di leggi : militò in Piemon- 
te col principe di Salerno generale di Carlo V. Stam- 
pò Trattato sopra i duelli , Venezia /« 8. 1 560 : di 
cui furono fatte più ristampe: il Fontanini cita l'edi- 
zione del Giolito 1 565. in 8. accresciuta sopra le al- 
tre per cura dell' autore. Nelle rime de' poeti ferra- 
resi venute in luce del 1713. vi ha un sonetto di 
lui a lode dell' Ariosto. 

Bagnoli Giulio Cesare poeta assai lodato : lasciò 
due tragedie. Gli Aragonesi ed il Giudizio di Pari- 
de stampate in Trepani per Giuseppe la Barbèra 
1682. Una Canzone di lui a Gregorio XIV. stam- 
pata in Roma per Giovanni Martinetto , fu ristampa- 
ta nel 1 821 in Firenze pel Balatresi , ed in Roma 
pel Boulzaler nel tomo XLIV del giornale Arcadi- 
co : ivi ponno vedersi le notizie del Bagnoli a pag. \ 27 
e seguenti. 

Bagnoli don Pietro monaco camaldolese , tre volte 
abate di Classe , poi generale dell' ordine : si hanno 
in istampa varie sue orazioni latine. Fu in grazia 
del pontefice Pio V. ed uno dei quattro abati scelti 
a formare le nuove costituzioni camaldolesi, che usci- 
rono in Firenze nel 1568. Nel dialogo intitolato Mi- 
crocosmo de' composti sopra le parti e potenze dell' 
anima umana di Samuele Monaco puhlicate in Siena 
nel 1 589 è uno degl' interloeutori. Fu di santa vita , 
e mori nel 1592. 

Berardi Matteo medico chirurgo di chiaro no- 
me : mori il 21 gcnnajo 1829 di anni 49 non com- 
piuti. Nel ])ullettino di scienze , lettere ed arti pu- 
blicato in Bologna nel 1825 vi è una sua lettera 
sidV olio estratto dai semi deW EUPHORBIJ LATV- 
RIS. Fu onoiato di elogio dalla società medica chi- 
rurgica , come è a vedere nel tomo XLV. del Gior- 
naie Arcadico a pag. 149 e seg. 



Errori de' dizionari 217 

Blancoli Alessandro : tradusse ia versi sciolti la 
georgica di F'irgilio ( Pesaro in fol. \ TG8 ^ e Faenza 
in 16 1 825 ) . Lasciò manoscritto un poema sulla ma- 
iolica. Mori nel 1800 : il Giornale Arcadico parlò 
della versione nel voi. 90 a pag. 361 , e rivendicò 
questo scrittore a Bagnacavallo nel tomo XL parlan- 
do di alcuni versi del Pepoli. 

Biancoli Carlo figlio del precedente coltivò la poe- 
sia con Luon successo: morì il 16 luglio 1817 : le 
notizie ed un sonetto di lui vcggonsi nel Giornale Ar- 
cadico voi. 90 dove si parla della gcorgica. 

Biancoli Giambatista giureconsulto , riformatore 
dello studio di Ferrara : morì nel 1 626. Di lui si 
leggono poesie nelle opere del Guicciardi , e nelle 
rime ferraresi stampate del 1713. 

Bonello Germano camaldolese : tradusse dallo spa- 
gnuolo la 'vita della B. Osanna ( Roma in k 1 727. ) 

BuLani Ortensio camaldolese , teologo : nella 
Magliabechiana esistono lettere di lui al Magliabechi 
<laf 1676 al 1683. 

Claudio • . . lettore di Classe : le sue lezioni com- 
poste nel 1580 sul primo libro di Aristotele si con- 
servano manoscritte nella biblioteca di S. Michele di 
Murano in Venezia 

Contarini Francesco minor conventuale : fu con- 
sultore della suprema romana inquisizione : morì in 
Parma nel 1799 : continuò le opere del Wadingo e 
dell' Ughelli. Il canonico Francesco Bertazzoli , clic 
fu poi cardinale, ne recitò in Bagnacavallo Vorazione 
funebre ( Lugo w 4 1 800. ) 

Cortesi Giambatista buon poeta : sì accostò alla 
maniera del Poliziano : stampò un poema in ottava 
rima intitolato il selvaggio ( Venezia in 4 1 535 ) . 

Ferretti Maria , matricolata in chirurgia a Firen- 
ze nel 1 788. Stampò memoria per servire alla fisica 



218 Letetartura 

educazione de" bambini {^Ferrara in 8 1789.) Mori 
nel 1 79 1 . La di lei figlia Zaffira laureata in chirurgia 
dall'università di Bologna nel 18)0 esercitò l'ostetri- 
cia come la madre con buon successo. 

Filippo da Bagnacavallo teologo ed oratore al 
principio del secolo XVI: e lodato dal Borsetti e dal 
Quensted. 

Garzoni Tomaso canonico lateranense : uomo enci- 
clopedico. Stampò varie opere , alcune delle quali fu- 
rono tradotte in francese e in tedesco. La più ri- 
nomata è la piazza universale di tutte le professioni 
del mondo ( l-^enezia in 4. 1 587 ) .- ve ne ha molte 
edizioni. Mori in Bagnacavallo nel \ 589 d'anni 40 : ve- 
dine l'elogio nel Giornale Arcadico nel tomo XXXVIIL 
pag. 110 e seg. 

Gori Luigi fu generale de' camaldolesi. Nella bi- 
blioteca di s. Michele di Murano in Venezia si con- 
servano manoscritti l'itinerario gli atti e decreti del 
suo generalato scritti da Giacomo Torricelli. Mori 
nel 1620 dopo essere stato la seconda volta eletto ge- 
nerale. Il Torricelli ne fece X orazione funebre^ e Do- 
nato Milzetli faentino monaco ne scrisse la iuta. 

Graziani Giuseppe cappuccino morto nel 1 741 .Stam- 
pò vita di suor Lucrezia Michelini. Modena in 4 1726- 
orazione in onore di s. Carlo Borromeo. Modena 
in 4 1726. Lasciò manoscritte lezioni sacre , e varie 
cose predicabili, che si conservano nella libreria pu- 
blica di Bagnacavallo. 

Graziani Ignazio Guglielmo canonico : professò 
con lode eloquenza nel seminario di Faenza: raccol- 
se diligentemente le istorie patrie , di cui un sag- 
gio stampò il Coleti Venezia in 4 1772. Si han- 
no pure di lui in istampa Carmina latina et ita- 
lica. Faventiae in 8 1770. Mor\ in patria nel 1756 
d'anni 54. Fu socio di più accademie , ed in cor- 



Errori de' dizionari 219 

rispondenza con varj letterati : molti manoscritti di 
ini esistono presso la sua famiglia in Bagnacavallo. 

Oraziani Tomaso conventuale. Si distinse nella mu- 
sica , e stampò un' opera sopra il canto verso la meta 
del secolo XVII. 

Guicciardi GiovanMaria buon poeta del suo tempo. 
Il Fontanini lo ricorda nell' eloquenza italiana. Stam- 
pò varie cose , fra le quali la pastorella regia - Ferrara 
in 8 1602. // sogno favola boschereccia - Ferrara 
in 12 1601. Rime Roma in k 1589. Sonetti Bo- 
logna 1 600 e Ferrara in 8 1 598. 

Guerra Domenico fu paroco di s. Biagio in Faenza; 
onorato da Innocenzo XI che era stato vescovo di quella 
citta. Sofferse in occasione del Sinodo del 1695 ; ma 
la protezione del pontefice gli valse per ritenere la 
sua chiesa. Fu uomo dotto in teologia : mori li 1 1 
luglio 1722. 

Lazari Luigi camaldolese. Stampò discorsi sopra 
la s. Casa di Loreto , panegirico di s. Romualdo , 
iliadi s. Benedetto. Roma in 4 1669. E lasciò elegie, 
odi, e poemi manoscritti nella biblioteca di s. Gre- 
gorio in Roma. 

Longanesi Stefano fu professore di fisica nell'univer- 
sità di Bologna , e prima di filosofia e matematica , 
e bibliotecario in patria. Lasciò manoscritto un corso 
di filosofia , di algebra e geometria : e varie dotte me- 
morie lette in Bologna. Mori di 32 anni nel 1811. 
Vedasi comentario ed elogio. Bologna in 8 1812. 

Malpeli Luigi. Stampò dissertazioni sulla storia 
antica di Bagnacavallo. Faenza in 4 1808. Memoria 
sulla coltivazione delle fragole negli annali di agri- 
coltura del 1809 pag.258 e scg. Mori in patria nel 1809 
il 12 aprile. 

Malpeli Michele dottor di leggi nel secolo XVI. 
Si ha di lui un Carmen nell' aritmetica del Pagani, e 
poesie sparse iu opere di altri autori. Mori nel 1591. 



220 Letteratura 

Malpeli Tomaso fu rettore eli s. Michele. Stampò 
discorso apologetico o vera paroccliialità della chiesa 
di s. Michele di Bagnacavallo. Faenza infoi. 1698. 

Malusardo Frigcliaiio camaldolese , tre volte abate 
di Classe. Fu al capitolo generale , che si tenne in 
Ravenna l'anno 1614, in cui fra 36 convocati tro- 
varonsi 6 abati bagnacavallesi. Lasciò manoscritti nella 
bi])liotcca di Glasse un corso di filosofia , e delle me- 
morie sulla costituzione del suo ordine. Credesi della 
famiglia di Gregorio Malusardo vescovo di Gcsena, che 
scrisse un comentario sopra s. Matteo, e morì nel 1409. 

Montanari Apollinare camaldolese , abate di s. Gre- 
gorio in Roma , poi di Classe , ove mori nel 1 T2T. 
Fu assai dotto : stampò discorso accademico. Firenze 
in 4 1698 - Compendio della vita di s. Romualdo, 
lìoma in 8 1 727 e Fabriano 1 741 . Informazione di 
fatto a favore dell" Abbazia di Classe sopra confini. 
Ravenna in fol. 1725. 

Montanari Giacomo fu ministro generale de' con- 
ventuali nel 1617, e mori in Venezia nel 1651. Stampò 
molte cose , tra le quali de S. Romanae ecclesiae prin- 
cipatit et monarchia dicat. Paulo P^. Romae 1608. 
Reformatio studiorum. Coloniae in 4 1619 et Pc- 
rusiae in 8 1620. 

Monfariari Giovanni Evangelista fioriva nel 1589: 
vi sono poesie di lui sparse in opere di altri autori, 
ed un epigramma nella Sinagoga degi' ignoranti del 
Garzoni. 

Padani Francesco. Stampò aritmetica pratica. Fer- 
rara in 4 1591. 

Panini L:^onardo filosofo. Stampò dissertazione sul- 
la elettricità. Faenza in 12 1752. De Maris aestu re- 
ciproco. Fa ventine in 16 1749. Modus inveniendi Me- 
rìdianìLin. Ibidem in fol. Fu lodato dal Lami nelle no- 
velle Icllcrarie del 1751. Lascio manoscritte disserta- 



Errori de' diz!Oxa.t^i 221 

zioni de magnete, de origine foiiiiiun. biella libreria eli 
Ba»nacavallo si conservano manoscritte le poesie di 
lui con quelle di Giuseppe Papini, che viveva del 1600: 
furono recitate nclF accademia de' Cillandi. 

Papini Nicola. Stampò lettere di madama di Mon- 
tler traduzione. Bologna in 8 1773. Giuseppe IL l'ono- 
rò di una lettera , che vedesi nelle notizie della Pieve 
del Graziani. Mori in patria nel 1779. 

Papini Pietro. Stampò poemetti , fra i quali V amici- 
zia. Forlì in 8 1 793 - canto per nozze Chiaramonti 
e Gaddi. Forlì in 4 1802. Nacque in Forlì nel 1744 ; 
ma di famiglia originaria di Bagnacavallo. 

Pepoli Sebastiano minor conventuale : due volte 
rettore della provincia di Bologna : predicò con plau- 
so nelle prime citta d'Italia. Ristaurò il convento in 
patria, che era stato fondato del 1273. Morì nel .1477. 

Porcacci Filippo minor conventuale : dottore della 
Sorbona , lettore di teologia in Parigi Venezia e Bo- 
logna : due volte provinciale , poi ministro generale 
dell' ordine nel 1 509 : fu in grazia del papa Giu- 
lio II. Morì in Roma nel 1511. Stampò Scotus no- 
mssimus ec. Venetiis in fol. 1497. Quaestiones quod- 
lihetales Scoti. Ibidem. 

Bavagli Amadeo minor conventuale. Stampò la pru- 
denza in governo - Ravenna 1 707. 

Rolli Romualdo minor osservante riformato. Stam- 
pò plausus ecclesiasticns - Faventiae in 4 1 763 - sa- 
cri componimenti ec. Faenza in 8 1770, e 71.- 
Dichiarazione della regola di s. Chiara. Faenza 
in 4 1773. 

Sorboli Cristoforo. Stampò il regno del ponte- 
ilce Sisto V^. Ferrara in 4 1 58G. 

Sorboli Girolamo buon poeta , e filosofo : fu me- 
dico in Bressello nel 1 591 , poi in Massalombarda. Lasciò 
in istampa varie cose , tra le quali sono la Celesti- 



222 Letteratura 

na , favola pastorale - Ferrara in 8 1586.// Carnai- 
do , tragedia - Ravenna in 8 \ 586. Lezioni sulla de- 
finizione d^ amore di Platone. Modena in 4 1590- 
f^ero modo di preservare gli uomini dalla peste. Bo- 
logna in 8 1575. 

Taglioni Onofrio avvocato di chiaro nome. Stam- 
pò // codice civile col confronto delle leggi roma- 
ne. Milano in 16 1809 - Comentario al codice uni- 
versale Austriaco. Milano Ì7i 8 1816 e seguenti. Morì 
nel novembre del 1823 d'anni 41. Parlò di lui con 
lode il Giornale Arcadico annunziandone la morte : 
ne parlò la Biblioteca italiana annunziando il com- 
plemento del comentario nel quaderno di aprile 1829 
a pag. 101. 

Tallandini Giuseppe. Stampò poesie dedicate alla 
patria. Milano in 8 1802 : riuscì più che molto nelle 
anacreontiche , eziandio improvvisando. 

Vaccolini Giambatista minor conventuale : fu reg- 
gente di teologia. Coltivò anche la poesia , e comin- 
ciò in versi sciolti la traduzione delle metamorfosi 
d'Ovidio. Lasciò poi manoscritti il quaresimale ; ora- 
zioni , sonetti ec. Fu dell' accademia de' Cillaridi e de- 
gli Armonici in patria: dove morì del 1809. 

Valeriani Molinari Luigi dottor di leggi •* nacque 
in Imola ; ma si trasferì colla madre in Bagnacaval- 
lo , come a novella sua patria. Fu del corj^o legi- 
slativo e dell' istituto italiano di scienze lettere ed ar- 
ti , socio di varie accademie , e professore di eco- 
nomia per 25 anni nell' università di Bologna sino 
al 1828, in cui morì. E celebre tra gli economisti: 
l'elenco delle molte sue opere vedesi nell' Arcadico 
tomo XXXIX a pag. 380 ; l'elogio ne fu annunziato 
nel voi. 128 a pag. 253. 

Vandali Giovann' Antonio , dottor di leggi , poe- 
ta ed amico di Torquato Tasso. Stampò la Cristiade 



Errori de' dizionari 223 

del Vida in 'versi italiani. 1590 - Rime. Reggio 
in 4 1595 : ed altre ne sono nella raccolta del Sa- 
'vorgnano. Parma in 4 1586 - e del Bar araldi. Fer- 
rara in 8 1713. Morì nel 1597. 

Volmazzi Giovanmaria minor conventuale : viveva 
nel 1538. Stampò actus apostolorum. Venet. in 4 1538- 
Christiados libri. Venetiis in 4 1 538- 1 581 e m 8 1 589. 
Lasciò manoscritta la storia del vecchio e novo te- 
stamento in versi , e quattro libri in versi eroici 
in lode dell' Italia, dedicati a Cosimo I che esistono 
nella Laurenziana. 

Utili Adamo fu segretario del comune. Stampò 
metodo per la conservazione del puhlico campione. 
Faenza in 4 1763. 

Zorli Francesco : fiorì nel 1579 : nel discorso 
sulle comete del Sorboli vi è un sas^gio delle sue 
poesie, come pure nelle rime raccolte dal Baruflaldi 
nel 1713. 

Io sono alla fine , e forse ho tralasciato qualche 
nome meritevole di aver luogo in una Liografia .- fra 
gli altri ho taciuto Doma Giuseppe fisico e matema- 
tico , del quale però potete vedere l'elogio , che ne 
inserii io stesso nell' Arcadico ( tomo XL pag. 255 e 
seguenti ). Del resto io doveva servire a brevità , e 
ricordarmi che questa non è poi che una lettera , già. 
troppo lunga : e che non è l'ultima. Addio. Addio. 
Di Bagnacavallo il 6 giugno 1830. 

Il Vostro 
Domenico Vaccolini, 



22' 



BIBLIOGRAFIA 



E 



sempre , per nostro avviso , un soggetto degnis- 
simo di attenzione , la comparsa di un nuovo libro. 
Molto di pili poi , se sia una colta , e gentil signo- 
ra , quella , che avendo sollevato la sua mente agli 
utili studj , ha preso animo di consegnare i suoi pen- 
sieri al pubblico per via della stampa ; e massima- 
mente quando questi sieno intesi ad uno scopo di 
tanta importanza qual è quello della Morale e dell' 
Educazione. Tale appunto si è l'operetta recentemen- 
te venuta alla luce pe' tipi del sig. Dall'Olmo in Bo- 
logna , la quale porta per titolo Pensieri di argo- 
mento morale e letterario ,, dell egregia signora An- 
tonietta ToMMAsiN[. Non è a dirsi con quaata ansie- 
tà e premura ci siamo procacciata ed abbiamo letta 
una produzione della consorte di un uomo quanto il- 
lustre , altrettanto caro a tutta Italia. Per altro non 
ci è riuscito inaspettata ne l'eleganza , ne la pro- 
prietà delle parole , colle quali è scritta ; poiché 
conoscevamo per sicure relazioni la molta coltura 
della novella autrice ; e questa cosa vogliamo qui te- 
nerla di non grande rilievo , essendo essa una dote 
quasi estrinseca in un libro di tale specie. Stimiamo 
invece degnissima d'ammirazione la molta filosofia che 
traluce in tutti i capitoli variatissimi del suo lavoro , 
i quali muovendo da punti remotissimi delle umane 
contingenze , sanno per bello artifizio con sembianza 
naturalissima convergere al fine cui essa mirava nell' 
imprenderne la compilazione. Forse dira taluno , che 
in questo libro appajono più presto accennate di quel- 



Signora Tommasini 225 

lo che interamente svolte le belle massime, delle qua- 
li si annunzia ripiena l'anima sensibilissima che le ha 
dettate. Certamente che di ciò non le si vorrà muo- 
ver contesa ; però dovremo soggiugnere , che questa 
maniera di trattare le cose , ci è sembrata ftieglio 
una finezza , che un difletto dell'arte con cui si e vo- 
luto foggiare una cosi fatta produzione. Il suo tito- 
tolo di Pensieri ne avvisa chiaramente ; e la feli- 
ce riuscita la giustifica a meraviglia. Come valente 
pittrice che peregrinando in diverse regioni è viva- 
mente colpita dai variati aspetti dell'orizzonte, e ne 
tragge argomento di leggiadri pensieri , che ama tra- 
smettere altrui , ritraendone con pochi , ed espressivi 
segni i contorni ; così dessa spaziando coll'intelletto 
in diverse fasi del viver nostro , ha voluto farci cono- 
scere , che un cuore avvezzo alle vere virtiì è un 
magico prisma , che anima di patetici e bei colori 
anche le più tristi e melanconiche scene della natu- 
ra. Per gustarne veramente le bellezze ( che sono 
qualche cosa al di la della sola venusta delle lettere ) 
bisogna sentire altamente , ed inoltre avere dovizie 
d'erudizione quanta ne possiede l'ingegnosa autrice. 
In somma chi ha un' anima fredda , e non è capace 
de' nobilissimi concetti che illustrano un fine discer- 
nimento , non può bearsi di tutt' i pregj di questo 
nuovo libriccino. Desso è d'altronde un testo condi- 
tissimo di care verità , di amenissime sentenze , dalle 
quali non sono disgiunti giammai gli affetti di con- 
sorte , e di madre , e l'amore della Patria , e della 
virtù. Laonde ci congratuliamo sincerissimamente coli' 
egregia signora Antonietta Tomasini del bel sag- 
gio che ci ha regalato degli utili suoi stndj , non 
meno che dell'ottimo suo cuore; e ci giova sperare, che 
incoraggiata dai suffragi di coloro che giudicano sen- 
za preoccupazione , e di noi più competentemente in 
G.A.T.XLVI. 15 



226 Letteratura 

tale materia, vorrà continuare liberalmente al pubbli- 
co il frutto delle sue meditazioni. 

Di G. T. C. 



Tucidide delle guerre del Peloponneso libri Vili, dal 
greco in italiano tradotti dal cav. Pietro Manzi. 8. 
Milano costipi di Francesco Sonzogno 1830. (Volu- 
me primo , di pag. 386 con cinque tavole in rame ). 



jfl ntico , non mai ben pago , ardentissimo desiderio 
portavano gì' italiani di leggere nella loro lingua le 
storie di quel Tucidide, che fu autore e maestro ai pa^ 
dri della eloquenza. Ma pochi e tristi scrittori vi si 
provarono per l'indietro ; niuno del nostro secolo : aven- 
do tutti in animo che a sì grande impresa non si vo- 
lesse piccola conoscenza di greco , ne comunale uso di 
nostre lettere. La difficile oscurità di quei libri, il dire 
stretto severo efficace , che in ogni parola ti da ar- 
gomento a pensar piiì cose , che ad ogni tratto si can- 
gia in varie e pellegrine forme di stile , cercate ed 
acconce si che non tolgano ma mirabilmente accre- 
scano gaglJardia ; queste, dico, e simili proprietà dello 
storico richiedevano un traduttore che vi sapesse aguz- 
zare gli occhi per entro e imprentarsene tutto, e sì 
traportarne quante se ne poteva ( e credo tutte poter- 
si) alla volgar lingua. Eccoci finalmente donata una 
traduzione di Tucidide dal sig. cav. Pietro Manzi ; 
e ne siano ben molte grazie a lui e a chi gli die animo 
a farla. Poco più si potea bramare, nulla aspettare. 
Nei quattro libri che ne abbiam visti finora , il det- 
tato ci par purissimo, terso e severo lo stile, da rammen- 



Tucidide tradotto 22T 

larvi leggendolo la più parte dei pregi che racco- 
mandano il testo. Riporteremo per saggio la descri- 
zione d'un combattimento marittimo tolta dal primo 
libro. 

,, Appressatesi, ambedue si schierarono in batta - 
„ glia : i corciresi posero gli ateniesi alla destra, se 
„ alla sinistra e si divisero in tre squadre , a ciascuna 
„ delle quali comandava uno degli ammiragli : i co- 
„ rintii diedero la dritta a quei di Megara e di Am~ 
,, bracia: il mezzo , secondo cui toccò , agli altri al- 
„ leati : ed essi ebbero la sinistra per opporsi con quelle 
„ velocissime loro galere agli ateniesi ed ai corciresi 
,, della destra. Dato che fu il segnale , si venne alle 
,, mani, e già. i casseri erano ingombri dei grave ar- 
,, mati, di arcieri e di lanciatori, ma le armi erano 
,, antiche e poco valevano. Fierissimo tuttavia , ben- 
„ che non vi si adoperasse nessun nautico artificio, 
„ f u il combattimento e somigliossi ad una battaglia 
„ di terra. Imperocché a quel primo urto inviluppan- 
„ dosi non potevano più divellersi , si erano molte e 
„ tra loro confuse le navi; e tutta inferocendo la pu- 
,, gna sul fermo , era di sui casseri che si attendea 
„ la vittoria , dove ogni cosa potevano il cuore e le 
,. braccia , e nulla il sapere e le arti marinaresche. 
„ Ma più ferocemente si combatteva e tumultuavasi 
„ la dove erano le galere ateniesi , che ai corciresi 
,, in pericolo tosto accorrevano , e per non disubbi- 
,, dire si contentavano di atterrire i corintii. E già rotta 
„ la loro ala diritta e costretta a prender la fuga , trae- 
„ vasi appresso venti navi corciresi che la rovescia- 
„ vano sul continente , e quivi discesi bruciavano i 
,, deserti accampamenti, ed empievansi di bottino. Men- 
,, tre qui erano vinti i corintii e vincitori i corci- 
,, resi , nel lato sinistro erano vinti i corciresi e vin- 
„ citori i corintii già superiori di numero , e più 

15^ 



22B L E T T E r. A T U B A 

',, ancora per quelle venti navi corciresi clic stracor- 
,, scro a inseguire i fuggitivi. Vedendo gli ateniesi a 
,, mal punto i loro alleati trassero più arditamente a 
,, difenderli, guardando però di non venire ad un'aperta 
,, rottura; ma quando la flotta corcirese precipitossi a 
,, fuggire, ed i corintii ad inseguirla, allora non avendo 
,, altro mezzo fu necessita contrapporsi ,, etc. 

Ma per fare che questa lode nostra venga più in gra- 
do al cav. Manzi, le toglieremo tutto il sospetto di adula- 
zione, e gli accenneremo que' piccoli difettuzzi che ci di- 
spiacquero in assaggiare così scorrendoci suo volgariz- 
zamento. L'armonia è una qualità caratteristica dello 
stile ; e come Aristarco sapea discernere al suono i 
versi d'Omero, cosi chi abbia dimestichezza con loro 
ravviserebbe ciascun prosante greco pure al colloca- 
mento delle parole. E oltreché si formavano tutti in 
diverse fogge di numero , secondo spirasse la propria 
indole ; affaticavano molto ad esprimere con adatto tem- 
peramento di metri le varie passioni dell' animo, ora 
scorrendo sui dattili , ora restando sugli spondei. La 
qual cosa quantunque avvenisse naturalmente , fu in 
loro COSI costante che i posteriori ne han fatte rego- 
le; e più degli altri Demetrio e l'autor del sublime ^ 
( sia Cassio Longino , sia Dionigi d' Alicarnasso , come 
è opinione del eh. Amati, o , come a noi sembra, nisun 
dei due). Ora chi voglia tradurre perfettamente uno 
scrittor greco alle nostre lettere , ci dovrà ritrarre 
quanto è possibile delle forone di lui, e fare che anco 
al tenor delle melodie ci paja sentir Tucidide , Ero- 
doto , Senofonte. Nella qual parte daremo lode al Manzi 
di ciò che ha fatto , ma non perdoneremo al suo in- 
gegno quello che ha tralasciato. ]N(m è di Tucidide que-' 
sto andar di periodi così uniforme e quasi monotono^ 
questo fare ogni sforzo per terminarli sempre col ver- 
bo. Non è di Tucidide il dispor le parole fuor d'or- 



TuCrDlRE TRADOTTO 22!) 

tlinanza; ma si lo stringerle con aggradevole e non 
fortuila proporzione di luogo, e l'unirle .con un na- 
scosto artifizio di legamenti per modo che il torvi una 
sola sillaba ne distrugga tutta la venusta. Ed in que- 
sto poteva il Manzi ciò che volesse, non avendo cura 
di renderci motto a motto l'originale.- dove parremo 
forse un po' rigidi se ci protestiamo che a creder no- 
stro si richiedeva talvolta più esatta e per dir cosi 
religiosa interpretazione. Veggasi ( a pag. 43 ) la par- 
lata dell' aniLasciador corcirese ,, . . E qui si debba 
confessare aver noi professate tali massime , che a voi 
parranno stolte , ed a noi wq presenti bisogni saranno 
certo nocive,,. Nel greco è qual cosa di piiì éj tmi? 
-^^eìai' u'/uù ; le quali parole se ben considera il tra- 
-duttorc s'accorgerà che il parranno stolte è ben al- 
tro da ciò che si legge nel testo. Siegue ,, elle sono 
il disdegno d'ogni confederazione, disdegno che, a tale 
-ci trascina di abbandono, che ci veggiamo astretti nella 
j)resente guerra pregare ad altrui ,,. Il testo , o noi 
«'inganniamo, presenta una antitesi tra il t/'^uffó^teio/ e 
Io 6Koi/o-/o( (parola trascurata dal sig. Manzi), dalla 
quale dipende la forza logica del periodo ; e a ti-a- 
sportarlo con fedeltà diremmo- Po/c/iè no/?, essendoci 
per tindietro legati mai a nisuno di nostra voglia 
( BKov(Jìoi ) , 'veniamo ora a pregare ( a\!i\i(Tù[izi>oi ) a/f 
trui di ciò stesso ; e per tiìtesta cagione medesima 
ci troviamo deserti e soli nella presente guerra con- 
tro i corintia Siegue ,, In tal guisa quel non con- 
federarsi per non rischiare lo stato , che dicevasi pru- 
denza, volgesi ora ad imprudenza e pazzia,,, th tou* 
TreAaff "y^ìà^vi Ivyv.ivJlvHVFj.:' non significa rischiare lo sfa- 
to , ma pericolare insieme aW altrui partito , o forse 
avventurarsi ad altrui talento -. e così «a-Btveix mal 
- direbbesi in questo luogo pazzia , dove fuor d'ogni 
dubbio si pone per debolezza. E non molto appresso 



230 Letteratura 

il testo dice. ,, « iv -reo ttocvt/ x?°^^, ÒMyoìs (flit «y.» 
nroiVTx ^uvéfim. kx) ò\ljoi ^vyLyLXxixi c/ìsò^svoi oì*? 67r/K«Ao- 
ÙVT«1 ka-<px\eixy u.xf Kcaiiov ou% «Vacv t/ìicAÓVTes iT Am^Ò/ìsko/ 
Trx^xyiyoìiTxi. quae omni anteacto tempore simul omnia 
pauci's contigerunt. Fauci dum rogant auxilium iis 
quos rogant ferentes non minus quam accepturi se- 
curitatem ac decus accedunt. Abbiamo volte in la- 
tino queste parole , per dimostrare a chi non sapesse 
di greco la forza d'argomentare e lo studiato artifi- 
zio che sta in ciascuna di esse. 11 Manzi le ha spo- 
gliate di tutta quella giuntura , le ha ridotte a tutt* 
altro genere di favella , ad una volgare e quasi vil- 
lesca semplicità, dicendo,, vantaggi che pochi ebbero 
in sorte. E chi mai a coloro , con cui volle confe- 
derarsi , recò vantaggi maggiori di quelli che ne po- 
trebbe ritrarre ? ,, . Ma questi , come dicemmo , son 
piccoli difettuzzi , dei quali nemmeno s'accorgerà o 
forse non si lamenterà chi non abbia gusto così dif- 
fìcile e schifiltoso siccome il nostro. Lascieremo dun- 
que che altri narri più a lungo i pregi di questo vol- 
garizzamento, e ce ne ha per certo parecchi non espo- 
sti da noi per la brevità del tempo; ci basta l'aver 
toccato che l'opera del eh. sig. Manzi, sebbane non 
scevra di tutte macchie , aggiunge agli antichi suoi 
un nuovo diritto alla gratitudine della nazione. 

Antonio Bianchini. 



23) 



VARIETÀ^ 



Epigramma di Faustino Gaglìujjfi in lode di 
Maddalena Pelzet. 

i_u opera delle muse il costringer gli uomini al pianto con 
tragiche melodie , e ricrearli col riso della commedia. È ope- 
ra delle muse il cantare spontaneo , non meditato , che tem- 
perando nuove e svariate immagini della fantasia in certe 
misure di verso , riempie gli animi ben creati di gioja e 
di maraviglia. Bene sta dunque , che si congiungano insie- 
me e porgano luce scambievolmente questi bei doni della sa- 
pienza : bene sta presentare di non ignobile poesia chi ne 
alletta ugualmente con la umiltà del socco , con la sublimi- 
tà del coturno. Ci è stato trasmesso da Genova un epigram- 
ma del celebre sig. Faustino Gagliuffl in lode della esimia 
attrice sig. Maddalena Pelzet ; e ci parrebbe gran fallo se non 
facessimo di ragione pubblica un saggio di quell' ingegno fe- 
lice , che d'improvviso canta latinamente in tempi quasi di- 
mentichi della lingua antica del Lazio. 

„ Ad marchionem J. Carolum De Nigro. 
„ IV. ante cai. Sextiles anni MDCCCXXX. 
FAUSTINUS GAGLIVFFIVS 

ì> Si tragico insurgat vehemens Pelzeta theatro , 
» Cuncta statim lacrimis ora madere solent; 

» Si facile illa eadera , res quando est comica , ludat , 
)> Laelis cuncta modis ora nitere solent. 

" Biondius id scripsit : vera est sententia. Nunc tu 
» Id bino inclusum Carmine poscis? Habe. 



232 Varietà' 

)) Melpomenes , mirum ! , siniul et Pelzeta Thaliae 
» Aut soror , aut geminae est inclyta alumna deae. » 

Il chiarissimo sig. marchese Di Negro in quella Villetta 
che pel signor suo è fatta ricovero di tanta letteratura e cor- 
tesia , fu quegli che pregando il poeta di due soli versi , gli 
diede motivo all' istantaneo formare una composizione , mira- 
bile non meno per la grazia del preambolo , che per avere 
rinchiuso neli' ultimo distico quanto mai suU' argomento dir 
si potea. 

Antonio Bianchini. 



Di un' antica iscrizione recentemente scoperta. 

JJuono che non solamente le antichità del Tuscolo redivivo, ma 
quelle altresì delle vicine contrade richiamino l'amorevole atten- 
zione del prestantissimo sig. marchese Biondi. Egli ci ha favo- 
riti di un titolo sepolcrale , dissotterrato ultimamente a San 
Cesareo non lungi da Preneste , dove il copiò di sua mano. 
Ci avvisa essere scolpito eccellentemente in belle e grandi 
lettere. 

D. M. S. 

OCTAVIAE 

APHRODISIAE 

FILIAE . DVLCISSIMAE 

QVAE . VIXIT . ANNIS 

XXV . MENS . mi 

OCTAVIA . PYRRICHE 

MATER . FECIT 

L'epigrafe per se stessa non somministra molto di posi- 
tivo. San Cesareo è posto al crocicchio della via Labicana ; 
e fu ne' tempi di mezzo forte ca.stello e tenlmento illustre 
de' Colonnesi. Dei tre storici che abbiamo di Preneste , il 
solo Suaresio , seguendo il Severano in una iscrizione di cor- 



V A n I E T a' 233 

-pi santi della Basilica di S. Croce in Gerusalemme , accen- 
na potere aver tratto il nome da San Cesario , compagno del 
glorioso martire Prenestino sant' Agapito , di cui è a dolersi che 
mancliino gli Atti. Il Cecconi ed il Petrilli posteriori nulla di- 
chiarano su di ciò: segno sicuro che non conosceano monu- 
menti più certi. - Che Frenesie fosse Colonia di Giulio Cesa- 
re , può tenersi con fondamento ; ma è poi fuori d'ogni dub- 
bio che fu Colonia di Augusto. Dovrebb' essere stata di quel- 
la specie , indicata si chiaramente da Festo , che gli uomi- 
ni eruditi finora non hanno voluto intendere , in cui resta- 
va il Municipio antico , e talvolta non poco distante. Cre- 
diamo quindi , che quel paese prendesse il nome dalla Colo- 
nia Cesarea. Il gentilizio degli Ottavj nel nostro marmo ri- 
chiama certamente o ad un liberto di casa nativa , o ad un 
veterano di Augusto , che ivi lasciò la stirpe sua padrona di 
fondi. 

Sappiamo che in San Cesareo scavate furono mai sem- 
pre antichità rispettabili , statue imperatorie fino a Nerone , 
colonne di granito , memorie di liberti Augustei fino a Marc' 
Aurelio. Ci apparisce sostenibile con altri esempj , che i pri- 
mi Cristiani abbian voluto cangiare di poco il nome profano 
di Caesàreum , ofundus Caesàreus , in altro più sagro. Se non 
si prova il san Cesario Prenestino, recheremo qui dal Mar- 
tirologio Romano del veuerabil Baronio , libro di preziose no- 
tizie in ogni genere , alcuni altri santi martiri o confessori , che 
mostrano relazione con quel paese. » 20. Aprilis. ( Romae ) . 
w Victoris , Zotici ,, Zenonis , Acyndini , CAESARII , Severia- 
» ni , Chrysophori , Theonae , et Antonini , qui sub Diocletia- 
» no varie tentati, martyrium compleverunt. i. Novembris. Tar- 
» racinae in Campania natalis S. CAESARII diaconi , qui die- 
» bus multis in custodia maceratus , postea cum S. Juliano 
» presbytero in saccum niissus in mare praecipifatus est. Idi- 
» bus Januar. Romae Via Labicana ( in Coeraeterio S. Zotici , 
■a fundo Capreolis , decimo ab urbe lapide ) coronae Sancto- 
>» rum Militum Quadraginta , quas »ub Gallieno imperatore prò 
» confessione verae fidai percipere meruerunt. Itein. Quarto 
» Idus Februarias , Sanctorum Decem railitura sub Hadriano. 



234 Varietà* 

» 22. Decembris. Romae via Labicana Inter Duas Lauros na- 
» talls Sanctoruin Triginta Martyruin , qui omnes una die in 
» persecutlone Diocletiani martyrio coronati sunt. ( Inter Duas 
» Laurus Via Labicana est Basilica Sanctorum Petri et Mar- 
5> cellini a Constantino Magno erecta. ) » Ignorandosi ora i 
nomi di questi Santi Dieci , Trenta , Quaranta Martiri , ve- 
nerati in chiese o catacombe si vicine al castello di San Ce- 
sareo , riesce molto verisimile , che uno di essi s'appellasse 
KAISAPEIOS » ^1^' usanza di que' tempi; donde viene il GAE- 
SARIVS comune in latino, mutato il dittongo ei in j , « 
contro la quantità ritraendo l'accento alla moderna. 

Girolamo Amati. 



Solenni esequie di Luigi De' Medici di Toscana , fatte da Giù- 
seppe De' Medici Duca di Miranda. - Napoli i83o. 

V^ome la vita del nostro Emo Consalvi è strettamente lega- 
ta co' gloriosi fasti del pontificato di Pio "VII. e coli' istoria 
«cclesiastica e civile di quest' età; cosi quella del cavaliere Lui- 
gi de' Medici non potrà separarsi dai nomi di due re napo- 
litani Ferdinando e Francesco , e dagli annali italiani di qua- 
si mezzo secolo. Un uomo cosi benemerito de' suoi principi e 
della patria ebbe solenni esequie dalla pietà del suo nepot» 
ed erede il Duca di Miranda : perchè nell' onorar la memo- 
ria degV illustri defunti e si accendono i viventi ad opere ge- 
nerose , e si disacerba in qualche modo il dolore che ne af- 
fli<r<^e per la loro perdita. Nel libretto che annunciamo si de- 
scrive per punto la pia ceremonia , il magnifico tumulo , e \ 
Sontuosi ornamenti che aveano fatto quasi cangiar di forma 
la basilica di S. Maria degli Angioli sul monte Echia. Poi vi 
si legge roràzion funebre detta fra la solenne messa dall'aba- 
te Emamnuele Taddei , che ha in fronte quel motto della Sa- 
pienza : - tutti i beni vennero a me con la Sapieuza , ed a 
me venne da lei tutto lo splendore della mia gloria - e discorr<' 
«on gravil.\ * sensatezza la vita pubblica del Mniislro , riscbij»- 



Varietà' 235 

rando con note piene di bei fatti le cose ragionate. Chindo'- 
no il volumetto due iscrizioni volgari di Raffaele Liberatore , 
e cinque latine del cav. Francesco Carelli : perchè fu pru- 
dente avviso di chiudere le lodi del defunto cosi nel linguag- 
gio de' dotti , come in quello che tulli intendono. Le volga- 
ri furono poste fuori la porta della Basilica , le latine nell' in- 
terno attorno il tumulo. Noi tenghiamo che di quest' aureo 
libretto dovrà grandemente onorarsene e la memoria dell' il- 
lustre De' Medici , e la pietà del Duca di Miranda , é il me- 
rito degli Scrittori Napolitani. 

Ab. C. L. MoBiCHiNi. 



Le Conchiglie Poema del Sig. Angelo Maria Ricci Ca^: del S. 
O. G. Roma presso G. B. Marini i83o. 

JLie conchiglie sono la più bella e ornala produzione della 
natura dopo i fiori. Il cav. Ricci diede a questi un aureo poe- 
metto didattico , che assai piacque al pubblico ; ora ne dà al- 
tro del medesimo genere su quelle. Ha egli adoperato in cote-» 
sto lavoro { che ci auguriamo non sia per esser 1' estremo , 
com' egli dice ) una specie di macchinismo, che velasse sotto 
forme poetiche il sistema universale del globo quale si tiena 
dai recenti filosofi ; e partisce le conchiglie nelle quattro clas- 
si di univalve , bivalve , polivalve , e fossili. K con ciò , die' 
egli , mi studiai di trarre a concordia le opinioni de' Classici 
( sfiorando dal fondo della mitologia quanto potesse dar lu- 
ce al soggetto ) , e di accostarmi a quelle de' Romantici traen- 
do dalla filosofia e dalla storia del globo ciò che potesse de- 
star l'interesse de' dotti e servire al gusto del tempo - Sapien- 
tissimo consiglio che noi vorremmo abbracciato da tutti che 
si accingono a scrivere ; poiché il vero sta sempre nel bel mez- 
zo , e gli uomini quanto più parteggiano per le loro peculia- 
ri opinioni , tantopiù se ne dilungano. Le Conchiglie del Cav. 
Ricci sono nuova ricchezza alla Didattica Italiana , e nuova 
lode all' illustre scrittore che ( tranne la drammatica ) tutto 
percorse il regno poetico. Sono esse intitolate alla Sacra Real 



236 Varietà' 

•Maestà di Maria Isabella Infanta di Spagna Regina delle Daé 
Sicilie. 

Ab. C. L. MoRiciiiNi. 



Novelle scelte di ser Gioimmd fiorentino. Modena pei- 
gli eredi Soliani, iS5o-Uii voi. in 8. di pag. X 352. 



'm 



lei tomo XLIV di questo Giornale a pag. 355 dicemmo 
di una scelta di prose e di poesie del buon secolo , procu- 
rata con molta diligenza dal prof. M. A. Parenti. Aggiungem- 
mo , che due volumi n'erano usciti : uno tratto dal Novellino , 
l'altro dalle Vile de' Ss. Padri. Ora ci è grato potere annun- 
ziare pur questo , che contiene XXXI novelle scelte fra le 
antiche , che vanno sotto il nome di un ser Giovauni fio- 
rentino detto il Pecorone. Se vuoisi credere ad un sonetto 
ed al proemio , che sono innanzi all'opera intera, l'autore 
cominciò a scrivere , il suo novelliero del iSyS a Dovadojia 
(luogo in Romagna poco lontano di Forlì) , sendosi riparato 
colà per fuggire la mala ventura: né altio pare potersi af- 
fermare di lui con certezza. Quello di che non si può du- 
bitare sì è che (tranne poche macchiuzze , le quali non gua- 
stano la sostanza) il suo scrivere è tutta bontà di quella 
schietta che ci fa amare cotanto i primi padri di nostra lin- 
gua. E questa edizione si raccomanda non solo sopra quella 
del Domenichi ( i558) ; ma e sopra quella del Poggiali (1793) 
per essersi ben guardate la ragioni del costume, che sono 
pur troppo offese talvolta nelle carte di quegli antichi: co- 
me ancora per essersi emendati allo specchio della critica , 
e talora col riscontro delle croniche di Giovanni Villani ,'al- 
cuui luoghi, che domandavano tal diligenza. Di che si vuole 
saper grado al Parenti; tajito più che ha corredata di note, 
siccome suole , rieletta parte del lesto , per lui riprodotta a 
comodo degli studiosi. Ma e noi e il Parenti, e quanti sono 
con noi in una sentenza rispetto allo scrivere ed ai costumi, 
, troveremo per avventura due sorta di oppositori : quelli che 
nello scrivere, e quelli che necustuaii fauno licito di libito. 



Varietà' 237 

A questi ullimi crediamo non sia da rispondere : agli altri 
diremo, che fu sempre bello studiare negli antichi esemplari 
per coglierne il meglio, ed ora tanto più che allo strano si 
dà nel volgo lode di novità: che del resto quanto cerchiamo 
togliere i giovani ad una sfrenata licenza ; altrettanto ci pia- 
ce venirli educando di qualità , che abbiano poi con senno 
a godere di quella libertà onesta, che lodiamo noi stessi nelle 
scritture. 

D. Vaccolini. 



Pegno e memori^ di rwerente amicizia - Rimini 
per Marsoner e Grandi i83o -pag. 20. 

Oe il frontispizio non ti dice abbastanza , passa innanzi : 
e sarai compensato dall' appresso iscrizione dettata da Fran- 
cesco Rocchi savignanese , giovine di chiaro ingegno , e che 
( a dir tutto in poco ) fu educato alla scuola del Pertjcari. 

A 

ROMUALDO MORRONI 

AVVOCATO FERMANO 

NELLA VARIA FORTUNA D'ITALIA 

A MOLTI ED ONOREVOLI UFFICI 

POSTO IN ESEMPIO, 

ORA PER PIO VIII GIUSTISSIMO PRINCIPE 

DAL GOVERNO DELLA TERRA NOSTRA 

PROMOSSO AL GOVERNO 

DI POGGIO MIRTETO, 

VOTI E LODI 

DEL POPOLO SAVIGNANESE , 

CUI FU AUTORE E CUSTODE 

DI SICUREZZA E DI PACE 



238 Varietà' 

E seguitando, o lettore, vedrai un'ode del professore G. I. 
Montanari , con altri versi suoi e di altri nobili spiriti : che 
non contenti alle prime onoranze già procurate dal vigilan- 
tissimo Magistrato ( a capo del quale siede il benemerito sig. 
Michele Gregorini ) vollero iterare dopo alcun tempo questo 
vale all' ottimo Governante ; come chiedevano molti cortesi. 
Il piccolo libretto non è tale da farne sunto: ci è bello pe- 
rò agli amatori del dire estemporaneo presentare alcuni tra 
gli sciolti usciti all' improviso da quella vena feconda dello 
stesso professor Montanari : a cui non pesa alcuna fatica , 
quando possa tornarne onore alle lettere e alla virtù. Ma ec- 
co gli sciolti : 

,, Quando dell' Asia alle remole arene 

,, Recò la fama che l'integro petto 

,, Di Mucio (*) a se Roma chiamava , un pianto , 

,, Un dolor si destò , che il più non vide 

,, Presa cittade. Chi laudava i santi 

,, Costumi, la Fé schietta, e la Giustìzia, 

,, Che ad alcun non perdona, a nullo è fera; 

,, Chi 1 gravi modi e le parole oneste 

,, Piene di sapienza e di boutade. 

,, Ma poi eh' ei mosse alla città regina , 

,, Co' voti e col desio tutta a lui trasse 

„ Asia a dargli in dolor l'estremo addio. 

,, E perchè 

,,.... fosse tal virtude esemplo 

„ E sprone a ben oprar, pomposi ludi 

„ Indisser , come a Nume , a Mucio ogni anno , 

,, E vittime solenni e feste e onori ; 



(*) Mucio Scevola proconsole in Asia , com' è a vedere in 
"Valerio Massimo Lib. f^III. 6 e nel Freinshemio LXX. , e nel 
Garattoni //. dell' Azione seconda contro Verre. 



Varietà' 239 

,, Tal che dall' Asia il più bel giorno a Mucio 

„ Fu sacro , ed ebbe pur da Mucio il nome. 

,, Vide la Fama , e ne recò sul Tebro 

„ Pronta novella. Già de' padri il senno 

„ Ringraziando e laudando l'accoglieva, 

„ E lui fea specchio a quanti in man venia 

,, Concesso il fren delle soggette genti. 

„ Tal esempio or per te si rinnovella ec. 

Gli schifiltosi troveranno pure a ridire su questi versi ; 
ma ricordino , che trattasi di estemporanei : e se dopo ciò 
non si acquietano , pongasi ciascuno alla prova , e saprà quan- 
to sia vero il suclet multum frustraque laboret del Venosino. 

D. Vaccolini. 



Per le esequie fatte in Russi a Vincenzo Troncassi cappellano 
Curato ec. - Forlì dalla tipografia Casali i83o. „ 

Cenni necrologici intorno alla signora Giovanna Maccabellì. 'Bo- 
logna dalla tipografia Nobili e comp. i83o. „ 

JL/i queste due stampe ci è bello dire alcuna cosa ; peroc» 
che la prima ci porge per solenni esequie una iscrizione la- 
tina dettata dal eh. professor Farini con un' altra del profes- 
sore Della Casa (del quale sono ancora sei titoletti che ven- 
gono di seguito) , né ci lascia desiderare i versi italiani del 
sig. eonte Ferdinando Pasolini ed una epigrafe pure italiana 
di Giuseppe Orioli : la seconda poi ci pone innanzi due begli 
esempi di accesa carità , per la quale si fa chiaro quel detto 
una volta usitato homo\ homini deus. Il primo esempio è di 
una savia donna del comune di Russi nella Romagna, Gio- 
vanna Maccabclli , che fu chiamata alla gloria il 2i Mar- 
zo 1800 in età di anni 94 molto bene spesi da lei a sollie- 
vo de' poveri: ai quali ancora lasciò un capitale di scudi 
Ottomila , con che aprire in quel comune uno spedale agi' 



2W. Varietà' 

infermi : e per quanto era da lei provide , che niuna ma- 
niera o di temporali o di spirituali conforti all' egra umanità 
non dovesse ivi mancare. Donna pietosa! il suo nome sarà 
benedetto in eterno : ed avrà lode anche di ciò , che tro- 
vandosi possedere i manoscritti lasciati dal fratello suo doa 
Francesco (uomo ornato di buone lettere, che fu moltissimi 
anni maestro di latinità nel semiaario di Faenza , quando ne 
uscirono Vincenzo Monti e quella schiera di nobili ingegni , 
che onorano l'Italia e gli studj ) ha ordinato la prudentissima : 
siano conservati que' manoscritti, e dati in luce o tutti o i 
più degni a giudizio di persona a ciò deputata. L'altro eseni-, 
pio , di cui dicemmo , è del sacerdote Vincenzo Troncossi , 
che tutta la sua vita di ^5 anni visse agli altri ed al cielo, 
e mancò nel sospiro de' giusti il i3 Dicembre 1829: egli fu 
in Russi , sua- patria, ^2 anni cappellano curato della Chiesa 
Areipretale : quale uomo ! di lui sarà ricordata in perpetuo 
la larghezza verso i poveri , la prudenza , la soavità , la mo - 
deslia con tutte l'altre virtù , che alla scuola del Vangelo si 
apprendono compiutamente. Il 19 Gernajo, che venne ap- 
presso , quella cara anima ebbe conforto di rinnovate ese- 
quie di epigrafi di laudazione ; ma il premio intero a' suoi 
ineriti si avrà avuto e godrà, com'è a credere , colà dove mai 
non si muore : al che mirando , ben chiuse la epigrafe in ita- 
liano dettata quegli della sua terra , che disse : 

Chi d'amor t'ebbe padre in mortai velo , 
Padre ti vuole or che ti bei nel cielo. 

D. Vaccolini. 



Elogio di Onofrio Minzoni , scritto da Tiberio Papotti 
imolese. Imola, tip. Benacci i83o. pag. 18. in 8. 

Jl ra i poeti moderni ci è dolce il nome di Onofrio Min- 
zoni , che nel 1724 nacque in Ferrara da Antonio e da Li- 
via Fenati di- Bagnacavallo : e fu ben tale, che onorò il 



Varietà' 241 

luogo natio e la Romagna ; anzi l'Italia , che in luì vide ri- 
sorta quasi una favilla dello spirito del gran Lodovico. Fat^ 
tosi uomo di chiesa, e nutrito agli studj delle matematiche é 
della filosofia (i quali seppe accoppiare ai più sublimi della 
teologia) alcun che di forza e di evidenza prese eziandio, 
secondo a noi pare, dal sommo Alighieri: formossi uno stile 
tutto proprio e originale: libero e franco ingegno tolse quindi 
la poesia alle insanie d'amore , e con ardire che ai coscien- 
ziosi parve soverchio, la sollevò all'altezza delle cose divine. 
Né fu solamente poeta; ma oratore ,, e per soda dottrina , 
j, per religiosa pietà , par aurei costumi esempio d'ogni manie- 
5, ra imitabile. ,, Però vuoisi sapere buon grado , siccome al 
chiarissimo canonico Agostino Peruzzi, che il funebre elogio del 
Minzoni diceva in Ferrara nel 1817; cosi al cortesissimo conte 
Tiberio Papotti , che raccolti quasi in un quadro i più bei 
capi delle lodi di cotant'uomo, traeva a se nel 1828 l'attenzio- 
ne di due insigni accademie, della Tiberina e dell'Arcadia; 
ed ora ha fatto partecipe del suo lavoro l'universale. Nel che 
ci sembra da commendare , tornando sempre a molta utilità 
il rinfrescare gli esempj più degni : ancora ha fatto bene di 
intitolare il libretto all'egregio monsignor Muzzarelli , concit- 
tadino ed alhevp di Onofrio Minzoni, ed il cui nome già vola 
dovunque si pregiano virtù e dottrina. 

D. Vaccolini. 



Versi volgari e latini in morie d'una gentilissima. Ferrara 
pel Bresciani 1800. Liigo pel Melandri i85o. 

X\.iapparisce con nuova aggiunta un librettino piccolo di 
mole , ma grande di pregio. Altra volta parlò d'esso questo 
giornale ; ma non avevasi allora gli ornamenti , di che si fregia 
al presente. Il eh. monsig. Agostino Peruzzi, piangendo la 
morte dell' amatissima sorella Antonia , sacra il libretto al prof 
Mariano Bedetli canonico con pietosa lettera ; in cui sotto bre- 

G.A.T.XLVI. IG 



2/(2 V A R I E T A* 

vita mostra la grandezza di sua perdita , ed il grate dolore 
che ne porta. Segue una soavissima elegia di quell' onore di 
nostra Romagna , il prof. Domenico Vaccolini. Per non frauda- 
re i nostri leggitori del piacere di gustar tale poesia, ci piace 
riportarla intera, sicuri che chi sente addentro nelle bellezze 
di nostro idioma e della vera poesia, verrà con noi a lodarla 
moltissimo, 

ELEGIA 

Vanne , fida Elegia , al mesto amico : 

E digli , che componga a pace il core , 
Spregiando il mal che sulla terra è aattc<K 

So che gli parla nella mente amore, 
£ dice: che metà della sua vita 
Era la donna delle donne onore: 

E poi che fuor del mondo se n'è gita 

Per non tornar più mai, ogni dolcezza 
Ogni letizia s'è da lui partita. 

la lei bontà che passa ogni bellezza. 
In lei virtù che vince ogni tesoro; 
In lei senno che poggia ad ogni altezza.. 

Può tanto in su la terra argento ed oro , 
E non può racqulstar cotanto bene. 
Dacché s'è aggiunto de' beati al coro. 

Al mesto amico nella mente viene 
Così parlando amor: fida Elegia, 
Deh non niegar conforto a tante pene? 

Non sai tu, ch'ella è viva? e dolce e pia 
Guarda fiso dal cielo al caro afflitto , 
Che ha perduto sua santa compagnia? 

Perchè perchè le invidia il bel tragitto 
Al loco eterno , ov'è la gioja intera , 
Appo'l Signor che di chiamarne ha dritto? 

Ivi nel dì che non vedrà mai sera 

Stassi contenta ; e lui aspetta e brama , 
Qmndo piaccia a quell' UN che lassù impera. 



Varietà' 243 

Sb divisa mercè fra chi ben ama 

Sempre maggior si rende; al suo gioire 

Ei pur gioisca , e in Dio ponga ogni brama. 

Dolce s'abbia per lui anco il patire 

la questo esiglio , fin che venga giorno 
Che possa come incenso al ciel salire. 

Non gli pesi tra noi breve soggiortio; 

Più si fa degno : e già nel mondo è speglio ^ 
Onde al suo lume ognun si faccia adorno. 

Spesso cercando il ben si perde il meglio : 
Dunque rimanga , e come figli al padre 
Verremo a lui , che per gran senno è voglio : 

Ed ei ne informi a tutte opre leggiadre. 

A questa lengon dietro tre sonetti dell'afflittissimo Peruziì. 
Piacesse a Dio che la vana turba de'magri sonettisti apparasse 
da siffatti componimenti il semplice e maschio italico scrivere 
in versi; ed il casto e dolce modo d'esprimersi nel linguag- 
gio delle belle contrade! Due latini epigrammi chiudono il 
libretto. Il primo è di quel padre delle latine eleganze lo 
Schiassi. Il eh. autore non usa in questi suoi carmi que' tri- 
ti , e volgari modi di consolazione che sono d'ogni meschino 
e vii scrittorello , ma volendo porger conforto al mesto amico 
narra le sventure che colsero se stesso in questa valle di pian-; 
to ; dicendo che se il Peruzzi ha a deplorare una carissima 
sorella, lui cinque fratelli-, una sorella, e cJue nepoti sua Unica 
delizia hanno lasciato per sempre grave d'anni ed abbandonato 
d'ogni speranza. II perchè conchiude, che entrambi debbono 
consolarsi colla sola fiducia di presto salire alla beata eternità 
B rivedere gli oggetti di che ora si piange la perdita dolorosa. 
Lo sconsolato Peruizi fa pronta risposta, riferendo grazia allo 
Schiassi de' dolci suoi versi ; e dice che solo può rompere la 
durezza del fato , e lenire l'acerbità del dolore , l'unirsi un 
amico a spàrger lacrime coli' altro amico ; e che di già sue 
parole alleviarono l'iminenso duolo ch'ei prova , sebbene protc 
sti che non vi sarà mai tempo in cui cessi di piangere una 
sorella , colla quale tutta finiva e seppellivasi sua famiglia. 



244 Varietà' 

È frustraneo dire che uomiui tanto chiarissimi hanno scrìt- 
to henisslini versi ed in pulito latino eloquio. (*) 

GlANFRANCESCO RamBELLI. 



Luci in Aemilia. Ex Typographeo Melandriano MDCCCXXX. 

Ad Augustinum Peruzzìum Can. de interitu sororls moe- 
rentem , Philippus Schiassius. 

X. e soror , at fratres quini me in sidera rapti 

Liquore ad luctum , liquerat atque soror. 
Ac modo heu ! liquere nepotulus alter et alter , 
Unum qui fuerant dellcium patrui. 



(*) Crediamo far cosa grata ai corteslssimi , che leggeran- 
no , ponendo qui un sonetto del prof. Domenico Vaccolini da 
lui indiritto al chiarissimo signor cavaliere Angelo Maria Ricci 
per consolarlo nella morte della sua dilettissima consorte. 

„ Spirto gentil , che se' d'Italia onore , 

Se la catera tua rivolta è in pianto , 

Quando tra l'alpi e'I mar s'udrà più il canto 

Donator di letizia ad ogni core ? 
Teco le grazie e teco piange Amore 

Colei, che se n'è gita in loco santo: 

Chi di tal donna si potea dar vanto 

Già tua cara dolcezza, or tuo dolore.? 
Era cosa di cielo , e'I ciel l'ha tolta 

Per far lei più perfetta e sé più bello : 

Ahi nostra mente in quanta nebbia è avvolta! 
Che la vedremmo nel beato ostello 

Di carità vestita ed a te vòlta 

In giocondezza di un cantar novello. „ 



1 



Varietà* 2A 

Diamque aetate graves , et dulces mitto parentes , 

Invida mors dudum quos niihi praeripuit. 
Ast ea , Peruzzi , spes nos solettir utrosque : 

Quippe revisuri { ali ! nec mora ) quenique sumus. 

Bononiae Xlll, Kal. Sextil. A. MDCCCXXX. 
Ad Philippura Schiassium Can. Augustiuus Peruzzius. 

Quod non me miserum , adflictumque dolore , Schiassi 

Abnueris tam dulci alloqui epistolio , 
Gratus ago , quas possura , grales. Scilicet hoc est 

Unum, quod fati frangere duritiem 
Póssit , et imniitem compescere corde dolorera , 

Si lacrumas , dulcis pignus amicitiac , 
Unanlmis lacrumis superaddat amicus amici. 

Jamque tuo levior mi dolor est studio. 
Quamvis nullo unquam non tempore flebo sororem , 

Quacum Una tota est nostra sepulta domus. 

Ferrariae XI. Kal. Sextil. A. MDCCCXXX. 

G. I. M. 



Solenne distribuzione de' premj , ed esposizione dell' anno i83o 
neW Accademia Proi'inciale di Belle arti in Ravenna. - Ra- 
venna pel Roveri e Collina. i83o. 

V^on vero piacere noi ci facciamo a parlare di questo libret- 
to , pel quale si mostra come in Romagna non manchiamo di 
una accademia assai utile alle buone arti. Certamente questa 
non sarà segno a' motteggi degli stranieri , i quali noi italiani 

rimproverano d'avere troppe accademie , e tutte piene d'am- 
polle poetiche. Nel che potrebbero dir vero, quantunque il 
rimprovero sia troppo generale , e mostri acerbità più tosto 
che altro. Noi pure diciamo che è vanità che gli uomini si 
occupino di soli versi ; sebbene l'occuparsi di tali studj torni 
meglio che l'oziare , perchè non è da noi porci ad altro. Aa- 

46* 



246 Varietà' 

che gì' Italiani valgono negli sludj di prima importanza , ma 
non è colpa loro se questi non sono il soggetto delle accade- 
mie. E se gli stranieri si fermassero a considerare un pò me- 
glio lo stato delle cose , risparmierebbero l'amarezza e le de- 
risioni ; benché a farle cessare dovesse loro bastare che quan- 
ti lumi sono per l'universo lutti sono partiti dall' Italia. Ma 
rendendoci alla Accademia di belle arti di Ravenna , diremo 
che ella incomincia a dare assai bei frutti, il che ognuno può 
vedere di per se , osservando quanti eccellenti lavori siano sla- 
ti neir anno corrente presentati , di Architettura , di figura , 
in plastica , di tutto rilievo , di Ornato , di Basso rilievo , di 
pittura , di miniatura a colori ; oltre di che sono state presentale 
Macchine di Fisica , lavori in metallo prezioso , in legno , in 
finto marmo , tutti degni di più ampia descrizione , se la bre- 
vità di quesl' articolo ci permettesse più oltre distenderci. 
Metterebbe ancora bene annoverate i nomi de' bravi artefi- 
ci , e dar loro quella lode che meritano , pregandoli a 
non mancare alle concepite speranze ; ma noi ce ne pas- 
siamo essendo che le nostre parole non potrebbero essere 
né più nobili né più efficaci di quelle che il sig. Alessandro 
Cappi Segretario dell' Accademia , giovane di molte lettere e 
di sommo amore ad ogni guisa di lodati studj , ha lette al 
cospetto dell' Eminenlissimo sig. Cardinale Vincenzo Macchi 
Legato della Provincia , e Protettore dell' Accademia , alla pre- 
senza delle Autorità del luogo , del Consiglio accademico , del- 
la Deputazione della Pinacoteca , de' Professori e Reggenti del 
Collegio , nello stesso tempo in cui furono agli alunni, e agli 
artefici dispensati solennemente i meritati premj. Le quali pa- 
role sono degne certamente di un ottimo cittadino , e di un 
Italiano , e dettate in islile grave e conveniente alla nobiltà del 
soggetto. 

Ravenna , e la Romagna , cui tanto onore sì accresce per 
quest' accademia , ricorderanno sempre con vera riconoscenza i 
nomi dell' Emo Cardinale Rivarola , e di Monsignor Lavinio 
Spada De' Medici , e serberanno eterna gratitudine a que' be-« 
nemeriti cittadini i quali concorsero all' aumento ed al lustro 
di questo nobilissimo ed utilissimo Instituto. 

Gii.SEri't Ignazio Momxnari. 



Varietà' 24T 

JL el tipi Perego-Salvioni sono stati pubblicati gli Opuscoli 
scelti scientifici del chiarissimo signor Dottore Agostino Cap- 
pello indefesso nostro collaboratore. Essi furono già inseriti nel 
nostro Giornale ; ma siccome in questa nuova edizione sono 
stati arricchiti d'importanti note e di aggiunte , perciò (e ne 
darà conto ne' fascicoli venturi. 

( Il Compilatorb ) 



Dell' Istoria del vecchio e nuovo Testamento , libri dieci di d. Pel- 
legrino Farini , volume quarto. Ravenna presso Roveri e 
Collina 1829. 

Jr oichè i più nobili spiriti dell' Italia ebbero ' dato mano al- 
la ristaurazione della lingua , riconducendola allo specchio 
degli antichi esemplari ; videro essere necessario provedere i 
giovanetti , che usano alle scuole , di libri buoni si per le 
cose , che per lo stile. Altrimenti la meditata riforma sarebbe 
rimasta priva di effetto ; quando i novelli si accostassero con 
que' scrittori , i vizj de' quali erano riprovati. E perchè l'I- 
storia Sacra ( come osservò pure il Gravina giudiziosissimo ) 
per l'antichità e dignità sua dee a tutte le altre andare avan- 
ti : desideravasi tra gli altri libri singolarmente un buon com- 
pendio di essa ; nel quale la esposizione rispondesse all' altez- 
za dell' argomento ed alla nobiltà dell' italico idioma , e non 
passasse i termini di brevità , che si ricercano comunemente 
nella prima istruzione. Il professor Farini , chiaro lume del- 
la Romagna , ha preso sopra di se questa quanto degna , al- 
trettanto grave fatica : e in quattro volumi in 8. ( il maggio- 
ro de' quali non arriva ai Sg fogli di stampa ) ha dato l'isto- 
ria del vecchio e nuovo Testamento. Come bene vi sia riu- 
scito , lo disse già alcuno degli onorandi nostri colleghi , an- 
nunziando i primi volumi : lo ripeto io pure con compiacen- 
za , annunziando quest' ultimo. Semplicità nello scrivere , che 
non è mai disgiunta da nobiltà : brevità , che non perdo mai di 



248 Varietà' 

chiarezza : ingenuità , decoro , e quanti mai sono i pregi del- 
la istoria più illustre , che ci abbiamo , risplendono in quest' 
«pera: la quale è fornita altresì di note utilissime , che la fan. 
no sempre più commendabile. Cosi l'egregio scrittore se per 
tante belle fatiche non fosse già benemerito della studiosa gio- 
ventù e della lingua , lo sarebbe per questo insigne lavoro : 
che fa onore a lui slesso , alla nostra Romagna , ed al seco- 
lo in cui ci viviamo. 

Domenico Vaccolini. 



Correzione all' articolo necrologico del Dottore Agostino Bar- 
bieri da Cesena , { Vedi il volumetto di febbrajo e mar- 
zo i83o nel nostro giornale, a pag. 299. j 

Al Chiarissimo Sig. Tommaso Poggi, 
Giuseppe Ignazio Montanari. 

Mio Pregiatissimo Amico. 

J. 1 on posso per alcuna maniera tenermi dal ringraziarvi del- 
la gentile vostra lettera , la quale mi è giunta carissima , e 
per l'umanità vostra in verso me , e perchè voi mi fate cono- 
scere un errore cadutomi per equivoco nella necrologia del 
dottore Agostino Barbieri , che fu una delle vostre più soavi 
amicizie , ed ora non è che un' acerba ricordanza a voi e a 
tutti i buoni. E perchè io sono uomo schietto , ed amo so- 
pra ogni cosa del mondo la pura verità , non indugio pun- 
to a correggere il luogo errato. In vece adunque di quanto 
è scritto dalla linea 2 alla 18. della pagina agg. leggete così : 
» Volle ancora conoscere le dottrine mediche de' più rlputa- 
» dell'età sua, e il metodo di curare gl'infermi , e quindi si 
5> fece A visitare i primi ospedali d'Italia , andando a Milano , 
» a Firenze , a Roma. Si recò pure a Napoli , ove più chia- 
» ra'che mai suonava la fama di quel miracolo di sventura- 
» ta virtù Domenico Cirillo uomo integerrimo , medico , na- 



V A R I E T a' 249 

3> turallsta sommo , filosolb profondissimo , il cui nome con 
■» lode tuUi i secoli ripelei-anno , esecrando la rabbia de' fé- 
» rocissimi tempi , e il maledetto spirito di parte die lui a 
« morte durissima , la sua bella città ad estrema desolazio- 
« ne condusse. E ben mi so die il Barbieri dovette sentirsi 
» commosso nell' animo , ponendo il pie in que' luoghi ove 
5> egli prima sparse utilissime dottrine , poi tutto il sangue. 
j> Ma a conforto di tanta sciagura e si grave , ebbe l'udire il 
j) Cotunnio che prima col Cirillo aveva divisa la gloria del 
» principato delle scienze mediche , allora solo il teneva , e 
» con sicurezza. Ne solo gli toccò in sorte udirlo e averlo a 
» maestro , ma potè averlo ancora ad amico. E questo nodo 
» di amistà non so io se più per gentilezza dell' uno , o per 
» bontà dell' altro si restringesse in tra loro ; ben posso dire 
» che saldo insino alla fine si mantenne. Quando gli parve es- 
» sere dimorato abbastanza in Napoli , si rese alla Patria , ed 
» incominciò a dar prove della sua valentezza e filantropia , 
3) compiendo ed avanzando ancora le speranze che tutti di 
» lui avevano prese. » 

Da questo conoscerete , lo credo , quanto Io apprezzi l'au- 
tori là e le parole vostre , e quanto più mi dolga l'essere in so- 
spetto di falso , che chiamarmi spontaneamente in fallo. Voi 
conservatemi la vostra amicizia che Io a voi tutto mi offro e 
raccomando. 

Di Savlgnano II i. Settembre i83o. 

Afflilo Amico vero 
G. I. Montanari. 



Osservazioni 


Meteorologiche. 


)( Collegio Romano Maggio i83o. 


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nella not. 


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NE.m. 

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3 


coperto 
nuvoloso 
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ERRATA-CORRIGE 

Neìla mia breve prefazione all' Epistola dell' egregia Dio- 
nigi- Orfei, che fu pubblicata nel voi. di aprile p. p., per un 
errore di copista a pag. 68 lin. 14 fu scritto : ma questi avreb- 
bero potuto altresì per quel mezzo medesimo farsi bene addentro 
in quelle vere, rette e santissime ragioni ec, quando per ogni 
buona regola di sintassi doveva dirsi , e ad aprir loro eziandio 
quelle vere rette , ec. 

Pietro Odescalchi. 

Nel volume presente , nella tavola sinottica, dov' è scritto 
P. M. M. , leggasi G. M. M. 



I IM P R I M A T U R 
Fr. Dom. BuUaoni 0. P. M. S. P. A. S. 



IMPRIMATUR 
Joseph Della Porta P. Const. Vie. 



NIHIL OBSTAT 
A])]), p. Paulus Delsignore Gens. Theo). 



NIHIL OBSTAT 
Petrus Lupi Med. CoUeg. 

NIHIL OBSTAT 

Petri'.B Odescalclii Gens. Pljiloloc. 



253 



SCIENZE 



Congetture sulla origine della elettricità atmosferica. 
Memoria di Saverio Barlocci professore di fisica 
neir archiginnasio romano e membro del collegio 
filosofico , letta nelt accademia dei Lincei nelV adu^ 
nanza del di 20 settembre 1830. 

P ra gli agenti, che più concorrono alla produzione 
dei fenomeni naturali , deve in primo luogo annove- 
rarsi quel fuoco , che denominato elettrico dall' am- 
bra , si riconobbe in seguito abbondantemente diffuso 
in tutti gli esseri dei tre regni , ed esercitare la po- 
derosa sua influenza non solo nella variatissima scena 
dei fenomeni, che si alternano nell'atmosfera; ma ezian- 
dio sulle azioni molecolari , e sulle chimiche affini- 
tà , da cui tutte dipendono le decomposizioni e ri- 
composizioni dei corpi. Quantunque cognito alla più 
remota antichità, ed in tutti i tempi sia stato l'og- 
getto delle ricerche e delle meditazioni del fisico , pur- 
nondimeno ci è tuttora incognita la sua natura , ne po- 
tremmo decidere con certezza d'onde esso abbia ori- 
gine, e quale sia la sua vera sorgente. 

Avendo da qualche tempo prescelto questo impor- 
tante argomento per oggetto delle mie osservazioni 
e delle mie ricerche , mi azzardo qucst' oggi a pre- 
sentare a questo illustre consesso accademico i ri- 
sultamenti di alcune mie sperienze, tendenti a far co- 
G.A.T.XLVl. n 



254 S e I B N Z K 

Doscere qual sia la vera origine della cleltricita almo- 
sferica. Ne sarà qui fuor di proposito il dare da piiu- 
cipio un breve cenno delle varie idee e pensamenti 
dei fisici di diverse epoche su quest' oggetto, e di pas- 
sare brevemente in rivista le loro teorie; tanto per co- 
noscere da quai fonti essi dedussero l'origine della elet- 
tricità delle nubi , quanto anche per rilevare il modo , 
con cui cercarono di render ragione della ripartizione 
e diffusione di questo fluido per le regioni aeree , della 
sua accumulazione e rarefazione negli strati delle nu- 
vole , e delle differenti forme ed apparenze che as- 
sume per concorrere alla produzione di tutte quelle me- 
teore , che di frequente in questo vastissimo elabora- 
torio ai nostri occhi si rappresentano. 

Si riguardò un tempo la elettricità delle nubi tem- 
poralesche come generata dall' attrito reciproco dei va- 
pori e dell' aria , perchè questo fìi il mezzo più comune 
di svolgerla coi mezzi artificiali delle nostre macchi- 
ne; quindi dal riscaldamento delle nubi, secondo i di- 
visamenti di Canton , dopo essersi conosciuto che la 
tormalina ed altre pietre acquistano la proprietà di 
divenire elettriche per calore , e di mostrare elettri- 
cità diverse alle estremità opposte. De Lue non con- 
venendo in queste idee , ne potendo persuadersi che 
l'elettricità potesse rimanere isolata nelle nubi , giac- 
che sono sempre queste al contatto di un' aria UDiida 
e vaporosa , immaginò e stabilì in una memoria in- 
serita nel giornale della biblioteca britannica di ot- 
tobre 1811, che ha per titolo,, Considerazioni sopra 
alcuni fenomeni meteorologici ^^ che la elettricità delle 
nuvole burrascose dovesse essere prodotta da qualche 
chimica operazione della natura , la quale o sviluppa 
l'elettrico da qualche combinazione, o lo crea all' istan- 
te che si vede apparire al balenare del lampo , ed 
al rimbombo del luono. Suppose perciò gli elementi 



Elettricità' atmosferica 255 

del fluido elettrico disseminati per l'atmosfera ; ma, quel 
eh' h più importante a rilevarsi , attibui all' influenza 
dei raggi solari il potere di riunire e raccogliere que- 
sti elementi divisi e disseminati per l'aria nella com- 
posizione del fluido elettrico , avvalorando con molte 
ingegnose osservazioni questa sua congettura , e con- 
cludendo che : ,, Questo fluido, cioè l'elettrico, h cora- 
,, posto in qualche operazione della natura sul globo. 
,, E dunque probabile , egli prosiegue , che i raggi 
,, solari incontrino nell' atmosfera delle sostanze, colle 
,, quali esse compongano la nuova quantità di fluido 
,, elettrico, che allora si manifesta. ,, 

Ma poco furono coltivate queste idee , anzi ri- 
masero piuttosto trascurate e neglette , come lo sono 
tuttora. Senza curare qual fosse l'origine della elet- 
tricità , comunemente si ammise come gik esistente nel 
nostro globo , che n' è l'immenso serbato] o e ricet- 
tacolo, d'onde vien poi dispensata alle regioni dell' aria. 
Il p. Beccaria, predecessore del Volta, aveva gik ar- 
ricchito di nuove osservazioni la meteorologia elettrica, 
considerando le nubi atte soltanto ad accogliere la elet- 
tricità , ma non mai a generarla. Furon queste idee 
illustrate ed ampliate dall' insigne professore di Pavia 
cavaliere Alessandro Volta , che pose fuor di dubbio 
coi famosi ed ornai troppo noti suoi esperimenti, che 
il cambiamento di stato dei corpi , ed in specie l'eva- 
porazione dell' acqua, è il gran veicolo, che trasfonde 
l'elettricità terrestre nell' atmosfera , il gran canale di 
cumunicazione per la perenne ed incessante circola- 
zione di questo fluida fra l'atmosfera e la terra. Né 
qui saria opportuno , che io mi fermassi a sviluppare 
a chi già conosce le fisiche dottrine questa notissima 
teoria, liisulta da irrefraga])ili esperimenti, che nega- 
tiva sempre si mostra la elettricità in quei corpi, da 
cui i vapori si distaccano ; e ciò perchè viene essa lol- 

1T* 



256 S e I E N Z K 

ta loro dal vapor sottile e nascente in cui retcUiicita 
si nasconde , come il calorico latente , per ricompa- 
rire nuovamente e rendersi sensibile nelle varie vi- 
cende e cambiamenti , cui vanno detti vapori soggetti. 
Quindi è che nel loro passaggio allo stato di vapor 
vescicolare , nella formazione delle nebbie e delle 
nuvole , nella condensazione del vapor vescicolare in 
gocciole al generarsi delle pioggie , come anche nella 
formazione delle nevi e delle grandini, dovremmo aver 
sempre indizio di elettricità , che si sviluppa , e si se- 
para dal vapore acquoso , che si ricondensa , diminuendo 
in esso la capacita di contenere il fluido elettrico , 
come infatti col soccorso degli elettrometri accade co- 
stantemente di sperimentare, 

E per verità questa ingegnosa teoria molto accon- 
cia si mostra , qualunque sia la causa e la oi'iginc 
della elettricità , a render plausibile ragione di quei 
cambiamenti diurni e di quelle vicende , a cui va sog- 
getta , tanto nei dì sereni quanto nei burrascosi , la elet- 
tricità atmosferica. E qui non debbo omettere di fare 
onorata menzione di vma interessante memoria su que- 
5t' oggetto pubblicata fin dal 1818, ed inserita ne- 
gli Opuscoli scientifici di Bologna dal sig professor 
Venturoli , membro di questa nostra accademia , che 
all' ingegno di profondo geometra riunisce anche il 
merito di esperto fisico. Fondato egli appunto sui 
principi ^^^ nostro Volta , si propose di render ra- 
gione di quella variabilità nello stato elettrico dell' 
aria , quando essa è coperta da nubi. La elettricità 
atmosferica infatti, per mezzo degli elettrometri, sem-< 
pre positiva apparisce a ciel sereno , e quasi sempre 
negativa si mostra quando il cielo è coperto da nu- 
vole oscure e burrascose, E un quadro elettrico frankli- 
piano quello , che secondo i divisamenti del detto auto-» 
fé, da origino all' alternativa di queste vicende; l'alto 



Elettricità' atjvio.<«fetiicà 257 

strato di nuvole ne costituisce la supevlore armalu- 
la , il suolo la inferiore , e l'aria secca interposta lo 
strato coibente. E facile comprendere , che se nega- 
tiva sark la elettricità del superiore strato , come accader 
deve quando i vapori sono attenuati e disciolti pel 
cielo sereno, dovrà contraria, cioè positiva, mostrarsi 
la elettricità del basso strato atmosferico al suolo adia- 
cente. Che se i vapori verranno ad addensarsi in nubi 
nella superiore regione , diverrà manifesta e sensibile 
la elettricità loro latente , e questa positiva elettricità 
produrra per le leggi stabilite l'elettricismo negativo nel- 
la più bassa regione. Agi' indizj pertanto che i nostri 
elettrometri comunicanti col basso suolo ci sommini- 
strano , noi dovrem sempre riferire degli stati elettri- 
ci contrari nella regione delle alte nuvole sovrastanti. 
Così se l'elettricità positiva di ciel sereno aumenta 
nella sua forza verso il meriggio , ciò accade perchè 
nella regione superiore i vapori attenuati e disciolti sono 
elettrici negativamente: e questa negativa elettricità dev* 
essere tanto più forte nelle ore più calde, in cui sono 
essi tanto più attenuati e disciolti ; come deve al con- 
trario divenire più debole verso il tramontare del so- 
le, e corrispondentemente decrescere la positiva elet- 
tricità del basso strato. E similmente facile da que- 
sti principi discende la ragione , per cui cosi irrequie- 
ta e variabile ci si mostri la elettricità, delle nubi 
temporalesche, die ordinariamente qui al basso nega- 
tiva apparisce. Cresce gradatamente nell' addensamento 
del vapor sovrastante , massima diviene al cader della 
pioggia, e al diradarsi della nube scema, si fa nulla, 
e quindi ricomparisce positiva. Questo ingegnoso con- 
cetto non è dissimile da quello , benché diretto ad 
altro scopo , con cui il prelodato professor Volta volle 
rendere ragione della formazione della grandine e del 
suo ingrossamento, supponendo appunto fra due strati 



258 Scienze 

di nuvole vivcstili di contrarie elettricila i primi em- 
trioni di neve saltellanti e respinti a vicenda da uno 
strato all' altro , imitanti la danza elettrica, che si scor- 
ge nei corpicciuoli interposti fra due lamine metalli- 
che diversamente elettrizzate. Pur nondimeno questa ipo- 
tesi del Volta, che sotto tutt' i rapporti sembra in- 
gegnosissima , fu contraddetta da varj fisici anche ita- 
liani, ed in ispecie dal sig. canonico Angelo Bellani 
di Monza ( Meni, sulla formazione della grandine : Mi- 
lano dalla tipografìa Manini \ 824 ) , benché le loro 
teorie non si mostrino poi sufficienti, come quella del 
Volta, a render ragione di tutte le circostanze , che 
accompagnano la produzione di questa meteora. Il sig. 
professore Orioli di Bologna dedusse da altri fonti la 
spiegazione del fenomeno : ed è certamente fra le re- 
centi più plausibile la sua idea di attribuire la for- 
mazione dei primi embrioni della grandine all' agita- 
zione ed al movimento che concepiscono le molecole 
acquose della nube elettrica già costituita ad una bas- 
sa temperatura , come veggiamo qualche volta acca- 
dere neir acqua liquida, che può mantenersi alla tem- 
peratura di varj gradi sotto quello della congelazione 
senza solidificarsi , e come si verifica nel Crioforo di 
Wollaston , ove basta un piccolo scuotimento per de- 
terminare le molecole liquide più raffreddate sotto il o°, 
a rappigliarsi in ghiaccio. ( Mem. sopra la formazione 
della gragnuola : Bologna dai tipi del Nohdi 1 826. ) 
Ma un nuovo e più forte oppositore insorse nel 1818 
contro le dottrine del Volta sulla elettricità atmosfe- 
rica , un distinto fisico francese per tanti altri titoli 
benemerito della scienza , il celebre Gay-Lussac , che 
in una memoria inserita in giugno di detto anno ne- 
gli annali di chimica di Parigi, manifestò i suoi pen- 
samenti sulla origine della elettricila atmosferica. Cre- 
dette esso contro il sentimento del Volta non solo, ma 



Elettricità' atmosferica 250 

anche dei suoi antecessori Lavoisier e Ijapìace , che il 
cangiamento di stato dei corpi niente intkiisca allo svi- 
luppo della elettricità. ; e propende piuttosto a credere 
che la elettricità abituale dell' aria abbia origine da 
un processo galvanico , o di contatto : l'elettricismo 
inoltre , secondo i suoi divisamenti , e semplicemente 
disseminato per l'atmosfera e non aderente alle mole- 
cole acquose dell' aria ; ond' è che in una nuvola 
burrascosa esiste la quantità istessa di fluido elet- 
trico che poteva esistere nello stesso spazio di aria 
serena : ma al momento che il vapore acquoso si tra- 
sforma in vapore vescicolare, l'elettricità va a distri- 
buirsi tutta all' intorno di queste sferette vuote , che 
costituiscono detti vapori vescicolari , e si sperimenta 
in questo caso una tensione elettrica. Se questi però 
si ravvicinano di più , e si aumenta considerevolmen- 
te la densità della nuvola , la elettricità allora di que- 
ste sferette o vapori vescicolari corre a distribuirsi 
alla superficie della nuvola addensata , e la pressio- 
ne dell' aria esterna ne impedisce il dissipamento. 
Ora io non saprei figurarmi come nelle molecole 
slegate e sconnesse dell' aria , che non sono mai in 
un riposo assoluto , ma in uno stato permanente or 
pii'i or meno grande di mobilita , possa ammettersi 
questo apparato galvanico , o sia voltiano , come fonte 
ed origine dell' elettricismo. Ed inoltre se l'elettrici- 
tà si supponesse dillusa e libera negli spazj aerei , 
non aderente alle molecole acquose, e non mai ritenu- 
ta da alcun vincolo, che la nasconda ; di più, se in 
conformità delle idee del nostro autore , l'atmosfe- 
ra fosse in uno stato permanente di elettricità vitrea 
mentre la terra è in uno stato abituale di elettrici- 
tà resinosa ; sempre della stessa indole ci si mostre- 
rebbe l'elettricità atmosferica , ne si saprebbe a qual 
causa attribuire il variar frequente nella specie di elet- 



260 S e 1 n N z K 

tricita , la cessazione dei segui elettrici e la lofo riap- 
parizione , che sembra intimamente connessa coi di- 
versi stati e colle diverse forme , che l'acqua pren- 
de neir atmosfera. 

Ne qui si arrestarono le obiezioni alla teoria 
del professor di Pavia ; che anzi nuove e più for- 
ti ne insorsero nell' agosto del 182T per parte del 
signor Pouillet distinto fisico francese , che inserì 
due memorie negli Annali di fisica e chimica di 
quel tempo dirette a rovesciare le dottrine stabilite 
dall' insigne fisico italiano. Pone egli per principio , 
che non dal cambiamento di stato dei corpi e dalla 
semplice evaporazione debbe ripetersi l'origine e im- 
mediata sorgente della elettricità atmosferica , ma sol- 
tanto dall' azione chimica. Dopo avere esplorata nel- 
la prima memoria con ingegnose esperienze l'elettrici- 
tà , che mostrano i gas nelle combustioni , ne infe- 
risce poi che dall' azione chimica dei gas , ed in ispe- 
cie dall' ossigeno e dal gas acido carbonico , che si 
sviluppano e separano nella vegetazione delle pian- 
te , possa avere origine quella copia inesausta di elet- 
tricismo , che si versa nell' atmosfera. Passa quindi a 
combattere nella seconda memoria il principio del 
Volta , che il cambiamento di stato dei corpi , e la 
evaporazione dell' acqua sia il veicolo della elettri- 
cità, terrestre nell' atmosfera , asserendo , che se in 
questi casi v' è svolgimento di elettricità , ciò sempre 
accade in virtù di un' azione chimica. Quindi è che 
le acque , di cui sono imbevute le piante e quelle 
che umettano la superficie del suolo, portando sempre 
in dissoluzione delle sostanze estranee , che abbando- 
nano per la evaporazione , ne siegue che alla supefi- 
cie della terra non v'è giammai evaporazione senza 
che vi sia nello stesso tempo separazione chimica, e per 
conseguenza produzione di elettricità. Egli fonda que- 



Elettricità' atmosferici 261 

sta sua tesi sul seguente esperimento. Se una piccola 
capsula di platino si colloca sopra uno scudetto me- 
tallico, comunicante per mezzo di una verga pure me- 
tallica della lunghezza di circa JO pollici col piat- 
to collettore di un elettrometro condensatore , e quin- 
di dopo avere arroventata la capsula di platino , si 
versa in questa una goccia di acqua stillata, confor- 
mandosi questa in globetto, e non toccando il fondo del 
recipiente che per un solo punto, l'acqua lentamente 
si evapora ; prendendo molte volte un moto rotatorio 
sul fondo del recipiente , ed il condensatore non da 
alcun segno di elettricità. Non è però cosi , se nel- 
l'acqua stUlata si mescola ^/loo circa di acido solfo- 
rico , di acido acetico , dell' ammoniaca , del solfato 
di stronziana , ed altri sali : giacche si hanno in que- 
sti casi segni sensibilissimi di elettricità. Da questo 
fatto deduce il lodato autore , che non dalla evapo- 
razione in se stessa , ma dalla chimica azione deri- 
va l'elettricismo , giacche questa cessando cessano an- 
cora i segni elettrici, avendo non ostante luogo la eva- 
porazione. 

Or io non istarò qui a discutere in dettaglio i 
principi di questa nuova teoria, perchè troppo mi al- 
lontanerei dal mio assunto ; e tanto più che il R. P. 
Pianciani della compagnia di Gesù , professore di fi- 
sico-chimica nel Collegio Romano, supplì già lodevol- 
mente a questa parte, come apparisce dalla memoria 
inserita nel Giornale Arcadico del mese di decem- 
bre 1 827 , ove seppe ingegnosamente rispondere alle 
obiezioni del fisico francese , e rivendicare la gloria 
e l'onore del nostro Volta. Ed in ciò fu anche imi- 
tato dal professor PfafF di Kiel , che pur difese le 
•dottrine del nostro fisico italiano contro le ecce- 
zioni del professor della Rive di Ginevra , come si 
legge nella memoria dal citato autore inserita negli 



262 Scienze 

Annali di fisica e chimica di Parigi nel luslio dell'an- 
no scorso. Mi limiterò pertanto a riferire un solo fatto, 
ed un esperimento eh' è in appoggio della teoria del 
nostro Volta , ed in opposizione con quanto pronun- 
zia il sig. Pouillet. Ripetendosi diligentemente l'espe- 
rienza di sopra descritta, si osserva che quando si versa 
nella capsula di platino arroventata la goccia di acqua 
stillata , non si ottengono indizj di elettricità che nel 
solo caso , in cui levigata e ben pulimentata sia la 
superficie interna della medesima ; ma se venga que- 
sta solcata e striata con punta di acciaio per faci- 
litare cosi i punti di contatto fra la goccia di acqua 
e l'interna parete , si hanno allora dopo l'arrovcn- 
tamento Leu marcati segni di elettricità negativa nel 
condensatore elettrometro comunicante colla capsula. 
Ecco dunque escluso in questo caso l'intervento di 
ogni chimica azione , e dimoslrato Col fatto , che il 
semplice cambiamento di stato e la semplice evapo- 
razione produce la separazione della elettricità nei 
corpi, e che questa è il veicolo della elettricità nel 
l'aria. Nulladimeuo non ardirci negare affatto , che 
possano anche le azioni chimiche e la vegetazione es- 
sere sorgenti di elettricismo ; servirebbe anzi ciò a con- 
validare l'assunto , che io mi sono in questa memo- 
ria proposto , giacche mi confermerebbe nell' idea , 
avere la luce tutta la influenza nello sviluppo dell' elet- 
tricismo, essendo la luce il principale agente della ve- 
getazione. Ma d'altronde mi sembi'a non potersi esclu- 
dere il principio del Volta sulla semplice esperienza 
ed assertiva del signor Pouillet , di cui facemmo men- 
zione, come mezzo principale ed efiicacissimo a sta- 
bilire il gran canale di comunicazione fra l'elettricità 
terrestre ed atmosferica. E di ciò ne resteremo mag- 
giormente convinti considerando , che l'evaporazione 
ha sempre luogo, ed è sempre in vigore più o me- 



Elettricità' atmosferica 263 

no in tutti i tempi ed in tutte le stagioni dell* an- 
no : la vegetazione poi delle piante non si comporta 
così , ma illanguidisce , e diviene torpida nel verno 
in ciascuno dei due emisferi. Che anzi l'elettricità di 
ciel sereno , secondo le osservazioni di Saussure , Vol- 
ta , Schubler , si mostra più forte ed orgogliosa nell' in- 
verno, che nell'estate. Inoltre tutti i gran fenomeni na- 
turali ce la mostrano sempre congiunta colla evapo- 
razione. La colonna di densi vapori , che si solleva 
con impeto dalle viscere di un vulcano ardente, h 
sempre accompagnata da lampi , e traversata da ful- 
mini , che or sembran derivare dalle alte regioni dell* 
aria , or sorgere dal focolare stosso del vulcano in azione. 
La grandine, dovuta alla congelazione dei vapori ascen- 
denti , è sempre accompagnata da fenomeni elettrici r 
il lampo ed il tuono precedono ordinariamente la sua 
caduta , e nel momento della sua formazione sensi- 
bilissimi sono agli elettrometri gì' indiz] di elettrici- 
tà. Cosi nella formazione delle bolidi , nella produ- 
zione delle trombe, ed in tutta la bella serie dei fatti, 
che la meteorologia elettrica ci presenta , noi trove- 
remo argomenti onde convincerci sempre più della ve- 
rità dei principj dal nostro Volta adottati nella sua 
teoria. 

Infine , per nulla omettere di quanto e stato scritto 
ed immaginato su questo argomento in questi ultimi 
tempi , mi resta a far menzione della ipotesi pubbli- 
cata dal sig. Carlo Matteucci di Bologna , e riportata 
con lode nel toni. IV della Biblioteca universale nel 
mese di settembre 1829 , per rendere ragione dei fe- 
nomeni meteorologici. Suppone egli la elettricità svol- 
ta e separata nei due suoi principj , o dalla evapo- 
razione , o dalia vegetazione , secondo l'ipotesi del sig. 
Pouillet , o da chimiche operazioni che abbian luo- 
go nel nostro globo. Separati i due principj elettrici, 



264 Scienze 

uno se ne distribuisce sulla superficie del globo , d 
l'altro si trasfonde nell' atmosfera : fav^oriscono l'ac- 
cumulazione della elettricità terrestre quei terreni, che 
«ono di lor natura poco atti a condurre e trasmettere 
l'elettricismo , oppure il disseccamento cagionato dall' 
evaporazione , che li rende isolati. Ed è per questa 
ragione , che nei luoghi isolati ed elevati piuttosto che 
nelle pianure ; al di sopra delle roccie, piuttosto che 
al di sopra delle foreste ; in estate, più che in in- 
verno; nel mezzo del giorno, più che nella notte, si 
generano le nubi temporalesche. Or queste due elet- 
tricità opposte, la terrestre cioè e l'atmosferica, restano 
separate e divise finche si mantiene secco e sgom- 
bro di vapori lo strato di aria , che le separa , ed 
è al contatto del suolo. Ma dopo il tramontare del 
sole, condensandosi il vapor sottile pel suo raffred- 
damento , e divenendo questo strato di aria conduttore 
della elettricità, serve ciò a ristabilire a poco a poco 
l'equilibrio elettrico fra le due opposte elettricità. A 
ciò attribuisce l'autore l'apparizione di quei solchi di 
luce, denominati lampi di calore, che hanno luogo 
principalmente nelle notti di eslate nella nostra at- 
mosfera. Quindi egli e di avviso che queste scariche 
elettriche fra l'atmosfera ed il suolo possano talmente 
crescere in intensità ed in forza, sino al punto di 
produrre degli effetti violenti , qualora l'atmosfera ed 
il suolo trovinsi in istato di straordinaria siccità. jEd 
a cause consimili potrebbero in alcune circostanze es- 
sere attribuiti i tremuoti , e quelli in particolare , che 
sogliono accadere in seguito delle lunghe ed osti- 
nate siccità. Questa supposizione tenderebbe a giusti- 
ficare il metodo un tem| o usato , e forse qualche vol- 
ta con utilità commendato già nel 1779, dal fisico di 
Montpellier per preservare dai terremoti quei luoghi 
in specie che vi sono di frequente soggetti , e nei 



Elettricità' atmo^ìferica 265 

quali la natura del suolo rende facile l'accumulazio- 
ne dell' elettricismo , e difficile la sua dispersione: 
metodo riproposto ora da Lambert nella sua memo- 
ria inserita negli Annali di fìsica e chimica di Pa- 
rigi in dicembre dell' anno scorso sui terremoti del 
Chili e del Perù. Questo consisteva nel conficcare 
nel terreno , ed a grandi profondita, delle spranghe 
elettriche formate da lunghe sbarre di ferro, che secon- 
do i principi ammessi dal nostro autore servireb- 
bero a facilitare il ristabilimento dell' equilibrio elet- 
trico, aprendo una comunicazione metallica fra l'in- 
terno del suolo e la sua superficie, che per la sua 
natura e facoltà isolante riteneva vincolata e rista- 
gnante la elettricità. 

Ora nel dubbio e nella incertezza , in cui ci 
pongono le teorie finora esposte , circa l'origine e 
provenienza della elettricità , io area divisato che po- 
tesse essere il sole la fonte immediata della elettri- 
cità terrestre ed atmosferica. E mi confermava tanto 
più in questa idea la scoperta fatta dal mio collega 
sig. professor Morichitii sul magnetismo dalla luce , 
come anche la grande analogia , che a forma delle più 
recenti dottrine fisico-chimiche si scorge fra la luce , 
il calore , il magnetismo proveniente dal sole , e l'e- 
lettricità. Gli esperimenti di Watt , di cui resi conto 
nell'anno scorso in una memoria inserita nel Giorna- 
le Arcadico^ sui moti oscillatori della bussola solare 
ideata dal detto fisico, che siegue il corso apparente 
del sole dal suo nascere fino al suo tramonto, come 
Yhelianthus volgarmente detto girasole , ed altri fiori, 
mi avean fatto travedere nei raggi del sole anche 
un potere elettrico. Avea perciò fin dagli anni scorsi 
istituite delle ricerche per accertarmi con prove di-, 
rette del potere elettrico dei raggi del sole. Mi di- 
spenserò per altro per brevità , e per non tediar chi 



266 Scienze 

m'ascolta, dal minuto dettaglio di tutti i tentativi da me 
fatti in proposito , ricevendo o la luce decomposta dal 
prisma sopra elettroscopj i più sensibili , o la luce ri- 
flessa nei respettivi fochi degli specchj concavi di ve- 
tri diversamente colorati. Ma non poteva esser sicuro 
della verità, e realta degl' indizj elettrici che io ne 
otteneva , sul dubbio che cpicsti potessero piuttosto 
provenire da elettricità svolta per il calore dagl' into- 
nachi resinosi degli elettrometri condensatori , e che 
spezialmente in queste delicate ricerche sono sempre 
incerti e fallaci anche sotto la mano dei più cauti 
ed esperti sperimentatori. Posi in azione i duplicatori 
di Schweigger : e benché non possa negare di avere 
in essi osservato dei deboli indizj di elettricità colla 
divergenza di qualche grado segnato dall' ago mobile, 
collocando le due estremità dei fili di detto apparato 
una nel raggio rosso , e l'altra nel violaceo dello spet- 
tro, e adoperando tanto il duplicatore a filo di argento 
con ago astatico , secondo le correzioni del cavalier 
Leopoldo Nobili di Reggio (a), quanto quello ideato 
dal professor Mariannini (b) ; pur nondimeno non po- 
tei assicurarmi del buon successo dei miei tentativi , 
attesa la difficolta di operare, obbligato a seguir sem- 
pre coir istromento il corso apparente del sole , per- 
chè privo del soccorso di un eliostata , che ne ren- 
desse immobile lo spettro. In questa incertezza io pen- 
sai di ricorrere nell' anno scorso all' elettroscopio più 
delicato e più sensibile che possa offrirci la natu- 
ra , vale a dire agli organi delle rane irritabili an- 
che allo stimolo della più debole elettricità. L'ap- 
parato, di cui mi servii nello sperimentare, consiste in 



(a) Blbl. Univ. Tom. 38, pag. ^g, an. 1808. 
(bj Bibl. Univ. Tom. 38, pag. lay, an. 1828. 



Elettricità' atmosfeivica 2G7 

una colonnetta di cristallo , fissata verticalmente sul 
suo piede , a cui sono infilate due cerniere di lamina 
di rame , che possono accostarsi e discostarsi ad ar- 
bitrio. A queste cerniere sono annessi orizzontalmen- 
te due fili di rame , e ciascuno di essi termina pel 
capo più corto in un piccolo disco di rame tinto in 
nero , mentre i capi più lunghi di detti fili si prolun- 
gano dal lato opposto della colonna. Preparata al so- 
lito una rana , cioè tolta la pelle , e lasciati a nudo 
i nervi crurali attaccati al tronco della spinale midol- 
la , io sospendeva la rana pel tronco al filo della cer- 
niera superiore della colonna di cristallo , facendo po- 
sare le gambe sul filo della inferiore, facendola scor- 
rere alla opportuna distanza. Esponeva quindi l'appa- 
rato alla luce colorata dello spettro, fissandolo a con- 
veniente distanza dal prisma , perchè uno dei due 
piani circolari tinto in nero fosse irradiato dalla luce 
violetta , e l'altro dalla luce rossa : e quindi tutte le 
volte che formava contatto fra i due fili di rame più 
lunghi , sporgenti all' infuori dall' altro lato della co- 
lonna, otteneva nella rana segni evidenti di contrazione. 
Sono più o meno forti dette contrazioni , secondo lo 
stato più o meno vigoroso e robusto dell' individuo 
che si sottopone al cimento , secondo la maggiore o 
minore rifulgenza della luce , e secondo la minore 
o maggiore umidita dell'aria atmosferica, che molto 
influisce sull' esito di queste esperienze. Ora non osser- 
vandosi queste contrazioni quando l'apparato si traspor- 
ta fuori dello spettro , ed in luogo ombroso , non es- 
posto alla viva influenza della luce ; e neppur seguen- 
do , quando si riscalda per mezzo della fiamma uno 
dei due dischi , o qualche porzione dei due fili di ra 
me che forman l'arco di comunicazione fra i nervi ed i 
muscoli della rana ( il che potrebbe far sospettare di 
elettricità svolta per un' azione termo-elettrica ) , v'è 



268 S e I s ff z K 

tutto il fondamento a creJcic , che il potere elettrica, 
che in questi casi convelle ed agita gli organi di 
questi animali , risieda nella luce del sole. 

Ora in appoggio di questo esperimento potrò ag- 
giungerne anche qualche altro , che mi fu dato osser- 
vare in quest' anno , comprovante sempre più Telettrici- 
la della luce. Ho io avuto occasione di verificare in 
varie circostanze , che le macchine e gli apparati 
elettrici , che si mostrano alle volte poco vigorosi ed 
attivi, riacquistano tosto la loro energia esposti che 
.siano all'influenza diretta della luce del sole. Avendo 
scelto due macchine elettriche formate con dischi trat- 
ti da un medesimo cristallo , e costruite precisamen- 
te sotto la stessa forma e dimensioni , io ebbi campo 
di osservare che si duplicavano gli effetti di elettrica 
tensione in una di queste macchine, quando si face- 
va agire tenendola esposta all' azion della luce , men- 
tre languidi e deboli erano gli effetti nell'altra , non 
collocata nelle medesime circostanze. Vero è , che que- 
sto aumento nei segni elettrici potrebbe essere attri- 
buito all'azione del calore solare , che dissipa quella 
umidita che può essere aderente alla macchina , ed 
esistente nell' aria che la circonda e che tende sem- 
pre a disperdere quella elettricità , che si trasfonde 
dal disco nel conduttore. Ma vero è d'altronde , che 
avendo io posto queste due macchine identiche in 
parità di circostanze di temperatura : cioè esposta una 
all' influenza dei raggi solari , l'altra situata in ambien- 
te mantenuto alla stessa temperatura dei raggi del so- 
le , ma non irradiato dalla luce ; verificai che in que- 
sto caso la tensione elettrica della macchina esposta 
al sole superava del doppio circa la tensione dell'al- 
tra situata in un ambiente non illuminato , ma por- 
tato alla medesima temperatura. Or chi non trarreb- 
be da questo esperimento nuovo argomento di crede- 



Elettricità' atmosferica 269 

re t che il potere elettrico risiede nella luce , e che 
l'elettrico ci viene perennemente somministrato dalle 
benefiche irradiazioni di questo astro ? 

Nel proposito di convalidar sempre più con nuo- 
vi fatti la mia congettura , io mi proposi di esplo- 
rare e conoscere ì progressi diurni nella intensità 
della elettricità atmosferica. Non potendo a questo og- 
getto prevalermi del comodo di una spranga elettrica 
isolata , io avea stabililito nel luogo più eminente ed 
isolato della mia abitazione diversi elettrometri atmo- 
sferici ; ed in specie quello del Volta consistente in 
una lunga pertica fornita alla sommila di una lan- 
terna , ove si mantiene acceso il lume , che per mez- 
zo di un filo metallico si fa comunicare nel Lasso 
con un elettrometro. Or dalla serie delle osservazioni 
da me fatte si raccoglie, che l'elettricità va crescendo 
in intensità dal nascere del sole fin circa il meriggio, 
aumentandosi progressivamente la divergenza nelle pa- 
gliette dell' elettrometro , e quindi va successivamente 
diminuendo col declinare di quest' astro fino al suo 
tramontare . Queste osservazioni debbono esser fatte 
in giorni chiari e sereni , ed in cui l'atmosfera non 
sia turbata dai venti , e debbono sospendersi nei giorni, 
in cui l'alia è sparsa di nubi , giacche in questi tem- 
pi molto irrequieta e variabile si mostra la elettricità 
dell' aria. Or queste osservazioni e questi fatti sono 
del tutto conformi a quelli già un tempo osservati dal 
chiarissimo Saussure presso Ginevra , e riportati da 
De Lue nel Giornale di Nicholson di dicembre 1840: 
il che mi rassicura di non aver io preso abbaglio 
nelle mie osservazioni. 

Ma v'è anche un altro metodo, onde conoscere 
più agiatamente i progressi diurni dell' elettricità , me- 
todo immaginato già da De Lue autore in origine di 
queir apparato , eh' essendo stato a' giorni nostri mo- 
G.A.T.XLVL 18 



^TO Scienze 

dificato e migliorato dal professor Zamboni di Ve - 
rona , ha preso la denominazione di elettromotore zam- 
Loniano. Il pendolo che oscilla fra le due colonne 
voltiane , attratto e respinto dalle elettricità contra- 
rie dei due diversi poli in cui terminano le estremi- 
tà delle medesime, può ben farci scorgere dalla maggio- 
re o minor frequenza delle vibrazioni la maggiore o 
minor tensione elettrica. E appunto a questo appara- 
to , che il celebre De Lue die il nome di elettrosco- 
pio aereo , avendo riconosciuto che l'elettricità di 
questo istromento è sempre in rapporto coli' elettri- 
cità dell* aria , e perciò si rende molto opportuno a 
farci conoscere le variazioni della elettricità atmosfe- 
rica. Ed infatti collocato stabilmente questo apparato 
in una camera illuminata dal sole , e ricoperto da 
custodia di cristallo per difenderlo dalle agitazioni dell* 
aria, ci fa coaoscere che le sue oscillazioni si acce- 
lerano progressivamente dal momento che il sole ap- 
parisce suU' orizzonte fino alla sua culminazioue , e 
si van poi affievolendo e rallentando a misura che 
si avanza verso l'occaso. Si verifica parimente collo 
stesso mezzo , che questa elettrica irradiazione varia 
nella sua quantità e nella sua copia nelle varie sta- 
gioni dell' anno , ed anche nei diversi giorni dei mesi 
in proporzione della maggiore o minore influenza della 
luce solare. Questi fatti ci addimostrano essere l'aumento 
nella intensità della elettricità atmosferica in rapporto 
diretto coli' aumento in ii^tensita della luce diurna. Ed 
a ciò deve aggiungersi che la elettricità di ciel se- 
reno si sperimenta maggiore nell' inverno , che nella 
estate; come risulta dalle osservazioni di Schublcr e 
Volta teste riportate ; ma quel eh' è più degno di ri- 
marco si e, che il massimo aumento si osserva vicino 
al solstizio d'inverno , appressandosi la terra al pe-^ 
ribello ; ed il miainiu circ^ il solstizio di estate, cìoq 



Elettricità' atmosferica J27i 

nel suo afelio ; come il professore Hansteen di Cri- 
stiania avea verificato seguire riguardo al magnetismo : 
il che ci somministra anche un' altra prova sulla iden- 
tità di questi due fluidi. - Pertanto dal contesto degli 
argomenti e delle osservazioni fin qui riportate re- 
sta sempre più avvalorata l'ipotesi , che il potere elet- 
trico risiede nella luce , e che sia il sole la sorgente 
inesausta di elettricismo , che per raggiamenti si dif- 
fonde e si dissemina sul nostro globo , come per tutto 
il planetario sistema , e che poi per mezzo della eva- 
porazione , secondo i principj del nostro Volta , non 
esclusa l'azione chimica per quel che gli spetta, vien 
ripartito e distribuito per l'atmosfera, per ivi concor- 
rere sotto diversi aspetti e sotto diverse forme alla pro- 
duzione dei fenomeni meteorologici , come si mostrò 
nella prima parte di questa memoria. 

Ecco i fatti e le osservazioni , che ho potuto fino- 
ra raccogliere in conferma della mia congettura , e che 
ho esposto a questo illustre consesso accademico nella 
lusinga di essere coadjuvato da' suoi lumi e dai suoi 
avvertimenti nella continuazione delle mie ricerche. 
So bene che nella indagine dei fenomeni naturali non 
così presto può giungersi allo scoprimento del vero. 
Ben lungi pertanto dal presumere che possano avere 
le mie osservazioni tolto ogni dubbio su questo deli- 
cato argomento ; mi gioverà solo sperare di aver ag- 
giunto , col corredo di nuovi fatti, qualche grado mag- 
giore di probabilità alla mia ipotesi , e che presce- 
gliendo i dotti fisici di Europa questo importante ar- 
gomento per oggetto delle loro speculazioni e delle 
loro ricerche , e confermando i fatti già osservati , po- 
trà al fin giungersi a stabilire con certezza essere il 
sole la fonte immediata della elettricità terrestre ed 
atmosferica. 

18* 



2T2 



Elementi di prospettiva lineare di Giuseppe Maria 
Mazzetti carmelitano. 

AFFISO AL LETTORE 

Dovendo la presente istituzione servire per uso 
di coloro f che conoscono soltanto gli elementi della 
geometria piana e solida , sonasi perciò da que^ 
sti soli fonti ricavati i principi della medesima , i 
quali conducessero per via di deduzione ( onde ren^ 
der tutto ragionato ) a fissar le regole , che deh^ 
hono aversi nella risoluzione de^ principali problemi 
della prospettiva. 

V operetta sarà divisa in tre Sezioni : nella prima 
si tratterà della prospettiva delle piante ; nella se^ 
conda della prospetti'va delle alzate ; nella terza del 
modo di fare alcune operazioni nel quadro senza 
la pianta , oppure quando gli oggetti originali sona 
collocati in piani inclinati al quadro lucida, 

SEZIONE I, 

PrOSPETTITA delle PL4.NTE. 

c 

4.^J/e guardasi un oggetto a traverso d'una super- 
ficie trasparente , i raggi lucidi , che partono dai punti 
visibili del medesimo oggetto , e pervengono all' oc- 
chio , segnano altrettanti corrispondenti punti in detta 
superficie , che nel loro insieme e posizione rappre-r 
sentano l'oggetto secondo la propria figura e forma, 
2. L'arte, che insegna il modo di travare m una 
superficie i punti , i quali nel caso che fosse traspa-^ 



I^IIOSPETTITA. LINtìAtli S"/.*/ 

ìnente detta superficie vi segnerebbero i raggi lucidi , 
ciré partono dall' oggetto , e vanno all' occhio , dicesi 
prospetti'Va lineare^ 

3. Per l'intelligenza de'jjrincipj di questa scienza 
òonvien supporre due piani paralleli orizzontali, ta- 
gliati da due altri piani verticali, che anche tra loro 
intersecansi ad angoli retti. De' due piani orizzontali 
l'inferiore dicesi piano geometrico , e vi si conside- 
rano collocati gli oggetti originali ; il superiore ri- 
tiene il nome di piano orizzontale, il quale debbe tro- 
varsi a livello dell" occhio. De' due piani verticali , 
quello che sta di fronte allo spettatore dicesi quadro 
lucido, superficie , o piano prospettico ; l'altro, che 
c'immaginiamo passar per l'occhio , conserva il nome 
di piano verticale^ 

4. La retta, in €uì si taglia il quadro lùcido Col 
piano geometrico, si appella linea di terra, ed è per- 
ciò la parte inferiore del quadro : la retta , in cui si 
taglia il quadro lucido col piano orizzontale, appel- 
lasi linea oi:izzontale : quella, in cui il quadro lucido 
si taglia col piano verticale , linea verticale : quella , 
in cui si taglia il piano verticale coli' orizzontale , li- 
nea di distanza , perchè esprime appunto la distanza 
dell'occhio dello spettatore dal quadro lucido. 

5. Il punto d'incontro della linea di distanza e 
dell' orizzontale chiamasi punto di vista , centro del 
quadro, o punto principali l'altra estremità della pri» 
ma, dove trovasi l'occhio, chiamasi punto di distanza» 

6. Cosi il piano MN ( fìg. 1 ) indica il piano 
geometrico, RY il piano orizzontale , FX il quadro 
lucido , AV il piano verlicnle. La retta FG esprime 
la linea di terra, la retta OR la linea orizzontale, la 

. retta VZ la linea di distanza , o sia raggio princi- 
pale, la retta SV la linea verticale. Finalmente il punto 
di vista trovasi nel punto V , ed in Z quello di di- 
stanza. 



374 Scienze 

7. Un punto prospettivo qualunque tanto più in. 
alto apparisce nel quadro, quanto e maggiore la di- 
stanza del punto originale dalla linea di terra. Quindi 
due punti prospettici debbono essere equidistanti dalla 
linea di terra , se ugualmente ne distano gli originali 
corrispondenti. 

Dichiarazione. Sia il punto Z ( fìg. 2 ) più vi- 
cino di N al quadro lucido BY , e si tirino dai detti 
punti NZ air occhio situato in O , i raggi visuali 
NO, ZO, i quali attraversando il quadro lucido BY 
vi segnano i punti prospettici CX. Ora ognun vede , 
che il punto C, prospettiva dell' originale N, resta più 
in alto del punto X , prospettiva dell' originale Z. 
Infatti per la simiglianza dei triangoli GON , BOC , 
e dei triangoli SOZ, BOX si ha GN: BC : : GO : BO, 
SZ ( = GN ) : BX : : SO: BO ; e perciò si ha ( GN: 
BG) : (GN: BX ) : : ( GO : BO ) : ( SO : BO ). Quindi 
BX : BG : : GO : SO. Ma è GO maggiore di SO ; 
dunque anche è BX maggiore di BC. 

8. Tanto maggiore è l'altezza di un punto pro- 
spettico , quanto l'è quella dell' occhio , e minore la 
di lui distanza dal quadro. 

Per la prima parte veggasi la figura 3 , in cui 
l'occhio si considera stare nei punti A e B, il punto 
originale in N, e DE essere il quadro lucido. L'oc- 
chio posto in A , che trovasi più in alto di B, vede 
il punto N mediante il raggio visuale AN , che segna 
in Z il punto prospettico. L'istesso punto N vien ve- 
duto dall'occhio posto in B per lo raggio visuale BN, 
che ne segna il prospettico in M. La costruzione adun- 
que di detta figura chiaramente ci dimostra , che il 
punto prospettico Z apparisce nel quadro lucido DE 
più in alto , che il punto M , essendo la retta BN 
tra le rette AN e GN. 

Per la seconda parte osservisi la figura 4, dove 



Prospettiva tiNEAnfi 275 

M è il punto originale, YZ il quadro lucido ^ ed AB 
CD rappresentano le altezze uguali j alle cui estremi- 
tà superiori A e D supponiamo trovarsi l'occhio. Ora , 
tirandosi il raggio visuale DM, avrassi il punto pro- 
spettico in E ; e facendosi altrettanto dal punto A 
al punto M, avrassene il prospettico in N più bas- 
so del primo , non ostante che l'occhio fosse ad al- 
tezze uguali. Poiché essendo nel triangolo ABM^ NZ 
parallela ad AB , stara 

AB : BM : : NZ : ZM ; parimenti nel triangolo CDM , 
essendo EZ parallela a DG, stara DC : CM : : EZ .- ZM. 
Ora siccome la ragione di (AB : BM) alla ragione di 
( DG : GM ) : : GM : BM , perciò sarà ben anche la 
ragione di ( NZ : ZM ) alla ragione di (EZ: ZM) : : 
CM : BM. Ma la ragione di NZ .- ZM sta alla ragio- 
ne di EZ : ZM : : NZ : EZ ; dunque la ragione di 
NZ : EZ : : GM : BM. Ma per ipotesi GM h minore 
di BM , sarà per conseguenza NZ minore di EZ. 

9. Qualunque punto originale collocato nel piano 
geometrico, ad una distanza infinita dalla linea di ter- 
ra , in prospettiva non potrà mai vedersi al disopra 
della linea orizzontale , per la ragione ^ che essendo pa- 
ralleli i piani geometrico ed orizzontale ( Num. 3. ) 
non possono incontrarsi giammai , ancorché distesi ali* 
infinito. 

1 0. Una retta , od una figura piana qualunque , 
situata nel piano geometrico , tanto più picciola ap- 
parirà nel quadro lucido , quanto più dista dalla linea 
di terra: giacche in ragione che si discosta dalla li- 
nea di terra , si discosta dall' occhio. Quindi e , che 
vedendosi secondo i principi ottici sotto un angolo mi- 
nore i raggi visuali , che ne formano i lati , sono me- 
no distratti , e perciò la retta prospettica intercetta 
tra essi è tanto minore. Da ciò benanche deducesi , 
che le rette parallele obbiettive , in prospettiva appa- 



2T6 Scienze 

jono convergenti. Per questo istessp prnlcipio viene à 
spiegarsi come una lunga via , ad onta che abbia ì 
iati paralleli , pure si vede restringere , a proporzio- 
ne che più s'allontana dall' occhio. Se poi tanto più 
si eleva, quanto maggiore si è la distanza dall' occhio, 
ne deriva dall' altro principio , che abbiamo di sopra 
fissato (N. 7). 

1 1 . Una qualsivoglia linea retta segnata nel pia- 
no geometrico , e i due raggi visuali , non che il pun- 
to di distanza, trovansi in un medesimo piano: giac- 
che formando un triangolo non possono stare in di- 
versi piani , come in geometria solida si dimostra ; e 
per poco che si rifletta , si comprenderà , che il det- 
to piano taglia gli altri tre piani , cioè il geometrico , 
l'orizzontale , ed il quadro lucido. 

i 2. Detto piano per maggior intelligenza in appres- 
so si denominerà piano segante. 

13. Da quanto si è detto si ricava, che la di- 
rezione prospettica di qualunque retta originale si de- 
termina dalla comune sezione del piano segante col qua- 
dro lucido ; che quella porzione di essa , la quale tro- 
vasi intercetta tra i raggi visuali, ne indica la prospet- 
tiva ; e finalmente che ogni raggio visuale , il quale 
parte da un qualche punto della retta obbiettiva, nel 
passaggio che fa pel quadro lucido ne segna nella li- 
nea di direzione un corrispondente prospettico. 

14. La retta, in cui il piano segante taglia il 
piano orizontale, è parallela alla retta obbiettiva; im- 
perciocché essendo i due piani geometrico ed orizon- 
tale paralleli ( n. 3 ) , tali risulteranno ancora le loro 
comuni sezioni col piano segante ( Geom. solid. ) . 

1 5. Se dunque si distende la retta obbiettiva fino 
alla linea di terra, e dal punto di distanza si con- 
duce fino alla linea orizontale una retta ad essa pa- 
rallela , quella retta , che unisce i due punti d'in- 



Prospettiva lineare 277 

contro, è appunto la direzione prospettica dell' origi- 
nale, la quale poi, come si h detto, viene determi- 
nata dal passaggio de' raggi visuali. 

16. Qualora la retta obbiettiva fosse perpendico- 
lare alla linea di terra otterrebbesene la direzione pro- 
spettica, se dal punto in cui s'incontra la perpendi- 
colare originale, distesa fino alla linea di terra, si tiras- 
se una retta nel punto di vista (num. 15), essendo 
in tal caso la linea di distanza la parallela di detta 
perpendicolare. 

17. Se una data retta nel piano geometrico fa 
un angolo semiretto, ossia di 45 gradi, colla linea di 
terra , la linea di direzione andrà ad un punto della 
linea orizzontale (il quale si chiamerà punto seconda- 
rio) lontano dal punto di vista per una lunghezza uguale 
alla linea di distanza ; perchè la retta da tirarsi dal 
punto di distanza parallela alla originale deve fare colla 
linea orizzontale un angolo uguale a quello, che ne fa 
la retta obbiettiva colla linea di terra ( Geora. pian. ). 

18. Se la retta obbiettiva è parallela alla linea 
di terra , tale risulterà benanche la linea prospetti- 
ca : essendosi di sopra detto, che quante volte i punti 
originali sono dalla linea di terra equidistanti , lo sono 
ancora i corrispondenti prospettici ( num. 7 ). 

1 9. Se più rette tirate nello stesso piano geometrico 
sono tra loro parallele, le linee prospettiche ad esse 
corrispondenti concorrono tutte ad un medesimo punto 
della linea orizzontale : imperciocché la retta , che ti- 
rasi dal punto di distanza alla linea orizzontale paral- 
lela ad una delle dette obbiettive, è ancora parallela 
alle altre ( Geora. solid. ) ; laonde ( n. 15) quel pun- 
to , in cui s'incontra la linea orizzontale e la paral- 
lela condottasi dal punto di distanza, è appunto dove 
vanno a riunirsi le rette prospettiche. 

20. Se poi le rette parallele sono perpendicolari 



278 Scienze 

alla linea di terra, il punto di concorso viene ad es- 
sere il punto di vista ( n. 1 6 ) . Se fanno con quella 
un angolo semiretto , viene ad essere il punto secon- 
dario (n. IT): finalmente qualora talmente fossero in- 
clinate da formare un angolo ne retto , ne semiretto , 
andranno in un altro punto della linea orizzontale , che 
va sotto il nome di punto accidentale. 

Avvertimento. Per intelligenza di quanto in ap- 
presso diremo , giova sapere , che , quell' istesso 
che si è detto de* punti , linee , e figure descritte 
nel piano geometrico , si verifica per i punti , linee , 
e figure descritte in qualunque altro piano parallelo 
al geometrico, sia al disotto, sia al disopra del pia- 
no orizzontale. 

21. Onde ridurre tutte queste verità in pratica, 
convien porre nella medesima direzione del quadro 
lucido gli altri due piani , vale a dire l'orizzontale 
ed il geometrico, ed in sirail guisa ne formeranno un 
solo , come può vedersi nella figura 5 , dove il pia- 
no CF indica una porzione del quadro limitato dal- 
la linea di terra EF , e dall' orizzontale CD ; il 
piano superiore X alla retta CD rappresenta il pia- 
no orizzontale , e la retta AB , la linea di distanza ; 
la parte poi inferiore Y alla linea di terra EF rap- 
presenta il piano geometrico. 

22. Si avverta , che la linea di distanza non 
dev' essere minore della maggiore estensione del qua- 
dro ; giaccjiiè l'occhio in forza della propria struttura 
non può vedere gli oggetti sotto un angolo maggio- 
re di 60 gradi , se non confusamente ; oltFe l'altro 
inconveniente , che le parti , che restano di fianco , 
e che scorciano sotto l'occhio , apparirebbero maggio- 
ri di quelle , che sono in faccia , e parallele alla li- 
nea di terra. 

23. Parimenti si avverta, che la maggior altezza 



Prospettiva lineare 279 

della linea orizzontale , o sia la maggior distanza del- 
la medesima dalla linea di terra , non deve superare 
un terzo , di quella , che ne ha il quadro ; e tanto 
di meno , quanto più davanti vuoisi che apparisca 
l'oggetto principale , pel motivo , che in esso deve ca- 
dere il punto di vista , il quale trovasi nella linea 
orizzontale. 

24. Il principio fondamentale , su cui si appog- 
gia la risoluzione de' problemi di prospettiva , h quel- 
lo che abbiamo espresso nel numero 15. 

25. Nella risoluzione de' seguenti problemi sup 
poniamo sempre data l'altezza della linea orizzontale, 
il punto di vista e di distanza, non che la posizione 
dell' oggetto. 

26. Probi. 1 . Dato il punto obbiettivo B ( fig. 6) 
trovarne il prospettico. 

Risol. Dal punto B alla linea di terra si conduca 
la retta BT di qualsivoglia direzione, alla quale dal 
punto di distanza D si conduca la parallela DN ( n. 15), 
che andrà a tagliare la linea orizzontale nel punto N. 
Ora si uniscano i due punti d'incontro mediante la ret- 
ta NT ; finalmente tirandosi dal punto di distanza 
al punto B il raggio visuale DB , taglierà la retta 
NT nel punto C , il quale dico essere il richiesto 
punto prospettico. 

Dim. Essendo la retta NT la direzione prospet- 
tica della retta BT ( Nura. i 5 ) , ciascun punto del- 
la retta BT , e perciò ancora B, dovrà trovarsi nella 
linea NT. Ora siccome si è fatto osservare (Num. 13 ) 
che il raggio visuale , che parte da una retta obbiet- 
tiva, coir intersecarsi che fa con la linea di direzione , 
determina nel punto d'incontro il prospettico corri- 
spondente, ne segue che il raggio visuale BD parten- 
do dal punto originale B , e passando per la linea 
di direzione NT, ne segna la prospettiva nel punto 
d'intersezione G. 



280 Scienza 

27. Probi, 2. Mettere in prospettiva la retta BC 
parallela alla linea di terra ( fig. 7 ). 

Risol. Dall' estremità BG della retta BG «i ab- 
bassino alla linea di terra le perpendicolari BT, CG. 
Dai punti GT si conducano al punto di vista V le 
rette GV, TV ( Num. 16 ). 

Quindi dal punto di distanza D ai punti BG 
tirinsi i raggi visuali DB , DG , i quali taglieranno 
le rette TV , GV ne' punti E ed F , che per la 
proposizione precedente sono i punti prospettici di BG. 
Ora , stante che due punti determinano la posizione 
d'una retta ( Geom. ) , ne segue che la retta EF sia 
.prospettiva di B G. 

28. Probi. 3. Porre in prospettiva la retta BG 
perpendicolare alla linea di terra ( fig. 8 ). 

Risol. Devesi primieramente distendere la retta 
B G fino alla linea di terra, e tirare dal punto d'in- 
contro T al punto di vista V la retta TV (num. 16). 
Si conducano inoltre dal punto di distanza D ai punti 
BG i raggi visuali D B , DC. Questi intcrseclieran- 
no la retta TV nei punti EF; la rpial porzione del- 
la retta TV esprime la prospettiva della data per- 
pendicolare BG (num. 15). 

29. Avvertimento. Succede alle volte, clie la per- 
pendicolare GM sia indiretto colla linea di distanza 
DV ( fig. 9 ). In tal caso si prolunghi fino al punto 
di vista V la perpendicolare GM , che indicherà la 
direzione prospettica ( num. 16). Non riuscendo poi 
determinare per via de' raggi visuali sulla linea di 
direzione la prospettiva corrispondente alla data per- 
pendicolare CM , conviene da ciascuna estremità di 
essa condurre alla linea di terra due rette tra loro 
parallele : anzi , per facilitare maggiormente l'operazio- 
ne, si prenda EN uguale ad EG, EO uguale ad EM; 
quindi facendo la retta GN , MG colla linea di terra 



Prospettiva lineare 281 

un angolo semiretto ( Geom. ), ne segue che le rette 
OS, NS tirate dai punti d'incontro O N al punto 
secondario S. (N: IT. ), sono le direzioni prospettiche 
di OM , NC; e perciò i punti HP in cui si tagliano 
le direzioni prospettiche OS, NS colla direzione prospet- 
tica EV, sono i punti prospettici dei punti CM, do- 
ve terminano le rette OM , NG , CM. Perciò HP h 
la prospettiva di G M. 

30. ProLl. 4. Mettere in prospettiva un' obliqua 
inclinata sotto qualunque angolo alla linea di terra, e 
sia MR (fig. 10). 

Risol. Si distenda prima, secondo la regola gene- 
rale , la retta MR fino alla linea di terra , e ad essa si 
tiri dal punto di distanza D fino alla linea orizontale la 
parallella DA. Si uniscano i punti d'incontro A e T per 
mezzo della retta A T (num. 15), e si conducano dal 
punto di distanza D all' estremità della retta MR i rag- 
gi visuali DM, DR, i quali intersecando la linea di di- 
rezione A T nei punti NO, vengono con tal porzione 
ad esprimere la richiesta prospettiva (num. 15 ). 

31. Qualora la retta M R distendendosi facesse 
un angolo semiretto colla linea di terra ( fig. 10), 
in tal caso la retta, che indica la direzione prospet-^ 
tica , sarebbe diretta al così detto punto secondario 
(num. 17), Perciò, onde maggiormente abbreviare l'ope^ 
razione, invece di tirare dal punto di distanza D la 
parallela AD alla retta originale MR , basterebbe pren- 
dere sulla linea orizzontale AV uguale a DV , e nel 
restante procedere secondo il metodo già indicato. 

32. Avvertimento. Potrebbe darsi, che la retta PQ 
fosse indiretto col raggio visuale DQ. (fig. 11) Allora la 
direzione prospettica verrebbe ad esprimersi dallo stesso 
raggio visuale; per la ragione, che con esso si con- 
fonderebbe la parallela da tirarsi dal punto di distanza 
alU retta obbiettiva. Quindi per dclcrrainarne la prò- 



282 Scienze 

spettiva , bisognerebbe condurre dai punti PQ alla 
linea di terra due qualunque rette tra loro parallele , 
e siano le perpendicolari PF, QG , e dai punti d'in- 
contro CT al punto di vista V ( num. 16) le rette 
CV, FV , e COSI si avrebbe la retta NR prospet- 
tiva dell' originale PQ , per la ragione assegnata nel 
numero 29. 

33. Probi. 5. Dato un triangolo trovarne la pro- 
spettiva. 

Risol. Per ciò eseguire si mettano in prospettiva due 
lati qualunque del medesimo co' metodi di gik indi- 
cati ne' precedenti numeri 27 , 28 , 29, 30, secondo 
che essi saranno diversamente diretti; ed in tal guisa 
avrassi un angolo prospettico con amendue i lati de- 
terminati , de'quali unendo le estremità, verrà a per- 
fezionarsi il triangolo prospettico , che desideravasi. 

3A. Mettere in prospettiva un quadrilatero. 

Risol. Per la risoluzione di detto problema non 
altro dee farsi , che porre in prospettiva i due lati 
opposti di esso : quindi congiungendone gli estremi , 
avrassi l'esatta prospettiva del quadrilatero originale, 
per la ragione altre volte addotta, che due punti deler- 
rainano la posizione d'una retta. 

35, Avvertimento. Sapendosi maneggiare i prin- 
cipi sì teorici , che pratici , i quali abbiamo di già 
stabiliti , può battersi altra via , per trovare la pro- 
spettiva di un quadrato , o di qualunque altra siasi 
figura. Per esempio , dato che fosse il quadrato BY 
( fig. 12), il cui lato BG si trovasse nella linea di 
lena , la prospettiva BENG del medesimo si otterreb- 
be , se dai punti BG al punto di vista V si tirasse-r 
ro (n. 16) le rette BV, GV; e dai punti BG ai punti 
secondarj SZ le rette BZ , GS ( num. 1 7 ) corrispon- 
denti alle diagonali BY , AG , le quali rette s'interse- 
cherebbero colle prime nei punti EN, che uniti colla 



Prospettiva lineare 283 

retta EN, ne risulterebbe la prospettiva del dato qua- 
drato ABCY. 

36. Coir istessa facilita si otterreblie la pro- 
spettiva del quadrato ABCY rappresentante un pa- 
vimento a quadrelli; giacche trovato che fosse il qua- 
drato prospettico BENC , pel numero precedente , 
non altro dovrebbesi fare , onde avere la prospet- 
tiva di piccioli quadrati , che distendere tutti i lati 
paralleli fino alla linea di terra , colla quale facendo 
un angolo semiretto, le loro direzioni prospettiche con- 
correrebbero ai punti secondar] SZ ( n. IT); per 
la qual cosa verrebbero ad intersecarsi , e cos'i a for- 
mare in prospettiva i piccoli quadrati corrispondenti 
agli originali. 

37. Questa risoluzione ci apre la strada ad un'al- 
tra più ])reve. Se per esempio non si desse la pian- 
ta BAYG ( fig. 12), ma soltanto il lato BC di- 
viso come prima in quattro parti uguali , allora bi- 
sognerebbe prendere sulla linea di terra altre quattro 
parti uguali d'araendue i lati, e da ciascun punto di di- 
visione interposto tra B e P condurre delle rette al pun- 
to secondario S , e da ciascun' altro punto di divisione 
interposto tra G e Q condurre delle rette al punto se- 
condario Z ; ed in questa maniera si avrà lo stesso ri- 
sultamento. Che anzi più facilmente ancora ciò otter- 
rebbesi , se si tirassero dai punti BG al punto di 
vista le rette BV , GV ; quindi dall' estremità B e G 
del lato BG si conducessero ai punti secondar] ZS le 
rette BZ, GS, che corrispondendo alle diagonali , de- 
terminerebbero sulle linee di direzione BV, GV i lati 
prospettici BE, GN; che unendosi mediante la retta 
EN, si perfezionerebbe il quadrato prospettico. E se 
da ciascun punto di divisione intercetto tra B e G si 
tirassero ai punti secondar] SZ altrettante rette , che 
certamente taglierebbero i lati BE , GN del quadrato 



284 Scienze 

prospettico in altrettante parti , e finalmente se dalle 
intersezioni di questi lati si tirassero ai punti secon- 
dar] opposti altre rette , il quadrato grande BENG 
esattamente si riempirebbe de' piccioli quadrati pro- 
spettici da formare quanto si esigeva. 

38. Probi. 6. Trovare la prospettiva di qualun- 
que poligono , e sia pentagono. 

Risol. Si tiri la diagonale, che lo divida in un 
triangolo ed un quadrilatero. Si trovino le prospet- 
tive del triangolo e del quadrilatero ( num. prec. ) , 
le quali due prospettive formeranno la prospettiva dell* 
intero pentagono originale. 

39. Probi. 7. Dato il circolo NQIL ( fig. U) 
trovarne la prospettiva. 

Risol. Si tirino i diametri IN, LQ, che si ta- 
glino ad angoli retti , e secondo il numero 2T e se- 
guenti se ne trovino i corrispondenti prospettici INLQ. 
con i quali ci si descriva secondo le regole geometriche 
l'elisse NLIQ, che rappresenta la prospettiva del cir- 
colo dato ; poiché se un cono obliquamente vien ta- 
gliato da un piano , la comune sezione sarà un'elisse , 
il che si verifica nel caso nostro ; essendo che i raggi 
visuali formano un cono scaleno, avendo per base il 
circolo originale, d'onde partono , e per vertice il 
punto di vista , ove vanno a riunirsi. Ora facendo 
il quadro lucido da pian segante , ne segue , che la 
comune sezione debb' essere un' elisse. 

40. Avvertimento. Onde porre un circolo in pro- 
spettiva possono usarsi altri metodi , i quali peral- 
tro si riducono tutti a quanto abbiamo stabilito nel 
numero 15 , e sono o col trovare la prospettiva di 
var] punti della circonferenza, e farvi passare destra- 
mente degli archi da formare una curva continua , 
coni' e da vedersi nella figura 23 , o col circoscri- 
vere, ed inscrivere al circolo AGRE (fig : 10) i 






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Prospettiva lineare 285 

quadrati GSNX, e FQ3PZ, de' quali ritrovata la pro- 
spettiva si avranno ancora gli otto punti prospettici 
AFBGRTCQ , pe' quali conducendo con arte delle 
curve risulterà, il circolo prospettico, per la ragione che 
essendo gli otto punti originali comuni si ai quadrati , 
come al circolo; i prospettici ancora , come apparten- 
gono ai due quadi'ati , devono appartenere alla pro- 
spettiva del circolo, la quale perciò debb' essere quella, 
che è passata per detti punti. 

Fine della sezione I. 



Ricerche sopra i mezzi più economici diretti a pre- 
servare dair azione del fuoco gli abiti di uni- 
forme, che usano gì' individui addetti al corpo de 
vigili per gC incendj. Lette alV accademia de' lin- 
cei dal marchese Giuseppe Origo , cavaliere del 
real ordine della legiun d'onore , colonnello diret- 
tore e comandante di esso corpo ec. 



F 

M. 1 



in dall' anno 1810 mi fu dato l'onorevole incari- 
co di organizzare il corpo de' Pompieri , con altro 
nome chiamati f^igili -. ed jo , ricevuto questo gra- 
zioso comando , mi feci subito a scegliere un pic- 
colo numero d'idonei e periti artisti , de' quali com- 
posi colle stesse leggi , e nel modo medesimo de' pom- 
pieri di Parigi , una piccola compagnia; che da quel 
tempo in poi notabilmente accresciuta, ottimamente ha 
sempre corrisposto alle molte cure da me volentieri 
impiegate nell' istruirla , e alle speranze de' cittadini 
e del governo. 

G.A.T.XLVI. 19 



386 Scienze 

Costretto ne' primi anni, per la mancanza delle 
necessarie macchine idrauliche e di altri attrezzi, a 
pensare a ripieghi , ed a porre ogni studio per bene 
immaginarli , ebbi occasione e desiderio d'osservare 
con qualche maggiore attenzione i fenomeni che ac- 
compagnano la estinzione della fiamma ; e potei ve- 
dere fin d'allora, che in certi incendj assai frequenti 
ne' luoghi sotterranei , o nelle cantine, dove in Roma 
sogliono conservarsi olio , legna , carbone ed altre so- 
stanze combustibili in gran quantità , era sovente 
impossibile a' miei pompieri il penetrarvi per mettere 
in giuoco le piccole trombe , o il portarvi lo zampillo, 
o il farvi qualche altra operazione diretta ad estin- 
guere il fuoco. Spesso però bastava un fazzoletto più 
volte ripiegato , bagnato d'acqua e posto a difesa 
della bocca e del naso, per lasciare a chi s'innoltra- 
va verso le fiamme libero il respiro , e per conse- 
guenza l'accesso. 

Istrutto pertanto da questo fatto, diedi ordine che 
si costruissero fasce di tela imbottite di spugna a grana 
fina per adattarle al viso di que' vigili che più dove- 
vano avvicinarsi alla sede del fuoco ; e tenendole 
convenientemente bagnate , e ricoprendone in modo 
la faccia che la vista non rimanesse impedita , ottenni 
eh' essi potevano sempre senza loro nocumento farsi 
molto vicini alla fonte del calore, servendo le comu- 
ni loro vesti di lana a preservare quanto basta dalla 
troppo forte impressione le parti del corpo che n'era- 
no coperte , e bastando anche meglio a difesa del ca- 
po la specie di maschera da me immaginata. 

Neil' anno 1818 in altra mia memoria feci este- 
samente conoscere, che l'istituzione di un corpo per 
estinguere gì' incendj, per se stesso civile, ma rego- 
lalo sotto forme militari , non era altrimenti oltrcmon- 
taira, ma italiana , anzi romana : mentre i vigili era- 



Esperienze pe' vigili 287 

no in attività fin dai tempi della repubblica , e poi 
da Cesare Augusto ampliati e corredati di tante cose 
che noi neppur conosciamo, come nella divisata me- 
moria accennai , rimarcando essere rapportato da Ul- 
piano che si smorzavano molti fortissimi incendj con 
un composto di aceto ed argilla in sovrabbondanza. 
Ciò mi fece decidere a farne degli esperimenti in pic- 
colo , e volli provarlo anche in grande : ma i mez- 
zi non ho mai avuto degli antichi romani , e perciò 
credetti meglio sostituire all' aceto , che è di prez- 
zo maggiore, una forte soluzione di allume che con- 
tenendo circa un 35 per 100 d'acido solforico, h for- 
se più valido di un acido vegetale ; ed a questa so- 
luzione aggiunsi l'argilla , e ne caricai un vasto re- 
cipiente. Preparai quindi due botti, che servito ave- 
vano a contenere l'olio etereo di trementina , e le 
feci adattare su due tripodi per alzarle da terra, onde 
ottenere il passaggio della corrente dell'aria ; feci co- 
struire al fondo delle medesime due forti graticci di 
legno ponendovi sopra due barili di trementina, pece, 
e molte schegge di abete, indi feci riempire tutto il 
resto delle botti di schegge di legno bene imbrattate 
di trementina, tantoché fossero due corpi perfettamente 
eguali e combustibilissimi. Preparai una tromba idrau- 
lica , di cui conosco la portata , vale a dire quanti 
barili d'acqua suol lanciare in ogni minuto primo. Di- 
sposto tutto ciò , chiesi permissione di farne esperimenti 
all' erao card. Consalvi di tanto chiara memoria , in 
allora segretario di stato , all' ottimo emo sig. card. 
Bernetti allora governatore di Roma , ed all' emo sig. 
card. Cristaldi già tesoriere generale-^ vero amico delle 
scienze , cui non potrò mai bastentemente lodare per 
aver fornito il corpo di tutto il più necessario che attual- 
mente possiede ; pregai il bravissimo signor Cav. Gue- 
riu , in quell'epoca direttore dell' accademia di Fi au- 

19^ 



2R8 Scienze 

eia, affinchè mi permettesse di fare questi esperimenti 
nella villa Medici : al che egli non solamente annuì 
di buon grado , ma si compiacque di darne anzi una 
piccola festa. 

Feci adunque trasportare cola tutto l'occorren- 
te , destinandovi buona porzione de' vigili co' loro 
attrezzi per evitare qualunque caso sinistro. Ordinai 
che venisse appiccato il fuoco ad una delle botti com- 
bustibili : e quando questa fu nella massima arsione, 
feci manovrare la pompa con acqua semplice, e pri- 
ma di ottenere la totale estinzione trascorsero tre mi- 
nuti primi, e circa 27 secondi : cosicché l'acqua che 
fu lanciata sopra fu di circa barili 35. Indi feci ap- 
piccare il fuoco all' altra botte egualmente combusti- 
bile, e quando essa ancora fu nel massimo dell'ar- 
sione , vi feci lanciare con la stessa macchina l'ac- 
qua preparata col solfato di allumina e l'argilla , e 
si ottenne la totale estinzione in secondi 47 ; e da 
ciò si conobbe che di acqua preparata vi furono lan- 
ciati sopra circa cinque barili. Di che fui contento , 
quantunque si può pur dire francamente , che vi sa- 
rebbe impiegato meao tempo se una piccola disgra- 
zia inevitabile non fosse accaduta , cioè che si crepò 
il tubo di cuojo che conduceva l'acqua preparata, il 
quale peraltro nello stesso momento fu riparato. Te- 
stimone di questo esperimento fu la maggior parte di 
voi , accademici ornatissimi , poiché mi onorarono di 
loro presenza i sigg. professori Scarpellini , Morichini , 
Barlocci , Dematteis , Carpi , Folchi, ed altri che per 
non tediarvi tralascio di nominare. Dai vigili, che ave- 
vano assistito e manovrato in questo esperimento, risep- 
pi che si poterono molto più avvicinare alla botte 
smorzata con l'acqua preparata , che a quella estinta 
con l'acqua semplice. 

Dopo queste })recauzioni da uic adottate , e gli 



Esperienze pe' vigili 280 

esperimenti eseguiti , io già vedeva che ai mcfocìi sui-' 
riferiti poteva aggiungersi maggiot* perfezione , e an- 
dava pensando ad altre arti per ottenere più valide di- 
fese de' miei vigili contro la troppo alta temperatu- 
ra, e contro ancora i gas irrespirabili , che sono il 
prodotto immediato o mediato della combustione ; quan- 
do ebbi notizia sul finire dell' anno 1 828 , che il sig. 
professore cav. Giovanni Aldini di Bologna aveva in 
Milano saputo far passare illesi dei vigili fra due sie- 
pi di legna ardente, col solo artificio di vestirli d'iiii 
grosso abito d'amianto ricoperto di sovrapposta ma- 
glia metallica , ed una uguale maschera a cappuccio 
vestita essa pure di maglia. 

Udii nel tempo stesso eh' egli aveva immaginato 
scudi all'antica, culle, ed altri attrezzi, di cui lessi 
notizia ne' pubblici fogli. Oltre di ciò ben presto lo 
stesso chiarissimo autore ebbe la bontà di donarmi un 
esemplare dello scìitto da lui pubblicato in quella cir- 
costanza , e non potei non far plauso ai felici Successi 
di quel mio degnissimo amico , ed a' sitoi bellissimi 
esperimenti. Tuttavia fattomi ad esaminare la cosa 
con qualche diligenza , confesserò che subito molte 
difficolta mi corsero per una parte nell' animo contra 
i nuovi mezzi proposti dal fisico bolognese , e molti 
perfezionamenti dall' altra parte mi si presentarono 
come spontanea conseguenza de' miei studi anteriori. 

Rispetto alle difficolta , molte se ne offrirono al 
mio intelletto. E perchè fare d'amianto, materia tanto 
rara , la veste con la quale vuol ricuoprirsi il pompie- 
re ? Non vi sono forse vestimenta di costo sommamente 
minore, assai più facili a trovarsi ed- a farsi , peggio- 
ri conduttori del calorico ( a grossezze eguali ) che non 
è l'amianto, più flessibili di quello , ed atte ad esser 
per arte rendutc non meno incombustibili? 

Se si vuole adoperare una sopraccoperta di rete 



290 Scienze 

metallica , a che serve rincombustibilità della veste 
sottoposta, dacché quando anche questa fosse combu- 
stibile , la combustione é impedita dalla interposizione 
della maglia metallica ? E se il tessuto è incombusti- 
bile , perchè aggiungervi la rete metallica , la quale 
non può altro fare che rendere più difficili' i movimen- 
ti, più carico e perciò meno agile il vigile, più costoso 
il vestimento ? La rete metallica è stata forse imma- 
ginata da Davy come un isolatore assoluto della fiam- 
ma, o non piuttosto come un isolatore della fiamma il 
migliore ( a suo parere ) che potesse ottenersi, quando 
si ha il doppio bisogno di lasciar passare l'aria e di 
escludere il fuoco ? E se questa è la sola ragione per- 
chè Davy preferì la rete suddetta ad ogni altro isola- 
tore , come mai può la maglia metallica esser appli- 
cabile al caso nostro , nel quale se il corpo tutto ha 
bisogno d'esser difeso dal fuoco , esso non ha alcuna 
necessita ( se si eccettui la sola bocca ) d'esser in 
contatto perenne e rinnovato coli' aria comune ? 

Queste furono le mie difficoltà : e dalle difiìcolta 
nacque in me la brama di far nuovi esperimenti. Pen- 
sando pertanto che ogni drappo di lana è un pessimo 
conduttore e vincente di gran lunga in questa sua 
qualità l'amianto , e ricordandomi che la chimica inse- 
gna cento, economici modi di rendere incombustibile 
un tal drappo, mentre non ignoravo i metodi immagi- 
nati dai sigg. Gay-Lussac ed Aikins, che peraltro giu- 
dicavo non abbastanza adattati , feci costruire due paja 
di maniche chiuse con due pezzi del panno , del qua- 
le sono composti gli abiti giornalieri de' miei vigili , 
e le feci imbevere < i molte di quelle soluzioni sa- 
line , di cui si valgono i giuocolieri che ogni giorno 
si mostrano al pubblico , impunemente maneggiando 
ferri in candescenza , e applicandoli alle carni nude. 
Indi vestite io stesso queste maniche terminate a guan- 



Esperienze pe' vigili 291 

to , mi convinsi che poteva sostenere le mani e le 
braccia così armate sopra un fornello di carbone ar- 
dcntissimo , e maneggiare impunemente i carboni ac- 
cesi , ancorché per più di tre minuti primi segui- 
tassi a farne la prova. 

Dovetti dunque persuadermi che i mezzi proposti 
dal cav. Aldini erano suscettibili di grandi migliora- 
menti : e per provare col fatto eh* io non m'ingan- 
nava, feci prendere due intieri abiti da travaglio ben 
risarciti, e precisamente, come già dissi, di que' me- 
desimi che i pompieri usano tutti i giorni. Aggiunsi 
loro inoltre dello stesso drappo un pajo di sopra-sti- 
vali con la scarpa intera , un pajo di guanti alla cre- 
spein , ed un cappuccio adattabile alla testa , e che 
ricoprisse le spalle ed il collo. Di più, per la parte 
che corrisponde al viso, feci prendere una maschera 
di carta pesta coperta sempre del panno medesimo, 
e guarnita alla bocca ed alle narici di una spugna 
fina , e agli occhi di due vetri da orologio , e l'at- 
taccai ad un soprabberretto da soprapporre al cap- 
puccio , onde risparmiare il bisogno delle legature , 
e render capace ciascun vigile di metterla e levarla 
air opportunità. E preparato tutto ciò, diedi ordine che 
queste cose fossero immerse dentro soluzioni sature 
di solfato d'allumina e di solfato di calce ; poi fos- 
sero prosciugate , indi bagnate con soluzione di sapo- 
ne ; poi di nuovo ritornate dentro le prime acque , e 
cosi alternativamente , finche tutto apparisse ben ca- 
rico delle materie che dovevan dare l'incombustibilila. 

In seguito nel Mausoleo d'Augusto , ora denomi- 
nato Anfiteatro Corea , feci drizzare un' armatura 
composta di verghe di ferro lunga palmi romani 23 
larga pai. 3, con una contro-armatura di ferro all'e- 
sterno , atta a sostenere dalle due parti una quantità 
di legna ben secche poste in piedi , e formanti un 



292 Scienze 

ammasso d'un piede e mezzo per ogni lato ; e di- 
sposi in modo le cose , che l'altezza dell' armatura 
fosse di circa otto palmi , e perciò poco maggiore 
d'ogni umana statura, facendo anche collocare al di 
sopra un certo numero di ferri per reggere altre le- 
gna, che formavano il soffilto in tutta lunghezza , e 
facendo gettare sul suolo del corride jo, così formato, 
ricci e schegge di falegname per l' altezza di un 
palmo. 

Tutti questi preparativi si finirono la sera del 
di 26 giugno 1 829 ; e quando ebbi notizia che tutto 
era pronto , mi recai cola in compagnia de' sigg. pro- 
fessori Carpi , Barlocci ,. e Folchi , di tutti gli offi- 
ciali del corpo , e di alquanti pompieri , a due de' 
quali ordinai di vestire gli abiti resi incombustibili , 
mentre stavasi accendendo la massa. 

Ben presto l'incendio divenne tale, che più non 
si vedeva il luogo dove i pompieri dovevano entra- 
re , tutto essendo ingombrato dalle fiamme. Laonde 
io, spaventato, era già nella determinazione di non 
permettere l'espeiienza : ma prima eh' io dessi alcun 
ordine contrario , ecco impavidi i due vigili già ri- 
coperti delle lor vesti prcservatrici si lanciarono nel 
cuore della pira , e per più di dieci volte vi passa- 
rono in mezzo senza che il più piccolo nocumento 
ne venisse alle persone o alle vestimenta ; e si sareb- 
be più a lungo seguitato l'esperimento , se alcuni de' 
ferri piegando sotto la violenza dell' incendio , ben- 
ché grossissimi , non avesseso impedito l'ulteriore 
passaggio. 

Intanto i due pompieri levarono ad uno ad uno 
co' loro guanti i ferri candenti e le legna accese , e 
poterono tutti vedere clie il tempo della dimora den- 
tro il fuoco , a varie riprese , fu non minore di quin- 
dici minuti. 



V 

I 



Esperienze pervigili 293 

Il sig. professor Folchi volle esplorare coli' oro- 
logio a secondi il polso di quei due bravi che ave- 
vano affrontato il fuoco : mentre prima dell' esperi- 
mento il loro polso bàtteva circa 70 volte a min 3 
to ; immediatamente dopo l'egresso dalle fiamme , in 
uno di essi se ne contarono in ciascun minuto 120; 
e neir altro circa 1 30. 

Ora io non dirò se l'esperienza sorprese gli spet- 
tatori, tantoppiù che le fiamme sorgevano si alto al 
di sopra delF arena per più di 50 palmi , che si te- 
mette per un momento in Roma da quc' che si tro- 
vavano al di fuori , che nell' anfiteatro il fuoco fa- 
cesse gi'an guasto ; dirò solo che riferita la cosa al 
governo , se ne mostrò grandemente soddisfatto , e die- 
de ordine che gli esperimenti si continuassero , anzi 
mostrò desiderio che si eseguissero anche innanzi S. M. 
il Re delle due Sicilie, benché dalle angustie del tem- 
po fosse ciò impedito. 

Fu inoltre annunciato l'esito di questa esperienza 
nel foglio romano del dì 8 luglio 1 829 , e perciò mi 
proposi di estendere l'uso di questo nuovo e sempli- 
cissimo presidio , appena il provido governo me ne 
avesse somministrati i mezzi : variando anche i tenta- 
tivi , e cercando di preparar meglio tutti gli abiti al- 
men per venti de' miei vigili- 

Non mancai adunque di scandagliare la spesa che 
poteva occorrere pel numero de' venti abiti con ma- 
schera , guanti , cappucci , e soprastivali , calcolan- 
dovi anche la spesa de' sali per prepararli : e risul- 
tò di circa scudi cento ottanta , ossia scudi nove per 
ciascuno ; e dopoché ne avanzai al governo la rap- 
presentanza , ottenni discreta somma , insieme ad una 
sufficiente quantità di solfato di allumiiw , per la co- 
struzione di dodici abiti. 

Di ciò mi occupai immediatamente , e non man- 



294 Scienze 

cai di operare altra rettificazione , riparando ad un 
piccolo inconveniente , che accadde la sera in cui io 
feci la prova nell' anfiteatro Corea : e fu questo , che 
dopo eseguito l'esperimento mi fermai a parlare col 
vigile che era entrato il primo , ed essendo questi re- 
stato con la maschera calata, il freddo istantaneo dell' 
atmosfera fece crepare uno dei cristalli di cui gli oc- 
chi erano armati , e gli caddero dei frammenti sopra 
la guancia , i quali essendo ancora ben caldi lo scot- 
tarono. Ond' evitare tutto ciò, credetti bene di armare 
gli occhi di una finissima ramatina metallica , e poi 
collocarvi il vetro pel passaggio della vista , e sal- 
vare così ai vigili la faccia in altro caso di rottu- 
ra , evitando che i vetri infuocati arrechino nocumento 
a quegl' individui che sono scelti per l'azione. Con 
questa precauzione, accadendo anche il caso della rot- 
tura de' vetri , o ne andranno in terra i frammenti , 
o rimarranno nel luogo senza poter nuocere ne agli 
occhi , ne al volto degli individui che ne sono forniti. 

Essendo molti i sali che rendono le carni e le 
stoffe poco conduttrici del calorico , e dovendo far 
costruire dodici abiti nuovi , volli procurarmi la mi- 
gliore di queste preparazioni : ed a bella posta detti 
diverse infusioni a varj pezzi di panno , procurando 
che molti de' medesimi avessero diverse composizioni 
e varie proporzioni. Indi ne ricopersi tante sfere di 
termometri , ponendoli tutti alla stessa distanza da una 
lucerna a chinghet , e scelsi quella preparazione che 
aveva fatto sul pezzo di panno che ricopriva il ter- 
mometro , il quale fu il più tardo a mettersi in mo- 
vimento , come la meno conduttrice del calorico. 

Quanto alle maschere, non ho creduto di valermi 
di quelle che* vendono i negozianti per uso del car- 
nevale , ma da persona abilissima, che appartiene al 
corpo in qualità di primo sergente , non solo feci 



Esperienze pe' vigili' 295 

costruirle nella forma la più comoda pel vigile che 
deve usarne , ma formate di un cartone reso già in- 
combustibile nella sua composizione , dopo avervi fat- 
to lo stesso artista sergente replicati esperimenti. 

Anche di queste volli assicurarmi in atto pra- 
tico : e terminata che fu una di tali maschere coper- 
ta del solito panno , armata di piccole ramate , dei 
cristalli per gli occhi , e con la spugna ai forami 
della bocca e del naso , chiamai il figlio dello stes- 
so costruttore ( ch'è uno de' vigili più azzardosi ) e 
feci che se la ponesse , insieme ad un corpetto e cap- 
puccio preparato. Quindi lo feci stare con la faccia 
sopra un fornello di una fiamma aidentissima , nella 
stessa posizione e distanza in cui sta il fondo di una 
caldaja , ed io st'etti vicino con un orologio a se-, 
condi per osservare quanto potesse resistere senza in- 
comodo ; ed in fatti ne limasi soddisfattissimo, men- 
tre vi restò un minuto primo e cinque secondi , sen- 
za averne punto sofferto. 

Essendo il vigile vestito , ed il fornello arden- 
tissimo, volli fare qualche altro esperimento : e per la 
solita teorìa , che l'acqua la quale bagna un corpo 
mettendosi in evaporazione abbassa la temperatura del 
corpo col quale è a contatto , volli conoscere se ba- 
gnando la maschera ed il corpetto del vigile , avesse 
egli resistito per maggior tempo cosi fermo sopra le 
fiamme. Ma restai deluso nelle mie lusinghe , poiché 
la maschera ebbe un efietto sufficiente , ma il corpet- 
to , il collo , e le maniche si scaldarono in modo 
che non vi potè reggere , e mi dovetti convincere , 
che la grande abbondanza di calorico mette in istan- 
tanea evaporazione l'acqua, che il vapore, atteso il 
suo grandissimo volume , passa pei pori dello stesso 
panno clie è molto poroso , e va istantaneamente a 
colpire le carni dell' individuo che l'indossa. 



296 Scienze 

Mi persuasi egualmente , che gli abiti prepatatì 
con soluzioni saline restano tanto più cattivi condut- 
tori del calorico , quanto più sono secchi , e privi 
di qualunque più piccola" umidita. 

In seguito di queste esperienze , feci ultimare la 
costruzione de' dodici abiti , con tutti i loro annessi « 
per esporre altrettanti vigili adatti e pronti a qua- 
lunque esperimento , e non omisi di fare inoltre co- 
struire una quantità di paja di guanti , ed un nu- 
mero maggiore di soprastivali , per fare agire in par- 
te anche degli altri vigili , che non siano forniti di 
tutto il vestiario. Sperava dopo ciò di poter dare al- 
meno un saggio , non già un esperimento pubblico , 
come si è dato in altre capitali : ed in questo caso, 
avrei fatto costruire edificj posticci , con varie par- 
ticolarità , per far conoscere tutto l'andamento delle 
manovre che si praticano in un incendio di molta 
conseguenza. 

E giacche non sempre può estinguersi un incen- 
dio coir acqua , o per la mancanza totale di essa nel 
luogo stesso, o per la scarsezza di quantità sufficien- 
te , ed in particolare allorquando l'incendio è molto 
esteso , avrei perciò in quelli esperimenti dimostrato 
i diversi metodi , dei quali può farsi uso per la estin- 
zione del fuoco a seconda delle diverse circostanze 
locali^ E fra questi avrei sottoposto all' occhio degli 
osservatori i due principali , di cui molte volte mi 
sono con successo servito , e che non credo ( per 
quanto io sappia ) e e altrove siano fin ora stati po- 
sti in esecuzione. 

Consistono questi nel soffocamento e nella com- 
pressione. Nel primo si chiudono tutti i passaggi all'aria 
ambiente l'incendio , talché in pochissimo tempo il- 
languidisce e si estingue. 

Del secondo , cioè della compressione , si fa uso 



Esperienze peVigili 297 

negli iiicendj di sostanze di molto volume raccolte 
in gran massa , come paglia, fieno, cotone , ed altre 
consimili. In questi casi poco giovando l'acqua ( di 
cui si richiederebbe una enorme quantità per la estià- 
zione ) ho con ripetute esperienze osservato , che con 
maggior celerità si ottiene l'intento , calcando e com- 
primendo le sostanze in combustione , le quali non 
essendo per tal modo bagnate ed inumidite , si sal- 
vano senza loro detrimento. E in questo caso appun- 
to fa d'uopo che il vigile, destinato a comprimere le 
sostanze ardenti , sia vestito di abiti incombustibili , 
e sarebbe necessario farne un esperimento. 

Ma per far tutto ciò si richiedono dei mezzi per 
preparare una cosa , degna del nostro paese : e mi 
lusingherei di farvi vedere tante cose nuove , che niun 
altro ha pensato , e* che sarei ansiosissimo di speri- 
mentare , avendo un corpo composto di tutte persone, 
che desiderano tali esperienze più di me stesso. 

Non potendo però far tutto questo , mi limiterò 
a ripetere un saggio , simile a quello che detti nell' 
anfiteatro Corea , ma alquanto più in grande , coli' 
intervento soltanto de' superiori e de' professori , e 
di voi, colleghi ornatissimi ; ma non mi è fin ad ora 
riescito di avere un locale comodo e chiuso , non 
volendo dare spettacolo di cosa poco apparente agli 
occhi del volgo , ma di molta importanza agli oc- 
chi delle persone colte. E non potendo tentar più nul- 
la sopra un semplice fornello, aveva ideato di ten- 
tare e provare in quella occasione , nella sera avanti 
l'esperienza , ed in luogo capace di grande fuoco , 
tante altre cose nuove ( che per brevità non dico ) 
alla presenza di voi stessi , aflinchè mi aveste coa- 
diuvato coi vostri estesissimi lumi , per poi rcndcr- 
vene conto come desiderava i# questa istessa memo- 
ria , che con tanta sofferenza avete ascoltato. 



298 



Jutorno la necessità di un linguaggio uniforme , e 
comune ai medici legali , ed ai giudici criminali^ 
sti nella denunzia delle ferite. Prima memoria me- 
dico-legale letta neir ordinaria adunanza delV ac- 
cademia medico-chirurgica di Ferrara la sera del 
dì 7 maggio 1830 dal dott. Luigi Buzoni P. P. 
di medicina legale e politica nella patria univer- 
sità , e segretario delV accademia medesima. 

Nisi utile est quodfaeimus , stulta est gloria. 

Prop. 

appoichè per la provida costittìzione di Carlo quin- 
to imperatore dovette la giurisprudenza criminale in 
parecchie circostanze giovarsi del soccorso della me- 
dicina , queste due nobilissime dottrine , già divenute 
sorelle , si dieder mano amichevole , e quinci di comune 
accordo procacciarono di scuoprire le simulazioni e le 
malvagità dei ribaldi. Fu necessita , che dettò questa 
legge imperiale , e che nel giro dei tempi , che a que* 
primi successero , la fece abbracciare da tutte le colte 
nazioni E quantunque sia vero verissimo , che anche 
dopo questa legge medesima s'intesero de' giudizj , de' 
quali è bello tacere-, perchè troppo manifestano ora 
la obbrobriosa ignoranza de' medici , ora la funesta 
prevenzione de' giudici , pure non è da tacersi , che 
la liberta e l'arbitrio de' giudici stessi fino d'allora 
cessarono di avere nelle sentenze quella estensione , 
che assai volte fé' piangere molte genti , e per la 
quale ne vennero talvolta lesi i più venei-andi diritti 
della giustizia. Qui pft'altro vuoisi ricordare, che il 
riferimento delle ferite , e massimamente di quelle , 



Medicina legale 299 

che poi mortali divennero , h di costume antichissimo. 
Anzi ne pare , che in quella stessa prima volta , in 
cui si trattò di decidere se una persona per le rice- 
vute ferite , o per la sograggiunta di qualche malau- 
gurato accidente perisse , siisi sentita la necessita di 
richiedere il parere di coloro , che alla cura delle fe- 
rite primamente intendevano. E ad ogni maniera è 
certo, avere Antistio dichiarato nel suo rapporto, che 
G. Cesare delle moltissime ferite , onde fu colpito , 
fu vittima di quell' una , che , a detta degl' interpreti , 
cadde propriamente fra la seconda e la terza costola del 
petto. Dovettero adunque i medici , od i chirurghi che 
dire ne piaccia , fino da remotissimi tempi denunziare 
le ferite a quel tribunale , a cui apparteneva l'obbli- 
go di punirne gli autori ; e si dovette pur dichiarare 
il pericolo , in che per le medesime la salute e la 
vita dei feriti ponevansi. E ben può dirsi , che per 
siffatta guisa fu sapientemente provveduto ai riguardi 
della giustizia , e furono proporzionate ai delitti le 
pene. Gonciossiachc non potevano i giudici da se me- 
desimi essere da tanto ; ne , per quello che a me ne 
pare, saranno giammai paghi i voti di que' filantro- 
pi , i quali vorrebbero , eh' essi pure i giudici di ana- 
tomia , di fisiologia , di chirurgia e di medicina sapes- 
sero. Ma purtroppo , siccome soventemente accade in 
tutte le umane cose , l'abuso , la temerità , il farne- 
tico spirito di parte , e più spesso la ignoranza la 
vinsero! I giudici furono tratti in inganno dai medi- 
ci , e gli uni e gli altri troppo tardi si avvidero dell' 
inganno. Era allora vano il tentarne l'ammenda ; e si 
durò gran fatica per tirare un velo su quegli enormi 
il delitti , che fanno fremere la natura. Furono insomma 
>| assolti non poclii assassini, e furono dannati a moile 
uomini innocentissiiui , a* quali non valse chiamar Dio 
medesimo in testimonio della propria innocenza. Que- 



300 Scienze 

ste cose vide il mondo , e ben addentro considerò 
specialmente la Francia , la quale , ad evitarne altre 
forse peggiori , solennemente decretò , che le ferite , 
quali che fossero , e qualunque ne fosse stato o fosse 
per esserne l'esito , dovessero essere denunziate da que* 
soli , a' quali , poiché di senno e di prudenza richis- 
simi erano , ne fu affidato l'incarico. Ma qui pure ne 
duole il dover dire , che il novero , coraechè non iscar- 
so di questi periti , non era tale da soddisfare al bi- 
sogno. V'ebbe de' feriti , i quali non ottennero pron- 
tissimo soccorso , perchè mancarono all' uopo i me- 
dici, ossia perchè medici, che ne dessero ragguaglio 
al tribunale. Né per questo , se pure non crebbero , 
certamente cemarono le risse e i delitti. Di costa a 
SI provida e si pietosa disposizione nacque adunque la 
necessita di toglierla : e la si tolse di fatto : e allo- 
ra fu che viemaggiormente si senti il bisogno di una 
più seria e piìi rigorosa istruzione pei medici : po- 
sciachè in tutte le cause criminali , nelle quali ri- 
chiedevasi il parer loro , da loro medesimi per gran 
parte dipendeva , siccome pur oggi dipende , il con- 
dannare o l'assolvere. Da ultimo fu adunque stabilito 
doversi da ciaschedun medico denunziare al trilninal 
criminale tutte le ferite , quantunque volte venisse lor 
fatto di osservarle ; e per astringer veli , siccome è 
costume , si mandarono compagne alla legge le pene. 
Lesffe santissima , ma però tale da non soddisfare pie- 
namente e sempre alla giusta severità dei processi 
criminali , e perciò da lasciarci pur oggi desiderar co- 
sa , che a me non pare lievissima. Si fatta cosa , che 
tuttora sembrami doversi desiderare nelle ordinane de- 
nunzie de' medici , e nell' attuale legislazion crimina- 
le , si è un linguaggio semplice ed uniforme , ossia 
comune si ai medici stessi , come ai giudici crimina- 
listi. Ed è appunto la necessita di questo medesimo 



Medicina legale 301 

linguaggio , intorno la quale è mio intendimento ra- 
gionarvi , colleghi dottissimi , nella solenne adunanza 
di questa sera. Che se non avverrà , eh' io mi parli 
il vero , ne dica cose che abbiano un dì a riuscii'e 
vantaggiose all' onore de' medici , al decoro de' giu- 
dici , e più particolarmente alla santità delle crimi- 
nali sentenze , non sarà forse irragionevole , ne per 
avventura inutile lo averlo tentato. 

Le offese tutte , e massimamente quelle che con 
proprio vocabolo e per comune consentimento si ap- 
pellano ferite , sogliono essere accompagnate da un 
insieme di circostanze, le quali, indipendentemente dal- 
la gravita delle offese medesime , rendono più o me- 
no grave il delitto. Per l'una parte la scelta di tale 
strumento , che ben. manifesta nell'offensore una deter- 
minuta volontà di uccidere , o per lo manco di offen- 
dere gravemente la persona , contro della quale fu sca- 
gliato il colpo : lo averla appostatamente attesa , per 
cosi dire , al varco : lo avere simulato di perdonarle 
un' onta , perchè più agevole divenissse il vendicai- 
sene : ed altre si fatte cose , che il caso cosi detto 
appensato costituiscono. Per l'altra parte il boUor d'una 
zuffa : l'atto quasi involontario d'uua subitanea vendetta : 
il sonnambulismo e la ubbriachezza , che non si po- 
terono prevedere , né perciò evitare (1) : la provoca- 
zione ; eccetera , sono appunto le circostanze , il com- 
plesso delle quali è ciò ch'io chiamo il morale delle 
ollcsc , e di cui la conoscenza e la importanza al so- 
lo giudice appartiene. Non è adunque , uè può essere 



(i) Possono bene il sonnambulismo e la ubbriachezza es- 
sere una qualche volta il soggetto delle ricerche dei medici-le- 
gali. Qui però vuoisi soltanto parlare di quelle denunzie , che 
riguardano la gravezza o il pericolo delle l'crite. 

G.A.T.XLVI. 20 



302 Scienze 

da medico il parlarne ; siccome non è di onesto me- 
dico il farne ricerca. Il linguaggio , ch'io intendo in- 
vocare, riguarda soltanto la parte fisica, e propriamen- 
te il pericolo , eh' esse arrecano della vita. E insom- 
ma il linguaggio , di che debbe far uso il medico 
nel dare il suo giudizio. Dico adunque, che ove que- 
sto linguaggio non sia comune e al medico , che de- 
nunzia o riferisce , e al giudice criminalista , che ri- 
ceve , ed ha per buone le denunzie , il giudice stesso 
non potrà mai sapere quel pena apporre si debba all' 
autore delle denunziate ferite , o per lo manco si tro- 
verà nel dubbio di apporvela imediatamente , che vai 
quanto dire disproporzionata al delitto. 

Allorché il morale delle ferite non importi alte- 
razione alcuna nelle pene, che, siccome dicesi , furo- 
no comminate ai feritori , la legge , che è norma e 
guida al giudice , stabilisce la pena , onde si hanno 
a punire gli autori di una ferita , che dai medici si 
denunziò , a mo' d'esempio , con qualche perìcolo , op- 
pure con assoluto pericolo della vita. Pongasi , che il 
denunziante , siccome mi è noto essere assai volte ac-» 
caduto , giudichi pericolosa una ferita. Or quale sarà 
la pena , onde si avrà a colpirne l'autore ? L'essere 
pericolosa una ferita certamente significa , eh' essa mi- 
naccia la vita , e che può eziandio divenire , quando 
che sia , mortale. Ma la minaccia essa remotamente , 
oppine davvicino ? Il pericolo , in che per la medesi- 
ma è posta la vita , è lieve , è grave , è gravissimo ? 
Insomma quale , e quanto è ? Codesta che dicesi pe-> 
ricolosa ferita , si ha da porre nel novero di quelle , 
che la legge chiama con qualche , oppure con asso- 
lato pericolo ? Che se nel supposto caso la pena da 
infliggersi al feritore sta in ragione diretta del peri- 
colo , ond'è minacciata la vita del ferito , e quale pe- 
«e vorrà dccrclursi al feritore medesimo ove dal giù- 



Medicina legale 303 

dizio medico non risulti chiaro il pericolo ? Nelle qua- 
li dubbiezze certamente penosissime parmi dovere vie- 
maggiormente nuotare l'animo de' giudici quantunque 
volte venga denunziata per pericolosa una qualsivoglia 
ferita , comechè semplice , al tutto superficiale , e lie- 
vissima , solo perchè cadde in una parte eziandio la 
meno nobile detla testa. Emmi noto essere ammaestra- 
mento di parecchi dottissimi scrittori di chirurgia e di 
mediciaa legale , che le ferite del capo quali che sia- 
no , e avvegnacehè in apparenza le meno gravi , si 
abbiano a giudicare pericolose : poiché , ne senza ra- 
gione , sebben troppo Spesso , si temono le commo- 
zioni concussioni cerebrali , delle quali u'è ordina- 
rio effetto la morte. Ma so ancora, che si fatte gra- 
vissime alterazioni del capitano de' visceri umani han- 
no nel più de* casi i loro sintomi particolari, donde 
sì ragionevole ne nasce una prognosi funesta , o per 
lo manco incerta e sospetta. Il perchè ne deduco , che 
ove ogni sorta di sintomi propri delle cerebrali com- 
mozioni manchi , sarà , a voler essere per ogni ma- 
niera cauto e guardingo, tutt'al più lecito usare di 
quella riserva , la quale come adoperata sia troppo 
frequentemente, di soverchio timore e spesso pur d'igno- 
ranza , parcamente , di sagacità e di prudenza suole 
essere indizio. 

E peggio assai che la incertezza o il dubbio ca- 
drà neir animo de' giudici , se il medico manifesterà il 
suo giudizio con espressioni inesatte , equivoche , e af- 
fatto arbitrarie ; oppure se si prevarrà, di vocaboli presi 
cosi a caso da alcuno degli scrittori di medicina le- 
gale , o di dilogia (I). Conciossiachè , siccome può 
ognuno , tanto che il voglia , con gli occhi propri 



(i) klJlix. ( Elia ) crimen. 

20^ 



304 Scienze 

(iccertarsene , non sempre siano essi d'accordo fra lo- 
ro. Ne solamente noi sono ne' vocaboli o termini , con 
che intendono esprimere la gravita o il pericolo di 
una qualsiasi ferita : ma vanno eziandio discordi nel 
valore , eh' essi medesimi attribuiscono ad una stessa 
stessissima espressione. Le prove di ciò si rinvengono 
nelle opere di questessi scrittori , e il leggerle è da 
lutti. Solo siami permesso di osservare , che il dottis-^ 
sirao avvocato Raffaele Ala nel suo Foro Criminale 
dice mortali essere quelle ferite o percosse , per le 
quali avviene la morte o subito , o dopo qualche temr 
pò : soggiugnendovi poscia trattarsi in questo caso di 
omicidio (I), Quindi parlando delle cose , onde le de-' 
nunzie de' chirurghi debbono comporsi , dichiara tor-^ 
nare a un medesimo le ferite o contusioni mortali , 
e con assoluto pericolo di 'vita (2). Nel ohe al suo 
stesso opinare non è conforme ne il dire eh' ei fece 
poche pagine prima , che si tratta di omicidio , quan- 
do le ferite siano dette mortali , ne lo intendimento 
dei piiì ; ne il volere di quella legge criminale , che 
ultima, e cioè nel 1816 fu presso di noi pubblicata. 
Impei'occhè non è sempre da aversi per certissima la 
morte nelle ferite con assoluto pericolo della vita ; 
mentre le mortali di loro natura, e sempre necessa-r 
riamente l'apportano. Qui pure v'ha dunque uno scara-- 
bio di voci , ohe potrebbe divenire cagione di qual- 
che dubbiezza , e , ciò che più monta , d'inganno. 

E giacche m'è venuto in taglio il parlare della 
legge dell' 816, non vò lasciar di dire , eh' essa nelle 
citta non è che da pochissimi chirurghi conoseinta , 
pelle campagne da nessuno. E quando pure fosse do.-^ 



(I) T. 3. p. 49. Roma 1825. 
(^] T. ?,, p. 5^. 



Medicina legale 305 

VUhqlic , e a tutti cognita , non è , al parer mio ^ 
tale da soddisfare in tutto al nostro bisogno. Si fatta 
1-egge pontificale tutte le ferite , che negli uomini tut- 
tora viventi ci può esser dato vedere i, divide in quel- 
le, che sono senza pericolo , con qualche pericolo^, 
e con assoluto pericolo della vita. E a ciascheduna 
di queste tre specie appone quella diversa pena , che 
le diverse circostanze ne consigliano. Con che alla 
scienza de' legisti e de' giudici parmi essersi convene- 
volmente soccorso. Ma la chirurgia , che in ciò si as- 
socia alla legge . non vi trova onde restarsi contenta^ 
Imperocchb non vi è detto alla foggia chirurgica quali 
Caratteri del^be avere una ferita , affinchè abbiasi a 
denunziare con alcuna di queste tre difTcrenti maniere. 
So essere Costumanza del tribunal criminale di 
mandare talvolta il chirurgo , cui tiene a stipendio 
a visitare le persone , delle cui ferite gli pervenne 
denunzia da tale ^ eh' egli non ha per ottimo i, e ne- 
anche mezzanamente istruito. La quale costumanza se 
per l'una parte è da dirsi lodevolissima precauzione 
e massime in faccenda di sì grave importanza ; e per 
l'altra una certa prova sì del poco conto , in che i 
giudici assai delle volte tengono le denunzie de' me- 
dici , come della imperizia de' medici stessi; Vuoisi 
ad ogni modo , se non in tutti i caei , al certo in 
non pochi altamente commendare. Posciachb essendo 
siccome dicesi, la denunzia de' medici una delle basi 
fondamentali , anzi la principale, di dove ha da par- 
tire la tessitura de' processi criminali, solo per sì fatta 
guisa potrà il tribunale medesimo starsi tranquillo sU 
la verità delle cose riferite. Ma siccome può non rade 
volte accadere , che la perversità del cielo , l'asprcz-' 
za delle strade , la distanza de' luoghi ^ ed altre co- 
se pur mille , ne dilllcili ad immaginarsi , si oppon» 
gono all' andare eh' egli dovrcljbe subito a verilicaftó 



306 Scienze 

il giudizio , che fu dato sul pericolo di certe ferite, 
o per darne contezza secondo che le medesime vera- 
mente gli si presentano : così egualmente può di leg- 
gieri avvenire, eh' egli, dopo buon tempo da che fu- 
rono fatte , esaminandole , le trovi essere per gravita 
o per felice alleviamento assai diverse da quelle, eh' 
esse dapprima erano , e perciò addivenga fallace il 
suo giudizio. Il quale potrà poi conseguentemente di- 
venire tanto più dannoso e malvagio , quanto più 
dai giudici lo si terra per migliore. Gonciossiachè al 
feritore non siano da imputarsi tutte quelle mutazioni, 
buone o ree che siano , le quali nel corso del tem- 
po sogliono manifestarsi nelle ferite. E sono senza dub- 
bio parecchie le cagioni di un peggiore andamento, 
che dalla stessa libera volontà dell' offeso , oppur d'al- 
tronde , possono alle ferite provenire. Poiché adun- 
que non sarebbe da punirsi il feritore con castigo cor- 
rispondente a quel peggi:», che, per cagioni alla fe- 
rita estranee , alla ferita stessa col tempo avvenne ; 
ne , per ciò che sollecitamente andò a cicatrice , si 
dovrebbe assolvere , mentre tutt' altra era da principio 
la ferita , eh' e' fece : cosi vuoisi conchiudere , che il 
giudizio , il quale assai tardi verrebbe per siffatta gui- 
sa a farsi di una qualsivoglia ferita , può agevolmente 
trarre in inganno i giudici , ne per ciò è tal cosa , 
a cui potersi tranqnillamente attenere. 

Allorché adunque trattisi di ferite o di offese , 
le quali non abbiano apportato issofatto la morte , 
ne perciò siano da dirsi assolutamente mortali , a vo- 
ler togliere via dalle denunzie de' medici qualunque 
sconvenevolezza , la quale atta sia a partorire incer- 
tezze o inganni nell' animo de' giudici , io ridico es- 
sere mestieri e per quegli e per questi una norma , 
la quale tenga luogo di legge sovrana. Siffatta norma 
o legge parvemi stare appunto nella semplicità ed uni- 



MlSDIcmA LEGAt« 30t 

formita eli quel linguaggio , che fosse creJuto il più. 
acconcio al bisogno. E quello ^ che già venne prò*- 
tnulgato nella citata legge dell' 81 6 , sembrami noa 
disconvenisse k Se non che, a far sì che codesta nor- 
ma non abbia giammai a fallire del suo effetto , vi 
si richiede un esattissimo novero de' caratteri almeno 
principali di quelle ferite, il giudizio delle quali Coti 
bene addatti vocaboli si ha da esprimere nelle denun-^ 
iie* E cosi , perche la cosa si fosse, fin dove e le- 
cito sperarlo » in tutte le sue parti perfetta , sarebbero 
da aggìugnersi que* differenti gradi di pena, che vuoisi 
apporre alle differenti ferite , senza mica tralasciare 
quelle modificazioni, che il morale di così fatte offese 
nel pili de* casi richiede. Con che, se non altro , si 
verrebbe signifieando ai medici quanto sia d'uopo , 
ch'essi misuratamente procedano nel giudizio , che han-' 
no a dare delle ferite medesime. Si vuole insomma 
Una norma medico-chirurgica, la quale, per nulla di- 
lungandosene , cammini su le orme stesse della legge i 
che è a dire l'opera del legislatore e del medico. E 
che, comunque poi si faccia, sia d'uopo riformare una 
volta le ordinarie denunzie de' medici legisti , e così 
togliere quelle tante incertezze , di che Sono cagio- 
ne , e que' sì iiocevoli inganni , di che potrebbono 
esserlo , io mi appello a voi medesimi, giudici sapien- 
tissimi del foro criminale , i quali tuttodì vi dolete 
di colali denunzie. Conosco le penose vostre dubbiez- 
ze per non vi potere soventi volte fidare , almen quan- 
to la santità delle cose il vorrebbe , alle denunzie , 
che particolarmente dai medici delle nostre campagne 
vi pervengono. So quanto l'animo a tutta ragion ve 
ne dolga : ne ignoro le pratiche e gli esami , a cui 
talvolta v'è bisogno appigliarvi , onde comprendere 
ciò che s'intesero dire gli autori di certe denunzie , 
nelle qu^i , tuU' altro che semplice ed uuiformc j si 



308 Scienze 

tiene anzi un linguaggio confuso , lontano da quel 
della legge , e (ciò che pur m'è grave a dirlo ) a 
mala pena italiano. Siate voi dunque, poiché sì bene 
vi si addice l'esserlo , siate voi medesimi i sosteni- 
tori di questi miei voti , che sono pur quelli della 
giustizia e della umanità. Interponetevi , e con la gra- 
vissima autorità vostra ottenete una volta quella legge 
sovrana , eh' io sì caldamente invocai , e che sola può 
sottrarvi per sempre dal grave pericolo di cadere in 
inganni , che vi siano amara cagione di tardo pen- 
timento, e di atroci rimorsi (I)» 



Hjgienes et Therapiae generalis compendiwn in usum 
auditorwn archigymnasii romani : auctore I. Folcili 
P. P. - Romae, 1830. {Un voi. in 8 di pag. 204.) 

V^uanto è necessario sapersi intorno alle regole di 
una buona igiologia , e quanto è d'uopo a stabilire 
un corpo di general dottrina terapeutica , tutto è pre- 
so a disamina , tutto è ridotto a principj in questo 
accuratistimo compendio. Diviso il medesimo in capi, 
offre neir ordine seguente le materie che racchiude. Do- 
po aver tracciato in N. A. nel primo cap. della igio- 
logia lo stato della sanità , i segni della febbre , le 



(i) L'autore si propone di pubblicare fra poco in una' secon- 
da Memoria quel linguaggio , eh' egli crede essere il migliore 
pel giudizio medico di tutte le ferite , e che , per ciò che 
spetta alle ferite di quelle persone , che non sono per anche 
uscite di vita , sarà iuterameute coaforoic a quello della leg- 
ge dell' 8i6. 



CoMPENOTtlM HYGIENtS EC. 30'J 

varietà dei temperamenti , le idiosincrasìe , e le con- 
suetudini, espone nel secondo quali sieno le cose ap- 
pellate già naturali , alla divisione e ragionamento delle 
quali aggiugne alcune sensatissime avvertenze intorno 
air uso intempestivo dei rimedj , al regime da tenersi 
nel trattamento delle pregnanti , ed alla fisica educa- 
zione dei bambini. La seconda parte di questo com- 
pendio risguarda la terapia , ed ivi ne' primi tre ar- 
ticoli del primo capo la discorre brevemente sul conto 
di quelle cose che serbano un intimo rapporto con l'in- 
fermo , col medico , e con gli astanti , sulla ma- 
niera d'istituire un commendevole ed utile esame dei 
malati , e sopra alcuni canoni generali indispensabili 
per la retta cura dei morbi. Sparge ivi il dottissimo 
A. pregevoli avvertimenti onde possano desumersi op- 
portuni cri ter] da quelle fisiche condizioni della in- 
ferma macchina , che indicar sogliono , o contro-in- 
dicare, o permettere una serie di proficui presidj in- 
dicati a statuire la cura o palliativa o eradicativa o 
profilattica. Colla scorta poi del sommo Boerahavc e dell* 
impareggiabile Sidcnham s'intertìcne a discutere e di- 
lucidare quei precetti , che denno .servir di guida nel 
retto ordine di terapia , onde si abbia in mira ora la 
rimozione delle cause, ora l'uso di quei compensi di- 
retti a debellare il più urgente morboso fenomeno , 
ora l'uso di quelli che jiwantia et nocentia si dis- 
sero , ora di quelli , che contrarj si ritengono , ora 
dei simili , ora degli elettivi , ora degli eroici , ora 
dei blandi , con la massima di conciliare ognora i 
più affini alla peculiare consuetudine del paziente. Il 
cibo e la bevanda sono lo scopo del secondo capi- 
tolo , essendo la dieta una delle sorgenti , dalle quali 
traggonsi sussidj per la mcdela. E siccome l'arte chi- 
rurgica e la farmaceutica sono le altre due fonti che 
somministrano mezzi alla terapeutica; cosi fra i prc- 



310 Scienze 

sidj annoverati dalla prima tiensi discorso altresì di 
alcuni altri , i quali sebbene ad operazioni chirurgiche 
direttamente non appartengano , pure alla cute appli- 
cati vengono , come la elettricità , i bagni , e le mo- 
dificazioni loro. La moxa , l'agopuntura , ed altre ope- 
razioni sono nel capo terzo contemplate. Viene al capo 
quarto riservata quella parte, che risguarda la farma- 
ceutica , ed in essa comprendesi quanto è relativo alla 
facoltà , azione , stato , e propinazione dei rimedi. A 
tal effetto ivi si ragiona del modo d'indagare la virtù 
dei nuovi farmaci , del diverso cangiamento di stato 
che soffrono alcuni di essi dopo la introduzione loro 
nelle vie alimentarie, degli effetti promananti dall'azio- 
ne dei farmaci conosciuti , della facoltà elettiva di essi , 
delle avvertenze da usarsi nel prescriverli , delle va- 
rie maniere di amministrarli, e del metodo da osser- 
varsi nel compilare le formole delle ricette. Una cosi 
ben coordinata esposizione di cose presenta ancora il 
pregio di uno stile chiaro e preciso ; quindi è, che 
non dubitiamo asserire , che l'opera in se racchiude 
lutt' i possibili titoli per essere raccomandata all' at- 
tenzioue dei cultori dell' arte salutare. 

TONELLI. 



3H 



LETTERATURA 



intorno ufi vaso creduto aretino del museo dì f^ol- 
terra , ed intorno le terre cotte con bolli de tem-- 
pi romani , lettera del cav. Giovan Batista Zan- 
noni. ( Firenze , o nella Badia Fiesolana presso il 
sig. cav. Jnghirami. ) 



M. er più ragioni questa dotta ed elegante letterina in- 
teressa noi, e l'istituto nostro. Il eh. sig. cav. Zan- 
noni , prendendo argomento da un vaso scritto , cre- 
duto de' famosi d'Arezzo , con l'usata sua maestria scen- 
de a trattare in essa delle analoghe e coeve iscrizioni 
di bollo in terra cotta , che noi chiamiamo figuline. 
Egli ebbe incitamento ad un tale lavoro dall' istesso 
sig. Inghirami » eh' esprime il suo pensiero in queste 
precise parole. ,, Il presente rarissimo vaso è stato si- 
,, curamente chiuso in un sepolcro , come ne ha tut- 
,, torà seco una prova nel tartaro tenacemente aderente 
„ ad alcune parti di esso, e della natura stessa che 
„ si trova in altri vasi necrofittili. Quest' esempio può 
„ riguardarsi , cred' io , come un' eccezione alla mas- 
„ sima finora da me tenuta , che nei sepolcri si po- 
,, nessero vasi espressamente eseguiti per tale ogget- 
„ to , e di un genere speciale e diverso dai vasi che 
,, facevansi per uso domestico , o sacro , o sociale qua- 
,, lunque. E di fatti per me un grave argomento quello 
„ di non essere stati trovati finora vasi di t^rra cotta 



Si 2 Letteratura 

,, dipinti in figure rosse con fondo Doro , o in tìgitré 
,, nere con fondo rosso, in nessuna mai di quelle case 
,, ( almeno a mia notizia ) che si sono scoperte , e 
„ tuttodì si scoprono in Pompei ed altrove , mentre 
,, in quelle case medesime trovansi vasi d'ogni gè- 
„ nere e d'ogni specie; e frattanto nei sepolcri di quel- 
, le medesime citta e di quelle famiglie medesime , 
,, e fuori appunto dei recinti delle lor mura si tro- 
,) varono e si trovano vasi di terra cotta dipinti a fi-' 
„ gure rosse con fondo nero , o viceversa : irrefraga-^ 
,) bile pruova , che altri erano i vasi destinati ai se- 
„ polcri , altri erano i vasi destinati agli usi della 
„ vita. „ 

Prosegue a dire, che questo era l'argomento sul 
quale si estese nella prefazione della serie V. dell' 
opera su' monumenti etruschi ; o che i'essenzialissimo 
argomento , fonte di tante mistiche insieme ed arca- 
ne , e nello stesso tempo palesi ed evidenti spiega- 
zioni , - ,t venne di poi sempre piiì confermato dalle 
,, nuove scoperte, e dai ritrovamenti di questi anti- 
„ chi oggetti sempre incontrati nei sepolcri , e non 
,, già per le case degli antichi ; per cui diceva io , 
,, che altri fossero presso gli antichi i vasi d'uso so- 
,, ciale , altri quei che facevansi di terra , o tinge- 
,f vansi di color nero , ad oggetto di porli nei se- 
,, polcri , come tutto dì li troviamo : dove per al- 
,, tro , nella prodigiosa quantità che vi se ne poneva , 
,, ve n'erano anche di quei di vetro, di rame , e di 
„ alabastro, che potettero , come il qui esposto are- 
„ tino , essere stati di uso domestico , essendo quel 
„ sacro rito di provenienza liturgica, e non dogma- 
„ tica , e per conseguenza frangibile. ,, 

Veramente un siiiatto discorso riesce molto stra- 
no , dopo la pubblicazione delle dotte convinccntis- 
sime opere di S. E. il sig. Principe di Canino , il 



Vaso aretino 313 

Catalogo, ed il Museo etrusco; dopo che ciascuno che 
il voglia può conoscere migliaja e migliaja di vasi 
certissimamente fabbricati per tutti gli usi della vita, 
pinti di tutti i colori , d'ogni foggia , detriti , rat- 
toppati , e tuttavia rinvenuti solamente ne' tumuli. 
Alcuno innoltre qui potrebbe richiamare il sig. In ghi- 
rami ad un po^ di osservanza e d'istoria e di crono^ 
logia ; che sono ben distanti fra loro i secoli della si- 
gnoria etrusco greca , e quelli degl' imperadori roma- 
ni , a' quali soli appartengono le stoviglie con lettere 
e parole di perfetto latino ; lettere e parole che pur 
troppo si ostentano dall' unico detto aretino. 

A tutto ciò ripone placidamente il eh. sig. Can- 
noni, che l'opinion sua propria , -- se ammette , che si 
,, fabbricasser vasi unicamente pei morti , non incli- 
„ na però ad estimar siffatti tutti quelli che si trovan 
„ con loro. Le ragioni , ondo io credo avvalorarsi 
„ questa mia opinione , saranno da me esposte in li- 
„ bretto a parte , del quale ho già al pubblico fatta 
,, promessa. ,, Noi certamente stiamo aspettando con 
grande premura una illustrazione degli sconosciuti va- 
si scritti di Gliiusi , fatta da un sì valente uomo ; 
tanto più che nelle stoviglie di una certa terra neris •> 
sima , note in Roma e prima e dopo le scoperte Ca- 
niniane , non abbiamo mai potuto incontrare caratteri 
che ne decidessero l'età. Speriamo , che per tale il- 
lustrazione verrà troncala o£fn'inutilc controversia fra 
il sig. Inghirami , antesignano di altri signori , e noi 
jjoverelli. Diremo solo , che tra' fittili d'impasto nc- 
rissimo ne abbiam' osservati de' grandi assai , di for- 
ma singolare , destinati certo a contener carlioni ac- 
cesi ; ma non sappiamo se per ardere incenso ed al- 
tri profumi , o se per iscaldare vivande. Questo dop- 
pio uso , o di vaso profumatorio , o di scaldavivande» 
ben apparisce non essere tanto proprio de' morti , che: 
fiol 5Ì£^ molto più de^U uomini viventi nelle ca,scv 



344 Lettera TUR a^ 

Forse che il sig. Inghiraml , a sostegno dell'ana- 
cronismo , per cui vorrebbe trovar vasi di fabbrica 
grecoetrusca nelle case di Pompei , ci rinfaccerk l' epi- 
gramma di Marziale ! 

„ Aretina nimis ne spernas vasa, monemus : 
„ Lautus erat Tuscis Porsena fìctilibus. ,, 

Ma chi non vede avere il poeta indicato soltanto 
una successione di fabbriche vasarie nell' Etruria ? Non 
è a dirsi , quanto mai simili manifatture cangino col 
tempo di colore o impasto della terra , di forme , 
di pitture , di vernici. Noi stessi , nativi della Roma- 
gna, provincia rinomatissima da antico per tale indu- 
stria , oggidì non veggiamo più cola que' lavori di 
varie figline , eh' erano a noi notissimi nella fanciul- 
lezza. La bella citta di^aenza teneva una volta il vanto 
sovra le altre ; a segno che i francesi nomarono il 
vasellame di terra faiance. Noi rendiamo loro la pa- 
riglia , dicendo l'istesso vasellame majolica \ dalla 
luaggiore delle isole Baleari , tanto più vicine alla 
Francia ed alla Spagna , che all' Italia. Gli antichi 
autori ci assicurano concordemente , che i Tirreni do- 
minarono su quelle famose isole ; e quindi l'arte 
delle stoviglie , tanto in Maiorica , quanto nella Ro- 
magna sarà, un eredità ben rimota degli umbri e 
degli etruschi. 

Frattanto il vaso propostoci , sia di Volterra , 
sia di Arezzo , è di vaghissima forma ; derivata ed 
anzi manierata da' modelli antichissimi d'Italia , che 
diconsi greci. Una tazza alta vedesi resa facile all'uso 
di versarne il liquore , o d'accostarlo al labbro , per 
due sottili anse a' fianchi , e sostenuta da fermo 
non isvelto sottopiede. Se ben comprendiamo il dise- 
no annesso , nel ventre esterno vi sono operati a ri' 



Vaso aretino 315 

lievo encarpi di foglie d'edera e di corimbi , legati 
con vitte , sormontati da altro fiorame diramato in 
due pigne : un nome latino scorre sovra quegli or- 
nati negli spazi vacui , formato a rilievo aneli* esso 
in lettere romane de* tempi dell' impero non primiti- 
vi. Tutto ciò determina bastantemente la destinazione 
al vino , o ad altra bevanda dilicata sulla mensa. 

I vasi propriamente aretini sono di una vernice 
rossa più cupa di quella de' nobilissimi grecoetrusclii; 
sono di una terra rossiccia più o meno sbiadata, e ge- 
neralmente co' lavori fatti a rilievo. Possiamo affer- 
mar ciò , perchè essendo stata quella moda la regnan- 
te universalmente sotto l'impero innoltrato , abbiamo 
sufficiente pratica in quest' emporio delle antichità ; 
ed i nostri libretti giornalieri vanno ricchi di nomi 
romani de' figuli o de' padroni delle fabbriche , rac- 
colti da' frammenti di tali ben fine stoviglie. La cam- 
pagna che circonda Roma per molte miglia non è che 
una immensa necropoli , frammezzata da officine par- 
ticolarmente vasarie ; dove chiunque guarda in terra 
scoi'gera innumerevoli pezzetti delle idrie , degli orci' 
uoli , delle tazze rosse d'ogni uso. Facevaci quindi 
ridere anni sono un uomo creduto pratico , il quale 
scriveva d'aver veduto il primo esempio di cimitero gen- 
tilesco sull'Appia. 

Ma vengasi alla spiegazione dello scritto dataci 
dall' esimio sig, Zannoni. 

L. SAR G. L. L, SVRVS 

Egli legge ottimamente : Lucius Sur for- 
se Sardius , Sarnius , Sartlus , o Sargenius , Cali 
{et) Ludi Lihertus Surus , cioè Sjrus ; artefice 
appellato con quest' ultimo nome personale o dalla 
nazione realmente sua nellci servitù , o da successione 



^36 Letteratura. 

di altro Siro nella famiglia de' patroni. Se fossimo 
certi che il vasetto provenisse da Arezzo , noi prefe- 
riremmo il gentilizio SARGENIVS , che dal N. A. 
è provato aretino , pel Gori ( Inscrip. Etruriae , to- 
mo IL pag. 328.) Molti altri però ponno essere i gen- 
tiliz) raccoglibili da'marmi , e quelli che ignoriamo , 
i quali incomincino dalla sillaba SAR. Prenderemo 
quindi l'ardire d'avanzare una congettura ( il che fac- 
ciamo solamente perchè oggidì le congetture che han- 
no dell' emblematico e del simbolico , piacciono as- 
sai), ed è ch'essendo il SAR senza punto immedia- 
tamente avanti una di quelle pigne , l'istessa pigna 
prendasi per segno fonetico; leggendo SARPINVS , 
SARPINIVS , SARPINEIVS , che sarebbe un buonissi- 
mo gentilizio ; e notisi , che la pigna replicata esser 
dovca la insogna propria della fabbrica , fatta sullo 
stile delle arme parlanti. La pigna Idea è d'altra par- 
te frequentissima su' monumenti etruschi , ed orna 
persino la sommità di moltissimi cippi sepolcrali auto- 
nomi di un popolo grande veramente in potenza ed 
in coltura , che abbia mai fiorilo in Italia. 

Osserveremo ancora che la L: Lihertus avanti a 
SVRVS non è fatta con la linea orizzontale ad an- 
golo retto , come nelle altre due, ma bensì con 
linea obbliqua all' insù , e con angolo acuto , il che 
rendela un A rovesciato; e che di più è controdi- 
stinta da due grossi punti , cosa non conosciuta in 
iscrizioni latine. Per noi fallaci alfabetisti minuzie tali 
sono certissime note di maniera etrusca : e poco c'im- 
jjorta se le rilevanze ne aggradino a questi ed a co- 
testi signori misoetruschi , e ciò eh' è peggio antipa- 
Icografici ; che siamo costretti a non curarci gran fat- 
to delle tante sinistre sollecitudini ed avversioni loro. 
Il descritto vasetto era di quelli che da' latini 
chiamavansi caliccs , in sostituzione degli altri di ve- 



Vaso aretino 2f7 

tro e di pietre native , iucomodi a chi volea ber caldo : 
ed a provar ciò bastano di Marziale gli epigrammi 
qA. e 102. del libro XIV. , ed il greco di Macedo- 
nio , che recammo in latino su questo Giornale ( apri- 
le 1829. pag. 5). Per Arezzo aggiungiamo quest' al- 
tro pure antico e bello , che citiamo a memoria. 

,, Aretine calix , mensis decorate paternis , 

„ Ante manum medici , quam bene sanus eras 5 

Sembra qui doppio l'aculeo ; primieramente contro 
uno sgraziato medico che ruppe la stoviglia , orna- 
mento più vecchio e caro dell' amichevol mensa ; 
in secondo luogo , intendendo manum medicam , contro 
uno del mestiere indispensabile in tanta carità degli 
arnesi aviti , contro un ristauratore , che volendo rac- 
conciare la tazza spaccata , la infrahse intieramente. 
Da queste semplici ricchezze dell' ahacus con- 
vivale, il eh. sig. Zannoni con bella grazia passa a 
trattare delle affini leggende impi-esse sulle lucerne e 
su' tegoli de' nostri musei. Noi pure toccheremo di 
passaggio, che non abbiamo mai veduto ne' vasi dell'epo- 
ca grecoetrusca il nome del fìgulo , scritto suU'este- 
rior ventre della ciotola : il che conferma , questi 
essere distinti dalle fatture romane , per diflerenza 
grandissima di secoli e di fogge. Gli aitefici di Gre- 
tia nostra e d'Etruria costumarono di delincare i con- 
trassegni de' nomi e delle fabbriche ne' varj cerchj 
del sottopiede rivoltato ; e par certo , che i romani 
prendessero da ciò l'usanza di apporre le note del 
formatore figulino , del fondo , del padrone , de' con- 
soli , appunto in più giri sugli embrici loro. 

Ora , se le delineazioni o marche vascularic de- 
gli etruscogreci , come composte di nessi , ed abbre- 
viature grandi , e di più miste di caratteri e di \\x\-t 
G,A.T.XLVL 21 



gì 8 LETTERATURA 

guaggi , pelasgici , tiiieni , qschi , locresi, campani e 
siculi, sono inaccessibili o disperate ; veggano qui gli 
arditi , a' quali tutto è facile per pensieri strani ed 
allegorie, quanto mai l'esperto e saggio sig. Zannoni 
dimostri bene, che le impressioni stesse delle terre cotte 
fomane imperiali presentano sigle cotanto affollate e 
strette, che rendesi inipossibile il leggerle, qualora da 
altre di esse non ci provenga un chiaro e positivo 
lume. Fra le scoperte a confronto , ch'egli ha fatto 
sotto la scorta d'italiano magistero , certa e bella ol- 
tremodo a nostro giudizio , e la seguente, 

Il Marini , nelle sue archeologiche Pandette , gli 
Arvali, alla pagina 65T., parlando di figuline prezio-. 
se per l'istoria , recato avea fra le altre questa. 

EXPRDPF. LVCILLAE ODOL FIG MAPR 

L. AEL. CAES. IL P. GOEL. BALBir^ 

COS 

Tacque il valentuomo su quel MAPR, e quel MAPR 
si rinianea inintelligibile. Lo studio assiduo del sig. Zan-; 
noni seppe rinvergare nel Fabretti le figline Macedo- 
niane ; e conoscendosi d'altronde , che tali fabbriche, 
per l'incredibile numero loro , venivan distinte in mag- 
giori e minori, vecchie e nuove, superiori ed inferio- 
ri ; ecco spiegato l'enigma MAPR , e letta mirabil- 
mente tutta la dura epigrafe. Ex prqediis Domitiae 
Puhlii filiae Lucillae opus doUare fìglinae Macedo- 
nianae primae ( ovvero figlinis Macedonianis priori- 
hit% , ) Lucio A elio Caesnre iteriim ( et ) Publio Coe-. 
lio Balbino cons^iflibus. 

A favore della lezione Macedonianae primae , 
fìsserva rettamente il N. A. che si giunse persino a 
i^egnare nelle lucerne il numero proprio e particola- 
V?* ^raltrcllante fa])briche ( sej)purc non forse rpicUo, 



Vaso aretino 219 

d'oguì ruota o cameretta di ciascun fìgulo ) ; e che 
ili tal guisa debbaiisi intendere la OPPI QVARTA , 
e la P. P^ABR. G. F. TERTIA , Publii Fahricii Caii 
Fila tertia^ presso il Passeri, Luceni. fìctil. Ducisi , 
che il famoso illustratore nulla dica di queste , ne di 
tante altre simili terraglie letterate , delle quali va ador- 
na la sua bella collezione. Ma il Passeri rompeva un 
mare vastissimo di erudizione ; l'ingegno suo era sta- 
to particolarmente rapito dal cielo cotanto ampliabile 
de' misteri Bacchici : onde scrisse di lui molto bene 
l'esimio Lanzi (Dissertazioni su' vasi dipinti, pag. 136). 
,, Questo dotto deferì troppo alla sua fantasia , che 
,, se retta non è dalla storia , è una pittrice ca- 
„ pricciosa , che non ajuta all' antiquaria. ,, Che po- 
tremmo aggiungere oggidì noi , si devoti al metodo 
9d alla scienza di Lanzi ! 

Vorrebbe il sig. Zannoni , che un sovrapposto al 
C. FABR/aV , e sottoposto all' ANTONI , o ANTO- 
NINI , di due altre lucerne del Passeri , fosse atro se- 
gno di morte sorvenuta a que' due padroni delle fab- 
briche ; come appunto esso è nota fatale in molti mar- 
mi, anche fuori della serie de' sepolcrali. Temiamo però 
che il piacere di una sifl'atta lettera mortuaria , o co- 
me dicono di silicernio , nelle lucerne non si possa 
ammettere ; sembrandoci assai più ragionevole , pe' nu- 
merali recati distesi di TERTIA e QUARTiV , che 
l'jstesso © valesse soltanto il numero progressivo delle 
ollicine , delle forme , o de' pezzi, come nelle medaglie. 

A noi , che per la piccolezza dell' ingegno , e 
per gli studj scarsi assai , non possiamo aspirare alla 
sublimita de' concepimenti ed alla filosofia di altri ; 
e per ciò andiamo ravvolgendoci continuamente sugli 
apici, edanzi sulle misere forme degli elementi scrit- 
ti ; compariscono ancora molto importanti due altri 
confronti prodotti dal N. A. Il primo si è di lucer- 



g'^U Letteratura 

jiH anch' essa del Passeri : EX OFF. P. VETTI AD. 
PORT. TPIG. Che sarà mai quel TPIG ? Se un po- 
vero dilettante giunge a travedere , doversi leggere ad 
Portam Trigemmam^ i veri dotti oppongono l'errore 
inammissibile di una P. pi per R. Se il meschino ar- 
disce di fiatare , che i romani figli de' greci , e com- 
misti con essi, poteano ben porre alcuna lettera gre- 
ca fra le proprie loro , la buglia cresce ; accorrono 
sostenitori ai dotti da tutte le bande. Se mai poi lo 
s^^fraziatissimo pronunciasse vasi etruschi, mistura di let- 
tere in essi, lettere mal poste , mal formate , i veri dotti 
partono in collera, sostenendo fieramente, che i vasi 
greci navigati , e tuttavia campani di trasporto , sono 
tutti scritti a puntilo d'eleganza , e che l'etrusco e 
tutto barbaro , è altr^ cosa. 

Dall' antecedente derivasi un secondo felice con-n 
fronto del sig. Zannoni ; ed è pure dal Passeri : EOA- 
POLIN. Ma così la leggenda fu posta in ordine do-i 
pò lo studio. Veggasi come giace suU' originale. Un 
glande astro con luna sotto divide la leggenda in 
quattro parti. SuU' alto EO ; alla sinistra del riguar- 
dante AP ; alla destra OL ; e sotto IN. Non v'ha md- 
la di più certo. Leggasi : ex officina Apollinis^ cioè 
ad insigne Apollinis ; fabbrica nota per la insegna , 
e vicina ad un tempio , ad una statua nota di quel 
nume. Ella è dunque una bella cosa il saper legge- 
re ! Chi gracchia coiitro gli ansiosi di saper leggere , 
ha torto. 

La scrittura in croce fu singoiar maniera degli 
antichi , ed usata in altri monumenti , si greci che 
latini. Se la greca foggia taepo.con di Festo , che spie- 
gheremo un giorno , e di cui ab])iamo infiniti esem-. 
p) lino a' tempi Cristiani ed assai Jjassi , ha eccitato, 
l'inquieto spirito di battagliare in alcuni curiosi , nou 
gVa l"qv(\slicvi , ma de' uoslri confini \ crediamo ch& 



Vaso AiiÉTiìSfò' '^2Ì 

il sig-. Zaniioni e noi stessi dovremo slave àsppltaiuld 
i nuovi assalti col sogghigno della forza positiva , è 
della causa di gran lunga vincitrice presso tutti gli 
uomini di senno. 

Continui frattanto l'csiriiio sig. Zànnoni a regalar- 
ci di siffatti degni lavori : ci solleciti quanto mai può 
le notizie i risultati del suo Caiìi'ars Clusium. Le 
antichità patrie nostre nbn debbono essére illustrate 
che da noi nativi ; è valga l'esempio del D' Hàricar- 
ville , che quantunque fosse uòmo erudito , é retto iiì 
molte coSe , non potè tuttavia astenersi dall' infondere 
nelle sUe spiegazioni de' vasi etruschi quanto mai di 
Nordico' egli sapeva , ò inventava. Ogni qual volta 
ci facciamo ad aprire gli Arvali del Marini , noi non 
possiamo non ammirare altamente la confutazione di 
un altro straniero i, ivi gettata con giusto sdegno riell' In- 
dice. Ella è breve , e per ciò la rechiamo. Alla pa- 
rola Carmi. „ Sogna il sig. Court De Gebelin ( Mon~ 
f, de primitif^ Premiere Parile , pag. GCLV ) , quan- 
„ do condanna gli antichi di non aver saputo che 
,, Mamurio , Mania , e Voluninia non erano altro , che 
,, personnages allegoriques relati fs aiix astres , qui 
,, president à Vannèe et à ses revolutions. Ma che 
,f aspettarci da un uomo , per cui tutto è Celtico ; 
„ e per cui Mamurio ora è il Sole ( pag. CGLVI ), 
„ ora è Marte {Monde primitif ^ pag. 373.) ; che ac-> 
^, cusa i romani di non aver saputo nulla del genio 
1,, etimologico delle Ungile ( pag. VII.), e Cicerone 
^, di non aver capito che fòsse il malum Carmen 
„ delle XII. Tavole ? ( pag. CCLXXV). „ IÌ eh. sig. 
Zannòni non è certamente di questa scuola ; e quin- 
di vorremmo pregar lui , non meno che il eh. sig. 
Vermiglioli , a non accettare per antesignano altri 
se non l'incomparabile Lanzi. Questi nel suo non 
Saggio , ma Trattato pienissimo ( quanto allora da^ 



222 L E T T E R A T u n i. 

vasi da' monumenti ) della etnisca lingua e delle al- 
tre antiche d'Italia , preparò maravigliosamente i prin- 
cipi e le tracce tutte del vero sapere a chiunque ora 
brami rivolgere lo studio ad una serie sì nuova e va- 
sta di dotte dipinture , posteci avanti da una fortuna 
veramente inaspettata. Negli accampamenti di un Lan- 
zi solo risiedono la ragione , l'autorità de' classici tat- 
ti greci e latini , le positive investigazioni de' valen- 
tuomini nostri. Di la vennero i raggi di vivissima lu- 
ce, onde fu preso pel primo il sapiente , laborioso 
e magnanimo sig. Principe di Canino. Deh ! ch'egli 
ci affretti quel secondo tomo del Museo scritto ; per 
cui potremo dire d'aver veduto finalmente la massima 
parte degl' immensi tesori, per lui rinvenuti, per lui 
presentati ad accrescere cotanto la gloria d'Italia ! 
Prendendo noi maggior coraggio da ogni esempio 
suo , scenderemo nuovamente in arena quanto prima, 
e con lunghe osservazioni. Gli uomini di senno , as • 
suefatti alla compagnia ed alle opere degl' immortali 
antecessori nostri , veggon già bene a qnest' ora, e ve- 
dranno viemmeglio per l'avvenire , fra le due parti 
degli attuali disputanti , quali di essi abbian voluto 
prendere una via tortuosa ed incerta , quali di essi 
battano la via più retta e sicura. 

Girolamo Amati 



523 



intorno a tre elogi funebri pubblicati recentemente 
in Napoli. Lettera delV ab. Urbano Lampfedi d 
Salvatore Betti. 

Mid STIMATISSIMO AMICO; 

Dal Vomero 15 giugno Ì830; 



V 



oi sapete che io riguardo i giornali letterarj ( frai 
i quali tiene un bel posto d'onore il vostro Arcadico 
diretto dair erudito e chiarissimo signore D. Pietro 
Odescalchi ) come altrettanti archivj , dove si registra- 
no le letterarie merci nazionali , le quali arricchendo 
Sempre più là civiltà italica concoirono a far massa co- 
mune con l'eurOpea^ alla quale bisogna riferire il fa- 
moso sistema della perfettibilità umana , perche riellai 
sua generalità è un Lei sogno , se così non viene de- 
terminata. Or nella moltiplice varietà di queste mer- 
ci , quelle di cui meno doviziosi siamo noi italiani , 
sono gii elogii funebri, iparmi : e pure sonO merci in- 
teressantissime per lo scopo morale e politico à cui 
ìnirànO; E non è già questo un difetto proveniente dàlT 
indole della nostra lingua , anzi ella è ancora più ac- 
concia d'ogni altra; ne mancherebbe chi saprebbe usare" 
di tale strumento come conviene : ma sono mancate 
fin qui almeno certe incidenze di tempo , che ne fa- 
voriscono il lavorio j anzi si sono date tutte contra- 
rie ; delle quali incidenze io nOn farò parolai , percht; 
ne a me toccherebbe, e sarebbe vana ed inùtile im- 
presa , e per avventura superiore alle mie forze. In- 
tanto in questa nobilissima citta di Napoli sono ulti- 
<>ianicnto usciti alla pubblica luce due ecculienti pio- 



224 Letteratura 

finzioni di questa specie , anzi tre , perchè una è du- 
plicata sullo stesso soggetto : il che ancora la rende 
più interessante , perchè, come dice il Metastasio, gli 
stessi oggetti rende piìi chiari il paragon. Se dun- 
que , come io credo , tutti e tre questi capi di com- 
mercio letterarii sono di eccellente qualità, meritano 
d'aver luogo d'onore nel registramento comune , e per 
questo ve ne do contezza : non già portando nottole ad 
Atene, o vasi a Samo, accompagnate da un mio giu- 
dizio sopra i loro pregj particolari. Questo non mi 
conviene : anzi non potrei farlo nello stato fisico iu 
cui mi trovo, e niolto meno per autorevole missione. 
Pure io comunicherò con voi un' idea generale , che 
mi ha risvegliato la lettura di questi tre lavori , fatta 
con quel poco d'attenzione che posso fare , sempre di- 
stratta dalle mie tormentose ipocondriache convulsioni. 
E sapete voi chi mi ha risvegliato questa idea? 
Apollonio Rodio nel secondo canto dell' argonautica 
al verso 575 , e segg. Io stava traducendo in ende- 
casillabi italiani quegli esametri greci, costretto dalla 
mia stessa dolorosa malattia , come è costretto a vo- 
gare un infelice condannato ai pubblici lavori. Que- 
.sti versi sono relativi a quel pericolosissimo passaggio 
della nave Argo fra gli automati , e concorrenti sassi 

scogli cianei^ predetto gik da Fineo, e sono i seguenti. 

1 naviganti , dice il poeta , quando videro i due scogli 
separati , 

Si fecer core , e più , quando lasciata 

Eufemo la colomba fra quei sassi 

Franca volò: ma questi uno con l'altro 

Sri dier di cozzo, e scoppio orrendo udissi : 

Rimbalzò d'acqua una montagna a guisa 

Di rotta nube con cupo fragore. 

L'etra ne rinuigghiò -, ne rintronaro 



Eloèi funebri 52j 

Le marine spelonche , e ribollendo 
Corse il flutto a coprir di spuma il lido. 
Da tutte parti minacciar la nave 

I cavalloni , e le due pietre all' urto 
Dell' augel quasi attanagliar la coda. 
Ma scampò salvo. I remiganti un grido 
Alto levar ! Tifi levollo ancora 
Perchè remasser forte, e gik di nuovo 
Si staccavan gli scogli, e tutti allora 
Prese il terror : ma l'onda rifluente 
Cacciò la nave fra le pietre, e crebbe 
S\ quel tremor che per morti si diero. 
Improvviso di fronte un cavallone 
Sommei'ger minacciò la nave intera, 

E piegar tutti obliquamente il capo. 
Tifi lascia la briglia ai remi un poco 

II corso della nave accelerando , 

E molt' acqua v'entrò , ma dalle pietre 

La slontanò da poppa, onde più in alto 

Prendesse il corso. Alto gridava Eufemo 

Che facesser co' remi estremo sforzo- 

E il fer, gridando, e il duplicaro in modo 

Che i remi s'incurvar come archi tesi ec. ce. 

Ciò posto , «no dei lodati personaggi è il duca 
di Causano ^ e l'altro , del quale è uscito alla luce 
un doppio elogio funebre, è il cavaliere Luigi de' Me- 
dici ; e mentre io andava acccozzando questi endeca- 
sillabi, ho paragonato la burrasca poetica d'Apollo- 
nio , alla politica passata , e mi è parso vedere nel 
pi'imo eroe Giasone il re di Napoli , nel duca di Cau- 
sano uno di quegli eroi remiganti , per esempio il 
buono e valoroso Telamone, e nel cav. de' Medici il 
Tip.. Ma ciò non basta. Io mi sono paragonato ai 
<lue vaienti scrittori dei tre elogi- Io ho fatto la mia 



22G Letteratura 

versione , cioè ho fatto la copia d'un quadro co* miei 
colori italiani secondo rocchio mio, e la mia, qual 
eh' ella siasi , valentia nell' arte del disegno , ed essi 
pure secondo il loro occhio morale^ o secondo la loro ri- 
spettiva immaginazione, od anche secondo la loro po- 
sizione rispettiva riguardo al quadro che dovevano 
disegnare 

1 due elogisti sono l'ab. D. Serafino Gatti, e 
D. Eramanuele Taddei, che io nomino per causa d'ono- 
re , e con sentimento d'amicizia e di stima , come 
appartenuti un giorno con me al rispettabile ordine 
regolare delle scuole pie, dal quale le procelle dei 
tempi ci hanno separati sì di luogo, ma non di cuore, 
e guardiamo sempre sospirosi a quel porto donde uscim- 
mo, non privi certo di provvisioni necessarie per una 
lunga e pericolosa navigazione. Insommai mi sono fi- 
gurato ili me un pittore meropico (a), il quale con 
un trasparente di mezzo in una detta camera oscura 
copia il quadro d'Apollonio, impastando alla meglio 
i colori italici più simili che può, quanto all' effetto, 
ai greci : ed in essi due altri pittori , che dipingono 
presso a poco la medesima tempesta^ gli shalzamen- 
ti e i pericolosi accidenti della nave ^ e special- 
mente l'arte e lo sforzo dei remiganti dietro la scorta 
e le saggie operazioni dall' intelligentissimo Tifi che 
siede al timone. Io li veggo ambedue periti, e d'oc- 
cliio sicuro nella maniera d'impastare i colori e nell' 
arte di disegnar le forme a dovere, come ancora nella 
cognizione teorica dei soggetti ai quali debbono ap-^ 
plicarc gli uni e le altre. E voglio dire cori ciò, che lo 
stile materiale della parola parmi in ambidue pro- 
prio, purgato, e corretto, e che ambidue conoscono as-f 



(j; Che colorisce Colle parole. 



Elogi funebri 22T 

sai bene le teoiiche sublimi dell' arte nautica, del- 
la quale il loro Tefi usò con tanto zelo e bravura 
per salvar la nave dello stato nella terribil procel- 
la risvegliata dall' urtarsi delle due pietre o scogli. 
Non sapete voi dunque , sembrate dirmi , una dif- 
ferenza fra questi due pittori meropici vostri ami- 
ci, o temete voi di disgustarne alcuno? Si , vi ri- 
spondo , ho visto la differenza , e non temo di pro- 
nunziarla. Ambedue hanno fatto un bel quadro dell' 
Argo , e del Tifi che la salva nel pericoloso passag- 
gio , con bei colori e disegno esattissimo : ma D. Se- 
rafino Gatti ha fatto il suo lavoro , osservando tutto 
con acuto sguardo dal lido , mentre sembra che l'al- 
tro lo abbia fatto nella barca medesima , e presente 
ai pericoli ed alle manovre del saggio piloto, di mo- 
do che la sua immaginazione sempre più vivamente col- 
pita e concitata , fa si che il suo stile e più riso- 
luto e pomposo. E quando io dico pomposo non dico 
già gonfio ; ma intendo parlare di quella pompa, che 
un antico classico filologo rilevò in Tacito stesso , che 
si crede comunemente s\ vibrato e conciso, quando 
scrisse di lui qua pompa Tacitus. Dato dunque il me- 
desimo valore ne' due artisti , nasce una differenza dal- 
la diversa posizione dell' uno e dell' altro. E perchè 
diasi la dovuta interpretazione a questa maniera figu- 
rata di esprimermi , aggiungerò quello che voi già sa- 
pete , cioè che gli scritti prendono la loro qualità prin 
cipale dal carattere e dall' indole dell' immaginazione 
degli scrittori. Direste voi che de' due apostoli s. Pao- 
lo, e s. Giovanni, l'uno prevalga all' altro nella pra 
tica del loro augusto ministero di predicar l'evan- 
gelo ? Intanto» non trovano tutti i filologi ecclesiastici 
una gran differenza nella forma e nel colorito delle 
loro predicazioni, egualmente belle e vere quanto allo 
scopo che si prefiggono? E da questa sola di'erenza. 



228 L E T t F. R A t U R i 

che passrt induLitamente fra l'indole e rimàginàtivaì 
d'uomo all'altro, nasce quella de' due elogi sullo stesso 
soggetto , ugualmente da ambedue trattato con perizia 
d'arte , e con vetita di colori. 

Io vorrei che il nostro bravo Giordani , il quale 
si è segnalato con alcuni elogi scritti per alcuni il- 
lustri s\ ma privati personaggi con tanta maestria d'ar- 
te , leggesse quello del nostro Gatti sul duca di Cau- 
sano, non perchè questi non abbia sostenuto con bella 
dignità impieghi pubblici , ma perchè altro è l'essertì 
il Tifi d'una nave, ed altro il Telamone che voga con 
gli altri. Egli ammirerebbe, credo, quel finissimo la- 
voro: ed io gli direi: Giudicate voi da questo ritrat- 
to quanto ai colori ed al disegno , ma quanto alla 
somiglianza con l'originale io vi posso assicurare, non 
esservi un tratto, che a quel valentuomo non appar- 
tenga perfettamente. 

Del resto, mio stimatissimo amico ^ torniamo alloi 
scopo col quale vi scrivo: egli è che voi annunziate 
ne\Vj4fcadico, di cui siete uno de' compilatori , que- 
sti tre elogi funebri, come degnissimi d'esser letti con 
attenzione da quei giovani che un giorno forse si da- 
ranno a questa specie di lavori i pei'cioCchè , come ho 
detto , sono interessantissimi per riguardo si alla po- 
litica, come alla morale del popolo. Voi poi, e i vo- 
stri collaboratori, se parravvi , ne parlerete con piìi 
di particolarità, ed anche di giustezza. 

P. S. Mi sono scordato di notarvi che l'elogio 
del cav. de' Medici dettato dall' ab. Taddci ha un an- 
damento storico , che nulla nuocendo al teoretico dell' 
eloquenza da campo all' autore di accompagnare ed 
illustrare il suo lavoro con note storiche pregevolissi- 
me , e che inoltre vi sono riportate infine alcune iscri- 
zioni italiane , che si leggevano intorno al catafalco 
^leir illustre minislro dcfunlo, composte da D. Rallacl-' 



Elogi funebri 229 

le Liberatore, ed altre latine del cav. Carelli segre- 
tario della R. accademia ercolanese. Le uno e le al- 
tre sono di squisito gusto nel loro genere : ma vi noto 
le prime, come di recente utilissima introduzione in que^ 
ste ed altre occasioni, perchè saranno vedute e lette 
con piacere da molti , e specialmente da un letterato 
imolese ( credo ) dal sig. Manucci , del quale me ne 
sono capitate sotto gli occhi alcune non poco elabo- 
rate con bella grazia , e nitore di lingua , come quel- 
le del nostro letterato napoletano. Così , giusta l'ofli- 
zio d'un buon giornalista , farete conoscere le nostre 
liuone merci letterarie d^ una estremità all' altra della 
nostra penisolq. Sono con vera stima ed amicizia 

Il V. Aff. 

A-'. Urbano LampRedi 



Intorno o.d alcuni versi del Paradiso di Dante^ lettera 
di Salvatore Betti al professor Paolo Costa. 



I 



o ti son debitore , Costa carissimo , di una lettera 
che ti dichiari l'avviso mio intorno un passo della 
divina Commedia ; imperocché nell' edizione fiorentina 
del celebre tuo comento ( cart. 654 ) l'hai promessa 
al pubblico , restituendo sulla mia fede l'interpreta- 
zione datane da tutti i comentatori antichi ( salvo dal 
postillatore del codice cassinense ) , e poi rifiutala , 
appresso il Lombardi , da tutti i comentatori moder- 
ni , e fin dal Biagioli. Mancar non del)bo ne voglio 
a siffatta promessa , ne consentire che invano sii \x\ 
Stato cortese, ed abbi speso il mio nome in cosa, Ic^ 
qu£ile credetti allora ed ancor credo fuor d'ogni dnbtiÌQ^ 



230 Letteratura 

Il passo, di che io dico, è negli ultimi terzetti del 
canto XIV del Paradiso. Asceso Dante al pianeta di 
Marte , fu si preso di stupore a tante inelìabili mara- 
viglie che gli si fecero innanzi , e specialmente all' 
angelica melodia che s accoglieva per una croce tutta 
sfolgorante di stelle , dove 

„ Di corno in corno , e tra la cima e '1 basso , 
,, Si movean lumi scintillando forte 
„ Nel congiungersi insieme e nel trapasso : 

cli'egli escito quasi fuor della mente, niun' altra cosa 
pili vide » di niun' altra cosa piiì ebbe pensiero : 

,, Io m'innamorava tanto quinci , 

„ Che 'nfmo a li non fu alcuna cosa 
,, Che mi legasse con si dolci vinci. 

Ciò egli di se confessava , tutto ancor pieno di queir 
altissima fantasìa. Ma poi nel tornare in se , conside- 
rato avendo che taluno avrebbe potuto maravigliar- 
sene , perciocché ivi trovavasi Beatrice , la donna bea- 
tissima del suo cuore, agli occhi della quale non cu- 
rò in quel momento rivolgersi , benché più belli e 
più ridenti dell' usato dovessero essere ; soggiunge : 

,, Forse la mia parola par tropp' osa , 

„ Posponendo il piacer degli occhi belli , 
,, Ne' quai mirando mio desio ha posa. 

Il motivo però , pel quale a que' santi occhi allora 
non si rivolse, detto è chiaramente ne' versi che seguono 

,, Ma chi s'avvede che i vivi suggelli 
,, D'ogni bellezza più fanno })iù suso, 
,, E ch'io non mi era li rivolto ad essi , 



Divina Commedia 231 

,, E' scusar puomini di quel eh' io nraccnso 
,, Per isGusarmi , e vedermi dir vero : 
,, Che '1 piacer santo non è qui dischiuso , 
,, Perchè si fa , montando , più sincero. 

Più chiara cosa di questa , che i vivi suggelli et ugni 
bellezza sono gli occhi di Beatrice , e non i cieli ^ ap- 
pena credo poter essere nella divina Commedia, chec- 
che ne dicano i moderni comentatori (salvo il Torelli), 
i discorsi de' quali non istarò qui vanamente a ripete- 
re. Che hanno a far mai in questo luogo i cieli [im- 
prhnentes ut sigilla^ come vuole a suo modo il postillator 
cassinense ) per iscusar Dante dell' avere allora pos- 
posto il piacere di bearsi negli occhi celesti della sua 
donna? Come sarebbe egli un bel dire : ,, Io non m'era 
rivolto allora a quegli occhi , perchè i cieli tanto 
sono più fulgidi e puri , quanto sono più alti ! ,, E 
come anche il pronome quelli del v, i35 può ri- 
ferirsi agli occhi del v. 131 , secondo che pretende 
il Lombardi , e non piuttosto ai suggelli del y^ 133, 
secondo le ragioni di una regolare sintassi ? 

Ne strano è il concetto di vivi suggelli d'ogni bellez- 
za a significare gli occhi di una donna celeste e adorata: 
anzi gli occhi della teologia , divina scienza che n' 
apre le cose < ella fede e del cielo. Qui Dante ha 
secondo il suo stile , sempre nuovo , sempre vivo 
ed efficace, voluto dire: occhi che sono il sigillo di 
tutte le bellezze , che cioè sono i termini al di là 
de" quali non è possibile imnjaginare non che trovare 
altra bellezza. In proposito di che notisi , come la 
metafora del sigillo, fu a Dante non pur cara e fa- 
miliare, ma SI fonte di molte pellegrine maniere di 
esprimersi , secondo che può vedersi quì< e la chi 
ben considera il sacro poema : ed un esempio Ò&, noR 
passarsi , perchè dui nostro non molto dissomiglian« 



2.'yK Letteratura 

te, è nel canto IX v. ,115 del Paradiso, là dove 
cantasi di Ilaab , che il cielo nel pili alto grado si 
sigilla, si adorna, s'impronta, de' snoi splendori; 

,, Or sappi , elle la entro si tranquilla 
,, Raab : ed a nostr' ordine congiunta , 
„ Di lei nel sommo grado si sigilla. 

Bene scrive qui il poeta , che questi vivi suggelli 
d'ogni bellezza più fanno più suso ; essendo verità, 
della divina Commedia , che gli occhi di Beatrice , 
cioè della teologia, tanto più divengon vivi e lucen- 
ti, quanto più ella s' innalza di pianeta in pianeta : 
come a dire quanto più si accosta al vero fonte del' 
la sua selenita , che e Dio. Non per te , maestro solen- 
ne delle cose dantesche , ma per alcuno che volesse 
aver mai la bontà di leggere questa lettera, dovrei forse 
recare di ciò qualche testimonianza. Ma qual vero più 
manifesto a chi non sia digiuno affatto nella dottrina 
dantesca ? Quante volte il poeta con la sua guida 
d'un pianeta entra in un altro più alto , altrettante 
ne ìjvverte d'essersi accresciuti lo splendore e la vi- 
vacità degli occhi di Beatrice. Gosj nel G. XXI v. T, 
la dove la beata donna favella : 

„ Che la bellezza mia ( che per le scalo 
„ Dell' eterno palazzo più si accende , 
,, Com' hai veduto , quanto più si sale ) 

,, Se non si temperasse , tanto splende , 
„ Che il tuo mortai podere al .suo fulgore 
,, Sarebbe fronda che tiono scoscende ; 

gnzi cosi pure nel C. XVIII v. 19 in che si dice 

,, Vincendo me col lume di un sorriso , 
„ Ella mi disse : Volgiti ed ascolui, 
,, Che non pur ne' mici occhi e paradiso. 



DiviJfA Co:\niEDiA 333 

Certo l'opiaioue mia è anche qui contraria a quella 
di tutti i comentatori : e dico e sostengo , che l'av- 
verbio pure del terzo verso non ista in significazio- 
ne di solo , ma si di ancora. Imperocché Dante trova- 
vasi nel pianeta di Giove ; alto si , ma non tale che 
gli occhi di Beatrice potessero ivi essere al sommo 
ed ultimo termine della loro vivacità e fulgidezza , 
benché più fulgidi e vivi dovessero al poeta mostrar- 
si e e nel pianeta di Marte : 

,, Io mi rivolsi all'amoroso suono 

,, Del mio conforto .- e quale io allor vidi 
,, Negli occhi santi amor , qui l'abbandono. 

Senonchè di tal mia opinione hai tu parlato , e ab- 
bastanza , nella nota apposta a que' versi non so di- 
re se più sublimi o leggiadri. 

Torno a' vivi suggelli cfogni bellezza : e appresso 
le poste considerazioni , interpreto così : Colai , // qua' 
le sapendo che gli occhi di Beatrice più belli e 
vivi divengono come più ella s'innalza di pianeta in 
pianeta , vede che io qui nel pianeta di Marte non 
mera rivolto ad essi , può scusarmi in grazia sì per 
V accusa cKio stesso do a ine nello scusarmi^ come per 
avere io confessato sinceramente la verità. Sappia 
egli però , che il fulgor di quegli occhi , vivi ter- 
mini d'ogni bellezza., non era guì ivi ( dischiuso ) tut- 
to svelato , nella sua pienezza , nel suo compimen- 
to , nella sua maggior diffusione : perchè esso tanto 
più fassi ( sincero ) vivo , lucente , quanto più la di- 
vina donna s'innalza di sfera in sfera. Veio è , dice 
Dante , ch'io essendo allora fuori di me posposi a 
quella ineiìabile maraviglia e armonia il {)iucere de- 
gli occhi di Beatrice : ne me ne scuso : ma linalmcn- 
ta non perdei che la vista di un obietto , che non 
G.A.T.XLVI. 22 



|^3i4 I^ E T T E R A T U R A 

^veva, ancor piene tutte le sue bellezze : bellezze , 
che io avrei poscia godute nel loro ultimo e divina 
termine d'accrescimento Ta dove si sarebbe adempiuto, 
Ogni mio desiderio. 

Tal' è la niia interpretazione. Ma poiché siamo, 
in questo parlar di Dante, permettimi altresì, o Costa ca-, 
rissimo, che io t'apra diversi altri avvisi miei intorno 
gltri luoghi della cantica del Paradiso : ne tacciarmi per- 
ciò d'importuno , o d'uomo che malamente perda suo, 
tempo dietro troppe minuzie. Imperocché a questi 
giorni , ne' quali tutta Europa sembra quasi sfrena- 
ta, alle ire , e in sedizione ed in arme , fortunato co- 
\m che ha l'i^nimo cosi sciolto d'ogni doloroso pen- 
siero, che può tranquillo intendere agli usati e dolci 
suoi studi ! Io già noi posso : che non ti so dire quali 
e quante sciagure mi si girin pel capo , sempre ch'io 
guardi con soavità e tenerezza ( e con tenerezza e soavi-. 
ta costantemente la guardo ) questa terra di tutte le 
maraviglie , 

„ Ove colle non e , che una. cantata 

,, Fronte non levi , e , noi che muro ed arcO)^ 
„ Sasso, non trovi che non goda un nome (*).. 

D solo, sdegnoso, verso e la bile ra,agnanima del grand,*' 
^sule ghibellino valgono qualche volta a spargere 
^i alcun dolce cotanta amarezza ! E quindi più assi-. 
4uo e miglior compagno, non ho che il sacro poema. 
Un passo , a cui tutti i comentatori si fermano, 
con alcuna incertezza , si è quello del e. XIX, [\ 
^love dicesi : 



(^ Pindemcmle Epistola YIII.. 



DfviNA Commedia. 335 

„ DxviK|ue nostra veduta , che conviene 
,, Kssere alcun de' laggi della mente 
„ Di die tutte le cose son ripiene , 

,, Non può di sua natura esser possente 
,, Tanto , che il suo principio non discerna 
„ Molto di Ik da quel che l'è parvente. 

Tu con gii accademici della Crusca, col Lombardi, col. 
Biagioli, con gli editori di Padova e con altri, hai 
senza più seguita in quest'ultimo verso la lezione Cltegli 
è parvente , non attendendo altri codici riputatissi- 
rai che pongono Che l'è parvente , fra' quali il va- 
ticano e il chigiano seguiti dall' edizione bodoniana 
della divina Commedia del 1795. E questa a me pa- 
re la lezion vera : ed interpreto cos'i : Dunque no- 
stra veduta (il nostro intelletto), la quale conviene es- 
sere alcuno de' ^^^iggl della mente da cui sono ripie- 
ne tutte le cose ( il quale intelletto di necessità non 
è altro che un raggio della mente divina ), non può 
essere di sua natura tanto possente , che il suo prin- 
cipio (il fonte cioè di luce , Dio , da cui quel pic- 
col raggio discende ad illuminare l'umano intelletto) 
non discerna (non vegga , comprenda) molto pia di là 
che non le è parvente (mollo più di Ta che ad es- 
sa umana veduta non apparisce , che esso umano 
intelletto non vede). La quale alta e vera sentenza ha 
poscia il poeta ripetuto, secondo la solita fecoiidissi- 
nia novità del suo stile , nel e. XXI v. 1 00, in che 
^dice s. Pier Damiano ; 

,, La mente cì;e qui luce , in terra fumma : 

la cui interpretazione non è forse quella che recano 
i cementatori :• che cioè la mente umana , la quale 



336 Letteratura 

in cielo è tutta luce^ in terra è scuro fumo (lascia- 
mo stare che fumare, in signiticatf» cfesst^re tenebroso 
e scuro, h cosa non solo inusitatissima a tutta Tanti- 
chita, ma anche stranissima) ; si bene parmi dover 
esser quest' altra : Che della mente divina , di cui in 
cielo si vede la luce , in terra non si vede che il 
fumo : cioè a dire non vedesi che nn puro segno ed in- 
dizio. Come accade appunto di alcun fuoco lontano 
in tempo che il sole è suIF orizzonte ; che noi co- 
nosciamo ardere esso fuoco , perchè ne vediamo il 
fumo : ma la luce non ci si fa manifesta. 

L'avverbio ma che in significazione di se non, fuor^ 
che, è cosa così certa a chi sa il provenzale, e massima- 
mente a chi ha letto la Difesa di Dante del Perticar! 
(parte 1 cap. 18), che io ho preso noh poca maravi- 
glia dell'averci tu col prof. Quirico Viviani dato così 
questo terzetto del e, XXII v. 16 ? 

,, La spada di quassù non taglia in fretta 
„ Ne tardo mai , al piacer di colui 
,, Che desiando o temendo l'aspetta :' 

quando tutte le migliori edizioni e tutti i codici più 
riputati, se ne togli il bartoliniano e non so quali 
altri, leggono : 

„ La spada di quassù non taglia in fretta 
„ Né tardo , ma che al parer di colui 
„ Clic desiando o temendo l'aspetta. 

Tu sai quanta e qual sia la riverenza eh' io ho a! 
giudizio ed alla dottrina tua : e sa pure il prof. Yi-' 
viani se io candidamente l'amo e l'osservo : ma nin- 
no mi torra mai della mente , che nella lezione da 
Vtìi due riccvulii non trovisi alquanto slegato il sea» 



Divina Commedia 23t 

So (il qliale porterebbe che si dicesse piuttosto Né tar-^ 
do mai che al piacer di colui) , e non faccia un assai 
inai suono ([\k\ piacere di chi aspetta temendo una cosa* 
Quindi la lezione comune , accolta eziandio dagli ac- 
cademici della Crusca , Ma che al parer di colui ^ 
mi pare la più legittima ■, non che la vera : dalla 
quale si ritrae limpidissima una nobil sentenza, che 
piacque pure a Fazio degli Uberti di registrare nel 
Dittamondo lib. 1 cap^ 20 , dove si ha : 

i,, Che li ciei per cetto , poniam che talora 
i, S'indugi al parer nostro , già pertanto 
„ A far del mal vendetta non dimora; 

Il Torelli e il prof. Parenti ; due acutissimi spo^ 
sitori di vari luoghi della Commedia , sono stati i 
primi ad avvedersi dell' errata interpretazione del pa- 
dre Lombardi a que' versi dei e. XXIV : 

», Si come il baccellier s'arma e non parla, 
., Fin che'l maestro la quislion propone, 
„ Per approvarla , non per terminarla ; 

», Così m'armava io d'ogni ragione ec* 

Ed infatti non può darsi errore più manifesto di quello 
del riferiie approvarla e terminarla non al maestro 
del secondo verso , ma al baccelliere del primo. Ben-' 
venuto da Imola, addotto dal lodato sig. Parenti, lia 
colto appunto nel segno. Ma tu non hai voluto farti 
seguitatole di alcuno , ne entrar giudice della qui- 
stione , pago solo di recare in mezzo le diverse opi- 
nioni: fra le quali quella del padre Cesari non pia- 
cera neppure ai profondi adoiafori di tutte le cose di lui. 
In quanto a me, tengo che approvcuda stia qui nella 
sua sincera significazione di giudicarla retta , gindi" 



338 L K ,T T E R A T U R A 

caria probabile : e che terminarla voglia dire ri-' 
solverla. Se il maestro propone una qualche quistio- 
ne, segno è eh' fegli già la giudica probabile e retta: 
ma egli lascia che il baccelliere , a cui si appartie- 
ne, mostri poi la dottrina sua nel risolverla. 

Ma io , Costa carissimo , t'ho forse annoiato di 
troppo con siffatte minuzie : e perciò fo termine, pre- 
gandoti di star sano ed allegro , di fiorire lunghi an- 
ni alle lettere , e di mantenermi il dono di quella 
cara e leale amicizia , a cui affettuosamente mi racco- 
mando. 



Lettera HI del prof. Domenico J^accolini , circa al- 
cuni errori de* moderni dizionarj ^ particolarmeu' 
te riguardo a Bagnacai'allo. 

ideila mia del 6 giugno 1830 vi parlai degli uo- 
mini illustri in lettere e scienze: in questa vi parlerò 
brevemente di pittori e guerrieri, meritevoli la mag- 
gior parte di essere ricordati nella biografìa universale. 

Cominciando dai pittori , i Ramenghi vengono in- 
nanzi agli altri, e sono: 

1. Ramenghi Bartolomeo seniore, detto il Bagna- 
cavallo dal nome della patria. Nacque nel 1402 e morì 
nel 1 500. Fu della scuola bolognese , amico d'Inno- 
cenzo da Imola e di Girolamo Marchesi da Cotignola. 
La lunga vita e il molto amore dell' arte gli valsero 
tanto , che potè accostarsi alla fine alla maniera di 
Raffaello : e ne ha molta lode , massime per quella 
tela della s. Famiglia , che nella pinacoteca di Bo- 
lo<yna non perde al confronto della s. Cecilia dell 
Urbinate. I quadri di lui piacquero assai a Lodo- 



Dizionarìi moderici 
vico Caracci. Molti sono indicati nel libro intito- 
lato Pitture di Bologna delV Ascoso accademico gè- 
iato. Dipinse in compagnia di Biagio bolognése il 
refettorio e la libreria di s. Salvatore , dove vedi S; 
Agostino in atto di disputarei Ne parla fra gli altri 
il Vasari nelle vite de' pittóri. 

2. Raménghi Bartolomeo juniore , nipote del prè- 
fcedente : fu accademico bolognése : dipinse di buon 
gusto, e fiorì del Ì578. 

3. Ramenghi Giambatista figlio di Bartolomeo : 
iajutò il padre nel solenne lavoro della cancelleria 
di Roma terminato in otto giorni ed il Primaticcio é 
il Rosso nelle gallerie di Francia. E opera di luì 
il (juadro del Rosario , che si conserva nella chie- 
sa della B V. della Pace in Bagnacavallo , dove i 
hiisterj sono assai lodati dagl' intelligenti , che trag- 
gono a vederli. Agostino Caracci intagliò una delle 
di lui opere. Questo Ranienghi dipinse con Giorgio 
Vasari a fresco la sala della cancelleria di s. Gior- 
gio , lavoro fatto d'ordine del cardinal Farnese. 

4. Ramenghi Scipione , figlio di Giambattista; 
Molto valse nella quadratura , e pinse ad òlio molti 
quadri da altare. Viene a lui attribuito il quadro dì 
s. Stefano , che vedesi in Bagnacavallo nella chie- 
sa di s. Giovanni. 

Dopo questi trovo nelle patrie istorie i nomi di 
Graziarli Bartolomeo, di Bovi Alessandro morto del 1591 f 
al qual tempo fioriva altresì un Nascimbené di Al- 
berto Beltrano. Non mancarono poscia nobili ingegni 
di esercitarsi nella pittura • ma ninno giùnse ai Ra- 
menghi , che sono sempre in questo cielo quasi stel- 
le di prima grandézza rispetto alle altre minori. 

Detto dei pittóri , vengo ai guerrieri illustri. E 
jjriraa nella famiglia de' Malvicini o Malnbocca cdh- 
ti di Bagnacavalio vi hu ? 



340 L E T T K R A T u n À 

Guido II, tletto Malabocca , tli cui si hanno belle 
memorie dal 1132 al 1151 nelle guerre co' fiorenti- 
ni , iniolesi , e bolognesi. 

Malvicino I, detto il grande , combattè piìi vol- 
te sotto gF imperiali stendardi , e fu stimato da Fe- 
derico Barbarossa , che lo ammise al paro de' magna- 
ti del regno ai congressi di guerra e di pace. Si 
ha memoria di lui dal 11 57 al 1171. 

Malvicino li ebbe inimici faentini e ravenna- 
ti , per le armi de' quali due volte fu distrutta la roc- 
ca e le case di Baguacavallo. Si ha memoria di lui 
dal 1172 al 1211. 

Guido III rifabliricò la rocca : segui le parti di 
Federico II, il quale gli affidò la cura dell' assedio 
di Faenza unitamante al conte di Modigliana. Le memo- 
rie di lui vaano dal 1220 al 1248. 

Poi viene la famiglia de' coati Brandolini , ori- 
ginaria di Bagnacavallo, come dimostrò il Chiavenna 
nella Storia de signori Brandolini , Padoi>a 1 648 : 
ed il Malpeli nelle Disseriazioni sulla storia anti- 
ca di Bagnacavallo^ Faenza 1806. Sono degni di 
ricordanza in questa famiglia : 

Tiberto , che combattè a prò de' milanesi con- 
tro l'imperatore , e mori in patria nel 1039. 

Sigismondo , che unitamente ad Ottone Visconti 
nel 1 099 fu ali assedio di Gerusalemme , dove ucci- 
se in singoiar conflitto un saraceno , portante nello scu- 
do molti scorpioni : che furono aggiunti al suo quar- 
tiere segnato a bianco e vermiglio. 

Tiberto , che alla testa delle truppe milanesi sull* 
Adda fece prigione Enzo figlio di Federico II im- 
peratore. 

Guido, che militò con Giovanni Aucut in favore del 
pontefice , ed al soldo de' veneziani nella guerra d'Al- 
bania con mille fanti e quattrocento cavalli assolda- 
ti a sue spese. Morì nel 1385. 



Dizionari! moderni 341 

Tiberio , che £u nella guerra del Visconti con- 
tro i fiorentini : fu visconte di Arquat > , Saliceto e 
Castelnuovo. Morì in patria nel 1397. La di lui imma- 
gine equestre h scolpita in marmo bianco a basso ri- 
licv o nella cappella di giuspadronato di casa sua nel- 
la chiesa de' conventuali in Bagnacavallo. 

Brandolino capitano della chiesa , e generale de- 
gli eserciti di Gian Galeazzo Visconti signore di 
Milano , che lo premiò colla contea di ZumoUe. Mo- 
rì in Trevigi nel 4396. 

Brandolino guerreggiò a favore de' veneziani , dai 
quali nel 1456 ebbe in feudo parte della contea di 
Valmarino : e del 1451 aveva avuto dal marchese Ni- 
colò d'Este l'esenzione di tutti i pesi e gravezze ri • 
spetto ai molti beni , che possedeva nel territorio di 
Bagnacavallo : e ciò in premio del suo valore. 

Resta che io vi dica del cavai ier Cesare Ercola- 
ni. Questo insigne militando sotto Carlo V, si distinse 
nella battaglia di Pavia del 24 fcbbrajo 1526, come 
risulta da due diplomi imperiali , l'uno del 3 ottobre 
di queir anno ; l'altro del 26 marzo 1 699 : i quali si 
conservano presso questa nostra famiglia de' conti Er- 
colani di Bagnacavallo : nell' ultimo de' quali diplo- 
mi si leggono queste notevoli parole .- „ strenua ina- 
„ nu in acie navavit Caesar Herculanus Caroli V di- 
,, vi nostri praedecessoris dux egregius , qui ab eodcni 
„ Camardae et Aranii jurisdictionibus fuit insignitus ; 
„ quod ipse primus praelio ad Ticinum Franciscum 
,, priraum Franciae regem , equo a se vulnerato de- 
„ jectum , captivum duxerit . . . ,, Ma su di ciò da- 
gli editori della biografia universale potevano vedersi 
le Memorie storiche impresse pel Coleti in ì^enezia 
nel 1T76 : voi potete vedere il Giornale Arcadico nel 
volume di decembre 1826 , che ne parla. 

Voi pero mi rimproverate l'aridità dello scrivere ; 



^U2 LitterAturà 

quasi che rolendo , io non potessi e sapessi impingua» 
re nna letleia. E che? Stando sull'argomento di ques- 
ta , non potrei io dirvi , che esiste ancora in Bagna- 
cavallo la casa del Jìanienghi ? che quella casa oggi 
è la mia , e che serba ancora di quella povertà ve- 
neranda de' nostri vecchi : i quali pensavano piìi pres- 
to ad essere , Che a parere qualche gran cosa ? Non 
potrei regalarvi due epigrafi toccanti quel lume della 
pittura : una delle quali è di un mio amicò e concit- 
tadino , il prof. G. I. Montanari , l'altra è pur mia ? 
Abbiatevcle anzi tutte e due : e se vi parranno un dip- 
più !, vedrete intanto che anch' io , volendo , iso e pos- 
so fare de' fregi alle cornici. 

i, A Bartolomo Ramenghi pittore j chiamato Bà- 
ii gOacavallo dal nome della patria , primo ristàurato- 
ii re ed emulo del divirì Rafaelloi ,j 

Questa è del Montanari : ora ecco la mia , la qua- 
le dove debba esser posta non vi dirò io : chiedete^ 
lo a lei medesimài 

QVESTÀ CASA 

^ FV DEL RAMENGHI 

PITTORE ASSAI CHIARO 

DEL 500 

LA PATRIA GLI PRESTO' IL NOME 

E N'EBBE GLORIA 

Dei resto se vi piacessero di qUeste salse j io po- 
trei porvenc sulla mensa a bizzefì'e. Ma bastivi quest' 
altra del Montanari ad onore di quell'insigne guerrie- 
ro , che da ultimo vi ho nominato. 

,, Cesare Ercolani bagnacavallese , cavaliere pro- 
,, de dell' armi , che in età di soli XXVI anni com- 
„ batte , e ruppe Francesco t di Francia : e nella 
il gran giornata di Pavia , dopo avergli ferito il ca* 



DiZIONARII MODERNI 343 

,, vallo, lui prigioniero trasse a'piecU di Carlo V im- 
,, peratore , farà eterna fede del valore e della no- 
,, Lilta dell' antica Romagna. ,, 

Ma io non penso mai a quel prode , che non metta 
un sospiro , che non versi almeno una lagrima : con- 
siderando di qual misera morte mancasse* Volgeva Tan- 
no 1 534 quando il nostro Cesare , lasciati dopo tante 
fatiche i campi della gloria , venne a Forlì credendo 
riposarsi quivi tranquillamente presso alla moglie ( Emi- 
lia di Francesco conte di Carpegna ) , e presso un caro 
figliuolo : ma che ? stavasi egli nella pubblica piazza 
di quella citta in amiclievole colloquio con Scipione 
Angellieri ; quando a lui , che nulla si pensava di ni- 
michevoie , fu sopra con quattordici sicarj un Vincenzo 
Piracc^hi per ucciderlo , e trarsi cosi dinanzi un prò- 
dissim(|) ghibellino. Ma il coraggio e la spada salva- 
no questa volta il valoroso : se non die ridottosi poi 
egli in casa e postosi al letto , ecco di nuovo que* 
traditori : forzan la porte , lo sorprendono inerme e 
Senza sospetto , lo feriscono di molti colpi , lo lasciano 
senza vita agli 8 di settembre di queir anno infelicis- 
simo : troppo indegna fine di un cosi degno ! I for- 
livesi però non gli negarono pompa di esequie : an- 
darono anche più innanzi : furono superbi di dire e 
di scrivere , che la citta che fu tomba di questo Ce- 
sare ne era ancora la patria. Veramente dei forti è pa- 
tria il mondo ; ma a chi sottilmente riguardi , Bagna- 
cavallo (anzi la villa di Traversara , che a Bagnaca^ 
vallo appartiene ) fu il luogo natale di un tanto uomo. 
Il che sia detto per amore del vero; non per invidia j 
lìh per altro. Voi ne farete ragione ; ricordandovi sem-* 
pre del vostro amicissimo^ Di Bagnacavallo il 30 giu- 
gno 1830. 

Domenico Vaccolinii 



344 



Sulle iscrizioni italiane , lettera di G. I. iHf. al sig» 
dottor Giovanni Gommi. 



CARISSIMO AMICO 



V, 



01 mi ricercate se io tenga che si possano scri-> 
vere lodevolmente iscrizioni in italiano , o se sia me- 
glio scriverle in latino. Alla prima domanda potrei ri- 
spondere col mandavi due volumetti d'iscrizioni ita- 
liane , l'uno stampato in Bologna nel 1816, con in* 
nanzi un lungo discorso del eh. sig. professore Orioli , 
l'altro venutomi a mano poco prima della vostra let- 
tera , stampato iu Pesaro nel 1829, con una ragiona- 
la prefazione del Sig. conte Terenzio Mamiani della 
Rovere; e leggendo in questi voi trovereste clie si pos- 
sono comporre epigrafi nella nostra favella abbastanza 
con lode. E in vero questa bellissima nostra loque- 
la, la quale ad ogni genere di scrittura si piega , be- 
ne usata deve poter bastare a questo ufficio , ancora 
nobile si, ma non de' primi. Ed io a parlarvi con is- 
chiettezza , vorrei che non solo ncil' epigrafia si usas- 
se, ma anche in altre cose, dalle quali con danno è 
bandita per troppa devozione forse alle antiche consue- 
dini. Vero è che io ho dubitato che l'epigrafia ita- 
liana possa eguagliare la maestà e l'eflicacia della 
latina , non perchè alla nostra lingua manchi gravita , 
come le gridano contro alcuni che d'italiano hanno 
appena il nome , ma perchè le grandi sentenze tenen- 
do sovente la loro efficacia e maestà della collocazio- 
ne delle parole , noi in questo non abbiano la liber- 
ta che avevano i latini. 

£ voi slesso, Inioii conoscitore degli studi ideologi- 



Epigrafi italiane 545 

ci, ben vedete che se noi potessimo disporre nelle parole 
i nostri concetti si che si presentassero all' altrui men- 
te in quel modo che si presentano alla nostra , il di- 
scorso sarebbe di maggiore energia (1). Questo è il 
vantaggio appunto che hanno gli scrittori latini, i qua- 
li per la proprietà della lingua loro possono ne' co- 
strutti tenere l'ordine delle idee, il che noi non possia- 
mo , ne mai potremo senza guastare l'andatura del no- 
stro linguaggio. 

Ma nulladimeno, per rimanere noi di questo inferio- 
ri ai latini, non h che noi pure non possiamo salire in 
grido nell'arte epigrafica. E se i poeti italiani senza que- 
sto pregio della favella hanno gareggiato co'latini, e per- 
chè noi potranno anche gli epigrafisti ? Quello però 
che io ho sempre detto, e dirò sempre, si è che gì* 
italiani non faranno mai buone epigrafi, finche si ter- 
ranno servili imitatori de' latini. Altra forma ha il nos- 
tro inguaggio : perchè gli uomini dell' oggidì sentono 
in altra guisa da quel che facevano i padri del La- 



(i) Tito Livio al libro a3 riferisce la parlata di Pacuvio 
a Perolla fìgliuol suo , per distorlo dall' uccidere Annibale. Il 
vecchio è ameris mota , e alle parole lo mostra. - Per ego te , 
iili , quecumque jura liberos jungunt parenlibus precor quae- 
soque ee- Non vi è persona che non veda in queste parole 
l'animo turbato del padre , e non conosca che lo scrittore imi- 
tando qnel disordinato ordine di pensieri che allora si pre- 
sentavano alla mente di Pacuvio , ha ottenuto l'evidenza della 
passione. Che dirò io di quel brano dell' orazione di Carbo^ 
ne?- O Marce Druse, patrem apello : tu dioere solebas sacrani 
esse rempublicam ; quieumque eam violavissent ab omnibus 
esse el poenas persolutas. Patris dictnm sapiens , temeritas fili» 
comprobavit - il quale al dire di Cicerone nell' Oratore § 64 
è in guisa disposto che se togli da luogo una sola parola l'ar- 
raonia la forza e refilcacia tutta jam nihili est. 



346 Letteratura 

zio ; e quindi altra forma aver devono le nostre scrit- 
ture , e specialmente le epigrafi che sono di un genere 
umilissimo. E che altro sono esse in fatto se non che 
trevi e parlanti memorie di qualche virtuoso cittadi- 
no , o di qualche commendevole opera, le quali si tra- ) 
mandano ai posteri a loro esempio ed utilità ? Cer- 
tamente a me pare che non andrebbe errato colui 
che dicesse, che le sono lettere di raccomandazione o 
di esortazione, per le quali noi vogliamo che le futu- 
re generazioni facciano onore ed imitino quegli uomini, 
o que' fatti di che l'età presente andò gloriosa. A\V 
altra dimanda vostra poi se sia meglio dettare iscrizio- 
ni in italiano o in latino risponderò, che sarà di mag- 
giore utilità dettarle nel volgar nostro , perche se non 
saranno false e bugiarde amaestreranno il popolo^ mos- 
trando le virtù de' trapassati in modo che ad essi 
l'intenderle sia leggero. Non è per questo che talune 
parlanti di cose grandi , di avvenimenti che piìi che 
le sola Italia risguardano il genere umano , e l'univer- 
so delle nazioni, non sia bene esporle in latino. In 
questo caso la lingua latina ha due grandi vantaggi 
sulla volgare, 1. come lingua morta non è più sog- 
getta a variazioni , e non potrà mai cader dubbio sul- 
la narrativa de' fatti 2. come lingua dei dotti sarà in- 
tesa dovunque. Voglio anche dire che le iscrizioni che 
si .pongono nelle chiese potrebbero a taluni piacere 
più scritte in latino , inquanto che la lingua latina 
fu sempre usata dalla Chiesa , e gli anticlii cri-^ 
stiani avevano la loro epigrafia latina : e infine per- 
chè la prima intenzione della Chiesa stessa nel por- 
re le lapidi sepolcrali è di rammentare agli uo- 
mini la brevità della vita , e di fare che preghino 
pace a' trapassati. E questo dico non perchè io mi 
opponga a coloro ehe stanno in altra sentenza , ma per- 
chè mi pare che alcuni declamino in contrario con 



Epigrafi itaxiane 34? 

troppa arroganza. Convenevolissimo poi mi sembra, elio 
ì titoli, le iscrizioni, gli elogi che liannosi a porre ne^ 
pubblici luoghi, siano scritti nella lingua che al po-« 
polo è intesa, E qui, giacche voi mi dimandate che 
modo io pensi doversi tenere per uscirne a bene, vi 
dirò apertaniente il parer mio, piiì per obbedirvi che 
per altro. E se sarò un poco diffuso non lo recate a 
colpa mia, sì bene a vostra, che mi avete chiamato a 
dire , e con modi cortesi mi avete gentilmente co- 
stretto a non iscusarmene. 

Quattro sono , e voi meglio di me vel sapete , le 
doti che aver deve una epigrafe per essere buona. 
Brevità , unita , chiarezza , e decenza. La brevità, im- 
porta che si faccia parsimonia di parole , e si fug- 
gano le perifrasi e le circonlocuzioni , e che si omet- 
tano tutte quelle cose cui può il lettore supplir di 
leggieri, It'unita richiede che sia un solo il sogget- 
to ; e se sono più , che un solo sia il principale , 
e gli altri siano accessori! , e vegnenti di conseguen- 
2^ai. La chiarezza domanda che i concetti siano espo- 
sti in modo , e con tali parole , che sia facile ad ogni 
uomo il comprenderli. La decenza in fine richiede che 
l'iscrizione sia confacente al soggetto , e serbi digni- 
tà se dignitoso , umiltà se umile. Ma perchè sì pos- 
sa ottenere che le iscrizioni abbiano tutte queste bon- 
tà , coiìviensi adoperare studio e diligenza specia- 
lissinia. Ed a me pare che tre cose si debbano prin- 
cipalniente procurare dall' epigrafista italiano, due delle 
quali dipenderanno da lui , l'una poi dal consenso dei 
dotti della nazione. Da lui dipenderà l'uso della buo- 
na sintassi per ottenere la chiarezza , da lui il fug-. 
gire ogni parola , ogni frase non classica , o vieta , q 
rigettata da' moderni , o di doppio significato , o stra- 
niera : dai dotti poi il fermare un' ortografia , sema, ta^ 
^uale non si potrà mai ottenere perspicuitk. 



348 Letteratura 

La nostra lingua per la Uuppa iieccssila degli 
articoli e delle preposizioni , e per l' ampio e di- 
steso giro de' costrutti, non può avere la concisio- 
ne della latina , e a questo è invano cercare riparo 
alcuno. Gli articoli sono necessari a determinare e sepa- 
rare per COSI dire dagli altri l'individuo o la co- 
sa di cui favelliamo ; e se i latini non avevano ar- 
ticoli , usavano però assai sovente i pronomi hic ille 
iste , che ne facevano le veci , ed indicavano que' 
soggetti che volevansi determinare. Noster sermo , di- 
ce Quintiliano , articulos non desiderai , ideoque in 
alias partes orationis sparguntur ( instit. 1. 1 . e. 4. 
§ 19.). Si aggiunga poi che per questa mancanza 
non avevano essi tanta precisione nel determinare le 
idee parlando : e questo vantaggio della lingua no- 
stra e delle moderne sulla latina ci compensa in par- 
te del difetto che abbiamo noi di efficacia nella col- 
locazione delle voci. „ Les articles ne signifient po- 
„ int des choses ( dice du Marsais , e con lui Con- 
„ dillac), ni des qualites seulement s ils indiquent a 
,, l'esprit le mot qu' ils precedent, et le font con- 
„ siderer comme un obiet tei , que sans l'article , 
„ cet obiet seroit regardè sous un autre point de vue. ,, 
Indi segue anch' egli ad osservare, che i latini usa- 
vano in vece gli adjettivi dimostrativi , e conchiude 
che a chi ben legga ne' comici, in Fedro, e negli 
autori di bassa latinità , troverà che l'uso dell' ille illa 
illud tiene luogo del nostro la lo gli ec. Le prepo- 
sizioni poi, il cui officio è di mostrare le relazioni 
degli oggetti , sono tanto necessarie a noi, quanto lo 
erano le desinenze de' casi a'iatini. E se a'seguenti 
versi, per esempio: 

Arma virumque cano , Trojae qui primus ab oris 
Italiam fato profugus , lavina que venit 
Li torà. 



Epigrafi itatian-r 349 

toglierete le terminazioni o le tiesinenze, che sono i 
segni del loro valore relativo , e non lascerete clte 
la prima terminazione , che non indica rapporto al- 
cuno , voi non ne avrete alcun senso. E però con- 
vien concludere, che tanto le preposizioni che gli ar- 
ticoli formano parte necessaria e principale della no- 
stra lingua , e non si possono tralasciare per alcuna 
guisa , senza offendere l'indole del nativo linguaggio. 
Pcrlocchè tentano cosa molto strana coloro che si 
fanno a scrivere epigrafi togliendone le preposizioni 
e gli articoli , e fanno inutile prova d'ingegno per 
non dire pompa dannosa di soverchia pazienza. Ne 
giova affermare, che questi nessi del discorso allun- 
gando il giro del costrutto e distemperandolo , tol- 
gono al costrutto quella vibratezza e quella rapidi- 
tà da cui derivasi la maestà del periodo : perchè ove 
si abbia a scegliere di lasciare indeterminate le idee 
o di mancare di quello che ad ogni modo ottener non 
possiamo , deesi l'uomo che ha fior di senno attene- 
re alla esattezza. O^ni lingua è bella e avanza le al- 
tre per qualche suo pregio particolare , e del pari 
è vinta perchè manca d'alcuna dote alle altre conces- 
sa. Per un breve motto convengo che si possano sop- 
primere gli articoli, come ad esempio - Cristiani^ Lo- 
renzo Fusconi giace qui - Pregategli pace - ; ma il 
tentare una lunga iscrizione è lo stesso che preten- 
dere che un corpo umano abbia moto dopo reciso- 
gli i nervi. Le difficolta non si devono vincere col 
toglierle via di peso , ma superarle coli' arte e coli' 
ingegno. E se gli articoli e le preposizioni sono di 
grave impedimento a scrivere con una certa rapidità 
ed efficacia , non ne verrà che queste proprietà ab- 
Liansi a cercare lasciando articoli e preposizioni , ma 
collocandoli con ogni esattezza. E il dir che fan- 
no taluni , che per questo impedimento non polran- 
G.A.T.XLYI. 2;; 



350 Letteratura 

no gli italiani scrivere una epigrafe onoraria che suo- 
ni maestosa , mi pare senza buone lagioni. Confes- 
so che sarà difficile , tanto piii che noi non abbia- 
*ao ancora fissate le leggi dello stile epigrafico : nn 
non sarà impossibile. Osserverò poi che per giudi- 
care se un' iscrizione italiana abbia dignità , non si 
ha a porla a confronto delle più riputate del La- 
zio , ma si dovrà giudicare senza ricorrere a que- 
sto inegual paragone. Una iscrizione h bella quan- 
do è formata secondo le regole della lingua in cui 
è scritta. E se non manchiamo di robusti e bellis- 
simi scrittori in prosa e in verso , non dovremo mancar 
neppure di epigrafisti. Molti chiamano bassa ed inet- 
ta la lingua nostra o per troppa afiezione alla la- 
tina , Q per conoscerne poco i pregi , e molti anco- 
ra perchè più pregiamo le cose altrui che le pro- 
prie , e meglio le passate che le presenti-^ Chi sa 
che certe iscrizioni latine , che ora noi veneriamo non 
avessero i loro difetti , e non mancassero di quel- 
la dignità che noi ovunque riconosciamo ! Io ho vol- 
garizzate due iscrizioni antiche per vedere quanto 
avessero a perdere mostrandosi vestite all' italiana. Ec-^ 
cole : ne giudicherete voi, 

CN , pompe; JVS , CN . F . MAGNVS . IMP 

ORA . MARITILA . A . PRAEDONIBVS . LIBERATA 

IMPERIO . MARIS . POPVLO . ROMANO . RESTITVTQ 

EX . ASIA . PONTO . ARMENIA 

PAPllLAGONIA , CAPPADQCIA . CILIQIA . SYRlA 

EX . SCYTIIIS , IVDAEIS , ALBANIS 

EX . IBERIA . EX . INSVLA . CRETA 

EX . BASTERNIS 

ET , DE . REGIE VS . MITHRIDATE . ET . TIGRANE 

TRIVMPHAT 

(Morcclli , de siilo inscripl. l. 1. pag. 343.) 



Epifrafi italiane 351 

gcfeo pompeo magno imperatore 
vinti 1 pirati 

E RESTITVITO l'iMPERO DEL MARE 

AL POPOLO ROMANO , 

TRIONFA 

dell' ASIA , DEL PONTO , DELL* ARMENIA , 

PAFLAGONIA , CAPPADOCIA , CILICIA , SIRIA 

DEGLI SCITI , GIVDEI , ALBANI , 

dell' IBERIA DI CRETA , 

de' BASTERNI 

DI MITRIDATE E TIGRANE RE 



IMPERATORI CAESARI . DIVI . F . AVGVST > P. M . IMP . XIIII 

TRIB . POT . Xrm 

S . P . Q . R . 

QVOD . EIVS . DVCTV . AVSPICIIS . QVE 

GENTES . ALPINAE . OMNES 

QVAE. A . MARI . SVPERO . AD INFERVM . PERTINEBANT . 

SVB . IMPERIVM . P . R . SVNT . REDACTAE 

(Moicelli, ivi pag. 96) 



ALL IMPERATOR CESARE AVGVSTO FIGLIO DT3L DIVO 
PONTEFICE MASSIMO , IMPERATORE XIV VOLTE , 

XVII CON podestà' di TRIBVNO , 

IL SENATO E POPOLO ROMANO , 

PERCHÈ 

LVl AVSPICE E DVCE , 

LE ALPINE GENTI TVTT <: 

DAL TIRRENO ALL* ADRIATICO 

FÉ SOGGETTE AL POPOLO ROMANO. 

Si dira che quel triumphat messo in fine nella 

23^ 



352 Letteratura 

prima iscrizione tiene più del maestoso , die collo- 
cato a mezzo come io ho dovuto fare per servire 
al costrutto italiano : e questo lo concederò , pur- 
ché si conceda a me ancora che l'idea di due re 
trionfati e per lo meno grande al pari di quella 
del trionfo stesso. E mi pare che come lo scrittore 
latino per l'indole della sua lingua colloca prima 
le idee più interessanti , lo scrittore italiano deb- 
ha fare che le idee si succedano secondo l'ordine 
della natura e del tempo. Imperciocché ambidue que- 
sti modi di costrutto sono egualmente naturali quan- 
do ottengono il medesimo fine. E se agli uomini 
primi, che più di noi erano in balia delle passioni 
e della barbarie , la natura insegnò di disporre le pa- 
role con queir ordine con cui in loro nascevano e 
si presentavano le idee , a noi guidati dalla ragio- 
ne e Malia ^civiltà insegna di esporre i nostri con- 
cetti secondo l'ordine con cui l'intelletto li regola 
per essere successivamente all' altrui considerazione 
presentati. E di qui voglio si conosca che per qualun- 
que utilità possa aversi dai costrutti inversi , non 
si devono mai usare forzatamecte nel nostro linguag-^ 
gio , nelle scritture , e specialmente nelle iscrizioni. Non 
manca mezzo allo scrittore , come più sopra ho detto, 
di condurre con dignità una epigrafe » quando vo- 
glia e sappia secondo le leggi della sintassi italia- 
na dare luogo alle idee. E poiché sono entrato a 
dire delle iscrizioni onorarie , piacemi qui recarne una 
del chiarissimo conte Giulio Perticari scritta da lui 
sin dall' anno 1801, la quale raostrerk che pur que- 
|3to genere non è per mancare all'ilaliana epigrafia, 
OYO non manchino nobili ingegni all' Italia. 

A NAPOLEONE BONAPARTE 
PIO , FELICE , IK VITTO 



lipibRÀFI itAtlANÈ 353 

(SKBMANJCO , EGIZIACO , ITALICO , MASSIMO ■■, 
PRIMO COXSOtE DI FRANCIA , 

d'iTALIA PRESIDE SOMMO 
PACIFICATORE DELl' UNIVERSO 



E bella b pure, quantunque il soggetto non sia 
sì grande, Tiscrizione onoraria scritta non ha guari dall* 
ainico mio Francesco Rocchi giovane di molte lette- 
re, di molto ingegno, e di moltissime speranze. 

A ROMVALDO MORRONl 

AVVOCATO FERMANO 

NELLA VARIA FORTVNA d'iTALIA 

A MOLTI ED ONOREVOLI OFFICI 

POSTO IN ESEMPIO , 

ORA PER PIO Vili GIVSTISSIMO PRINCIPE 

DAL GOVERNO DELLA TERRA NOSTRA 

PROMOSSO AL GOVERNO 

DI POGGIO MIRTETO, 

VOTI E LODI 

DEL POPOLO SAVIGNAWESE 

evi FV AVTORE E CVSTODE 

DI SICVREZZA E DI PACE, 

Dalle cose finquì discorse e dagli esempi laccati mi 
pare dimostrato , che si può ottenere brevità nelle epi- 
grafi senza lasciare gli ar ticoli , forza ed efficacia senza 
avere ricorso alla costruzione inversa. Vedo bene io 
donde deriva, che molli lamentano che le nostre iscri- 
zioni non hanno robustezza; ma io credo che la col- 
pa sia degli sciittori, non della lingua. Molti infatti 
amano le frasi più ricercate ed elette della poesia, 



354 Letteratura 

molti si compiacciono di raggirate perifrasi, di scher- 
zi, e di inopportuna lindura e ricercatezza. Ma se 
ponessero mente alla natura dello stile epigrafico, che 
non richiede altro ornamento che quello che venir 
gli può dalla chiarezza e dalla decenza principal- 
mente , e secondo la natura dello stile spesso scri- 
vessero, vedrebbero le loro lagnanze cessate. Io ho 
riso , mio caro Gommi , e ho riso di cuore giorni 
sono leggendo alquante epigrafi stampate per le nozze 
del sig. Gian Francesco Rambelli , giovane coltis- 
simo, e caldissimo e felice zelatore della epigrafia. 
E perchè voi sappiate di che io rideva , vi por- 
terò qui queir iscrizione che prima e forse più dell' al- 
tre mi mosse a ridere. Voi giudicate se io n'aveva 
ragione. 

A GIAN FRANCESCO RAMBELLI LVGUESE 

RETORE ALLE ALFONSINE 

GENTIL CVLTORE DELL* ITALICO IDIOMA 

CHE OGGI LA ELETTA CON INTERO GIVDIZIO 

FRANCESCA FERRI 

INNANELLA CON LA SVA GEMMA. 

Per Bacco, che io vedo voi pure , ne m'ingan- 
no , ridere fin di qua . Non è ella stravagante la 
frase innanella con la sua gemma la eletta con in- 
tero giudizio ? Oh ! si dica pure e si ridica : da' 
classici le sole vere bellezze , non le oscurità si han- 
no a prendere e ad imitare j E si griderà poi che 
la lingua nostra è troppo asiatica , al leggere queste 
cose ? Si dee dire che gli scrittori sono parolai. la 
un'altra iscrizione, per esempio, ho letto. 

Qui riposa Ghigi Morelli , infante , anzi angioletto , 
Bello , spiritoso , vezzoso. 



l'^Pir.RAFI ITALIANE 55S 

Ma quando era detto che questo LamLlno era uì\ 
àngiolo , non bastava ? I tre epiteti susseguenti sono 
inutili non solo, ma scemano in parte la bellezza del 
J)rinld concetto* 

( Sar^à continuata ) 



Alla memoria di Francesco Gianni poeta estempd^^ 
raneo ; 'visione del Patrizio G. C. Di Negro. Ge- 
nova 1830 , dalla tipografia di Antonio Ponthe-^ 
nier e /. ( sono pagine 11.) 



u, 



n certo tale , mio amico , che s ha il cervello urt 
po' caldetto, quante volte si abbatte a parlar meco della 
Italia , usa paragonarla ad uu terreno di sua natura 
fertilissimo, per poca coltura imboschito » ma che tut- 
tavia produce spontaneo d'ogni sorta fiori <, bellissimi 
alla vista, e deliziosi oltremodo all' odorato. 

Io per verità confesso , che questo suo parago- 
ne sente cosi un pocolino del poetico ; pur tutlavolta 
sembrami in ogni sua parte ottimamente conveniente 
alla nostra patiia. E di vero, questo beatissimo pae- 
se, cui di tutto fu largo l'onnipotente ^ scisso in mille 
parti , pieno di gelosie e d'invidie , corso a quando 
a quando dall' un capo all' altro da popoli stranie- 
ri , e preda sempre del più forte , non ha mancato 
giammai in mezzo a cosi fatti trambusti di produrre 
uomini sommi, vuoi nelle scienze più profonde, vuoi 
nelle arti belle , vuoi nell' amena letteratura ; ne v'è 
stato secolo , dopo il risorgimento delle lettere , in cui 
l'Italia non abbia veduto a nascere nel suo seno in- 
gegni sorprendenti in qual si voglia ragione d'urna- 



35G L E T T R R A T U R A 

no sapere. Glie anzi a voler narrare le cose siccome 
appunto sono , questa nostra patria ha sempre dato al 
mondo uomini tali , che colle opere loro hanno fatto 
istupidire , piuttostochè maravigliare , gli estranei ; e 
non solo sono bastati a muoverli ad invidia , che il 
più delle volte gli hanno posti in disperazione di po- 
terli raggiungere , nonché superare. E ad avere si- 
cura prova di ciò che io qui dico , lasciando da un 
lato gli antichi , basterà por mente a coloro soltan- 
to, che fioiirono nel caduto secolo, forse per la Ita- 
lia il più travaglioso. Molti ingegni pellegrini sur- 
sero in que' difficilissimi tempi , taluno de' quali an- 
cor' oggi vive , e sono questi da tutti così ben co- 
nosciuti , che sarebbe superfluo il volerli qui nomi- 
nare ; queglino però , che fra gli altri danno moti 
vo d'alta ammirazione , sono a mio credere , France- 
sco GiANN , e Tommaso Sgricci (^) insigni e mara- 
vigliosi improvisatori. 

E cosa da non rivocarsi in dubliio, che ai soli 
italiani e dato il poetare estemporaneamente , ed in- 
numerevoli sono quelli, che in questa arrisicata prova 
dell'umano ingegno si sono distinti. Ninno però, che 
io ricordi , è giunto a così alto grado di pei'fezio- 
ne , a quanto pervenne il Gianni improvvisando cose 
tanto belle e pregevoli , in puro fatto di poesia , 
( non volendo io qui far parola della materia de' suoi 
canti ) la più parte di cui leggesi tutt' ora con pia- 
cere ed ammirazione ; ne altri v'è stato, e forse non 



(*) Veramente lo Sgricci appartiene più al presente , che 
al passato secolo ; io però ho voluto qui porlo , come se avesse 
fiorito ai tempi del Gianni , perchè ia quelli nacque , e per- 
chè prescntatamisi occasione di lodarlo , non volli lasciarmela 
l'uggire. 



Versi di G. C. di Negro 3&7 

vi sarà giammai , che al pari dello «gricci ardisca 
dire air improvviso tragedie intere , le quali ad en- 
comiare , basta dire , che ricopiate da' valenti steno- 
gra/i e date alle stampe , possono in molte parti te- 
ner fronte a qualunque peiisata tragedia di rinomato 
autore. 

Del primo adunque di codesti solenni improvvi- 
satori, mancato da pochi anni ali* onore d'Italia, in- 
namorato il sig. G. C. Di Negro patrizio genovese , 
uomo in cui non saprei dire, se sia maggiore la chia- 
rezza de* natali, la elevatezza dello ingegno, la copia 
de' buoni studj , o la gentilezza ed uuianitk de' co- 
stumi, volle onorarne la memoria con [alquanti bei ver- 
si, lì Di Negro aveva già pubblicate alcune altre sue 
rime, fra le quali molte vaghe canzoni in lode di al- 
quanti suoi concittadini, distintisi dagli altri per mi- 
litari imprese, o per civili virtù; quando entratogli 
in animo di encomiare il Gianni , com' egli lo chiama 
suo amico , e niaestro nell' arte d'improvvisare, scrisse 
una visione in terza rima , di cui dirò brevemente. 

Finge il poeta , che Apollo lo chiami , ed invi- 
ti a seguitarlo fuori del mondo, che condurrallo in par- 
te , ove potrà chiaramente scorgere , quanto il Gian- 
ni fosse meritevole d'onori altissimi. Egli pertanto se- 
guita di buona voglia il nume , e rischiarataglisi co- 
me per un prodigio la mente , vede cose stupende , 
e così toglie a narrarle. 



o 



,, Un'aura intorno senza mutamento, 

,, E di più suoni un alternar perfetto 
,, Di me mcdesmo mi rendean contento. 

,, Tutto spirava all' anima diletto , 

,, Pensando , nella dolce estasi immerso , 
,, Qual maggior era per uscir l'effetto. 



358 Letteratura 

, Giunto mi vidi in mezzo all' universo 
„ Fra globi ardenti roteanti e fissi , 
,, Della celeste lor luce cosperso. 

,, Ivi un tempio m'apparve , io gli occhi affissi 
„ Al tempio , e col desio pinto nel volto , 
„ Che Ik si asconde ? alla mia scorta dissi- 

„ In esso penetrar non ti fia tolto , 

,, Ciré mio voler , se di tal ben sei degno < 
,, Benché del velo uman non ancor sciolto. 

„ Questa che spiri è l'aura del mio regno , 
,, Quivi stanno color , che ottenner fama 
„ Per lunghi studii e pellegrino ingegno. 

„ Gloria a vita seconda li richiama , 
,, E li fa lieti dell'eterno alloro, 
„ Primo ed ultimo fin d'ogni lor brama. 

„ Arsi a tal vista e in ricordarlo anch'ardo, 
,, Poiché scritto su zona aurea lucente 
„ D'ognuno il nome mi si offerse al guardo- 

„ A guisa di piropo era splendente 
,, Il nome dell' altissimo cantore , 
,, Che andò pel regni della morta gente. 

,, E di lui che cantò versi d'amore 

,, Sotto '1 ciel di Valchiusa , e fé palese 
„ Della sua Laura l'invincibil core. 

„ E quel dei sommi ond' il gran volo prese 
,, L'epica musa , e fece al mondo conte 
;, L'alte d'Orlando e di Goffredo imprese. 

Mentre il poeta rimirava attentamente cosi fatte 
cose, sentissi a piovere nel cuore un sommo diletto, 
che quasi lo faceva svenire per soverchia dolcezza , 
ed in questo gli si mostra lo spirilo del Gianni ^ lo 
conforta , e narragli come trovasi colà. Quindi pren- 
de a far parola delle traversie che sostenne nel mon- 
do , delle imprese illustri da lui cantate , non che 



Versi di G. C. di Negro 359 

della loro grande amicizia; e discorrendo de' suoi ver- 
si , esprimesi in così fatto modo. 

,, L'aura febea raccolta nel mio petto 
,, Mosse pur anco al trono di colui , 
,, Che air Europa mutò forma ed aspetto. 

,, Maraviglioso ne' disegni sui , 

,, Ncir arte a nullo di pugnar secondo , 
,; Senza giovare a se medesmo e altrui, 

„ ScLben crollar dal cardine profondo 

,, Fé i regni e le citta ; ma cadde vinto, 
„ E parve fola sua caduta al mondo . . , 

Mentre però quell' ombra così parla, ed accende 
nel poeta, che sta ad udirlo un ardore smodato, in- 
guisachè l'interno fuoco gli si manifesta nel volto , 
manca tutto ad un tratto la luce ed ha fine la visio- 
ne , la quale era a lui stata cotanto gradita e cara , 
da lasciarlo immerso in una soave estasi di gioja. 

Prosegua egli intanto allegramente a comporre ver- 
si , e ad accrescere onore alla nostra Italia coli' in- 
gegno non meno , che col proteggere le arti e le let- 
tere , siccome si piace tanto di fare ; e voglia pure 
il cielo , che tutti coloro, cui fortuna fu larga d'ono- 
ri e di ricchezze , tolgano ad imitarlo , che certo al- 
lora si vedrebbe in poco tempo salire questo gentil 
paese in tanta e così gran fama per mezzo delle scien- 
ze arti e lettere, a quanta non salì mai ne' suoi più 
fortunati tempi. 

Filippo Gerardi. 



360 



ARTI 

BELLE ARTI 



Un miracolo di s. Francesco di Paola ^ e s. Gre- 
gorio inviante i missionarii benedettini nella In^ 
ghilterra^ dipinti dal barone V. Camuccini. 



bbiamo taciute da molto tempo le opere del cliiai'i 
Gamuccini ; perchè il lodarle è da pochi , e il solo 
annunziarle non monta nulla t che avanti d'esser fi- 
nite vengono in tanta celebrità da non ignorarle niuna 
persona gentile. Ne una fa luogo agli encomii dell' 
altra; si sopravvengono tanto velocemente, crescono 
a tanto numero , sono tanto grandi e s\ uguali nel me- 
rito che non par bastante una mente sola per conce- 
pirle, una sola mano a condurle. Dunque non ne do- 
vremo far mai parola ? A ornamento di queste carte 
nomineremo due suoi dipinti; e del primo diremo che 
fu ormai visto a tutti coloro che ne' tre ultimi anni 
cercarono cose d'arti qui in Roma, e da tutti lodato 
a cielo ; dell' altro ci vanteremo di levar noi il pri- 
mo grido, non avendolo egli ne ancor finito ne dimo- 
strato se non a pochi. Il primo è un miracolo di 
s. Francesco di Paola. Stavamo parecchie persone a 
guardarlo ; e un vecchio , forse custode del luogo , ci 
dichiarava la storia del fatto e l'intendimento del di- 
pintore. Esser morto un giovine di non conosciuto 



Bell e-A r t i 3G1 

lignaggio ; e mentre il corpo di lui si traeva alla se- 
poltura, la madre aver porli pietosi prieglii a s. Fran- 
cesco affinchè facesse di rivocare il passato spirito. Il 
santo senza frappor molto indugio aver operato il mi- 
racolo. Ecco li , diceva , quel frate tutto canuto e 
spirante venerazione , com' è sicuro della potenza di- 
vina e con quanta tranquillità di spirito'benedice l'estin- 
to giovine. Il quale appena tocco dalla sua mano svi- 
luppa gì' involgimenti del feretro intorno a se; e voi 
lo vedete rivivere a poco a poco senza che la mor- 
tai pallidezza si sia ancor tutta mutata nella primie- 
ra vivacità. Come giubila questa donna , con quale 
affetto di gratitiuline rende grazie al caritatevole fra- 
ticello, con quanta forza d'amore si lancia. al collo del 
figlio ricuperato ! Guardate la maraviglia in colui che 
sta ginocchione , ed era per avventura uno de' por- 
tatori del feretro; la curiosità in quell' altro che spin- 
tosi presso al giovine par che voglia esser certo se 
qui si sogna o quegli è veramente risorto. Un de' com- 
pagni del santo si sporge innanzi inchinandosi piamente 
e, giunte le mani, dir sembra tra se medesimo •• oh 
santa carità di Francesco ! oh il tesopo celeste che ab- 
biamo in casa! Ma non s\ facile a prestar fede sen 
viene a chiesa quel vecchio che voi vedete all' indie- 
tro , e da udienza appena al narrare di quello che 
gli è vicino. Di la incomincia il po])olo ad afTollar- 
si, e contrastano uno coli' altro per farsi avanti. Qui 
notavamo quanto diversi affetti e con quanta veracità 
esprimesse ciascuna figura ; tutti naturalmente prodotti 
da un semplice avvenimento. E talun diceva : così è 
la natura degli uomini ; anche fra pochi una cagio- 
ne medesima non produce mai un solo eftctto , ma 
sempre varii; ed in ciò s'avvengono i dipintori al vero 
più che i filosofi. I quali sperano trovar tempo e stato 
tale di cose che giovi ed appaglù tutti ugualmente, 



362 H E L L E - A R T I 

f 

quasi accordati all' unisono. Ammiravamo lutti il com- 
poiiimeuto, e come iu piccolo spazio fossero senza con- 
fusione introdotte e con armonico aggruppamento di- 
sposte tante persone ; e chi ne lodava il disegno , chi 
sì allettava in certe piacevolezze di colorito ; ne fini- 
vamo mai contemplando la distribuzione della scena 
e il giuoco quasi magico delle ombre. E come più 
volte vi rispingemmo gli occhi nell' andar via, ci pa- 
revano le figure non gik dipinte , ma più sporgenti 
una dell' altra muoversi manifestamente. Indi passan- 
do noi per quelle magnifiche sale del Gamuccini, pie- 
ne di monumenti antichi e di opere sue a maravi- 
glia , ci fu mostrata un* altra gran tela , dove pare- 
vano al primo giungere molte figure; ma delle intere 
non erano se non due; artifizio nel compor degli an- 
tichi lodatissimo. Anche di questo ci fu narrata la 
storia , e ci disse il vecchio che s. Gregorio Magno 
sapendosi molto in grazia agi' inglesi ( ai quali aveva 
ricuperati e donati parecchi giovani schiavi quando era 
prefetto di Roma) poco dopo creato papa mandò Ago- 
stino e altri monaci di s. Benedetto nell' Inghilterra 
a predicarvi la vera fede. E per assicurare la com- 
missione loro gli accomandò con lettere ai re eli Fran- 
cia, e li munì d'una imagine del signore che si tenea 
per miracolosa nella basilica lateranese. Inoltre die lo- 
ro una croce che entrando a quella terra di barbari 
dovesse preceder le loro tracce. E questo è il mo- 
mento nel quale il papa consegna le dette lettere a 
quel pio monaco che gli sta inchinato davanti. La san- 
ta imagine è nelle mani a un diacono , la croce ad 
un cherico. I frati ascoltano ginocchione i conforti del 
papa, e già arde in loro il desiderio di dilatare i con- 
fini di s. chiesa. Guardate il magnifico e maestoso ve- 
stimento del papa, e leggetegli in volto la carità e la 
mortificazione. Guardate grandi e largamente distribuite 



Bellf-Arti 363 

fogge di panneggiare, e come i contrarli colori dell' 
alnto pontificale e della cocolla monastica formano una 
difficile e non ingrata armonia con intrapporvisi va- 
rie , vaglie brillanti e piacevoli tinte nel cherico, nel 
diacono , in quel che regge il triregno. E questo è 
il secondo dipinto del Camuccini, di cui avevamo pro- 
posto parlare. Ma basti l'averlo pur nominato ; che a 
farne il maggiore elogio che possa farsi a un' opera 
d'arte non si vuol altro che raccontar l'argomento e 
il nome del dipintore, 

A, Bianchini, 



304 



VARIETÀ" 



Al sig. Carlo Babbage , professore di matematiche nell' uni- 
versità di Cambridge , in un suo libro stampato a Londra 
in quest' aaao , e ialitolato Reflexions on the decline ofscience 
in E/igland , ci presenta uà quadro assai triste dello stato at- 
tuale delle scienze in Inghilterra. Secondo lui , le università 
inglesi fanno pietà: niun piano di educazione scientifica : niua 
concorso , niun esame : i professori si ristringono a dar solo 
idee vaghe e generali , senza dimostrazioni , senza esperienze. 
Chi vuole attendere seriamente alle scienze , fa duopo che sia 
ricco , perchè i suoi studi non gli fruttano certo né impieghi 
né posti onorevoli Per esser membro della società Reale oc- 
corrono indispensabilmente cinquanta lire sterline , titolo che si 
dà spesso più alla dovizia che al merito: per cui il numero di 
essi membri è cresciuto quasi all' infinito. Il presidente e i se- 
gretari sono talora nominati per solo intrigo: e , quel eh' è peg- 
gio, i rapporti della società sono tenuti assai male, e il più 
delle volte falsificati. Dal che ben si vede, che non è sempre 
oro tutto ciò che riluce di là da' monti e da' mari: e che noi 
troppo spesso ci facciamo imporre da un nome. 



Caratteri di Teqfrasto , volgarizzati da Dionigi Leondarahjs dal 
Zante. I5. Bologna i83o presso il Nobili e Camp. ( Sono 
pag. 98.) 

JJello, gentile, e tutto italiano è questo volgarizzamento, e 
fedelissimo al testo greco. Si che ben ravvisiamo nell' autore 
un alunno degnissimo di quel Paolo Costa , eh' è a questi 
giorni filosofo massimo, e scrittore d'aurea eleganza. 



Varietà' 365 

Nuove osservazioni dell' aw. d. Carlo Fea commissario delle 
antichità sopra la divina commedia di Dante Alighieri , 
specialmente su ciò che desso ha scritto ivi e altrove ri- 
guardo all' impero romano. Lette in compendio neW acca- 
demia archeologica il 19 e 26 novembre 1829. 8. Roma 
presto f^incjnzo Poggioli i83o. ( Sono pag. IX e 78. ) 



Xinnunciamo volentieri qiiest' opera dell' infatigabile e chia- 
rissimo Fea, senza entrare però ad esaminare o discuterne le 
dottrine : perciocché trattandosi di teologia e di politica , la 
cosa sarebbe per noi difficile non meno , che pericolosa : ol- 
tredichè non sembra propria di un giornal letterario. Diremo 
soltanto , che grande sfoggio di erudizione vi fa l'autore , e 
di erudizione d'ogni maniera: talché potrà leggersi con frutto 
e curiosità da quanti intendono a cercare più altro che poesia 
nella divina Commedia. 



Jtinie e prose di Giovanni Ko.^ini. 12. Pisa presso Niccolò 
Capurro i83o. ( Il toffic -,[^,„^ Jj ^^^ -^^ 

c 

VUara a tutti gì' italiani giungerà questa scelta delle opere di 
uno scrittore vivente divenuto si chiaro e come prosatore e 
come poeta. Noi certo ce ne siamo assai rallegrati, ed abbia- 
mo con gran piacere letto da capo a fondo questo primo vo- 
lume , tutto pieno di dottrina e di caldo amor patrio. Ecco 
gli scritti che sono in esso: i. Saggio sulle azioni e sulle ope- 
re d, Francesco Guicciardini , 2. Saggio sulla vita e sulle opere 
di Antonio Canova; 3. Dello studio e della imitazione di Dan- 
te; 4. Saggio sulla storia di Toscana di Lorenzo PÌlmioUÌ 

G.A.T.XLVI. 24 



3G6 V A n I E T A* 

Collezione delle migliori Omelie de' ss. Padri gi-eci , volgarizzate 
da Antonio Bianchini .^ voi. 6. Roma i83o. 

Ingiusta querela contro il nostro secolo ci pare quella di al- 
cuni , i quali dicono tutti gli spiriti non cercare oggidì nelle 
lettere , che vanità. E per tacere di tante opere di publica uti- 
li LÙ , delle cui lodi son piene eziandio le carte di questo gior- 
nale , rammenteremo a proposito di sacra eloquenza la biblio- 
teca da' ss. padri greci e latini tradotti ed illustrati , che vede 
la luce in Milano: e la bella collezione delle migliori omelie 
de' ss. padri greci volgarizzate ; che vede la luce qui in Ro- 
ma , e di cui è già il sesto volume quello , che ora annun- 
ziamo. A lode della quale collezione vogliamo ci sia permes- 
so applicare , con que' riguardi che si convengono , le parole 
del Grisostorao sulla scrittura santa : parole che in nostra lin- 
gua dal Bianchini rivolte suonano si caramente: io qui veggo 
come in un prato sorgere d'ogni parte fiori bellissimi ; e se mot- 
to v'ha di rosai e di vivuole , la copia de' gigli non è men gran- 
de , iimumerahili frutti , soavissimi odori; anzi che ho detto io ? 
non un prato ma un immenso giardino si dee chiamare la 
santa scrittura, e i suoi fiori non pur e_ oliscono ma di salutifero 
fruliQ nutrono il nostro spirito. lì che sia detto eziandio per in- 

.-» -- -u- rnCr^no all' eccellenza del perga- 
namorare qu.; gcnciosi, ci.v, ^u r o 

mo , onde cupidamente si volgano prima a quel tesoro inesau- 
ribile de' sacri libri ; deliziandosi poscia ìn quelli de' padri ; 
affinchè quella eloquenza , che al dire di Tullio altro non è 
che ben parlante sapienza , tutta riviva ne' sacri templi , e 
trionfi. A chi avrà piena la mente e pieno il petto di quella 
santa sapienza , le parole verranno sui labbri spontanee : e 
scenderanno ne' cuori; ora quale rugiada che l'erige ed i fiori 
dolcemente ristora ; ora qual fiume che in alta piena porta al 
mare il tributo delle sue acque. Ma perchè si la molle ru- 
giada , si le acque correnti vengano accolte più caramente non 
è da trascurare il conforto della lingua nostra, candida e pu- 
,a , quale si mostrò nel trecento. Di che non ispregevole cseni- 
j,;o uc pol•^e per le snc carte il K.datt. li adiutore; esempla. 



Varietà' 367 

che avemmo a desiderare le lame volle nella biblioteca di sacre 
orazioni, (di cui parlammo ancora nel XLf^. di questi volumi) : 
e che speriamo veder rifiorire per tutta Italia mercè le cure 
di tali, che sono accesi nel santo amore del bene e della patria. 

D. V. 



Alla Provindenza , inno di Caterina Franceschi Ferrucci. 
Pesaro pel Nobili, i85o. 

Ili eco già la seconda edizione di quest'inno, che non ha guari 
vide la luce la prima volta in Bologna per cura di quel col- 
tissimo e cortesissimo avvocato conte Salina , e fu lodato me- 
ritamente in queste carte dal nostro prof. G: I. Montanari ( to- 
mo XLV. pag. 255. ) Ogni parola di lode sarebbe adunque so- 
verchia. Ma non possiamo tenerci di render grazie all'egregio 
avvocato Luigi Grisostomo Ferrucci , che ha procurato que- 
sta nuova edizion di una elegantissima poesia della cognata 
di lui : e vi ha aggiunto di proprio un sonetto nella nascita 
d'un figliuolo: il quale perchè è pieno di aCfotto e di nobili 
e gravi pensieri espressi con degne parole , vogliamo darlo qui 
tntto intero. 

„ Grazie, benigno ciel : tuo dono è il figlio 
,, Che mi vagisce tra le })raccia accolto: 
„ AI sen lo stringo, e ne vagheggio il volto'. 
„ Pur di gioire appien non mi consiglio. 

„ Finché giace bambino in fascie avvolto 

,, Vivrà securo in questo umano esiglio ; 

,, Fanciullo ancor non correrà periglio 

,, Tra lo spirto e la carne e il mondo stolto. 

,, Ma quando adulto lo vedrò , quand' io 
,, Toccherò de' mici dì rultiina meta, 
j, Cielo allor che &arù del ligUuol mio ? 



368 V A R I E T a' 

,, Nel dubbio assorlo istupidisi-c il core ; 

,, Gioir non sa , perchè timor lo viela : 

,, Non sa temer, perchè lo vieta amore. 



D. V. 



A perpetua onoranza elei dottor Luca StuUi di Ragusi prose e. 
versi - Bologna 1829 dai tipi del Nobili e comp. (un voi. 
in 4 difac. 107 con ritratto) 

Ir rima è il comentarip latino sulla vita e sugli scritti di Luca, 
Stulli, con dedica a quella gemma di cavaliero Raffaello Andro- 
vich , il quale fu un' anima collo Stulli. Il professor Michele 
Ferrucci n'è l'autore: egli ha risposto all' aspettazione de'savj , 
in cima de' quali poniamo quello squisito, giudizio dello Schias- 
si; perocché com' ebbe saputo dovere il Ferrucci scrivere del 
diottissimo ragusino, o factum bene sciamò , e venne dettando 
un endecasillabo della stampa de' Catulliani. Una bella versione 
è posta di, rincontro del comentario : opera di quella gentilissi- 
ma Caterina Franceschi , degna sposa al Ferrucci. Seguono i 
versi , con che ben molli de' più chiari spiriti del nostro tem- 
po hanno lodato e pianto lo Stulli : quante belle cose ! Oh dura 
legge di brevità , perchè ci togli di riportarle qui tutte ? Ec- 
cone però una latina , ed un'altra italiana: la prima delle quali 
ne dice come il lodato fn degno medico e cittadino; la secon- 
da come fu scrittore di versi elegantissimo, 

Aloisii Chrysostomi Ferruccii Adv. 
Doctoris eloquentiac in Lyceo Pisaureiisi^ 

E P I G R A M M A 

Ad. Catlinrinam. Frnncescìiiam Farrucciam, 

^tnHiiis ul nostro resonel quoque ciirniinc , maguis 
.^.pquaudus Uiutlicis aite animoquc ; julics. 



Varietà' 369 

id facimus, quodque et jubeas, quodque ipse feratur 

Laudandus multis in patiiam merilis : 
Atque hoc praecipue, diram quod maximus auctor 

Pure salutari comminuisse luem 
Monstrarit, pueros quae vix ineuntibus aiinis 

Depravat misere , aut praecocè morte rapit. 
Clarum opus atque pium! Stulli tibi querna corona 

Servalis dabitur civibus. Atqué aliqua 
Ad tumulum veniens nato cum sospìte mater 

Orarit pacem, dixerit et lacrimans: 
Disce locum Stulli, qui praestitit arte benigna 

Et formam, et vitam, nate, tibi incolumem 

Del conte Carlo Pepali 
SONETTO 

Spirto gentil , che su l'eterea chiostra 

Beatamente letiziando vai , 

Fiso a quel sol, che di superni rai 

La terra e '1 cielo e '1 paradiso innosira ', 
Deh! se non bevi intero obblio di nostra 

Sfera , pon mente ai dolorosi lai , 

E impetra modo agi' infiniti guai , 

Di che fa '1 mondo lacrimabil mostra , 
A te dien eco in dolce suon di pietà 

Bei parvoli d'angelica sembianza , 

Che un di fur segno al tuo si nobil cauto , 
E un sol de' raggi , che nel ciel t'allieta , 

Se fai che scenda nell' umana stanza , 

Eia novo '1 mondo e 'n pace e giusto e santo. 

D. V. 



370 Varietà' 

Inscriptiones prò funere instaurato Dominici Contali archipresh. 
ad Petronii Castri Bonon. IIIIKal. Quint. A. MDCCCXXX, 
Bononiae ex officina nobiliana. 

J_Jon Domenico Contoli di Castel bolognese fu sacerdote di 
molte bontà d'animo e d'ingegno , uno de' discepoli del famo- 
sissimo Francesco Contoli maestro grande e fortunato che vide 
crescere e fiorire nella sua scuola i più grandi uomini dell' 
età nostra. Compiuto il corso degli studj e resosi uomo di 
chiesa , ottenne e per la sua virtù e pel suo sapere la carica 
d'arciprete in patria , che egli esercitò con prudenza e con quella 
carità evangelica che in molti è desiderata ma non sempre 
si trova. Buon cultore delle lettere amò sopra modo la poe- 
sia latina, e vi riuscì con lode. Passò di questa vita in età 
ancora vegeta , e fresca se vogliamo por mente alla robustezza 
di che era fornito dalla natura. Tutti lo piangono , e deplo- 
rano la commune disgrazia. Il chiarissimo sig. professore Mi- 
chele Ferrucci amico del Contoli confortò la memoria di lui 
con alquante iscrizioni latine degne invero del secolo d'Augu- 
sto. Noi crediamo di far cosa grata agli amatori delle lettere, 
e di porgere un segno della nostra amicizia all' anima del sa- 
cerdote Contoli , pubblicando le lodi sue scritte da si aurea 
penna. 

PRO FORIBUS AEDIS 

PUS . MANIBVS 

DOMINICI. CONTOLI 

ARCHIPRESBYTERI . ECCLESIAE . N. 

VICE . SACRA . FVNCTI 

RELIGIONE . SVMMIS . TEMPORIBVS . ADSERTA 

ANIMIS .POPVLARIVM .AD . CONCORDIAM. ADDVCTI3 

EGENTIVM . INOPIA . EFFVSE . SVBLEVATA 

SVORVM . EXTERNORUM Q . OBSEQVIA . INDEPTI 

COHORS . SACERDOTVM 

ANTISTI . SVPRA . OMNIA . EXEMPLA 

HONORIS . VIRTVTISQVE . ERGO 

FYNYS . INSTAYRAT 



Varietà' 3T'I 

In mole funebH. 

HEV . QVI . NORIS . PIETATIS . STVDIO 

EXEMPLO . AVCTORITATE . PRAELVCEBAS 

QVEM . INGENIO . FACVNDIA . DOCTRINA 

3IAGNI ^ VBIQVE . HABITVM . LAETI . SVSPICIEBAMVS 

HEV . QVAM . CITO 

TVIS. TE . PATRIAEQVE . PLORAMVS . ABREPTVM 

AT . VOS . PVPILLI . VIDVAE , EGENI . OMNES 

EJVS . CARITATEM . NVMQVAM . NON . EXPERTI 

VICEM . HODIE . PII . REPENDITE 

SOLATORI . PARENTI . VESTRO 

PACEM . ILLI . ET . GAVDIA . CAELESTIVM 

GRATO . ANIMO . COMPRECANTES 

EN . TVIS . SQVALLENS . EXSEQVIS 

ATRATVM. MOESTO . PERSONAT . CANTV . TEMPLViVt 

TVIS . QVOD . NVPER . ORNABATVR . MVNERIBVS 

QVO . SACRAS . HABENTEM . C0NC10N^:S 

FREQVENS . TE AVDITVRVS 

CONFLVEBAT . POPVLVS 

AVE . DOMINICI ET VALE 

TE . HOMINVM . SOSPIT VTOR . DEVS 

PRO . PERPETVA . VIRTVTE 

MAGNISQVE . IN . PATRIAM . PROMERITlS- 

NOSTRTS , PRECIBVS . RITE . PLACATVS 
IN . BEATAS . SVPERVM . SEIJES . RECIPIAT. 

GivsEPi'E Ignazio Montanari 



3T2 V A n I E T a' 

Delle lodi della scuola Boloi^nese di belle arti 
orazione - Bologna i83o. 

V^uesta orazione letta dal chiarissimo sig. professore Filippo 
Schiassi per la solenne distribuzione de'premj dell' accademia 
Clementina il 4 "faggio del i^gr , è intitolata al coltissimo 
giovane signor Gaetano Giordani coadiutore al custode della 
pinacoteca pontificia di Bologna. Parla ella delle lodi de' prin- 
cipali pittori che posero , fermarono , e resero famosa la scuola 
Bolognese , fra quali veggiamo , e ce ne gode l'animo , pri- 
meggiare quel Bartolomeo Ramenghi da Bagnacavallo, il robu- 
sto pennello del quale a lui alla patria all'Italia fece tanto onore. 
Non è a dire con quanto ordine di storia , con quanta verità 
di sentenze e bontà di stile proceda questa orazione. Certo 
Bologna e l'Italia sapranno grado al chiarissimo Schiassi di si 
bella scrittura , la quale vorranno certamente leggere quanti 
delle patrie lodi si compiacciono. E noi saremo assai tenuti al 
sig. Giordani che donando della sua bella operetta (la Pina- 
coteca bolognese) il sig. Giuseppe Schiassi, abbia dato occa- 
sione al sig: professore suo zio di rallegrarci l'animo con quel 
suo discorso , che da tant' anni giaceva nascosto senza speranza 
di vedere la luce , discorso veramente utile , veramente per 
tutti i conti italiano. 

GosEPPE Ignazio Montanari 



Discorsi di Domenico Vaccolini p. p. di filosofia e matematica 
nel Ginnasio di Bagnacavallo - Lugo - i85q. 

Al nome del sig. professor Vaccolini è sì lodato per l'Emilia 
e per Italia che lo stendersi in lodi sarebbe un fare cosa so- 
verchia. Certo Bagnacavallo deve molto lodarsene, perchè egli 
non solo fa onore alla patria col sapere , ma le glorie della 
patria in bellissima giiLsa diffama. la questi discorsi in fallo 
quattro ne troviamo che ci ritrag^oav le virili e il sapere di 



Varietà' 3T3 

quattro nostri chiari concittadini , Tommaso Garzoni primo 
scrittore enciclopedico fra quanti n'ebbe l'Italia , Feliciano 
Guerrini buon retore , Giuseppe Doma insigne metamatico , 
ahi! sul fior degli anni alle communi speranze rapito, e Luigi 
Valeriani Molinari, il più grande economista filosofo matema- 
tico giurisperito dell' età nostra. Né solo ne dipinge egli con 
grave ed efficace stile il sapere e le bontà i costumi , ma po- 
nendoli ad esempio degli studiosi move desiderio nella cre- 
scente gioventù di salire d sormontar quell' altezza che que- 
sti prodi tennero con tanto onore. Il primo discorso però non 
ha per soggetto l'elogio d'alcun cittadino , ma è un bellissimo 
scritto , molto acconcio a destare desio di lode ne' giovani 
cui è indiritto. A me in leggendolo è sembrato più volte di 
essere trasportato a'tempi antichi , e di udire non alcun sapien- 
te dell' età nostra , ma Cicerone stesso o Plutarco ; tanta 
è la facondia la maestà del dire, tanta è la verità delle sen- 
tenze. E però noi preghiamo ì nostri concittadini a tener gli oc- 
chi e la mente sempre intesi a queste scritture , che buon frut- 
to loro di ciò ne verrà. E la gioventù studiosa la quante vol- 
te si recherà a mano questo libro e ammirerà le glorie de' 
trapassati nostri concittadini , non potrà a meno di movere 
più franco il passo nella intrapresa carriera. Noi intanto ci ral- 
legriamo col professor Vaccolini che cosi accresce il nome 
della patria nostra , e lo preghiamo a farci sovente siffatti doni. 
E se di nulla noi abbiamo a riprovarlo , solo di questo lo 
riproveremo , dell' averci negato l'elogio di Stefano Longane- 
si ; e lo preghiamo a non negarcelo più oltre. E tu patria 
mia dolce va lieta che ognor più nel tuo fertile terreno ger- 
mogliano allori, i quali te faranno onorata alle più tarde età, 
e manterranno il grido in che sei salita fino da que' tempi iu 
cui poco era altrove la civiltà; così mostrando che la nostra 
Romagna va meritamenle altera de'proprj vanti, e non la cede 
ad alcun altra terra delle più famose d'Italia. 

Giuseppe Ignazio Montanari, 



3T4 Varietà' 

Poesie di Vincenzo Monti - Milano per Nicolò Bottoni 1S29, 

vJuesta raccolta può riguardarsi come la più completa delle 
poesie liriche del Monti. Ma che direbbe questo sacro petto 
italiano , questo invitto difensore del classicismo , se potesse 
vedere sotto al proprio ritratto un epigramma romantico , e 
leggere la sua vita conversa in un insipido romanzo ? Povere 
lettere italiane, a che sono ridotte! 

Di e. P. 



INDICE 

bEGLI ARTCOLI CONTENUTI NEL TOMO XLVl.' 
DEL GIORNALE ARCADICO. 

SCIENZE 

Nota sui fluidi elettrici pn^. 7 

Peretti. Lettera al eh. Morichini sopra un acido 

nuovo P' 9 

Barlocci. Ricerche fisico-chimiche sul lago Saba ■ 

tino , e sue acque minerali. . . > p» ^ ^ 
Addison. Osservazioni sulla mal' aria. . • p- ^'^ 
Suir introduzione alla fdosofia delV affetto del sig. 

Testa .....;;. 129 

Sulla istruzione elementare /?: 164 

Baumgartner. La fisica congiunta alle matema- 
tiche. /?. ITI 

Barlocci. Congetture sulla origine della elettrici- 
tà atmosferica p. 253 

Mazzetti p. Elementi di prospettiva lineare, p. 272 
Origo , marchese. Ricerche sui mezzi di preser- 
vare gli abiti dei 'vigili agV incendj. . p. 285 
Buzoni. Sulla necessità di un linguaggio uni- 
forme ai medici legali p. 298 

Folcili. Hjgienes et therapiae compendium. p. 308 

LETTERATURA 

Dionigi Orfei. SuW opera delV Eminentissimo 

Pacca , epistola a Olimene p. Gj 

Mancini , Giulio. Memoria sui miracoli attribui- 
ti a Papa Clemente II. p. 80 

RamhcUi. Elogio delV abate Francesco Monti M- 

fonsinate yy. 98 



Montanari. Vite di Aurelio Vittore tradotte, p. 187 
Capece Latro , monsig. De antiquitate et varia 

Capjciorwn fortuna /?. HO 

Borghesi. Illustrazione di^ un marmo di S. Pao- 
lo . . . * . i i . . i . . p. MU 
Poesie minori del Petrarca. Montanari. . . yo. 195 

Baretti. La frusta letteraria p. 207 

Vaccolini. Lettere IL su dizioriarj moderni, p. 21 2 
Bibliografia. Signora Tomasini. . . . p. 224 

Tucidide tradotto dal Manzi. A. Bianchini . p. 226 
Zannoni. Intorno un vaso aretino. . . . /?. 3 1 1 
Lampredi. Su tre elogi funebri pubblicati in 

Napoli /). 323 

Betti. Intorno alcuni versi del Paradiso di 

Dante yo. 329» 

Vaccolini. Lettera III. sugli errori de' dizio- 
nari 'moderni ......... /7. 338 

Montanari. Sulle iscrizioni italiane. . . p. 344 
Di Negro , marchese. Alla memoria di Fran- 
cesco Gianni p. 355 

ARTI. BELLE-ARTI 

Bianchini, Erma del p. Daniello Bartoli. . /». 115 
Camuccinié Due dipinti descritti. . . . /?• 360 




NIHIL OBSTAT 
Aìilj' D. Paulus Delsignore Cen». Theol^ 



NIHIL OBSTAT 

Petrus Lupi MeJ. CoUeg. 

NIHIL OBSTAT 

Petrus Odescalchi Gens. Pliilolog. 



IMPRIMATUR 

f r. Dom. Buttaoni O. P. M. S. P. A. S, 



IMPRIMATUR 

J,osvph Della Porta P. Cansl. Fi<.\_ 



Osservazioni 


MeLeorologiehe. 


)( Collegio Romano Gì 


agno i85o. 1 


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Tuim. 


Igi-oiu 
a c.i-pil. 


Vento 


Pioggia 


Eva 


por. 


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ina. 
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nuvoloso 

coperto 

cliiarissinio 


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chiarissimo 

coperto 

nuvoloso 


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ser. 


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ser. nuv. sparse 
cliiarissimo 


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sereno vaporoso 

velato 

ser. 11 uvei, sparse 


ma. 

si- 

ser. 


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ma. 

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vajioroso 

cliiarissimo 

ser. nuv ol. sparse 


mn. 

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ser. 


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chiarissimo 


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